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La Messa dell'ateo. Libero, 16. II. 2019 

Ho pubblicato tre articoli consecutivi dedicati alla natura pagana della festa del Natale, nelle sue varie manifestazioni, e nel Presepio napoletano. Certo in essi non veniva celata la mia natura panteista-atea; la quale non confligge con un cattolicesimo di fondo. Perché il cattolicesimo ha reinstaurato quel paganesimo che il cristianesimo di san Paolo e sant’Agostino avevano estirpato. Perché il cristianesimo è stato la forza che ha distrutto la civiltà antica, ma il cattolicesimo è riuscito a preservarne gran parte. Nelle tre successive Rinascenze, quella dell’età carolingia, quella del tredicesimo secolo e quella dell’Umanesimo della fine del Trecento e di tutto il Quattrocento, si è dedicato alla cultura classica quasi quanto alla Bibbia, pur nell’opposizione elevata dai rigoristi. Uno dei tesori della napoletana pinacoteca di Capodimonte è un quadro di Masolino da Panicale raffigurante Papa Liberio che scava le fondamenta della basilica di Santa Maria Maggiore: indicato il luogo, sull’Esquilino, da una potente nevicata che si vuole avvenisse il 5 agosto del 358. Il pontefice, venerato dalla Chiesa come Santo, venne fatto esiliare da un orrendo personaggio storico, l’imperatore Costanzo II. Questi, criminale quanto il padre Costantino e dominato dall’eunuco Eusebio, sostenitore dell’arianesimo, si occupò più di teologia che di reggere l’Impero; e per tutta la vita oscillò ossessivamente fra l’accettare e il combattere una formula del Credo, il consubstantialem Patri, ossia che il Figlio “è della stessa essenza del Padre”. I seguaci di Ario lo negavano, ritenendo il Figlio una divinità subordinata. Onde scrive il Gibbon che il vile Costanzo non osò proibire ciò che non voleva accettare.  

   Le fattezze del Santo dipinto da Masolino sono quelle di  uno dei miei idoli, Niccolò V, che fu Sommo Pontefice dal 1447 al 1455, anno della morte. Egli è anche ritratto quale Sisto II dal Beato Angelico.  Tommaso Parentuccelli, ligure di Sarzana, prima di esser proclamato cardinale, passò una vita da legato pontificio. Ovunque si recasse, dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, acquistava codici antichi, per lo più conservati nelle abbazie dell’Ordine benedettino. Fu in relazione di amicizia con Poggio Bracciolini, che ritrovò il De rerum natura di Lucrezio, Lorenzo Valla, Leon Battista Alberti, Enea Silvio Piccolomini, che gli successe quale Pio II. Gli acquisti librarî di Niccolò V furono il primo nucleo della Biblioteca Apostolica. Da Papa egli diede ordine di tradurre in latino la letteratura greca, affinché potesse venir letta da tutti (bei tempi!); la sola edizione metrica di Omero gli costò diecimila fiorini.  “Quel ch’egli non conosceva”, scrive Enea Silvio, “non rientra nell’ambito dell’umana scienza”. Il più grande dolore della sua vita fu la caduta di Costantinopoli, la difesa della quale egli tentò invano di promuovere: ai monarchi europei interessava di più contrattare coi Turchi. Niccolò V doveva  appartenere alla vasta schiera di Papi atei; ma costoro, considerando la difesa della fede come un aspetto della loro politica di volontà di potenza, fecero per la Chiesa più di loro santi confratelli. Credo che nessun cultore della civiltà possa non dirsi cattolico; e qui oso storpiare il titolo di un saggio di Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani.

   Ora mi sia concesso un omaggio alla candida fede, quella che non sa nemmeno distinguere fra cristianesimo e cattolicesimo. Honoré de Balzac si proclama credente, e credente fa persino il suo più ambizioso personaggio, Eugène de Rastignac, animato da gigantesca volontà di potenza. Penso che da parte del sommo narratore sia un atteggiamento, essenziale per la costruzione del suo personaggio. Si legga la sua meravigliosa biografia di Stefan Zweig. Tuttavia uno dei più bei panegirici della candida fede è una sua novella, apparsa la prima volta nel 1836, La Messa dell’ateo. I personaggi sono due grandi medici che tornano, ciclicamente, in varie altre opere di Honoré, Desplein e Bianchon, allievo prediletto del primo. L’allievo si accorge per caso che il suo maestro, ateo professo, di nascosto assiste devotamente alla Messa presso l’altare della Madonna in San Sulpizio. Lo incomincia a seguire di nascosto e si accorge che, in un anno, ciò accade quattro volte.

  Allora si permette di interrogarlo. E questi gli narra la sua storia. (All’interno di essa, l’aforisma splendido sulla “battaglia orribile, incessante, che la mediocrità scatena contro l’uomo di superiore intelligenza”) Poverissimo studente di provincia, a Parigi vive in una soffitta senz’aver neanche i soldi per comperarsi i libri di testo. Piomba nella disperazione. Nella soffitta accanto alla sua abita un altro sventurato, un avergnate trovatello che fa il portatore d’acqua. Occorre ricordare che l’acqua corrente nelle case è una conquista abbastanza recente: ancora sotto la Restaurazione gli acquaioli giravano col carretto, o portandosi la botte in spalla, per tutta la città, e salivano col pesantissimo carico per ripide scale. L’avergnate ha risparmiato tanto da comperarselo, il carretto; ci rinuncia per far da padre a Desplein: vive con lui, si sostenta a pane e acqua per pagargli gli studî. Nei suoi sacrifici, è sorretto da un’ardentissima fede, in particolare verso la Vergine.  Lo studente diviene medico; riesce, una prima volta, a guarire il pover’uomo, minato dagli stenti; poi questi gli spira fra le braccia. Morendo gli chiede una cosa sola: d’istituire perpetuamente quattro Messe all’anno. Il più grande ippocratico parigino lo fa scrupolosamente, e se non diviene credente rispetta con tutta la profondità dell’animo suo la fede del portatore d’acqua.

   Non si può leggere la novella senza provare un’altrettanto profonda commozione. E qui mi piace esporre una mia vecchia idea. Si può al tempo stesso essere un ateo ed essere un vir religiosus: ma quest’espressione è intraducibile, e “uomo religioso” ne è una pallida versione. Religio, da religare, onde viene il nostro religione, è innanzitutto un vincolo: che ci lega alla Natura, alla Storia, alla Civiltà.

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Il Fatto Quotidiano, 15. II. 2019

Martedì 12 mi giunge una e-mail di Marco Travaglio. Asserisce di trovarsi in Marocco, che gli hanno rubato portafogli e telefono e di essere sottoposto a un ricatto avendo tradito la moglie con una minorenne: e foto hard potrebbero esserle ostese. Richiede pertanto un urgente soccorso fraterno. Lo stesso giorno coloro che si trovano sulla rubrica della mia posta elettronica ricevono da me lo stesso tipo di messaggio.  Se Marco e io andassimo con minorenni non lasceremmo tracce; e chi mi conosce sa quanto sia restio a muovermi da Napoli. A novembre bussavo analogamente a denari dalla Costa d’Avorio. Qualche coglione ha persino abboccato, e in alcuni casi, mosso a pietà (pretendevano il mio ringraziamento…), li ho ristorati del danno dovuto solo alla loro stupidaggine.

   Ho scritto più volte di non essere per principio contrario a “internet”. È uno strumento neutro, che può essere utile a chi, dotato di intelligenza e cultura, se ne serve e non ne è schiavo. Ma il livello attuale di alfabetizzazione, e di nozioni possedute, è così basso che la gran massa ne è dominata. Dal piano politico a quello ideologico se ne può fare quel che si vuole, le si può far credere qualsiasi cosa: dalla terra piatta all’imminente fine del mondo con ritorno del Cristo Giudice al fatto che l’Aids non esiste. Perciò truffe siffatte sono ignobili: troppo facili, non implicano alcun rischio per chi le commette.

   La truffa vera è un’arte: e il truffatore, se è un artista, va profondamente rispettato. Due fra i più bei films della storia lo isegnano: Totòtruffa, di Camillo Mastrocinque, con Totò, Nino Taranto, Ugo D’Alessio e Luigi Pavese, e Come rubare un milione di dollari e vivere felici, di quell’altro genio ch’è William Wyler, con Audrey Hepburn, Peter ‘O Toole, Hugh Griffith e Charles Boyer. Nei romanzi di Thackeray e Dickens è raccontato il duro tirocinio londinese alla truffa e al furto, compresa la paideia fatta a bambini dello sfilo dei fazzoletti. Questo oggi sarebbe impossibile perché quasi tutti adoperano schifosi pezzettini di carta.  In Balzac la serie di truffatori è amplissima, e questo Maestro mostra che il successo rappresenta la loro consacrazione: più riesci a rubare, più in alto sei nella scala sociale.

    Qualche anno fa fui vittima di un ingegnoso raggiro. Uscivo a Milano da un albergo di Corso Venezia, quasi ai Bastioni. Vengo avvicinato da un negro di mezza età, distintissimo. Mi chiede, in ottimo francese, se parlo questa lingua. Alla mia risposta affermativa, mi spiega di essere un medico laureato in un paese centrafricano e di essere iscritto a un’università italiana per riottenere la laurea da noi non riconosciuta. Esibisce documenti. Gli serve un aiuto per le spese di segreteria. Io ero del tutto affascinato. C’era un bancomat a pochi metri. Il massimo che potessi ritirare erano mille euro. Quando egli mi chiese se non vi fosse modo di trovarne altri mille, compresi di trovarmi di fronte a un simulatore: il quale aveva fatto lo sforzo di informarsi – e come? - su chi io fossi, sulla mia conoscenza del francese, sulla mia disposizione d’animo. Che volete? Dovevo denunciarlo? Il pover’uomo avrà avuto certo anche un palo (e dove: in albergo? alla Scala?) da compensare. Gli lasciai i mille euro, gli strinsi la mano e gli feci gli augurî. “Ecco un artista!”, grida Tosca quando Cavaradossi cade sotto le finte pallottole. Solo dopo si accorgerà ch’erano vere, e che ella a sua volta era stata truffata da quel genio di Scarpia, inutilmente pugnalato.

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Libero, 7. II. 2019

  In questo terzo articolo dedicato alla festa del Natale e al suo rapporto col complesso della mitologia affronto il tema del Presepio napoletano. A Napoli, almeno in senso storico, è l’aspetto principale della festa; ma non so oggi quanto dell’identità napoletana sopravviva.

   Il più bello del mondo si trova nel Museo della Certosa di San Martino. (Altri, alcuni preziosissimi, sono allocati in case private. Un tempo averne uno era un orgoglio patrizio e granborghese.) Questo museo è, per fortuna di chi ama tornarci, pochissimo frequentato. Napoli è diventata una località turistica alla moda. Questo dice la propaganda. Io vedo visitatori percorrerla a piedi reggendo in mano una bottiglietta di plastica dell’acqua minerale: non consumano neanche un caffè, e abitano presso affittacamere abusivi evasori fiscali oggi pomposamente definiti “B&B”. Le navi da crociera sostano in porto con il motore acceso e diffondono per ventiquattr’ore fumi cancerogeni. Il Museo della Certosa è per disgrazia, invece, in buona parte chiuso per carenza di personale. La stessa chiesa, una delle più fastose del mondo ancorché di piccole dimensioni, si può scorgere solo dall’ingresso, così che le cappelle, diverse l’una dall’altra con alto genio e ornate di sculture della scuola berniniana, sono pressoché invisibili. L’arte napoletana dell’ottone e della cartapesta, della tarsia marmorea e del marmo lavorato così sottilmente da diventare una rete, vi trionfa, con la pittura, culmine del Tardo Barocco.  

   Ma il Presepio “Cuciniello” è di solito contemplabile. Michele Cuciniello, morto nel 1889, architetto, ebbe vita avventurosa. Esulò a Parigi in quanto patriota, e quando tornò nella natia Napoli continuò un’attività di drammaturgo popolare che aveva iniziata nella capitale francese. Raccolse per tutta la vita i cosiddetti “pastori”, come metaforicamente si chiamano i personaggi dei Presepî. Nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento la voga di queste Sacre Rappresentazioni scultoree fu tale da far nascere una vera e alta forma d’arte della terracotta e stoffa preziosa, illustrata da scultori come il Sammartino e il Bottiglieri. Cuciniello collezionò il meglio che si trovava sul mercato, e il meglio della sua collezione venne da lui allestito nel 1879: è nello stato in che lo volle il grande mecenate.

   Il Presepio nasce dalla rappresentazione della Natività, arte antica quanto la religione cristiana. Ma la Natività napoletana diviene altro dalla evangelica, sebbene una corona di angeli, che anche il Cuciniello ha scenograficamente disposta a benedire il suo Presepio, canti il Gloria in excelsis Deo. La canta al triumvirato sacro, il Bambinello, la Madonna, San Giuseppe, relegato nelle rovine d’un tempio pagano (la sconfitta degli “dèi falsi e bugiardi”).  Piccolo piccolo, il triumvirato quasi non si scorge nella ricchezza della scena circostante. E questa ha radici artistiche lontane. Vi influisce il realismo della pittura fiamminga e di Rubens, vi trovi le botteghe di macellaio di Carracci e le vendite di pesce e crostacei neerlandesi, il realismo della pittura secentesca romana, quella scuola definita dei “Bamboccianti”. Il soggetto del Presepio è la vita quotidiana, in ogni sua manifestazione.  È pieno di botteghe: la macelleria, i venditori ambulanti di pesce, carne cotta, frutta, verdura, trippa, caldarroste. Ci sono la zingara che dice la ventura, i contadini vestiti a festa, ciascuno con il costume tipico della località del contado campano o abruzzese onde proviene. I gruppi di suonatori ambulanti, armati del mandolino, del liuto, della ghironda, dell’arpa, del violino, della chitarra. Alcuni di essi, o un gruppo intero, ciechi. L’uomo in piedi che mangia i maccheroni con le mani. I mendichi, ricoperti di stracci, alcuni gettati a terra: e la rappresentazione non tralascia piaghe e ulcere. Il mulino. Il “Pastore della Meraviglia”, ossia l’uomo, occhi sbarrati, la bocca aperta,  pietrificato in contemplazione della Cometa. In napoletano antico è metafora per stupido, che viene da stupeo, il restar sbalorditi o paralizzati; io ne ho fatto un emblema di me stesso di fronte all’arte.  E la Taverna: al di fuori della quale sono esposte le carni, i salumi, che si consumeranno. Il tempio del Cibo, ossia l’esorcismo verso la Morte.

   Le bacheche laterali contengono pezzi singoli. La collezione di animali fa ammirare un’arte altissima della riproduzione realistica che per certi versi ricorda i disegni di Leonardo. Certi buoi, certe capre e pecore, cani di tutte le razze, sono lavorati in terracotta sì da farti contare i singoli peli del manto. Cogli l’amore che gli porta l’artista. Il corteo dei Re Magi, con l’esercito, i cammelli, i servi, i nani, i buffoni, le scimmie, i mastini e i leopardi al guinzaglio, e l’intera orchestra, ha un rilievo infinitamente maggiore della Sacra Famiglia: è uno dei pezzi forti, e gli strumenti della banda sono riprodotti con una precisione da ingelosire lo storico della musica. Ma ci voleva un bolognese per reintrodurre gli umili e la vita quotidiana in una somma opera d’arte dedicata ai Grandi della terra, ossia napoletanizzare Botticelli. La sublime Adorazione dei Magi rappresenta il fasto della corte che si prostra al Messia; ma Ottorino Respighi, nel paganissimo Trittico botticcelliano, traspone in musica il quadro fiorentino e v’introduce una canzone popolare che venne annotata da Sant’Alfonso, Quanno nascette Ninno a Bettlemme, ossia Quando il Piccolino nacque a Betlemme. Nessun direttore d’orchestra italiano esegue il Trittico, fanno Hindemith.

   Sant’Alfonso fu vescovo di Pagani, presso Salerno. Nel Presepio non manca mai la figura d’una donna che getta grano alle galline. A Pagani si venera una Madonna del Carmine collegata a una festa “delle Galline”. È un antichissimo rituale agricolo. Questa Madonna delle Galline è una reincarnazione di Demetra, o Cerere, dea del grano e delle messi. Durante la festa si balla orgiasticamente la Tarantella, si celebra la tammurriata con giganteschi tamburi con campanelli, adattamento del sistro, che nato per il culto di Iside, si estese a quello della Magna Mater, Cibele (altra matrice della Madonna) e di Dioniso, insieme con il crotalum, quelle nacchere in Spagna solo arrivate, giacché nacquero per il culto di quelle dee e del dio dell’ebrezza.

    Il Presepio napoletano ha per tema la Natura e la venera. Il Bambinello viene al mondo a patire per redimere una Natura che d’esser redenta non ha nessuna voglia.

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Libero, 31. I. 2019

   Il mio articolo sul solstizio d’inverno e sulla rinascita del Sole trattava dell’origine della festa del Natale come frutto di un sincretismo fra il profetismo ebraico e il culto del Sole Invitto, la festa del quale l’imperatore Aureliano aveva fissato il 25 dicembre. Un dio che riassume e simboleggia l’intero pantheon. Fusione creata dalla genialità del cattolicesimo. L’articolo si chiudeva con l’auspicio di affrontare il tema del Natale napoletano, visto che una delle sue celebrazioni vede in scena un’incarnazione di Pulcinella chiamata Sarchiapone.

   Pulcinella è una maschera così arcaica da avere origini preindoeuropee. Deriva da un totem animale, il pulcino: i suoi caratteri sono la perpetua fame, l’ambiguità sessuale e l’estrema scurrilità. Nella Roma arcaica, come attesta, fra l’altro, Virgilio, culti agresti festivi contenevano rustici canti e danze e rappresentazioni comiche, con parti che a noi apparirebbero oscene. Maschere venivano attaccate ai rami degli alberi. Anche quella di Totò in parte ne sorge; e infatti uno dei suoi più strepitosi “numeri” è l’imitazione della gallina, madre del pulcino. Totò è antichissimo, viene dal Fescennino e dall’Atellana, da un lato, da Aristofane, dall’altro. Le farse della Roma antica, onde scaturisce poi la somma Commedia classica di Plauto e Terenzio, derivano da questi culti. Commedia e farse rinascono nel Medio Evo, e non in opposizione al cattolicesimo, dal suo seno. Le Sacre Rappresentazioni, sia per il Natale che per la Passione, contenevano parti comiche recitate sul sagrato, pur esse con battute licenziose, e canzoni e giuochi di prestigio. Il vocabolo giullare, poi trascorso a significare il folle che può permettersi di dire la verità, deriva appunto da joculator, quello che danzava, cantava ed eseguiva i giuochi in queste feste: in francese medioevale jongleur. Il pazzo che può infrangere il divieto della verità è a volte Pulcinella, a volte Sarchiapone, a volte Totò. Le sue più sublimi rappresentazioni tragiche sono il Folle del Re Lear di Shakespeare e il Ciampa del Berretto a sonagli di Pirandello.  

 Reincarnazione di Pulcinella è, ripeto, Sarchiapone. Il nome è mutuato dalla diavoleria comica; un’altra grande maschera italiana, Arlecchino, è l’adattamento addolcito di un diavolo in forma di gatto.  Sarchiapone, gobbo (come Pulcinella e come sarà il tragico buffone Rigoletto di Verdi), sciancato e allocco, dotato d’una crudeltà che ricorda le origini arcaicissime della maschera, partecipa alla Cantata dei Pastori. Questa Sacra Rappresentazione, del 1698, si deve al sacerdote palermitano divenuto napoletano Andrea Perrucci.  La Cantata è il più fortunato esempio di teatro gesuitico, quello principiato per le vie delle città, col fine di evangelizzare un popolo, e una plebe, rimasti fondamentalmente pagani. Il Verbo humanato tra l’Ombre (tale il titolo autentico) è il tema di tale teatro natalizio, colle peregrinazioni di Maria e Giuseppe alla ricerca di un ricovero per dar luce al Salvatore, e le potenze dell’Inferno che cercano d’impedire l’incarnazione, o almeno il parto, o almeno di disturbar quanto possibile tale parto. La coppia santa, l’Angelo che li accompagna, Lucifero e l’altro diavolo Asmodeo, si esprimono in pura favella tosca e stile aulico, pieno di latinismi.  La geniale trovata gesuitica consiste nel mescolare alla vicenda, per renderla attraente al genere di spettatori ai quali è diretta, due personaggi comici che, improvvisando sopra uno schema dato, parlano in napoletano pretto: maschere arieggianti la Commedia dell’Arte: Razzullo e Sarchiapone. Sono popolani napoletani catapultati nella Palestina di Augusto. E che Sarchiapone sia Pulcinella vediamo anche da ciò: come il suo compagno, la sua ossessione è la fame. Ho detto di Pulcinella, di Commedia dell’Arte: ma non solo. Colla loro continua e geniale fantasia verbale, fatta di equivoci lessicali, e vocaboli e verbi di nuovo conio, i due personaggi si palesano anche una reincarnazione aristofanesca e plautina.  Non del Plauto il quale, fantasia verbale a parte, mette nei Captivi in scena una certa borghesia della Roma repubblicana: il Plauto delle origini atellane e fescennine: e lo mostra anche il continuo ricorso, nei dialoghi dei due, a oscenità e coprolalia. Bisogna vedere questo capolavoro nell’interpretazione del grande Peppe Barra, il quale ogni anno lo riprende durante le feste.

   L’invenzione verbale ricorda come la Cantata dei Pastori sia coeva del Pentamerone di Giovan Battista Basile, la più bella raccolta europea di favole, e, in certi “numeri”, lo arieggi non poco: per esempio, quello, delizioso della taverna della quale l’oste è uno dei diavoli. Perché, com’è ovvio, dello spettacolo fan parte anche diavoli buffi. Diavoli buffi lottano con Pulcinella negli spettacoli di marionette (detti guarrattelle), quei teatrini ambulanti che ancora c’erano all’epoca della mia infanzia. La plebe temeva il Demonio non in quanto incarnazione del principio metafisico del Male (il grande interrogativo teologico di Agostino di Ippona), ma come potenza in grado di arrecare danno alla vita quotidiana, di gettare su di essa la mala sorte. Ora, l’esorcizzare il Demonio, o i piccoli demonî attraverso il riso, è quanto di più pagano vi sia.

   Addirittura La Cantata dei pastori riesce a esser paganamente blasfema. Razzullo e Sarchiapone hanno rubato un cestino di cibo, contenente le squisite polpette. Razzullo riesce a beffare il compare col giuoco del Paradiso e dell’Inferno. Ogni polpetta è di volta in volta un’anima santa o un’anima dannata: l’allocco deve indovinare quale sia la sua eterna destinazione, e ogni volta sbaglia. L’anima, santa o dannata, va in bocca a Razzullo. Ecco quel che occorre per far accettare il Verbo humanato. Non so se Andrea Perrucci fosse un grande evangelizzatore; certo aveva capito l’anima del popolo napoletano: e diciamo italiano; e la natura della sua religione. Noi italiani eravamo – quel che siamo, non so più – irreligiosi e insieme superstiziosi. Lo dicono Machiavelli e Leopardi. E questo non è un antidoto al fanatismo. Uno dei più grandi divertimenti popolari, da noi come in ogni dove, erano i roghi di eretici e streghe. Continuano nelle meno cruente loro trasformazioni attuali.

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Il Fatto Quotidiano, 30. I. 2019

Ho il piacere di salutare l’esordio nella narrativa di un mio concittadino, Piero Sorrentino. Ha quarant’anni, è un ragazzo bello e simpatico che non ha proprio l’aspetto dell’“intellettuale”. Il romanzo si chiama Un cuore tuo malgrado (Mondadori, 2019, euro 17). È di quel formato che più correttamente andrebbe chiamato “novella lunga”; oggi da noi il più adottato. Non posso dire abbia il fiato corto come quasi tutti quelli dei colleghi di Sorrentino; è piuttosto motivo di lode che egli non abbia voluto gonfiarlo con anabolizzanti.

   Si svolge a Napoli ma non è un romanzo su Napoli. In parte ripristina la forma settecentesca (uno dei capolavori sono Les liaisons dangereuses) del romanzo epistolare. La storia corre ai confini della psicopatia: è quella di una giovane conducente di autobus regionali che, mentre guida sulla Napoli-Salerno, indossa le “cuffie” per ascoltare musica. Tra le più terribilmente comuni. Solo che così non s’avvede di un’auto contenente una famiglia di tre persone. Uccide la moglie e un bimbo piccolo, ferisce gravemente l’uomo. Quando guarisce anch’ella, vorrebbe sviluppare un patologico rapporto col sopravvissuto. Incomincia a scrivergli; le lettere di risposta che riceve sono redatte dalla sorella dell’assassina, preoccupata ch’ella non precipiti vieppiù nella pazzia. Non racconto il seguito per non guastare gli sviluppi ai lettori ai quali auguro la lettura di questo così felice e meditato esordio.

  Intanto, è una lieta sorpresa l’italiano correttissimo e persino elegante dell’autore, pur nella velocità narrativa. Di questi tempi! Il suo dominio classico della lingua denuncia esperienze di lettore vaste e scaturite da buone scelte. Il ritmo prosastico è buono e non casuale: exemplum e contrariis: Francesco Piccolo… Ancor più, la capacità di Sorrentino d’inventare trame è per me oggetto di profonda invidia: se l’avessi, sarei anch’io un narratore, ché posseggo la lingua e non la fantasia. Rispetto a un narratore, sono il corniciaio rispetto al pittore.  Quella di Sorrentino è originale e insolita, si fa seguire con qualcosa di più del semplice interesse, contiene colpi di scena abilmente immaginati e costruiti. Se il titolo l’avessi scelto io, sarebbe stato (alla Wilson) Memorie dalla contea di psicopatia; ma questo è ottimo. Il mio titolo scaturisce dall’idea che la protagonista sia folle, prima – altrimenti non sarebbe avvenuto l’incidente – e poi per tutto il corso dell’opera. E tale psicopatia è benissimo descritta. Si potrebbe obbiettare che l’abbandono che ella fa delle benzodiazepine ex abrupto senza conseguenze gravi urta contro il verisimile. Lo dicono tutte le esperienze cliniche. Ma siccome la psiche è quanto di più misterioso esista, l’obbiezione sarebbe infondata.

      Mi sono interrogato sul tema se il finale regga. Prima facie, pare conclusione consolatoria, che abbassa la temperatura del libro. Se l’avessi scritto io, avrei immaginato Bianca sprofondare sempre più nella depressione, nella malattia, nell’isolamento. Ma, ripeto, non sono un narratore. E ne ho dato un’altra interpretazione. Non so se sia quella dell’autore, ma siccome ormai l’opera si è da lui distaccata, la mia è altrettanto lecita. E vedo questo finale come se, di fronte all’infinita vanità del tutto, peccato e innocenza, punizione e perdono, si equivalessero, del pari privi di senso. Io leggo attraverso il mio Borges, e la chiave è la novella I teologi; per esempio.

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Il Fatto Quotidiano, 21. I. 2019.

    Posso parlare ancora del Natale napoletano? Tutti sanno che l’aspetto principale della festa è costituito dal Presepio, anche se oggi, fuor di Napoli, quest’istituzione, o arte, è ricordata soprattutto per la commedia di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello. Ma il Presepio napoletano ha caratteristiche tali da farne un unicum.

   Incomincio col dire che il più bello del mondo si trova nel Museo della Certosa di San Martino. (Altri, alcuni preziosissimi, sono allocati in case private. Un tempo averne uno era un orgoglio patrizio e granborghese.) Napoli, si dice, è diventata meta turistica alla moda. Sarà: vedo stranieri che la percorrono a piedi reggendo in mano la bottiglietta di plastica dell’acqua minerale, e nei bar non consumano neanche un caffè. Questo museo è, per fortuna di chi ama tornarci, pochissimo frequentato; per disgrazia, invece, buona parte ne è chiusa per carenza di personale; la stessa chiesa, una delle più fastose del mondo ancorché di piccole dimensioni, si può scorgere solo dall’arco dell’ingresso, così che le cappelle laterali, diverse l’una dall’altra con arte somma e ornate di sculture della scuola berniniana, sono pressoché invisibili. Ma il Presepio “Cuciniello” è per lo più contemplabile. Michele Cuciniello, morto nel 1889, architetto, ebbe vita avventurosa. Esulò a Parigi in quanto patriota, e quando tornò nella natia Napoli continuò un’attività di drammaturgo popolare che aveva iniziata nella capitale francese. Ma raccolse per tutta la vita i cosiddetti “pastori”, come metaforicamente si chiamano i personaggi dei Presepî. Nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento la voga di queste Sacre Rappresentazioni scultoree fu tale da far nascere una vera e alta forma d’arte della terracotta e stoffa preziosa, illustrata da scultori come il Sammartino e il Bottiglieri. Cuciniello collezionò il meglio che si trovava sul mercato, e il meglio della sua collezione venne da lui allestito nel 1879: è nello stato in che lo volle il grande mecenate.

   Il Presepio nasce dalla rappresentazione della Natività, arte antica quanto la religione cristiana. Ma Napoli – parlo della Napoli storica, ché quella attuale è un indefinibile melting pot – cristiana non è mai stata: al massimo cattolica, giacché il cattolicesimo ha avuto il genio di sussumere quel paganesimo che storicamente aveva sconfitto. Così la Natività napoletana diviene altro dalla evangelica, sebbene una corona di angeli, che anche il Cuciniello ha scenograficamente disposta a benedire il suo Presepio, canti il Gloria in excelsis Deo. La canta al triumvirato sacro, il Bambinello, la Madonna, San Giuseppe, relegato nelle rovine d’un tempio pagano (la sconfitta degli “dèi falsi e bugiardi”) che, piccolo piccolo, quasi non si scorge nella ricchezza della scena circostante. Il corteo dei Re Magi, con l’esercito, i servi, i nani, i buffoni, le scimmie, i cani e i leopardi al guinzaglio, e l’intera orchestra, ha un rilievo infinitamente maggiore. E poi ci sono le botteghe: la macelleria, i venditori ambulanti di pesce, carne cotta, frutta, verdura, la zingara che dice la ventura, i contadini vestiti a festa. E la Taverna: al di fuori della quale sono esposte le carni, i salumi, che si consumeranno. Il tempio del Cibo, ossia l’esorcismo verso la Morte. Il Bambinello viene a patire per redimere una Natura che d’esser redenta non ha nessuna voglia. Ecco il Presepio napoletano.

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Libero, 25.I.2019

   Il Natale è trascorso da un mese. Ma l’argomento non è vecchio, e non solo a causa delle ricorrenti implicazioni politiche che si vuole vedervi, quasi fosse un insulto alle religioni diverse da quella cattolica. Nel mondo antico, frequente era il mito che una divinità fosse generata da una vergine. E in tutto questo mondo, dalla prima delle civiltà, la sumerica, all’Egitto, a quelle mesopotamiche, prima di giunger alle classiche, il Sole, padre della luce e del calore, ossia della vita, è il simbolo stesso del principio divino. I greci e i romani lo identificavano col dolcissimo e terribile Apollo.  Il solstizio d’inverno è il punto dell’anno nel quale, il giorno essendo giunto al suo corso più breve e quindi, il Sole essendo -  in senso mitico – precipitato quasi fra le ombre, ecco che dalle ombre si libera; e riprendono, Sole e giorno, a lottare vittoriosamente con la Notte. Dunque ogni civiltà antica considera principale festa della Vita il solstizio d’inverno. Uno fra i più grandi imperatori che Roma abbia avuti, quell’Aureliano che quasi salvò l’Impero e portò in catene Zenobia, la pericolosissima regina di Palmira, sottopose il tradizionale pantheon al Sole quale divinità suprema, dichiarandolo invitto, il Sol invictus. Indisse la sua festa il 25 dicembre. È palese che quando, dal lato opposto, si decise di creare una nuova religione fondendo il profetismo biblico con suggestioni del mondo classico, il dio partorito dalla vergine doveva, per essere accettato, confondersi miticamente col Sole, e non poteva nascere che col solstizio; Aureliano era stato, col 25, profetico.

        Queste nozioni storiche sono di generale dominio. Il grande compositore William Walton (1902-1983), che forse è superiore, in valore artistico se non in fama, allo stesso Britten, era un cultore del mondo classico. Il suo principale Dramma musicale, oggi purtroppo quasi dimenticato, tramite Shakespeare deriva dal secondo libro dell’Eneide: Troilo e Cressida. Nato a Londra, morì a Forio d’Ischia. Ivi aveva trovato una valletta, nel sottosuolo della quale scorrono acque calde di origine vulcanica; e tutti i terreni vulcanici sono i più feraci che esistano. Ne fece un giardino chiamato La Mortella (il mirto è il simbolo della castità), al centro del quale edificò la sua ultima casa. L’architetto di giardini Russel Page, erede di un’arte tipicamente inglese della quale l’esponente settecentesco più celebre fu “Capability Brown”, fece rinascere l’idea del “giardino pittoresco”. Tutte le essenze del pianeta, che per motivi climatici sarebbero incompatibili fra loro, grazie alla temperatura del suolo data dalle acque e dalla mitezza del clima ischitano, riescono a convivervi; e l’architetto, con artistica bizzarria, dispone a fianco a fianco l’una all’altra. Dunque La Mortella, che il Maestro considerava la sua più bella composizione, è ancora una celebrazione della Natura e della Vita; il calore vulcanico deriva pur sempre da quello del Sole.

     Mi si domanderà che cosa c’entra la villa ischitana del Maestro Walton con il Natale. Oggi La Mortella, da lui donata, è una fondazione, onde il giardino, benissimo tenuto, è visitabile. A volerlo contemplare, coi suoi specchi d’acqua con ninfee d’una bellezza mai vista, con una varietà di felci che ancora mostra l’incredibile genio artistico della Natura, si paga un modico biglietto; e la visita, se fatta bene, richiede due ore di giro in uno spazio relativamente ristretto. Ma i turisti che la visitano, pochi, quasi tutti stranieri e molto educati, quando giungono verso la sommità del giardino si trovano di fronte a un tempietto. Vi passano accanto distrattamente, e magari lo pigliano per un ornamento in stile liberty. Il Tempietto è dedicato al Sole e a due personaggi di natura divina. L’uno è Aureliano; e l’altro è il Re egiziano (“Faraone” è una metafora biblica impropriamente adottata) Akhenaton. Questi, nato Amenothep IV, volle chiamarsi così (“Aton” è il principale nome del Sole quale divinità) per aver tentato di sostituire al molteplice pantheon egiziano una sola divinità: il Sole invitto. Morì verso il 1375, forse ucciso dai sacerdoti di Ammon, da lui insidiati in potere e ricchezza. Il monoteismo contiene in sé il principio del fanatismo. Ma né Akhenaton né Aureliano sono fanatici, giacché il Dio unico da loro celebrato non è altro che il principio della Natura. La loro religione è una manifestazione del contrario del fanatismo, della libertà del pensiero: e il Re egiziano è uno dei primi martiri di un culto che dovrebb’essere caro a tutti gli uomini liberi; e invece lo è sempre meno.

    Dunque, se dipendesse da me, il 25 dicembre, in luogo di quello che Carducci, nella meravigliosa poesia In una chiesa gotica, definisce “semitico nume” dandogli addio in nome della civiltà, il nostro pensiero dovrebbe andare ad Akhenaton, ad Aureliano e a Walton. Non dovrebbe costituire offesa politico-culturale per nessuno; ovvero, per tutte le religioni: visto che le sole non fanatiche sono la brahmanica, il buddhismo, il confucianesimo e lo zen: e queste due ultime, infatti, religioni non sono, né in senso stretto può essere definito tale il buddhismo autentico.

    Ma altro è il cristianesimo quale l’avrebbero voluto San Paolo e Sant’Agostino, fanatici anch’essi con Tertulliano, Gerolamo e tanti altri fino al più atroce di tutti, Calvino, altro è la religione cattolica, che si fa grande sussumendo gran parte di quel paganesimo da lei distrutto; a principiare dalla nascita del Messia, da una vergine, il 25 dicembre.   Quando, alla fine degli anni Settanta, Walton mi fece l’immenso onore d’invitarmi a La Mortella, mi mostrò la sua straordinaria collezione di Pulcinella, raccolti per una vita. Questa maschera, di origini così arcaiche da essere addirittura pre-indoeuropee, sovente entra a far parte delle Sacre Rappresentazioni cattoliche sulla Natività. La sua incarnazione, ne La Cantata dei Pastori del gesuita Andrea Perrucci (1698), è il personaggio comico e scurrile detto Sarchiapone. Siamo dunque nell’ambito del Natale napoletano e del Presepio; sul quale vorrei scrivere un altro articolo, dimostrazione e rafforzamento dei temi di questo.   

Il Fatto Quotidiano, 10. I. 2019.

 
 

   Il cigno è l’uccello sacro ad Apollo, il dio della musica. È l’emblema della sua arte, e dell’arte, insieme con il ramo di alloro, col quale si cinge le tempie, e la lira. Il figlio di Apollo, Orfeo, simbolo a sua volta della musica e dell’arte, venne dilaniato dalle Baccanti e il suo capo e la sua lira galleggiarono lungo il fiume Strimone, e le rive echeggiavano l’invocazione del nome di Euridice della frigida lingua (Virgilio) e della cetra: si narra, fra l’altro, in un capolavoro di Berlioz, La mort d’Orphée.

    Quando dunque mi chiedono di guardare un film sulla vita del Conservatorio di musica di Milano, realizzato da una “Compagnia del Cigno”, l’animo mi si apre. Non mi spaventa una dura nota diffusa dal Conservatorio di Padova: redatta in buon italiano, parla di “stereotipi” e “contraffazione della realtà”. La nobile città di Antenore, di Livio e di Mantegna, ha un illustre Conservatorio, del quale fu direttore, fra gli ultimi, il grande Claudio Scimone, scomparso da pochi mesi. Mi accingo a guardare il filmetto con spirito favorevole. Resto subito deluso. In effetto, il lavoro della “Compagnia del Cigno” mi pare un sottoprodotto di Un posto al sole, ove le vicende della vita privata e dell’eros fra ragazzi e docenti occupano un posto rilevante, insieme con traumi esistenziali e difficoltà reciproca di sopportare ruoli psicologici e professionali.

   Non sono qui a narrare un pezzo di autobiografia, né il quadro che sto per fare vuol essere una rivalsa rispetto alle mie esperienze. Ho insegnato in Conservatorio dal 1971 al 1994, a Torino e Napoli. Ho abbandonato la cattedra, che avrei ancora potuto tenere almeno vent’anni, per progressivi disgusto e sfiducia. Il Conservatorio è un’accademia di (ottativamente) livello superiore. Vi si formano strumentisti, compositori, teorici e insegnanti. Dovrebb’essere comune l’insegnamento della musica, la sua natura, il suo senso, il suo linguaggio, le sue forme. In ogni umana realtà vi sono diversissime nature, onde un certo numero di musicisti già così disposti e in grado di diventarlo del tutto esiste, e ce ne sono stati anche negli ultimissimi anni. Io stesso ho avuto discepoli di prim’ordine.

   Ma debbo parlare del caso generale. La prima fonte del dissastro è la cosiddetta scuola dell’obbligo. La classe politica italiana a partire dagli anni Sessanta, e sempre più, l’ha concepita come un “ammortizzatore sociale”. Serviva a parcheggiare i giovani in attesa di trovare un lavoro che spesso non veniva. I miei amici che oggi insegnano all’Università materie umanistiche e giuridiche mi dicono che la gran massa degli studenti non possiede una conoscenza basilare dell’italiano. Sanno scrivere solo in stampatello con le abbreviazioni usate in whatsapp e ignorano ogni regola grammaticale e sintattica. C’è, e c’era in Conservatorio, la regola, non scritta ma cogente, di promuovere tutti. La mia difficoltà fu che a un certo punto mi accorsi che gli allievi non comprendevano le mie lezioni: perché non comprendevano la lingua italiana. Non sapevano prendere appunti. Quando decisi di dettarne, mi avvidii che non sapevano scrivere sotto dettatura: all’epoca delle mie scuole elementari esisteva il dettato, abolito dalla nuova pedagogia democratica. Tentai allora di far leggere ad alta voce il libro di testo. Non erano capaci nemmeno di questo: e da come intendevano la punteggiatura, mi resi conto che non comprendevano ciò che faticosamente sillabavano.  E provate a chiedere a un cantante o un direttore d’orchestra di spiegare il significato delle parole di ciò che cantano, di ciò che dirigono: in Mozart, in Rossini, in Verdi. (Dei maestri che sul podio dirigono la musica sacra, quasi nessuno conosce il latino. E dirigono dei Requiem di Verdi che fanno paura.) Molti dei miei allievi erano studenti universitarî e laureati (non avete idea di quanti cantanti italiani oggi siano laureati, con insegnanti ignoranti come loro che non correggono nemmeno gli errori di ortografia nelle cosiddette tesi di laurea). Io insegnavo storia della musica anche per i diplomandi in composizione; quindi promossi all’esame di armonia. Ero costretto a fare un corso di armonia elementare agl’imminenti compositori. Alcuni di essi oggi insegnano musicologia e composizione in Conservatorio. Le materie oggetto di esame per il diploma in composizione sono diventate una sorta di facoltatività all’acqua di rose. La Fuga non si porta nemmeno intera, o l’Esposizione o gli Stretti …

   Vengo agli strumentisti. Ho già detto che l’insegnamento è in primo luogo della musica. Essi, specie quelli d’orchestra, apprendono, quando va bene, la meccanica dello strumento, non il linguaggio che attraverso tale meccanica si esprime. Sono dei manovali, che invece di tenere in mano una cazzuola o un saldatore, impugnano un clarinetto o un violino. La musica non la capiscono e di solito non la amano. Lo si vede persino quando si chiede a un orchestrale di giudicare un cantante, un solista o un direttore d’orchestra: scelgono i peggiori, gli applaudono. Fino agli anni Sessanta in Italia esistevano poco più di dieci Conservatorî. Oggi ve n’è almeno uno per provincia. Sfornano decine di disoccupati, i quali, se riescono a trovare posto in orchestra, arrotondano andando a suonare ai battesimi, ai matrimonî, alle feste di piazza accompagnando i “neomelodici”. E i Conservatorî attribuiscono lauree honoris causa, o almeno master, a Gigi D’Alessio.

   Mi pare che il solo rapporto fra la “Compagnia del Cigno” e il cigno di Apollo sia Olim lacus colueram. Siccome non saprebbero riconoscere di che si tratta, glielo dico io: è il lamento del cigno arrostito nei Carmina burana di Carl Orff.

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Libero, 11. I. 2019.

 

   Il 2018 è stato il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, quella che Ernst Nolte chiama il primo atto della guerra civile europea: la seconda non è stata che la prosecuzione della prima, e il trattato di Versailles è la prima causa che ne pone le premesse. Sia per le follie compiute per creare sulla carta nuove e artificialissime nazioni, sia per come vennero inumanamente conculcate le vinte, sia per come venimmo trattati noi, di nome vincitori ma in fatto depauperati come sconfitti. Alle ferite aperte e secolari se ne aggiunsero di nuove. La massima di Scipione, uno dei più grandi e più illuminati condottieri della storia, è stata nel Novecento sempre calpestata: bisogna vincere e mai stravincere.

   Sui prodromi della guerra esiste una vasta letteratura storica. Le classi dirigenti vennero prese da una sorta di follia collettiva, che si univa agli interessi, industriali e no, di gran parte di esse, a scatenare il conflitto, e forse persino a prolungarlo. Da follia vennero presi anche Mussolini e d’Annunzio, i quali furono interventisti, per idealismo e ambizione il primo, per idealismo e superomismo il secondo. Ma d’Annunzio fu valorosissimo combattente, e i suoi scritti di guerra blaterano meno di quelli di Thomas Mann, sull’opposta barricata. Per la prima volta, salvo le controversie teologiche dei primi secoli del cristianesimo, il nemico incarnò il Male Assoluto. Alla follia collettiva si sottrassero poche grandi figure: in Italia Benedetto Croce e quello che ancora gode di una storiografia controversa, Giovanni Giolitti: per me uno dei nostri veri statisti. In Francia soprattutto Romain Rolland, il grande storico della musica e romanziere. Questi dovette addirittura esulare, come lo dovette Stefan Zweig. Nelle meravigliose Memorie intitolate Il mondo di ieri la descrizione della pazzia contagiante l’Europa è vivida come in poche altre pagine; e l’Autore mostra che i pacifisti delle due parti rischiavano concretamente la condanna a morte per alto tradimento.

   Un discorso a sé meritano le classi militari. I comandanti d’esercito e gran parte dei generali e molti ufficiali erano macellai dominati da un insieme di ottusità e ferocia. Basta, per comprenderlo, leggere una biografia di Cadorna, che guidava il nostro esercito, fatto di pazienti eroi sacrificantisi inutilmente; o una storia della rotta di Caporetto. I veri nemici dei fanti erano i marescialli e i generali. Essi di continuo comandavano di sparare sulle truppe proprie, persino di bombardarle, sol se esitassero a uscire dalle trincee per esporsi all’artiglieria e ai gas e a una morte certa. Un piccolo, aureo libretto di Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, racconta la vita quotidiana nelle trincee, i soldati mandati a morire per ostinazione e capriccio, la vanità dei generali quasi crescente col crescere del numero di caduti propri. Da questo libro è stato tratto un dei migliori films di Francesco Rosi, Uomini contro. La denuncia della guerra, e di come era condotta, ha fatto nascere capolavori del cinema. Dal primo All’ovest niente di nuovo, tratto dal libro di Erich Maria Remarque, del 1930, di Lewis Milestone: e venne censurato in molti Paesi, a cominciare dal nostro. A Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, del 1957, che mostra come si svolgesse la guerra vista dai francesi. A Per il re e per la patria di Joseph Losey. Non si saprebbe quale fra le gerarchie militari fosse meno composta di macellai. Le vittime principali, oltre la truppa, erano gli ufficiali inferiori, richiamati o volontarî. Da noi venne falciata la parte migliore della borghesia, sinceramente patriottica. I libri e i films sono concordi nel mostrare i crescenti disagio e dissenso, in ogni esercito, di questi ufficiali, di fronte all’assurdo nel quale erano costretti a vivere e al quale dovevano contribuire. Il capolavoro fra tutte le pellicole è per me La grande illusione di Jean Renoir. Questa apre interrogativi addirittura metafisici, pur se sia percorsa da una vena anche leggera e satirica. Il sommo regista era figlio di un sommo pittore; ed è a me carissimo per essere stato il solo capace di trarre una riduzione cinematografica di valore dalla Madame Bovary di Flaubert: uno dei più alti romanzi mai scritti, e contro il quale si sono rotte le corna tutti gli altri cineasti, compreso Chabrol, il quale nel suo film cade in veri errori di grammatica e non può essere a Renoir nemmeno paragonato per elevatezza di stile.

   Un altro splendido libro di memorie è Goodbye to All That, Addio a tutto questo (1929), di Robert Graves, ripubblicato dalla Adelphi nel 2016. Graves, nato a Wimbledon nel 1885, nipote per parte materna del grande storico tedesco Leopold von Ranke, era di origine irlandese e venne arruolato nel 1914 mentre era iscritto all’università di Oxford. Nel 1929 lasciò per sempre il suo Paese per trasferirsi a Majorca. Erano tempi nei quali uno scrittore poteva ancora vivere del suo lavoro; e Graves, filologo classico e mitologo, non era un romanziere facile. A romanzi eruditi come Io Claudio e Il divo Claudio, dedicati al mondo imperiale romano, o a quello sul condottiero bizantino Belisario, unisce fittissime e dotte ricerche di mitologia, come I miti greci e La dea bianca. La prima parte delle Memorie riguarda soprattutto l’educazione scolastica nelle cosiddette public schools, ossia i collegi privati. Egli spiega che il sistema sul quale si basavano, e si sarebbero continuare a basare, rafforzava l’omosessualità di chi ne aveva l’istinto, e la provocava in chi non ne portava la nativa tendenza. Tutta la upper class ne era intrisa. Eppure era ancora un grave reato, vieppiù perseguito in guerra.  La parte principale è un racconto d’imparagonabile forza, e del tutto tremendo, delle trincee. Il gas, l’ossessione delle bombe e della mitragliatrice, gli assalti nella terra di nessuno, il fango, i parassiti, i topi, gli escrementi; e il sadismo degli ufficiali superiori; e le fucilazioni e decimazioni per codardia o insubordinazione. Tutto Questo, ciò a che egli dà l’addio, nasce anche da psicopatia e ne produce: egli narra che, gravemente ferito e dato per morto, continuò per anni a essere perseguitato da ossessioni, incubi, allucinazioni.   Riguarda milioni di combattenti di tutte le parti. Eppure, vi si trae la vivida immagine dell’infinita capacità che ha l’uomo di adattarsi a tutto: nel male, intendo, ché “del bene si stucca”, dice Machiavelli.

   La nascita e lo svolgimento della Prima Guerra Mondiale, ma forse di ogni guerra, si possono commentare solo con la sentenza di Sofocle: “Il dio fa prima uscire di senno coloro che vuol perdere.”

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 Libero, 28. XII. 2018

 

Il più illustre fra gli artisti che in quest’anno se ne sono andati è Guido Ceronetti. Mi auguro che i suoi libri, riediti dalla Adelphi, possano, a onta dell’arduo stile e dell’arduo pensiero, continuare a far ricordarlo a lungo. Adesso desidero invece rievocare un grande uomo di cultura che ci ha lasciato il 26 dicembre di trent’anni fa, Massimo Mila. Questa data è insieme una fine e un inizio, giacché la prima composizione del giovanissimo Monteverdi, a lui diletto, è in onore del Protomartire in tal giorno venerato: Lapidabant Stephanum.

   Lo storico della musica non ha bisogno di memoria. I suoi libri sono sempre onorati, e hanno formato generazioni sia di docenti che di colti musicofili. I suoi corso universitarî torinesi danno l’idea dell’ampiezza delle sue vedute, giacché andavano dall’ “Autunno del Medio Evo” alla musica contemporanea. Anzi, se un difetto intellettuale egli aveva, era la sua fiducia, ingenua e generosa a un tempo, nella modernità, nella cosiddetta “Avanguardia” e nel futuro della composizione. La condivideva con molti cretini; ed era intelligentissimo.

   Siccome è stato uno dei grandi amici della mia vita, racconterò aspetti dell’uomo che valgono a integrare il suo ritratto. Inutile dire della sua generosità, umana e intellettuale. Era stato uno dei pochi veri antifascisti pre-1943. La sua prima galera se l’era fatta a diciannove anni, quando aveva aderito al manifesto di Benedetto Croce contro i Patti Lateranensi. Indi cinque anni a Regina Coeli, donde uscì solo per essere arruolato in guerra. I suoi racconti della detenzione non sono un lamento: sono animati da una sorta di sottovalutazione del patimento e da quel suo immenso senso dell’umorismo prettamente torinese. In carcere tradusse Hermann Hesse e Wagner. Dopo, non sfruttò la sua vicenda per far carriera, tese quasi a farla dimenticare. Fu vicino al PCI, come molti intellettuali crociani che vi passarono a fascismo morto; per anni scrisse sull’ “Unità”; fu un comunista critico e coraggioso, e dal comunismo si distaccò.

   Nel 1974 uscì il mio primo libro, sulle Opere tragiche di Rossini. Non ci conoscevamo ed egli mi fu generosissimo recensore. Lo vidi alla presentazione, che si fece al “Regio” della sua città. A novembre – avevo ventiquattro anni – divenni (arrossisco) suo collega, in quanto professore al Conservatorio torinese. Non parliamo del livello: il direttore era un grande compositore e pianista, Sandro Fuga, e c’erano fior di maestri. Torino era la città ridicola immortalata dai due grandi romanzi di Fruttero e Lucentini, ed era città bellissima e di viva cultura. Divenni amico della coppia di sommi scrittori, di Maurizio Corgnati, del libraio ed editore Mario Fogola. Tutto finito. Mila aveva lasciato il Conservatorio per l’Università. Credo che non sia mai diventato professore ordinario. Alcuni anni prima si era presentato a un concorso ed era stato bocciato. Forse per motivi politici. Un caso clamoroso. Non sapevo ancora che la stessa sorte sarebbe capitata a me; anche il mio caso fu determinato da ragioni politiche, perché avevo osato essere assunto come critico musicale al “Corriere della Sera” senza passare per il beneplacito dei “Salotti” milanesi e del PCI, loro strumento. Fu una delle mie fortune, col senno di poi.

Mila aveva quarant’anni più di me ed era un monumento. Mi disse subito “Diamoci il Tu!”. Dovetti vincermi. Cenavamo spesso insieme. Si parlava di tutto. Il fatto che la pensassi diversamente da lui su tante cose non gl’importava nulla. Era un narratore delizioso. Il primo oggetto della sua ironia era lui stesso. A quell’epoca incominciava una relazione con la germanista Anna Giubertoni, che avrebbe sposata una volta morta la moglie. Questa anziana e modesta signora era sempre con lui ai concerti e alle “prime” del “Regio”. Le brillavano gli occhi all’idea di esser in pubblico col suo Massimo. “Figurati”, mi raccontò commosso lui, “quando è morta ho trovato un armadio chiuso nella sua camera da letto con i ritagli di tutti i miei articoli della ‘Stampa’!”. Una sera m’invitò in una piccola trattoria sotto i portici di Piazza Castello. Mi offrì del ragù alla carne di asino. Lo trovai squisito; non sapevo di esser complice del delitto verso uno degli animali più intelligenti, pazienti e terapeuti, nella sua grandezza d’animo, che esistano. Un’altra volta gli proposi di cenare con me. “Non posso”, rispose, “ma mi vergogno a dirti il motivo!”. Frequentava le palestre per assistere ai campionati di boxe dei dilettanti. Ve lo immaginate, un altro aulico intellettuale, membro del ”parlamentino” della Einaudi con Galante Garrone e Bobbio, avere gusti simili? Ecco perché stava un gradino sopra di loro. Un settembre ci trovammo per caso, ciascuno alla guida della propria automobile, al casello di Chiusi, diretti a Siena. Lo superai con la mia “Mini-minor” ed egli mi superò a sua volta. Incominciammo a correre a tutta forza. Arrivò prima lui, e gli occhi gli scintillavano di malizia come a uno scugnizzo; ma credo fossimo vivi per miracolo, tante pazzie facemmo. Il candore col quale scherzava su di sé era immenso. Studiava molta musica nuova leggendosela al pianoforte. Una volta volle eseguirsi la Sonata per corno e pianoforte di Hindemith. “Non mi raccapezzavo, in quella cacofonia!” E mi confessò di essersi scordato che il Corno in Mi bemolle è scritto in questa tonalità, e quindi lui stava leggendo la parte pianistica in Do… Hindemith era un fiero nemico della bitonalità ….

   Mila fu anche provetto alpinista, in Europa, Asia, Africa. Gli scritti sulla montagna sono fra i suoi più personali e belli. Una silloge, con gran tratti di epistolario – ricordo la sua grafia nitida e ordinata, da antico insegnante elementare – per cura di Anna Giubertoni col titolo I due fili della mia esistenza è stata ora edita dal Club Alpino Italiano. Se molte pagine sono solenni, e molte tecniche, in altre rispunta il suo spirito: come quando si fa beffe di quelli che affermano che in cima alle vette si sentono più vicini a Dio.

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