Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano”, 28. IV. 2017

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Da’ fortunati campi, ove immortali / Godonsi all’ombra de’ frondosi Mirti / I graditi del ciel felici spirti / Mostromi in questa notte a voi mortali. / Quel mi son’io che su la dotta lira / Cantai le fiamme de’ celesti amanti / E i trasformati lor varii sembianti / Soave sì, ch’il mondo ancor m’ammira. Chi canta, è Ovidio: disceso dai Campi Elisî: a introdurre il primo Dramma musicale della storia: la Dafne di Jacopo Peri, su poesia di Ottavio Rinuccini. Firenze umanistica del 1597. I bellissimi versi vennero intonati pochi anni dopo nella Mantova dei Gonzaga da Marco da Gagliano e, rielaborati in tedesco da Martin Opitz, dal più grande Maestro del Seicento germanico, Heinrich Schütz, il quale, per esser venuto due volte a studiare a Venezia, ben conosceva ambo le opere. La musica di Peri e quella di Schütz sono perdute; la sottigliezza prosodica e drammatica di Gagliano illumina su di un desiderio di far rinascere la Tragedia greca che, incarnatosi altre volte, mai in tanta profondità di cultura si è radicato.

Il Fatto Quotidiano”, 25. IV. 2017

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In Vicaria, che la “Neri Pozza” ripubblicherà in edizione economica, Vladimiro Bottone dipinge un fosco quadro della Napoli del 1838. E non perché ricorra all’abusato tema di attaccare la tirannia di Ferdinando II, ma per l’inseguire con ricostruzione storica esatta e visionaria fantasia un mostro nato nel Settecento dal sogno della ragione: il più grande edificio d’Europa, l’Albergo dei Poveri. L’utopia illuminista di Ferdinando Fuga costruì ciò che doveva essere un rifugio di sventurati e orfani e subito, seguendo le leggi proprie al mondo “concentrazionario”, si trasforma in un immenso carcere nel quale a tali leggi si aggiungono l’umana avidità, l’umana crudeltà. L’oggi sessantenne scrittore napoletano perviene a una descrizione dell’inferno dai colori vividi all’atto stesso che inventa una trama avvincente: Vicaria si etichetta come un “noir” storico, ma per me, anche per la finezza psicologica onde sono costruiti i personaggi, è un bellissimo romanzo storico che si legge la prima volta per seguire la vicenda, la seconda per la gioia dello stile.

I Personaggi di Vicaria tornano ne Il giardino degli Inglesi (“Neri Pozza”, pp. 400, euro 18). Alcuni da vivi, alcuni da morti; e alcuni morranno nel suo corso. Anche questo romanzo l’ho letto due volte.

Il Fatto Quotidiano”, 15. IV. 2017

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Il 15 aprile 1967, verso le tre del pomeriggio, scendevo a via Roma dal Corso Vittorio Emanuele attraversando i vicoli dei “Quartieri”. Dai “bassi” uscivano donne in lacrime. Singhiozzavano. “È mmuorto Totò!”. E s’abbracciavano per compianto e condoglianza, come quando un genitore, un congiunto, entra nel regno donde non si torna. Di quel pianto tutta l’aria vibrava, come d’una nota musicale. In pochi minuti Napoli ne fu pervasa. Si estendeva dal Vesuvio a Posillipo ai Campi Flegrei. Appresi così, sedicenne, che il mio idolo non c’era più. Come l’avevano saputo, quelle donne? Nei “bassi”, sul comò, accanto al San Giuseppe o alla Madonna sotto la campana di vetro, c’era la radiolina a transistors dalla quale gli uomini, la domenica, seguivano la partita di calcio. E di bocca in bocca si trasmisero il lutto.

Il Fatto Quotidiano”, 12. IV. 2017

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Pochi giorni fa ho scritto della Jérusalem di Verdi, la prima delle sue Opere francesi, facendo l’amara osservazione che per vederla, e ascoltarla, in un allestimento fedele e apprezzabile sono dovuto andare fino a Liegi. A più forte ragione parlo ora del Don Carlos, messo ora in scena al Teatro Nazionale Croato di Zagabria sotto la direzione di Elio Boncompagni.

Rappresentato per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1867, questo Dramma musicale causò all’Autore delusioni e dispiaceri come nessun altro. Alla prima esecuzione fu tagliato perché gli abbonati dovevano prendere l’ultimo omnibus: e Verdi non riuscì mai ad ascoltarlo intero. A grado che il tempo passava l’Opera perdeva pezzi. La traduzione italiana è scadente in sé e tradisce un’invenzione musicale mirabilmente congiunta alla lingua francese. Preso dalla disperazione, il Maestro fece un’edizione che ometteva del tutto il primo atto, portando il Don Carlo a quattro. L’omissione del primo, oltre a privarci di musica alatissima, rende incomprensibile la drammaturgia. Intanto Verdi, incontentabile come tutti i sommi, continuò a limare l’Opera: per vent’anni. L’ultima versione, in italiano, del 1886, ripristina il primo atto: ma il vero inizio di questo, intanto, si era perduto, e venne trovato all’Opéra da Andrew Porter solo nel 1973. Credete che da allora, pubblicatasi anche l’edizione critica della partitura, la volontà dell’Autore sia stata rispettata? Per nulla. L’Opera alla quale Verdi affida il testamento politico, il testamento spirituale e anche la sua visione del mondo – se consideriamo che il messaggio del Falstaff è come quello di uno che dal mondo s’è tirato fuori – continua a essere eseguita in versioni invereconde. O in quattro atti: e che quella in quattro atti sia dovuta all’Autore non significa che sia la preferibile. O in cinque: con tagli tali, e di brani e all’interno di essi, da sfigurare musica e dramma.

Il Fatto Quotidiano”, 7. IV. 2017.

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Collinosa Sulmona, in mezzo ai monti degli antichi Peligni. La guarda il Morrone, che conserva la caverna dell’eremita Pietro, divenuto brevemente Papa col nome di Celestino Quinto. La via da Sulmona a Pescara scende a valle e va verso oriente per giungere alle sponde del verde Adriatico. Nella fantasia la ripercorro: congiunge due fra i più grandi poeti, i due più alti contributi che gli Abruzzi diano all’arte. Sono Ovidio e Gabriele D’Annunzio. E ambedue soffrono della medesima pena: la loro fama è quella di “poeti musicali ma superficiali”. L’amore per la musica del verso, quello per la descrizione vivida e parlante, l’arte colla quale questo amore è attuato, sono considerati colpa.

Il Fatto Quotidiano”, 26. III. 2017.

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Il mio vecchio amico Nanni Delbecchi ha scritto sul “Fatto” un ricordo sapiente e delicato del Mago Zurlì. La mia età (sono del 1950 e, a Napoli, uno dei pochi superstiti che abbiano partecipato ai funerali di Totò) mi permette di aggiungere al ritratto qualche memoria diretta, risalente già al primo Zecchino d’oro.

Sono cresciuto senza televisione. Mio padre, un tiranno che mi faceva tremare, ma generoso e intelligente, riteneva che lo strumento fosse diseducativo, sottraendo tempo alla cultura scritta. Gliene sono gratissimo. Anche grazie alla sua assenza in casa, si affermò la mia tendenza per la lettura, diventata prestissimo un vizio; e tuttora il televisore, che posseggo per i miei ospiti, da me è sempre spento. In casi eccezionali, avevo il permesso di andare da Nonna Laura il pomeriggio a guardare “La TV dei ragazzi”. La Nonna del Corsaro Nero, alcuni films pomeridiani, da I Lancieri del Bengala a Fantasia a La banda degli onesti, uno dei grandi Totò, sono fra i miei ricordi. Ma, soprattutto, lo Zecchino d’oro, incominciato nel 1959. Credo che questo spettacolo sia tra i fattori che hanno forgiato la nuova identità italiana nel dopoguerra e negli anni del “miracolo economico”. Gli italiani posseggono una naturale tendenza per la melodia, che gli anni del rap stanno sradicando: quando ero bambino, ancora i muratori cantavano sulle impalcature e la mia città era percorsa dai gridi dei venditori ambulanti; ma erano, gli italiani, e vieppiù sono, ineducati alla musica. La musica non è considerata parte della cultura, solo un cosiddetto “spettacolo dal vivo”, e non gode della tutela che va, o meglio andava, ai musei e ai monumenti. Lo Zecchino d’oro è stato il primo tentativo, che forse non si proponeva questo fine, di educare alla musica i bambini italiani. E ne sono passati in congerie, intonati, musicali, ritmici.

Il Fatto Quotidiano”, 22. III. 2017.

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Verdi ha scritto tre Opere direttamente in francese per l’Opéra di Parigi, più altre tre versioni in francese di anteriori drammi musicali attentamente da lui preparate: fanno sei Opere in tutto, e fra queste si contano tre capolavori assoluti come Les Vêpres siciliennes, il Macbeth (seconda versione) e il Don Carlos. La letteratura verdiana è ancora in gran parte impreparata al tema, che viene risolto in modo casuale e impari. Il rapporto tra parola e musica, in Verdi stretto come non mai, si colora in modo affatto particolare quando il Maestro affronta la lingua francese. Ne dà una declamazione così impareggiabile che, nell’Ottocento, il solo Berlioz può essergli accostato. Ma il ductus melodico, la stessa invenzione, sono diversi e con rare sfumature di delicatezza. Per comprendere davvero il Don Carlos occorre ascoltarlo in francese, sebbene la scadente traduzione italiana sia dall’Autore approvata.

“Panorama”, 17. III. 2017.

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In esordio, una premessa. Oggi si abusa dell’aggettivo “populista”. Il “populismo” è un movimento politico preciso con proprie caratteristiche il quale ha, per esempio, portato nella Russia zarista all’abolizione della servitù della gleba. Salvini, Grillo, De Magistris (e, aggiungo io, in parte Berlusconi e Renzi), definiti sprezzantemente “populisti”, magari lo fossero! Sono invece “demagoghi”, giacché si rivolgono alla piazza sollecitandone gl’istinti, a volte bassi, a volte sacrosanti, ma sempre illudendola con promesse che non potranno mantenere mai e della illusorietà delle quali sono perfettamente consci.

De Magistris a Napoli ha occupato il vuoto politico lasciato da una destra e un Pd che sono parimenti eserciti in rotta. E’ stato votato (con altissima astensione) da una massa di disperati che faticano ad arrivare alla fine della settimana perché di essi nessuno dei partiti politici tradizionali si occupa. Questi reietti della terra sperano ch’egli sia per fare qualcosa per loro. A Napoli De Magistris fa solo dichiarazioni, e ben gli ha risposto Salvini: si occupasse di amministrare. Tutto questo popolo derelitto, per fare questo solo esempio, esce la mattina per andare a lavorare: quando un po’ di lavoro ce l’ha. E deve usare i mezzi pubblici: che a Napoli non sono allo sbando, in fatto non esistono. Trascorre la giornata aspettando i mezzi che non passeranno mai. De Magistris ha sfruttato i poveri per averne il voto e li ha già buttati via.

“Il Fatto Quotidiano”, 15. III. 2017.

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Il 16 luglio 1997 una signora novantenne morì d’improvviso in una strada parigina. Usciva pochissimo ed era ridotta in miseria. Aveva forti disturbi psichici e Jacques Lacan, che negli anni Cinquanta l’aveva avuta quale paziente, aveva incoraggiato la sua mania religiosa ritenendo che potesse fare da diga al dilagare della follia. La donna mandava continue lettere a Picasso invitandolo a cambiar vita e redimersi; ma nel 1997 Picasso era morto da ventiquattro anni e la donna non poteva più tormentarlo. La casa dove la signora viveva senza far entrare nessuno era a poco a poco divenuta un antro rovinato; e l’antro era protetto da porte di ferro e molteplici catenacci. Alla morte della novantenne ella risultò senza eredi giacché un testamento a favore d’un monastero benedettino, che pareva esser stato vergato, non si trovò. Lo stato francese fu il successore. La vendita all’incanto dei 418 lotti di opere di Picasso contenute nell’appartamento gli fruttò 214 milioni di franchi.

“Il Fatto Quotidiano”, . III. 2017.

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Il passeggero che, discendendo dalla strada di Posillipo, imbocchi Mergellina, si trova a mano destra la maestosa fontana costruita nel 1635 su disegno del dio del Barocco napoletano, Cosimo Fanzago. Al centro un florido vecchio; sopra due tritoni; sotto due mostri marini ch’eruttavano acqua. La fontana raffigura il Sebeto, il fiume che allora, e nemmeno quando Boccaccio fu a Napoli, esisteva più. Ma era sita, la fontana, in altro luogo, e precisamente ai piedi della collina di Pizzofalcone, sede del primo insediamento greco chiamato Palepoli per distinguerlo dalla nuova Neapoli: e proprio lì sfociava a mare il fiume, nato sul Monte Somma, ossia il vulcano (solo dopo l’eruzione di Pompei il Vesuvio si scisse in due montagne). Virgilio, Stazio e Columella parlano del corso d’acqua alla memoria mitica del quale Angelo Gilardino scrive (2013) un Concerto per due chitarre e orchestra intitolato Concerto del Sepeithos, il nome greco di Sebetho; il quale esce in questi giorni in disco insieme con la Sonata Riviera di Chiaia. Passeggio reale per due chitarre.