Il Fatto Quotidiano, 7. X. 2018

 

Qualche volta Montserrat Caballè si presentava impreparata. Ce n’è un esempio: l’incisione del Turco in Italia di Rossini diretta da Riccardo Chailly. Canta in modo supremo la grande Aria, Squallida veste bruna; nel resto si percepisce che quasi legge a prima vista. “Vedi”, mi disse al riguardo il maestro Siciliani, “quando un direttore d’orchestra non ha la preparazione né l’autorità per imporre il rispetto della musica, i cantanti fanno il cazzo che vogliono!”

Ho voluto citare il solo difetto di questa sublime artista. Per farne l’elogio come merita. E per fortuna, anche quando il ricordo di chi l’ha vista in scena svanirà con le loro persone, le registrazioni prese durante le recite, e le incisioni – la Caballè ha lavorato con grandissimi direttori: Patanè, de Fabritiis, Prêtre, Mannino, Boncompagni, Gelmetti – restano fra le testimonianze musicali più alte del Novecento. Ha lavorato anche con direttori esperti se non grandissimi, che sapevano sopperire a qualche sua défaillance di memoria senza avvilire la musica.

La Catalogna, patria di Montserrat, ha una profonda cultura musicale, superiore a quella castigliana. Il Palau de la Música di Barcellona, la sala da concerto progettata dal geniale architetto Montaner, meraviglia del Liberty, s’inaugurò con la Grande Messa Solenne di Bach: lo recita orgogliosamente una lapide ai piedi dello scalone. Non solo la Caballè ebbe studî musicali profondissimi al Conservatorio della sua città: il legame catalano con la cultura musicale tedesca la portò a fare in gioventù la comprimaria nella provincia germanica. Ne acquisì una perfetta articolazione del tedesco – come dell’italiano e del francese, e del latino … - che ne ha fatto una delle più grandi Salome di Strauss: il lirismo, il timbro, il “vibrato” della sua voce, unite al superbo dominio musicale, la rendono superiore alle stesse Birgit Nilsson, Leonie Rysanek, Inge Borkh, come mostra l’incisione diretta da un padreterno come Erich Leinsdorf. Glie l’ho intesa interpretare anche a teatro: era così spiritosa che si trascinava l’ingente mole per il palcoscenico per interpretare la filiforme necrofila di Oscar Wilde con assoluta disinvoltura. E varrebbe ascoltarla anche in alcuni dei più difficili ruoli di Wagner: non solo Isolda e Brunilde, ma le due parti di Venere ed Elisabetta nel Tannhäuser, che dei capolavori di Wagner è il più arduo per direttore e interpreti.

Era una così grande musicista da possedere un repertorio enorme. Non si contano le Opere rare alla rinascita delle quali contribuì con la sua partecipazione: che una Diva le canti rappresenta un avallo presso il pubblico e gli organizzatori, pigri e consuetudinarî. Non voglio parlare solo di Rossini e Donizetti. I cantanti, generalmente parlando, sono ignoranti e a-musicali, puntano solo ad accumulare il maggior numero possibile di recite per l’incubo di farsi una posizione prima che la voce non se ne sia andata. La Caballè apparteneva alla razza di Renata Tebaldi, di Anita Cerquetti, di Maria Callas, di Magda Olivero, di Ilva Ligabue, di Teresa Berganza, di Mariana Nicolesco, di Alfredo Kraus, di Carlo Bergonzi, di Bonaldo Giaiotti, di Nicolai Gedda, Francisco Araiza, di Ugo Benelli: grandi musicisti dotati di somma tecnica, di cultura musicale, di amore per la musica e di curiosità. Dove ne trovate un’altra che studia e interpreta straordinariamente Les Danaïdes di Salieri e il Démophoon di Cherubini, che sono i capolavori della Tragédie Lyrique della seconda metà del Settecento? Dove ne trovate un’altra che passa dalla Tosca e dalla Liù – suprema – di Puccini alla Dido and Aeneas di Purcell, al Giulio Cesare di Händel, ai Mottetti di Vivaldi, all’Armide di Gluck? Una ch’è del pari autorevole e affascinante in Mozart, in Massenet – che i cretini giudicano un compositore di seconda categoria – in Bellini e Verdi?

Ella possedeva fiati lunghi e un fraseggio che naturalmente asseconda la frase musicale; il suo “appoggio”, il suo timbro, la qualità del “legato”: ciò faceva meravigliosa la sua interpretazione; ma tali sono le qualità di ogni vero grande cantante. Ecco perché non si deve confinare Montserrat nella equivoca categoria del “Bel Canto”: categoria inventata dagli appassionati del virtuosismo vocale fine a se stesso. Le fiorettature vocali sono presenti presso tutti i grandi autori classici: ma sono sempre concepite secondo un piano drammatico, espressivo, persino costruttivo in senso musicale. La musica fatta per il solo sfoggio di virtuosismo – e ne esiste, nel Settecento e nell’Ottocento – è di bassa categoria. Oggi questo viene percepito poco e male. Infatti la protagonista della Traviata passa per un soprano leggero, mentre è un soprano drammatico di coloratura, un ruolo addirittura eroico – col quale Verdi sfida tutta l’ipocrisia borghese del tempo suo. Ma si deve ascoltare Violetta impersonata da lei, e dalle grandi colleghe che sopra ho citate, per cogliere ciò: le Traviate oggi in circolazione fanno ridere – e piangere.

Rossini e Donizetti. La rinascenza di questi Maestri – Rossini di là dalle Opere comiche – incominciò prima della guerra; e si è attuata dagli anni Sessanta in poi; purtroppo i cretini, all’americana, la chiamano Rossini-renaissance e Donizetti-renaissance, con ciò sporcandola e rendendola odiosa. La Caballè ha un merito fondamentale in questo indispensabile movimento di cultura storica. Quale fu la rivelazione de La donna del lago cantata da lei! Dell’Ermione! Della Semiramide! E dell’Elisabetta nel Devereux di Donizetti, della Bolena e Stuarda dello stesso Autore!

La Germania, la Francia, e il suo paese, le debbono molto. Ma noi, più di tutti. Si è consacrata non al “Bel Canto”: alla civiltà italiana per decennî, fedelmente, inalterabilmente. Vale ancora, questo, in Italia?

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