Gli Articoli

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"Il Fatto Quotidiano”, 10. IX. 2016

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Narra un cronista romano che una volta una folla strabocchevole di popolani fece irruzione in San Pietro per ascoltare Girolamo Frescobaldi all’organo. Egli improvvisava capricciosamente ed eseguiva le sue opere dottissime, concentrato della più alta sapienza contrappuntistica; e nel suonare l’organo e il clavicembalo anteponeva l’espressione degli “affetti” (così, aristotelicamente, si definivano i sentimenti) al rigore ritmico. Gli “affetti” anche estremi li esprime col suo linguaggio cromatico, sofisticatissimo, nel quale traspone sulla tastiera le conquiste, ancor più estreme, che nel Madrigale e nel Mottetto aveva fatto il più grande polifonista cinquecentesco, il napoletano Carlo Gesualdo, principe di Venosa; mentre il virtuosismo esecutivo si ritrova nei Capricci, imitati per due secoli.

   Frescobaldi era nato a Ferrara nel 1583; già a vent’anni si trasferì a Roma: e nel 1608 divenne titolare dell’organo di San Pietro, che lascerà solo morendo nel 1643 ammantato di fama universale: l’organista dell’imperatore Ferdinando III, Froberger, venne dal cesareo protettore inviato a Roma per quattro anni affinché imparasse la sua arte. Le sue composizioni stampate erano diffuse in tutta Europa. E’ uno dei più grandi musicisti italiani e anche uno dei più grandi compositori di ogni tempo.

"Il Fatto Quotidiano”, 2. IX. 2016

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Erranti alla ricerca del luogo ove i fati impongono di ricostruire la patria, i Troiani guidati da Enea si lasciano l’Epiro alle spalle. Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, / cum procul obscuros collis humilemque videmus / Italiam. “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, /quando vediamo oscuri colli e bassa / l’Italia.” “Già rosseggiava l’aurora, in fuga si erano volte le stelle, / quando di lontano vediamo le nere colline e bassa / sull’orizzonte l’Italia.” E’ bassa la costa o si tratta della parte più meridionale, il “tallone d’Italia”? La traduzione di Luca Canali e quella di Francesco Della Corte per l’Enciclopedia virgiliana sottilmente confliggono con Dante, che intende il secondo significato là ove dice l’umìle Italia. (L’ Enciclopedia virgiliana dedica peraltro un’ampia voce a humilis, ove il tema è disquisito.) E’ il promontorio Japigio. Crebrescunt optatae aurae portusque patescit / iam propior templumque apparet in arce Minervae: “Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre / ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.” Livio che non erra, dice Dante; ancor più dobbiamo dire noi Virgilio che non erra. A Castro il tempio di Minerva è stato ritrovato e gli scavi sono in pieno svolgimento; una statua bronzea della Dea la raffigura col berretto frigio. I Messapi e gli Japigi erano d’origine greca, illirica e anatolica, non autoctoni come un tempo si credeva; e uno dei nomi coi quali Virgilio chiama i Troiani è Phryges, “i Frigî”. Patria il monte Ida, sacro a Cibele. I Troiani e Japigi  e Messapii erano entrambi Frigi ma nemici: perché all’origine delle origini i Troiani dall’Italia provenivano. A Butroto nell’Epiro il re e indovino troiano Eleno aveva profetizzaro a Enea: Has autem terras Italique hanc litoris oram, / proxima quae sorti perfunditur aequoris aestus / ecfuge: cuncta malis habitantur moenia Grais. “Invece queste terre e contrade della riva italica, / che prossima bagna l’onda del nostro mare, / fuggile; malvagi Greci abitano tutte le città.”

Il Fatto Quotidiano”, 18. VIII. 2016.

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VIALE MONZA 101, 14 MAGGIO 1983

 

Era nato a Pettorazza Grimani, in provincia di Rovigo, il 28 ottobre 1936: lo  battezzarono Benito in onore della Rivoluzione Fascista.  Barin Mirco, zio paterno, era stato mitragliato da gappisti di passaggio il 28 aprile 1945;  in casa e a scuola lo chiamavano Benedetto; già quando aveva otto anni, rannicchiato nel lettuccio nella stanza dei genitori, sognava un partigiano biondo, dai capelli lunghi, che lo catturava e lo possedeva. Don Dino, nel prepararlo alla Prima Comunione, lo astraeva dagli educandi e, in angoli della fredda canonica, lo palpava. Divenne chierichetto e, masturbato dal prete, ejaculò per la prima volta: meravigliato di quel crescendo di dolcezza, gli parve che la stanza gli rotasse intorno e d’aver conosciuto la felicità. Da allora più volte al giorno riproduceva questa felicità fantasticando sui compagni di scuola: quelli che giuocavano a pallone, dalle gambe robuste. I suoi, infatti, volevano che fosse tolto dall’agra zolla e studiasse; la sorella maggiore Antonietta si sarebbe fatta suora. In famiglia non c’era lo zio sacerdote e non riuscirono a farlo entrare in Seminario. A costo di sacrificî gli fecero frequentare l’istituto tecnico “Maddalena” di Adria perché divenisse ragioniere: il segretario della scuola si rifiutò d’iscriverlo come Benedetto costringendolo di nuovo al Benito. I primi giorni il padre pretendeva percorresse a piedi i dieci chilometri, marciando cogli zoccoli; fu costretto a pagargli una corriera che passava sulla provinciale alle sei del mattino.

Il Fatto Quotidiano”, 17. VIII. 2016.

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Due grandi donne, ambedue di nome Franca e ambedue legate a uno degli spiriti magni del Novecento, Totò, hanno occupato il mio pensiero in questi giorni. Il 22 luglio se n’è andata Franca Faldini, attrice e scrittrice, compagna di una vita di Sua Altezza Imperiale, nata nel 1931; il 31 ha compiuto novantasei anni Franca Valeri, attrice e scrittrice e sismografo come pochi del costume italiano degli ultimi sessant’anni.

   Franca Faldini, donna dotata di classe e  umorismo, eccelleva in  understatement, la sottovalutazione di sé medesimi: diceva di essere una cagna come attrice ed era bravissima: basta vedere Miseria e nobiltà e Un turco napoletano, i capolavori di Scarpetta adattati a film per Totò; il suo più bel libro mostra quanto bene scrivesse e di quale profonda e intuitiva umanità fosse dotata. Si tratta di Totò, l’uomo e la maschera, apparso nel 1977 per l’editore napoletano Pironti e attualmente introvabile: non si può comprendere Totò senza averlo letto; e  rivolgo un appello a Goffredo Fofi e all’editore affinché venga ripubblicato. Totò non si può comprendere nemmeno se non lo si è visto a teatro; è incredibile che nessuna sua Rivista sia stata filmata: lacerti loro possono vedersi trasferiti al cinema, e il pezzo forte è il celeberrimo Vagone letto. La morte di Totò la appresi per istrada: scendevo per i “Quartieri” e popolane uscivano  dai “bassi” e piangendo s’ abbracciavano. Il giorno dopo assistetti alle esequie che si svolsero nella basilica del Carmine: quando la bara uscì, sormontata dalla  bombetta, sulla stessa piazza ov’era stato decapitato Corradino di Svevia il carro prese la fuga per sottrarsi alla folla e questa dietro. Si rifaceva il finale di Totò a colori, a dimostrazione che la natura imita l’arte.

Il Fatto Quotidiano”, 6. VIII. 2016.

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Ancor oggi qualche reduce afferma che il latino è utile essendo “formativo”, ossia una “ginnastica mentale”: dunque, non avrebbe una ricchezza intrinseca ma sarebbe uno strumento.  In realtà il latino  forma lo spirito e il carattere, forma l’animo e l’anima. Chi non l’ha studiato, non lo domina e non lo ama è privo del più formidabile strumento d’interpretazione della realtà, quindi ha con la vita un infinitamente più difficile rapporto. Ciò persino io scrivo nei miei libri.

   Uno dei nostri esiliati, che l’università italiana non accolse, è Nicola Gardini. In Inghilterra non considerano chi ti raccomanda e nemmeno se sei stato allievo di una public school ma ciò che sai fare: onde Gardini insegna letteratura italiana e comparata nello Studium Oxoniense. E sebbene l’impegno didattico sia lì alquanto più gravoso che da noi, riesce a esser saggista e scrittore assai prolifico. E’ romanziere, polemista, volgarizzatore giornalistico; quest’anno Garzanti ha pubblicato, da lui dettato, uno dei più bei libri che io abbia in questi ultimi anni letti, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile (pp. 236, euro 17). Vi ho trovato un altro me stesso, e persino tante mie osservazioni: con la differenza che Gardini è un latinista professionista e i suoi argomenti sono intimamente tecnici benché esposti in modo accattivante. Tecnici per la profondità colla quale egli conosce il latino e la sua letteratura: la profondità colla quale egli sa interrogare la pagina, farla cantare, la finezza e l’originalità delle analisi esemplificate nel libro.

Il Fatto Quotidiano”, 2. VIII. 2016.

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Su “Sette” Maurizio Serra scrive un bel ritratto della prima moglie di Herbert von Karajan, Anita Gütermann, da poco scomparsa. L’ articolo merita tuttavia alcune precisazioni;  di fronte alle infinite sciocchezze che  in fatto di musica si scrivono  non  intervengo: ma a uno scrittore e storico di grande qualità, ottimo nostro rappresentante diplomatico, desidero esprimere  dissenso su alcuni punti.

   Wilhelm Furtwängler era un musicista e umanista di grandissima statura, culturalmente ben superiore a Karajan ma pessimo compositore e direttore incerto e tecnicamente sprovveduto. Di Karajan fu non meno arrivista. Secondo Serra “disprezzava i nazisti ma aveva scelto di rimanere in patria come guardiano della grande cultura germanica, dissanguata dall’esodo dei musicisti ebrei e democratici.”  Tentò di farlo credere egli medesimo dopo il 1945;  ciò da molti venne preso per buono a seguito delle falsificazioni storiche  della vedova Elisabeth. Non ci fu nazista che non avesse la scorta personale di ebrei protetti e salvati; gli scritti di Furtwängler fino al 1945 provano che l’adesione “patriottica” al nazismo fu profonda. Fino all’ultimo eseguì la Nona Sinfonia di Beethoven il 20 aprile per il compleanno del Führer; le foto lo mostrano che si esibisce nel saluto nazista sul podio del Titania-Palast e mostrano l’intera nomenklatura del regime schierata in sala, con Himmler plaudente mentre il Maestro s’inchina stringendo la mano a Goebbels. E di Karajan era invidioso per la palese superiorità.

Il Fatto Quotidiano”, 27. VII. 2016.

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Sul “Fatto” di sabato leggo un acutissimo commento di Peter Gomez nel quale si mettono in evidenza talune carenze programmatiche del Movimento Cinque Stelle. Esso mi è particolarmente piaciuto giacché si tratta di una pacata serie di suggerimenti mossi a una forza politica guardata senza preconcetta antipatia allo scopo di consentirle di presentare alle prossime elezioni un programma politico convincente e innovatore. L’articolo contiene tuttavia una grave omissione che probabilmente è solo un lapsus calami. Gomez afferma che il Movimento dovrebbe entro settembre “chiarire in modo organico” il suo programma in ordine a “economia, giustizia, politica estera, fisco, diritti civili, ambiente”. Nell’elenco manca la cultura. E vorrei quasi dire che dovrebb’essere al primo posto, atteso che la memoria storica italiana sulla cultura e sull’arte, se si intende la parola cultura nel retto senso di civiltà, innanzitutto si fonda. Le nazioni e i popoli privi di memoria storica sono destinati all’estinzione.

Il Fatto Quotidiano”, 14. VII. 2016.

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Insieme con Boccaccio, Giambattista Basile, napoletano, è il più grande novellista classico; i più grandi fra i moderni sono Balzac, Flaubert, Maupassant, Cechov, Pitrè, Verga e Pirandello. Il Pentamerone, scritto in una lingua napoletana secentesca alla quale è difficile accostare un’altra quanto a ricchezza e fantasia lessicale e metaforica, ha poi la particolarità d’interpretare l’essenza della favola più di qualsiasi altra raccolta; e non so se Carl Gustav Jung lo conoscesse, ché l’avrebbe eletto a testo fra i suoi principi. Le favole del Basile sono un deposito impareggiabile dell’inconscio collettivo; per dirla classicamente, sono il deposito d’una memoria che si spinge indietro e sempre più indietro, di là dai primordî pre-indouropei, verso una sconfinata preistoria. E vi si raccolgono tradizioni dell’antica India, dell’antico Egitto; le quali rinascono adattate a una vivissima contemporaneità dell’urbe partenopea e del suo contado condite d’una vis comica violenta.

    Vittorio Imbriani e Benedetto Croce hanno rivelato Basile all’epoca contemporanea; dopo di loro il suo più grande cantore è Roberto De Simone. Napoletano, egli è conosciuto per essere un grande compositore e regista; ma la sua opera di mitologo, etnografo e scrittore (gli si deve un libro su Virgilio e la tradizione magica napoletana che non può non essermi carissimo) è non meno chiara. Il suo massimo tributo al novellista ha da pochi giorni compito quarant’anni; il 7 luglio 1976 al Teatro Nuovo di Spoleto, nell’ambito del festival allora retto da Giancarlo Menotti, andò in scena La Gatta Cenerentola, che rappresenta una delle principali rivoluzioni del teatro negli ultimi settant’anni. De Simone ne ha scritto il testo e le musiche,  derivanti da tradizioni popolari e culte, inventato la regia. Le prove durarono cinque mesi; alla “prima” c’ero. Come dieci anni prima, quando De Simone era povero e suonava nelle pizzerie, m’inerpicavo da lui per ricevere lezioni di armonia.

Il Fatto Quotidiano”, 5. VII. 2016.

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Dante chiama l’Italia “il giardino d’Europa”: e davvero ogni suo  angolo è uno scrigno impareggiabile di bellezza. Io sono napoletano con sangue, anche,  laziale, sannita e piemontese ma fino a due anni fa conoscevo poco l’Irpinia. Prato, bosco, collina, montagna: belli come nel Sannio. In antico gl’Irpini erano una delle comunità delle genti sannitiche. L’Irpinia è oggi una combinazione di Svizzera e Alto Adige che non possiede vette alpine altrettanto alte ma ch’è percorsa da continue estensioni d’uliveto nostrano, il che la rende affatto superiore. A ogni passo il paesaggio muta. Retaggi del mondo antico proseguono con quelli normanni e fridericiani.

   Ad Ariano Irpino, ove nel 1140 si tennero, convocate da Ruggero il Normanno, le Assise, prima costituzione europea, nel museo del Castello si conserva un pilum, il formidabile giavellotto delle legioni romane, uno dei pochi esistenti. E’ lì che Gaetano Salvatore (“Nino”), scomparso nel 1997, uno dei padri della moderna endocrinologia, convenne coll’arianense Ortensio Zecchino per fondare il Biogem, del quale fra pochi giorni si festeggia il decennale.

   Al centro di una valle giacciono i trentamila metri quadrati di quest’istituto di ricerche genetiche, oggi presieduto da Zecchino. Ti parrebbe d’essere in Svizzera, mi ripeto, se non vi fossero gli ulivi: ma svizzere sono l’efficienza, la pulizia, la discrezione. Italiana la genialità, grazie alla quale il Biogem è all’avanguardia europea per certi versi, mondiale per altri. Per esempio il suo stabulario murino è stato definito dal premio Nobel Mario Capecchi il più avanzato del mondo. I topi vi stanno a dimora e servono per le ricerche genetiche: inoltre senza esser torturati.

Il Fatto Quotidiano”, 2. VII. 2016.

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Da quando leggo “Il Fatto” ho imparato ad apprezzare Daniela Ranieri, una scrittrice che unisce cultura, piglio e grande senso dell’umorismo. Oggi, I luglio, leggo una sua memorabile pagina intitolata Madia, Poletti & C., gli zombie di governo che rischiano l’exit. E’ una serie di ritratti di ministri che, ci si augura, in caso di vittoria del “no” al referendum (io personalmente sono iscritto a un comitato in tal senso), verranno coinvolti nel “Tutti a casa”. Fra costoro è Dario Franceschini. L’epigrafe a lui dedicata è il più breve degli epicedî della pagina: “E’ ministro della Cultura, nonostante abbia scritto alcuni romanzi”.

   Io i romanzi di Franceschini non li ho letti ma dalla sua faccia e dal suo eloquio li immagino. E  di questo individuo, anzi di questa “forma di vita”, vorrei dire quel che so.

   Non posso esprimermi in ordine alla sua gestione dei musei e degli scavi: ma mi basta conoscere gl’interventi di Tomaso Montanari (l’ultimo è apparso su “Micromega” di inizio giugno) nei quali il valorosissimo storico dell’arte lo mette di fronte alle sue responsabilità per aver egli abdicato al suo ruolo e accettato lo svilimento delle Soprintendenze, che non potranno più residualmente difendere l’arte e il territorio, per giudicarlo su questo terreno. Chiamarlo ignavo è poco.