I Saggi

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Cynthiae taurinensi dicatum

 I

Giovanni Paisiello

La seconda metà del Settecento è disseminata di grandi operisti, la maggior parte dei quali appartenenti alla Scuola Napoletana. Ancor scrivevano Nicola Porpora e Johann Adolph Hasse, appartenenti alla vecchia generazione, mentre si affacciano Davide Perez, Niccolò Piccinni, Giovanni Cristiano Bach e Giuseppe Sarti, Nicola Jommelli, Tommaso Traetta, Antonio Sacchini, Josef Myslivecˇek e Antonio Salieri,  Pasquale Anfossi, Domenico Cimarosa e molti altri.  Bach e Sarti si formarono alla scuola bolognese del padre Giovan Battista Martini, il Boemo e Salieri a Venezia. I supremi sono Christoph Willibald Gluck, di formazione italiana e compositore tanto d’Opere serie italiane quanto di Tragédies lyriques francesi; Wolfgang Amadeus Mozart, dedicatosi tanto al teatro comico italiano che a quello tedesco che all’Opera seria italiana; Franz Joseph Haydn, che all’Opera italiana di mezzo carattere e a quella seria dedicò alcuni capolavori ancora non sufficientemente riconosciuti nel loro valore eccelso; Giovanni Paisiello; Domenico Cimarosa. Paisiello, scomparso nel 1816, fu grande nell’Opera buffa e in quella semiseria ma non meno in quella tragica; e ci diede anche, quale penultimo parto teatrale, una Tragédie, la Proserpine, del 1803. Il genio di Paisiello si manifesta parimenti nell’Oratorio, nella musica sacra e in quella strumentale. Le celebrazioni per il bicentenario si sono aperte al Massimo Bellini di Catania con la Fedra, che si eseguì una sola volta in registrazione radiofonica nel Novecento e mai nel nostro secolo: scelta assai significativa giacché non pare il talento tragico del sommo compositore aver sollecitato, nella presente occasione, adeguato interesse.

           La pregevole registrazione radiofonica è tuttavia d’un’esecuzione incompleta e non rispettosa, sotto varî profili, della partitura originale: completa e rispettosa è invece l’edizione catanese.

 

 

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"Memoria e musica. Lezione tenuta al convegno 'Le due culture' presso il Biogem di Ariano Irpino, settembre 2014."

 

 

 

 

Il libro su Thomas Mann di Sara Zurletti in corso di stampa.

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Una lettera del mio amico carissimo Natalino Irti, allora e oggi presidente del napoletano Istituto di Studi Storici, allogato nella casa di Benedetto Croce, accompagnava il dono de Le dodici note del diavolo. Ideologia, struttura e musica nel Doctor Faustus di Thomas Mann, il secondo libro di Sara Zurletti. Il primo è Il concetto di materiale musicale in Th. W. Adorno, pubblicato dal Mulino nel 2006. La lettura de Le dodici note del diavolo aprì per me nell’autunno del 2011 la strada di quella ch’era destinata a diventare un’amicizia del cuore sebbene, come ai tempi nei quali lo scritto possedeva tutta la sua importanza, epistolare.

  Lessi con ammirazione e gratitudine la pagine piene di acribia filologica, d’intelligenza, di cultura e di passione. E ho elencato le qualità della scrittrice Sara Zurletti se vi aggiungo il coraggio, l’anticonformismo e la vis polemica. Ella affronta un tipico “argomento infido”: la comprensione del tema è velata non solo dalla difficoltà intrinseca ma dagli ostacoli disseminati da Thomas Mann alla conoscenza delle circostanze storiche effettuali che presiedono alla nascita della sua opera, alla sua comprensione e al difficile rapporto ch’egli ebbe con Theodor Wiesengrund Adorno, senza il quale l’impalcatura teorica e ideologica del Doctor Faustus non sarebbe; ma soprattutto senza Arnold Sch”onberg essa non sarebbe; e Sch”onberg di Mann fu in ampia misura vittima: come persino leggendo il Romanzo di un romanzo si comprende. Non credo che scrittori tedeschi o di altre Nazioni abbiano scritto di questo Mann con tanta competenza e profondità.