Gli Articoli

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"Il Fatto Quotidiano”, 22. XI. 2016

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Non mi pare che i Greci avessero l’idea che gli uomini e gli animali sono fratelli, ma le opere dei filosofi “materialisti” non ci sono giunte perché fatte sparire per il contenuto scandaloso. Tuttavia in Leucippo e soprattutto in Epicuro l’origine di tutte le cose dalla materia atomica presuppone il principio. In Lucrezio e Virgilio l’idea è chiarissima. Il primo attribuisce all’animale sentimenti come all’uomo e postula l’origine del linguaggio comune siccome espressione in ambedue dei sentimenti primarî. Virgilio lo afferma del pari; e in un luogo del Secondo Libro delle Georgiche chiama “empia” la “razza che mangia carne”: “impia quam caesis gens est epulata iuvencis”. Virgilio, come Orazio, era un seguace della filosofia di Epicuro. Dopo, Plinio parla dell’espressione dei sentimenti degli animali considerandola eguale a quella dell’uomo.

   Non sono così estremista da lanciare un interdetto verso coloro che si nutrono di carne sebbene dai miei pasti essa sia quasi sempre assente. Se fossi più coerente forse dovrei; se penso al modo nel quale l’epoca industriale alleva e macella gli animali mi viene un senso di orrore e ribellione, lo stesso che ispira un celebre passo di Max Horkheimer alla fine degli anni Venti. Che cosa sia di spaventoso l’allevamento dei polli può leggersi in uno dei racconti costituenti la meravigliosa e deliziosa raccolta di Patricia Higsmith Delitti bestiali; e non auguro a nessuno di udire il grido umano di un maiale allo scannatoio.

"Il Fatto Quotidiano”, 11. X. 2016

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Rossini era nato in un anno bisestile, il 1792: fortunatissimo per la musica, a smentire una superstizione. Dunque il 20 febbraio del 1816 gli mancavano nove, non otto, giorni, a compiere i ventiquattr’anni.  Al Teatro romano dell’Argentina vi avvenne la prima rappresentazione d’un’Opera che avrebbe cambiato la storia del teatro musicale, Almaviva ossia l’inutile precauzione. Ben presto essa avrebbe riassunto il titolo della commedia francese onde Cesare Sterbini ricavò il meraviglioso Libretto e che, per rispetto all’Opera scritta da Paisiello a Pietroburgo nel 1782, Rossini e il suo poeta in un primo momento non avevano eletto, Il barbiere di Siviglia.

  La prima rappresentazione fu uno dei più celebri fiaschi della storia; ma Rossini era imperturbabile; e scrivendo alla madre una delle lettere di un deliziosissimo epistolario familiare, pieno di confidenza nel narrare delle avventure erotiche e persino delle malattie veneree, parla, dopo la seconda, di “applausi di un genere tutto nuovo”: aveva capito anche questo. Sul Barbiere cessano le dispute fra Hegel e Schopenhauer, il Barbiere piace a Beethoven, Schubert, a Wagner: e Verdi, dal giudizio difficillimo fra tutti, è lapidario: “Per abbondanza di vere idee musicali, per verve comica e per verità di declamazione è la più bella opera buffa che esista.”

"Il Fatto Quotidiano”, 2. X. 2016

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Thomas Mann è un grandissimo scrittore e un personaggio ambiguo. Omosessuale, la sua ambizione era diventare il poeta nazionale tedesco: e non solo si represse ma a tal fine fece un grandioso matrimonio con un’ereditiera ebrea di Monaco: i figli non ebbero lieto destino: Erika era lesbica e Klaus, omosessuale e drogato ma scrittore geniale pur egli, si uccise perché il padre non accettava il dialogo con lui da uomo a uomo. Sempre per la sua ambizione di essere il vate germanico, si schierò per la guerra (la Prima, la più grande macelleria novecentesca) con quelle Considerazioni di un impolitico così deliranti che persino le pagine belliciste di Gabriele d’Annunzio (da lui bassamente attaccato, dopo che su di lui aveva avuto un’influenza determinante) paiono, al paragone, sobrie. Dopo la sconfitta, per continuare a restare un padre della Patria, divenne progressista: e il romanzo La montagna dell’incanto, che pur ha pagine splendide, è alla fine un fallimento per il suo essere un troppo scoperto tentativo di cambio di fronte politico-ideologico sotto forma narrativa. Poi viene il premio Nobel; e viene il nazismo.

"Il Fatto Quotidiano”, 28. IX. 2016

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Venero profondamente l’anima sublime di Gesù ma non riesco a credere nel Dio personale della Bibbia e del Corano: sono sulla linea Democrito-Epicuro-Lucrezio-Virgilio-Bruno-Spinoza e con loro so che Dio e la Natura, ossia l’Universo, coincidono: Deus sive natura. Eppure mi dichiaro cattolico: perché se Cristo e San Paolo hanno estirpato dal mondo il paganesimo la Chiesa l’ha reinstaurato; e  per  lo straordinario mecenatismo della Chiesa nei confronti dell’arte e della cultura.

  Bensì credo in San Gennaro e nel  suo sangue. Credo per l’evidenza del miracolo, dei miracoli innumerevoli e dei miracoli fatti a me. Non solo mi ha salvato due volte da un pericolo mortale che senza di lui morte certa sarebbe divenuto ma su tutta la mia vita ha vegliato dirigendola verso il meglio: il meglio possibile, non essendo nemmeno lui onnipotente. Persino gli eventi negativi – per esempio la persecuzione che subii a Milano negli anni 1979 e successivi perché ero stato assunto al “Corriere della Sera” senza il beneplacito dei Salotti – si sono per me volti in bene, incremento della mia cultura e della mia fortuna.

   “San Gennaro è llungariello ma nunn è scurdariello”, si dice nella mia città: ossia: egli è tardo, sia nel concedere grazie che nel punire: ma nulla dimentica. E’ un Santo irritabile: prova antipatia per coloro che fanno del male ai suoi devoti e prima o poi li punisce. L’ho a tal punto sperimentato che non vorrei essere nei panni di chi mi ha fatto cattiverie: intendo dei superstiti. Aggiungo che diventare suo devoto non è facile: mica lui è un qualunque San Giuseppe. Elegge; elegge imperscrutabilmente. D’esser eletti si può auspicare, implorare, non pretendere.

"Il Fatto Quotidiano”, 24. IX. 2016

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Vi sono bibliofili animati da un amore feticistico per il libro: che può prescindere dalla lettura. Vi sono innamorati – o, com’è il caso mio, viziosi – della lettura per i quali conta solo il testo e sono capaci di godere Boccaccio pure in paperback. L’amore per la cultura a volte ha bisogno di passare per begli ambienti. Ne La casa della vita Mario Praz dice di un professore universitario dalle labbra del quale egli ragazzo pendeva; una visita allo squallido appartamentino piccolo-borghese dell’insegnante lo lasciò di stucco e lo disamorò. L’edificazione da parte del Maestro della Casa della Vita, un museo neoclassico superiore persino al parigino Marmottan, fu uno dei capolavori del sommo scrittore. A mia volta ragazzo vi venni ammesso giacché egli mi aveva concesso il privilegio d’una paterna amicizia: venivano visitatori da tutto il mondo ma io ero accolto in deliziosa semplicità.

"Il Fatto Quotidiano”, 17. IX. 2016

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Il mio articolo sull’affronto istituzionale fatto da Renzi al sindaco di Napoli De Magistris ha suscitato tanti commenti, e non solo a Napoli. Ho avuto moltissimi  messaggi di consenso; fra questi parecchi contenevano l’interrogativo: “Hai fatto la storia del boss ministeriale Salvo Nastasi che da direttore generale e capo di gabinetto del Ministero dei Beni Culturali ha distrutto il mondo musicale italiano etc; e che ora è stato nominato commissario per la bonifica di Bagnoli: come mai non hai parlato del disastro effettuato da costui quando è stato commissario al Teatro San Carlo di Napoli?”

   Mi è stato insegnato che in un articolo di giornale si deve affrontare un tema alla volta; inoltre lo scandalo, peggio, l’infamia, che adesso vengo a raccontare è oggetto di un capitolo del mio ultimo libro, Altri canti di Marte, uscito da meno di un anno. Però l’argomento va ripreso; e  colla speranza che su di esso si possa ascoltare la voce di Roberto De Simone, di Salvatore Settis, di Nicola Spinosa, di Cesare de Seta, di Tomaso Montanari: che davvero hanno la competenza per dire una parola definitiva.

"Il Fatto Quotidiano”, 14. IX. 2016

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Ieri non sono andato al concerto al San Carlo del tenore Jonas Kaufmann; e non ci sarei andato nemmeno se facessi ancora il critico musicale. Un garbato tenorino che ancora se la cava bene nel Lohengrin ma al quale hanno fuso  la testa facendogli credere di poter cantare il Trovatore e l’ Aida (e la canzone napoletana: che per motivi di pronuncia è negata a quasi tutti: si veda il povero Pavarotti, che faceva ridere: l’esempio lo possono dare il sommo Caruso e impareggiabili melodisti come Gennaro Pasquariello) è un fenomeno che funziona solo presso le meze cazette culturali; e purtroppo la società napoletana è fatta ormai di meze cazette e sembrava un fatto di vita o di morte esserci; e anche un fato: pure per servilismo verso Renzi.

   Ma non della ridicola superfetazione del tenorino voglio parlare, bensì di un fatto politico rilevante che va ben di là da Napoli: ossia del mancato incontro al San Carlo fra Matteo Renzi e il sindaco di Napoli De Magistris: incontro che, ormai da lunghissima pezza non avvenuto, sarebbe dal ragazzotto stato benignamente concesso, per qualche minuto, prima del concerto. Ma che di nuovo  è stato disdetto per l’arroganza, e diciamo pure violenza istituzionale,  di Renzi di imporre al Sindaco la presenza del boss ministeriale Salvo Nastasi, attuale vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio e commissario a Bagnoli.

"Il Fatto Quotidiano”, 10. IX. 2016

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Narra un cronista romano che una volta una folla strabocchevole di popolani fece irruzione in San Pietro per ascoltare Girolamo Frescobaldi all’organo. Egli improvvisava capricciosamente ed eseguiva le sue opere dottissime, concentrato della più alta sapienza contrappuntistica; e nel suonare l’organo e il clavicembalo anteponeva l’espressione degli “affetti” (così, aristotelicamente, si definivano i sentimenti) al rigore ritmico. Gli “affetti” anche estremi li esprime col suo linguaggio cromatico, sofisticatissimo, nel quale traspone sulla tastiera le conquiste, ancor più estreme, che nel Madrigale e nel Mottetto aveva fatto il più grande polifonista cinquecentesco, il napoletano Carlo Gesualdo, principe di Venosa; mentre il virtuosismo esecutivo si ritrova nei Capricci, imitati per due secoli.

   Frescobaldi era nato a Ferrara nel 1583; già a vent’anni si trasferì a Roma: e nel 1608 divenne titolare dell’organo di San Pietro, che lascerà solo morendo nel 1643 ammantato di fama universale: l’organista dell’imperatore Ferdinando III, Froberger, venne dal cesareo protettore inviato a Roma per quattro anni affinché imparasse la sua arte. Le sue composizioni stampate erano diffuse in tutta Europa. E’ uno dei più grandi musicisti italiani e anche uno dei più grandi compositori di ogni tempo.

"Il Fatto Quotidiano”, 2. IX. 2016

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Erranti alla ricerca del luogo ove i fati impongono di ricostruire la patria, i Troiani guidati da Enea si lasciano l’Epiro alle spalle. Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, / cum procul obscuros collis humilemque videmus / Italiam. “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, /quando vediamo oscuri colli e bassa / l’Italia.” “Già rosseggiava l’aurora, in fuga si erano volte le stelle, / quando di lontano vediamo le nere colline e bassa / sull’orizzonte l’Italia.” E’ bassa la costa o si tratta della parte più meridionale, il “tallone d’Italia”? La traduzione di Luca Canali e quella di Francesco Della Corte per l’Enciclopedia virgiliana sottilmente confliggono con Dante, che intende il secondo significato là ove dice l’umìle Italia. (L’ Enciclopedia virgiliana dedica peraltro un’ampia voce a humilis, ove il tema è disquisito.) E’ il promontorio Japigio. Crebrescunt optatae aurae portusque patescit / iam propior templumque apparet in arce Minervae: “Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre / ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.” Livio che non erra, dice Dante; ancor più dobbiamo dire noi Virgilio che non erra. A Castro il tempio di Minerva è stato ritrovato e gli scavi sono in pieno svolgimento; una statua bronzea della Dea la raffigura col berretto frigio. I Messapi e gli Japigi erano d’origine greca, illirica e anatolica, non autoctoni come un tempo si credeva; e uno dei nomi coi quali Virgilio chiama i Troiani è Phryges, “i Frigî”. Patria il monte Ida, sacro a Cibele. I Troiani e Japigi  e Messapii erano entrambi Frigi ma nemici: perché all’origine delle origini i Troiani dall’Italia provenivano. A Butroto nell’Epiro il re e indovino troiano Eleno aveva profetizzaro a Enea: Has autem terras Italique hanc litoris oram, / proxima quae sorti perfunditur aequoris aestus / ecfuge: cuncta malis habitantur moenia Grais. “Invece queste terre e contrade della riva italica, / che prossima bagna l’onda del nostro mare, / fuggile; malvagi Greci abitano tutte le città.”

Il Fatto Quotidiano”, 18. VIII. 2016.

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VIALE MONZA 101, 14 MAGGIO 1983

 

Era nato a Pettorazza Grimani, in provincia di Rovigo, il 28 ottobre 1936: lo  battezzarono Benito in onore della Rivoluzione Fascista.  Barin Mirco, zio paterno, era stato mitragliato da gappisti di passaggio il 28 aprile 1945;  in casa e a scuola lo chiamavano Benedetto; già quando aveva otto anni, rannicchiato nel lettuccio nella stanza dei genitori, sognava un partigiano biondo, dai capelli lunghi, che lo catturava e lo possedeva. Don Dino, nel prepararlo alla Prima Comunione, lo astraeva dagli educandi e, in angoli della fredda canonica, lo palpava. Divenne chierichetto e, masturbato dal prete, ejaculò per la prima volta: meravigliato di quel crescendo di dolcezza, gli parve che la stanza gli rotasse intorno e d’aver conosciuto la felicità. Da allora più volte al giorno riproduceva questa felicità fantasticando sui compagni di scuola: quelli che giuocavano a pallone, dalle gambe robuste. I suoi, infatti, volevano che fosse tolto dall’agra zolla e studiasse; la sorella maggiore Antonietta si sarebbe fatta suora. In famiglia non c’era lo zio sacerdote e non riuscirono a farlo entrare in Seminario. A costo di sacrificî gli fecero frequentare l’istituto tecnico “Maddalena” di Adria perché divenisse ragioniere: il segretario della scuola si rifiutò d’iscriverlo come Benedetto costringendolo di nuovo al Benito. I primi giorni il padre pretendeva percorresse a piedi i dieci chilometri, marciando cogli zoccoli; fu costretto a pagargli una corriera che passava sulla provinciale alle sei del mattino.