Gli Articoli

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“Il Fatto Quotidiano”, 4. IV. 2016.

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Quando un capolavoro dell’arte rinasce è la più bella delle feste. Ancor più  se  appartiene al Novecento italiano, il più negletto e meno conosciuto fra i periodi della musica. Ciò è avvenuto coll’inaugurazione della stagione del Teatro Lirico di Cagliari. Il capolavoro è La campana sommersa di Ottorino Respighi (1927) e il merito della rinascita,  la più prestigiosa fra le sporadiche a partire dal 1945 si deve a Donato Renzetti, uno dei migliori direttori d’orchestra viventi, al regista Pier Francesco Maestrini, allo scenografo Juan Guillermo Nova e a chi, nel credere  nella partitura di Respighi, s’è loro affidato  e ha eletto la più che eccellente compagnia di canto.

“Il Fatto Quotidiano”, 2. IV. 2016.

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Poco più di un mese fa è scomparso Pascal Bentoiu, nato a Bucarest nel 1927. In Italia non hanno nemmeno pubblicato la notizia perché – nemmeno – sanno chi è. Adesso il più grande compositore vivente resta il moscovita Rodion Shchedrin, nato nel 1932, che con lui divideva l’alloro.

   Allorquando compii gli studî su George Enescu, un gigante della composizione al quale nel Novecento possono esser accostati solo Strauss, Schönberg, Berg, Webern, Szymanowski e gl’italiani Alfano, Respighi e Marinuzzi, sono entrato in rapporto con Bentoiu. Così ho trovato  un suo libro del 1984, I capolavori di George Enescu, tradotto in inglese nel 2010: uno dei più bei testi di musicologia degli ultimi decennî, con analisi musicali ed estetiche compiute con la perizia del compositore e l’amore del devoto. Particolare significativo: Bentoiu non fu un allievo di Enescu ma, come adesso spiego, giunge a penetrare non solo nello stile, nel processo compositivo del Sommo a uno stadio addirittura genetico. Nella Bucarest degli anni Trenta e Quaranta,  un crocevia internazionale di primissimo interesse (Ionesco, Eliade, Vintila Horia, per dire alcuni che vi abitavano; qualche decennio prima vi si era formato un altro sommo, Brancusi), si studiava la composizione ad alto livello; e siccome il comunismo ancora non c’era, Bentoiu  imparò il latino e il greco.

“Il Fatto Quotidiano”, 25. III. 2016.

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Un concerto svoltosi nella milanese basilica di San Calimero con prime esecuzioni assolute nella nostra epoca offre l’opportunità di ricordare un grande compositore operante fra il primo e il medio Barocco, Tarquinio Merula.

   Nacque a Busseto nel 1595: la cittadina emiliana vanta  Merula oltre Verdi. Ma allora Busseto apparteneva alla diocesi di Cremona: onde questo, e l’esser egli vissuto in gran parte lì, lo fa qualificare “cremonese”. Nella città che dev’esser carissima a tutti per avervi Virgilio, avanti che a Napoli, seguito i primi studî, Merula morì nel 1665. Era stato a Varsavia, maestro di cappella di Sigismondo Wasa; poi aveva avuto “un crescendo di alterne residenze” (Gottfried Benn) dovuto al suo di volta in volta risultare inviso ai Capitoli o alle Fabbricerie delle cappelle bergamasche e cremonesi per le quali prestava la sua  arte. Ma le  ben diciotto raccolte di opere a stampa, strumentali e vocali, queste nella duplice veste di Madrigali e musica sacra, sono tutte pubblicate a Venezia.

“Il Fatto Quotidiano”, 16. III. 2016.

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 In memoriam Petri Buscaroli

Un verso di Carducci è la sintesi della figura di Piero Buscaroli, scomparso un mese fa tra commemorazioni, salvo quella di Camillo Langone, insufficienti e timorose:

                        Muor Giove, e l’inno del poeta resta.

   Non voglio ricordare le sue battaglie politiche, multiformi e sovente eteroclite. La gran parte sono caduche perché i tempi medesimi costringevano a questo; alcune errate, taluna ridicola. Ma di esse resta la sua passione di Italiano, la sua fede nello spirito della Patria. Noi italiani saremmo i primi del mondo in tutto se non fossimo rosi dall’invidia reciproca e dall’odio verso noi stessi. Egli ne è stato vittima ma non esente.

“Il Fatto Quotidiano”, 9. III. 2016.

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Sono uno dei 12967 napoletani che domenica alle primarie del Pd hanno votato per Antonio Bassolino. Ma Valeria Valente, con 13419, ha prevalso: sarà lei il candidato ufficiale del partito alle elezioni comunali: per perderle contro Luigi De Magistris.

   Nemmeno cinquecento i voti di differenza fra i due. Di Bassolino i commentatori hanno messo in rilievo che fu potentissimo; non abbastanza che è un ex potente. Nessuno ricorda che la Valente è, essa sì, potentissima: giacché, figura scolorita, dall’eloquio patetico, politicamente irrilevante, è stata sostenuta dal partito in modo pervicace e pervadente. La sua è una vittoria di apparato; lo mostra anche l’analisi del voto per sezioni e quartieri pubblicata dal “Corriere del Mezzogiorno”. Ed è figlia di Bassolino. L’argomento più valido contro Bassolino non l’ho ancora visto avanzare: la Valente e tutti quelli che lo hanno tradito, fino a quel Borriello che vediamo nel filmato, di che subito parlo, fare il ras della sezione di San Giovanni a Teduccio, sono creature sue. Che gli rivoltino contro è proprio della natura umana. Ma soggetti siffatti ha saputo creare Don Antuono quando comandava e poteva scegliere?

“Il Fatto Quotidiano”, 6. III. 2016.

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San Gennaro esiste da sempre giacché nei disegni della Provvidenza ab aeterno il potentissimo intercessore e salvifico consolatore doveva proteggere Napoli, i suoi devoti e tutti coloro che gl’indirizzano preci. Io sono una testimonianza perfetta di quanto la sua protezione sia efficace, giacché debbo a lui una vita straordinariamente fortunata e persino felice. Il miracolo dello scioglimento del sangue è di continuo contestato dai positivisti ma torna ogni volta con prepotente attualità. Solo chi abbia assistito da vicino al gonfiarsi di quella polvere nera, al suo rendersi una sorta di emulsione divenuta color ruggine, poi un liquido ribollente rosso vivo, può comprendere che non tutto la ragione spiega. Divenire adepti di San Gennaro non è possibile per propria elezione; occorre che il Santo elegga. Ma San Gennaro soccorre a tutti ed è infinitamente paziente.

“Il Fatto Quotidiano”, 5. III. 2016.

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Una cosa bellissima da parte della Scala è stata il concerto in omaggio al più illustre direttore vivente, Georges Pre^tre, sul podio il medesimo omaggiato. Si sarebbe dovuto svolgere per i novant’anni del Maestro, nato nell’agosto del 1924, ma una rottura di femore da lui subita l’aveva procrastinato: secondo il pensiero di molti, in via definitiva. Invece il vecchio Georges s’è ripreso con dispiacere di taluni e con gioia della musica e, seppur sorretto da un bastone, il podio ha calcato dando una lezione meravigliosa di arte direttoriale e di musica. ( La musica ha anche pianto giacché nella stessa serata s’è esibito un pianista, Rudolph Buchbinder, l’esecuzione del Terzo Concerto di Beethoven da parte del quale nei momenti buoni è d’una scolasticità da vecchia zitella, in quelli cattivi disdicevole).

“Il Fatto Quotidiano”, 26. II. 2016.

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Al San Carlo di Napoli va in scena in questi giorni la Norma di Bellini. E’ l’occasione per fare alcune osservazioni forse abbastanza nuove: perché dimenticate.

   La prima: sul podio c’è Nello Santi, che dirige con una straordinaria unione di musicalità, autorità e senso pratico derivantegli dall’esperienza: inoltre adopera un’edizione corretta contenente la seconda parte del coro Guerra, guerra, mancante anche nel recente allestimento della Fenice, che vedeva sul podio un giovane promettente e già rivelatosi annegato nella praticaccia, Gaetano D’Espinosa. Il grande maestro a settembre compirà ottantacinque anni. Oggi in grado di dirigere la difficillima partitura altrettanto bene ci sono solo, non in Italia, al mondo, Elio Boncompagni, prossimo e compire gli ottantatré, Gabriele Ferro, prossimo a compire i settantanove, Riccardo Muti (specie se correggerà gli errori di scelta dell’edizione), che a luglio compirà i settantacinque, e Donato Renzetti, che a gennaio ne ha fatti sessantasei. Nessuno fra quelli venuti dopo ha la cultura, la tecnica e l’esperienza per affrontare uno dei vertici dell’intero teatro musicale. La difficoltà tecnica e stilistica di partiture come la Norma, che i non italiani non immaginano nemmeno, rende inetti allo scopo anche maestri che in Wagner e Strauss fanno benissimo. Se dovessi pensare a un non italiano in grado di fare bene la Norma il solo che mi viene è il coltissimo e bravissimo inglese Mark Elder (1947), il quale è con Renzetti il ragazzo della comitiva.

“Il Fatto Quotidiano”, 23. II. 2016.

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 I migliori direttori d’orchestra sono oggi gli ultrasettantenni: Herbert Blomstedt, 1927; Bernard Haitink, 1929; Nello Santi, 1931; Elio Boncompagni, 1933; Gabriele Ferro, 1937, Riccardo Muti, 1941. In un bel concerto diretto al napoletano San Carlo da Ralf Weikert, del 1940, ascolto la prima Suite sinfonica del Cavaliere della rosa di Richard Strauss.

   Le due Suites sono intessute dei Valzer di questo capolavoro del teatro musicale, apparentemente comico ma, come i Maestri cantori di Wagner e il Falstaff di Verdi, capace di mettere in luce alla luce del sorriso l’intera vicenda umana. La vicenda del Cavaliere, straordinaria invenzione di Hugo von Hofmannsthal, si svolge nella Vienna di Maria Teresa: ma Strauss è ricorso all’anacronismo (in effetto solo in apparenza tale) di mettere il Valzer in luogo delle danze settecentesche che avrebbero dato un colorito storicamente esatto. Se ne scandalizzò Thomas Mann il quale, grandissimo conoscitore di musica e sulla musica grande scrittore, di Strauss non capì nulla.

19/02/2016 RAI 1
MILLE E UN LIBRO - 23.30 - Durata: 00.16.37
Conduttore: MARZULLO GIGI


Editoria. Il libro "Altri canti di Marte" di Paolo Isotta, Marsilio. Ospite: Paolo Isotta (scrittore) In collegamento: Gennaro Sangiuliano (giornalista); Sarina Biraghi (giornalista)

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