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Il Fatto Quotidiano, 2. IV. 2019

 Ho già commentato il caso dei tre adolescenti che hanno violentato una donna nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano: le porte si aprivano a chiudevano scandendo turpemente il ritmo. Ora è accaduto un caso analogo a Catania.

   Vorrei tentare di entrare nella testa di soggetti che commettono atti del genere. Evidentemente la coesione del “branco” rafforza l’infame istinto. Non si tratta di una esplosione deviata dell’eros: oggi i rapporti sessuali tra adolescenti sono così comuni che costoro non avrebbero bisogno della violenza per ottenerne. Si tratta di un istinto criminale specifico, del quale l’eros è soltanto un pretesto, quello che San Tommaso definisce “causa efficiente” per distinguerla dalla “causa finale”.

   In genere questi soggetti non hanno frequentato la scuola, non lavorano, si trascinano da un bar all’altro; ma possono permettersi l’ultimo tipo di cellulare e l’altra sommità delle loro aspirazioni, i “capi firmati”. L’ambiente familiare onde provengono condivide gli stessi (non)ideali. E ho fatto un’altra osservazione: nel compiere questo tipo di crimine, e forse sempre, costoro sono del tutto privi del possesso del rapporto fra causa ed effetto. Non si rendono conto che verranno acchiappati, essendoci le telecamere onde sono ripresi. Di più: filmano essi stessi coi telefonini lo svolgimento del crimine, e fanno orgogliosamente circolare su facebook il filmato a sodali conosciuti e sconosciuti.  Si denunciano da sé; e non se ne rendono conto.

   Facebook è lo sfogo di tutti i frustrati, i mitomani, gli anonimisti. Lo considero uno strumento pericolosissimo. Ma torno al “nesso causale”. In genere, le dichiarazioni emesse dal retore di turno affermano che i violentatori sono “non uomini, ma bestie”. E dunque. La violenza come atto gratuito esiste forse negli animali? L’eros delle bestie è regolato dalla natura in base al fine della procreazione; e anche del mero piacere: non è mai violenza di per sé. Inoltre: la mente degli animali, che si mostra vieppiù complessa quanto più la scienza progredisce, il rapporto fra causa ed effetto lo possiede. Non solo in base a meccanismi dell’istinto regolati da milioni di anni di selezione. Gli animali sanno acquisire nuove esperienze e trasmetterle. Sono addirittura capaci di pensiero astratto. Gli scimpanzè, mandati in avanscoperta nella savana, emettono un grido di allarme diverso a seconda se scorgono un predatore felino, un serpente, un’aquila. Quindi sanno trasmettere un concetto a chi è in grado di percepirlo colla mente.  Quelli del “branco” sono molto al di sotto di loro.

   L’uomo crea la lingua, ma a sua volta la lingua crea l’uomo. Come parlano, quelli del branco? Ignorano l’italiano; ignorano il napoletano – ormai quasi scomparso. Si esprimono in una non lingua, mutuata dai programmi delle televisioni locali, dalle canzoni dei “neomelodici”, dal gergo del gruppo. Mancano le elementari strutture grammaticali e sintattiche. Non posseggono alcuna identità culturale, come la possedeva a modo suo la plebe agricola o urbana dei secoli scorsi. La scuola è distrutta, gl’insegnanti sono mandati allo sbando, le autorità sono sostanzialmente conniventi con i familiari che prendono a pugni e calci quegli sventurati che tentano di fare il loro dovere. I membri del “branco” vivono in un eterno presente, incapaci come sono di rappresentarsi che esiste un futuro. E quale sarà il loro futuro? Su quello della società, sono del tutto pessimista; ma pensando a quello loro, se non mi facessero schifo, mi farebbero pena quanto le loro vittime.

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Liberi, 31. III. 2019

   Sabato, verso l’una di notte, erano già le due per via dell’ora legale. Ho interrotto la lettura di una nuova biografia di Giuliano l’Apostata, uno dei più grandi uomini, soldato e principe, del Tardo Antico. Apro subito una parentesi: le politicamente scorrette “Edizioni di Ar” hanno ripubblicato nel 2006 l’aureo piccolo libro di Goffredo Coppola La politica religiosa di Giuliano l’Apostata. Coppola, sannita, è autore di un importante Epicuro (ristampato dalla stessa casa editrice) e di una bellissima vita di Augusto. Questo filologo, storico e papirologo (se ne occupa Luciano Canfora ne Il papiro di Dongo) ebbe il torto di accettare il rettorato dell’Università di Bologna nel 1943. Tutti fuggivano; lui restò. Venne assassinato dai partigiani il 27 aprile 1945.

   Non nobile il motivo che mi aveva fatto lasciare il libro. Curiosità, vanità. Volevo vedere la mia facciaccia in televisione, in un programma della seconda rete intitolato TG2 Storie.  M’interessava perché avevano mandato a intervistarmi Miska Ruggeri, fino a quel giorno mai incontrato. Ha lavorato a lungo proprio a “Libero”; e, incredibile (intendo dire: per un giornalista), si è presentato col dono di due suoi libri, Posidonio e i Celti (Atheneum) e Apollonio di Tiana (Mursia). Scritti con un bello stile, ma soprattutto con la competenza e gli strumenti dell’antichista di professione. A lui non potevo darla a bere.

   Se non che, la mia vanità, invece di essere punita, è stata premiata. Ma in via indiretta, come accade sovente. Ossia: il castigo, mettendomi al confronto con chi sta mille spanne sopra la mia testa, si è trasformato in un onore da me ricevuto.

   Un primo “servizio” è stato una sfilata di vecchiette. Sbaglio a chiamarle così.  Tutte ben conservate, e dal piglio sicuro, assertivo. Ne avevano ben donde. Gli autori della trasmissione erano andati a scovare le segretarie dei grandi (i veri grandi) del cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta. Quella di Fellini. Quella di De Laurentis. Di altri. Trattavano a tu per tu con Claudia Cardinale e Alain Delon, li mandavano a fare in culo quando era il caso, li consolavano e rifocillavano in altre circostanze. Delle vere personalità. E la testimonianza di un modo di lavorare scomparso, credo, non solo in Italia, anche se soprattutto in Italia: nel quale la dedizione assoluta coincide con la gioia. Le avrei ascoltate tutta la notte; e purtroppo il “servizio” durava cinque minuti.

   Ma quel che veniva dopo, non me lo sarei aspettato. Un’intervista a una novantenne. Ma che non si può definire una vecchietta. Una bella signora i modi della quale sono un miscuglio di orgoglio e signorile modestia, del tutto affascinanti.  Si tratta del più grande soprano oggi vivente, dopo la scomparsa di Montserrat Caballè: e non so dal confronto quale delle due uscirebbe vincitrice. Antonietta Stella.

   Io non l’ho mai conosciuta: purtroppo; come non ho mai conosciuto di persona – per mia scelta – Maria Callas. Sono stato intimo amico di Renata Tebaldi e di Ilva Ligabue, lo sono di Mariana Nicolesco, ho conosciuto con devozione Gina Cigna e Anita Cerquetti – un colosso, se qualcuno lo capisse – e Teresa Berganza, ho frequentato una dama come Raja Kabaivanska, e due altre grandi, Ghena Dimitrova e Viorica Cortez. Infine, e lo ricordo ancora con orrore, Giulietta Simionato.  I nomi attuali che battono i palcoscenici fanno, tutti, ridere, al confronto: tranne che con l’ultima. Ma la Stella è un caso a sé. È definita “soprano lirico spinto”, e forse era così nel Cinquanta: quando, appunto, “soprano drammatico di coloratura” erano la Callas e la Cerquetti (a lei superiore). Oggi le protagoniste della Norma, di tante Opere di Donizetti, della Traviata, del Trovatore, de La forza del destino, e così via, sono solo un surrogato, perché la categoria si è estinta. A farla, oltre che le doti naturali, occorre lungo studio. Ora, Antonietta Stella ha interpretato tutti questi ruoli, e molti mozartiani e pucciniani e del cosiddetto “Verismo”: per esempio, è stata una delle più grandi Maddalene: c’è l’incisione dell’Andrea Chénier di Giordano diretta da (dico) Gabriele Santini. E si è ritirata a quarantacinque anni, risparmiandosi le penose sopravvivenze; che oggi, per molte, incominciano a venti: facendo coincidere principio e fine.

    Che cosa la distingue dalle grandi colleghe? Incominciamo da quelle attuali, che “colleghe” dirsi non possono. Un’attenzione alla lettera del testo musicale che di rado i cantanti sono in grado di attuare. Cantano alla grossa, quasi che i minimi particolari di ritmo e fraseggio non abbiano il significato espressivo che soprattutto Verdi implacabilmente attribuisce. La Stella è la “fedeltà”. Insieme, l’eleganza del timbro e del fraseggio si spingono fin dove è possibile senza cadere in leziosaggine e nuocere all’espressione. Diciamo che ha coltivato, come la Ligabue e la Tebaldi, il “Bello Ideale”, che si coniuga con la verità drammatica se l’interprete sia eletto. Con una sfumatura aristocratica che mi pare essere solo sua.

    Posseggo molte incisioni nelle quali ella canta. Ma ho un ricordo incancellabile di due occasioni del 1970. Due capolavori eseguiti in forma di concerto con l’orchestra di Roma della Rai: l’Attila di Verdi (parte di “drammatico di coloratura” se ce n’è una!) e l’Agnese di Hohenstaufen di Spontini. Sul podio, il ventinovenne Riccardo Muti. Come dirigeva bene, allora! Il suo meglio l’ha dato quando seguiva i due grandi suoi mentori, Francesco Siciliani e Roman Vlad. Nella complessa partitura di Spontini, tradotta in un improbabile italiano dall’originario tedesco, orchestrata in un modo che solo un grande può cavarsela (infatti, Spontini se la dirigeva da sé), la Stella cantava in un ruolo minore rispetto a quello di Monserrat Caballè: ma svettava. Nell’Attila, non ne avremo più una così. L’ aver trascorso cinque minuti ascoltandola parlare mi dà l’occasione di inviarle finalmente un saluto affettuoso.

   (Poi è venuta l’intervista a me. Quale diavolo mi ha combinato lo scherzo di far apparire un nano dopo i giganti? Mi ricordo un’espressione di Mascagni. A Vienna, dopo una Cavalleria da lui diretta, uscendo dal teatro vede Brahms che da lontano lo saluta togliendosi il cappello. Era stato alla recita. “Mi vergognai come un ladro!”).

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Libero, 24. III. 2019

   Nella Roma arcaica gli animali sacri erano il corvo e il picchio. Solo in seguito la regina degli uccelli sovrastò le insegne delle legioni e divenne emblema stesso dell’Impero. L’aquila era infatti anche il simbolo del re degli dei, Giove: assunta tale forma, rapì l’adolescente frigio Ganimede del quale era innamorato per portarlo sull’Olimpo per sempre. Le legioni marciavano precedute dal portatore dell’insegna, l’aquilifer, “colui che regge l’aquila”.

   Mai la supremazia dell’aquila è stata posta in discussione, nelle gerarchie simboliche come in quelle zoologiche. Quando si è incominciato a occuparsi del falco? A mia conoscenza, quest’intelligentissimo volatile era caro agli Etruschi. Capua, ove Annibale si arrestò troppo, così determinando l’inizio della propria fine, era città etrusca. A detta di Servio, il sommo commentatore dell’Eneide, il nome è pure etrusco, Capys: che vuol dire falco.

   Ma furono i popoli delle steppe asiatiche, chi sa da quando, che intuirono essere il falco l’animale principe per la caccia. Per la sua intelligenza, per la sua rapidità, per la sua attitudine a essere ammaestrato e per un rapporto di affetto che si crea fra lui e il suo addestratore e cacciatore. Da questi orientali all’inizio dell’Alto Medio Evo l’uso della caccia con il falco e l’arte della falconeria, tramite i popoli germanici da un lato, gli arabi dall’altro, divennero una vera istituzione tenuta nel più alto onore nel mondo europeo. Con la sua dottrina, con la sua liturgia. Le testimonianze poetiche e letterarie sono numerosissime: basti ricordare il Decamerone.

   Il più grande di tutti gli Imperatori, Federico II di Svevia, erede del sangue Staufen del nonno Barbarossa e di quello normanno del nonno Ruggero II, fu anche il più grande falconiere. Ciò non toglie che fece tagliare la testa al suo falco prediletto perché aveva osato attaccare un’aquila: qui il prestigio imperiale, forma che si fa sostanza, prevalse sui gusti personali. I suoi territorî venatorî preferiti erano le pianure e le balze pugliesi, nel foggiano, a Corato e Castel del Monte, la meraviglia architettonica ottagonale da lui concepita, e la Sicilia. Or è ben noto che fra le infinite cure dell’Impero e del regno di Sicilia, formanti le sue due corone, uno dei suoi otia fu il comporre un trattato di falconeria, De arte venandi cum avibus, L’arte della caccia con gli uccelli. Sopravvive in due soli manoscritti meravigliosamente miniati, uno dei quali completo. L’edizione principe, non in quanto “prima nel tempo”, ma in quanto “prima per valore”, è a cura della storica del Medio Evo Anna Laura Trombetti Budriesi: la sesta ristampa, per i tipi della Laterza, è del 2016. La traduzione e il commento sono esemplari; l’introduzione è un libro a sé stante. Leggere la prosa di Federico provoca un intenso diletto in tutti quelli che amano gli animali e anche in chi, come me, si schiera per l’abolizione della caccia. Perché se ne ricava un amore per la Natura e, d’altro canto, un’osservazione scientificamente moderna delle abitudini e dei caratteri degli animali, che hanno del prodigioso.

   L’edizione di che parlo avvenne per il concorso del “Centro europeo di studi normanni” e del suo presidente Ortensio Zecchino. Egli è stato uno dei politici più illuminati della cosiddetta (e, alla luce degli attuali lumi di luna, tanto rimpianta e da rimpiangersi) Prima Repubblica. In proprio è storico del Diritto, fra i massimi conoscitori dei Normanni e di Federico e. per giunta, fondatore e presidente del Biogem, ossia uno dei più importanti attuali centri di ricerca e didattica dedicati alla biologia e alla genetica molecolare. Trentamila metri quadrati donde sono sortiti e sortiranno ancora risultati importanti per la salute di noi tutti. E dove ha sede il Biogem? Nell’altopiano detto Camporeale, presso Ariano Irpino. Ossia il luogo nel quale Ruggero II convocò tutta la nobiltà e il clero del regno di Napoli e di Sicilia per dettar loro le Assise, ossia la prima costituzione moderna concepita in Europa. Tutto si tiene. Speriamo che ci si ricordi di nominarlo, Zecchino, senatore a vita.

   Chi ha il privilegio, come me, di essergli amico, conosce la ricchezza della sua umanità. Anche lui ha i suoi otia. Non limitati ai libri che scrive. Ha un grande talento di fotografo. E questo talento si esplica da un lato nelle immagini di una civiltà contadina in via di estinzione: ricordo una torre normanna oggi diruta e divenuta stalla, greggi e cani pastori, vecchi mietitori dagli arti nodosi. Dall’altro, e soprattutto, in quelle dedicate all’osservazione del mondo animale. Ha consacrato un meraviglioso libro di fotografie alle Georgiche di Virgilio. Chi mi conosce e conosce il mio culto per il più grande dei poeti capisce che non potrei non volergli bene. Adesso un’antologia di fotografie da lui dedicate agli uccelli – rigorosamente in bianco e nero, come per me la fotografia come arte dovrebb’essere sempre – esce a commento di un’antologia tratta dal libro di Federico. S’intitola Il potere dell’armonia, l’editore è “Il Cigno” di Roma; verrà presentato mercoledì 27 ai Musei di San Salvatore in Lauro a Roma alle sette pomeridiane, insieme col volume sulle Georgiche.

   Il nuovo libro contiene una serie vertiginosa di immagini di falchi. La fierezza, l’intelligenza, la bellezza, emergono, insieme con una specificazione delle varie razze già contenuta nel testo fridericiano. Ma ci sono anche altri volatili: non potrebbero mancare le aquile; e paesaggi ora assorti nel silenzio di vette, ora vasti e misteriosi. Guardali uno per uno, questi animali, e comprendi che la Natura è anche il più grande degli artisti, il più ricco di fantasia. La mia predilezione va alle anse del Mincio, il fiume contemplato dal ragazzo Virgilio: coi suoi cigni, l’uccello di Apollo, canoro e a volte feroce. Per stare alla musica, se al falco ha dedicato un capolavoro Richard Strauss, La donna senz’ombra, al cigno ne ha regalato uno Ciaikovskij, Il lago dei cigni.

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Il Fatto Quotidiano, 24. III. 2019

L’ultimo libro, sulla drammaturgia di Puccini, l’aveva pubblicato al compimento dei novant’anni per la Libreria Musicale Italiana. Debbo ancora leggerlo. Poi se n’è andato un mese dopo, alla fine dell’anno. Marcello Conati è stato, certo, ricordato con rispetto, affetto, anche devozione. Non dai grandi giornali, che forse non sapevano neanche chi fosse. Quando a qualcuno si attacca la qualifica di “specialista”, e non lo è, gli s’incomincia a scavare la tomba. Conati era considerato soprattutto uno “specialista verdiano”. Era uno dei più grandi musicologi viventi.

   Non ci siamo incontrati mai, né abbiamo avuto alcun contatto epistolare. Ma è stato uno degli storici della musica, o musicologi che dir si voglia, che più hanno influito sulla mia formazione. Accanto a Hermann Abert, Friedrich Blume, Guido Pannain, Giulio Confalonieri. Che lavorasse con metodo diverso, anche opposto da tali grandi nomi, affrescatori piuttosto delle “idee generali”, nulla conta. Occorre coltivare l’affresco e la miniatura. Conati era un miniaturista; ma che fosse solo un miniaturista, ecco l’errore.

   Si è dedicato per tutta la vita soprattutto a Verdi. La sua opera si può paragonare a quella di Philip Gossett nei confronti di Rossini. Verdi è considerato il più grande compositore nostro, e tutti credono di conoscerlo. Le leggende più efferate ancora trovano credito. C’è chi ancora consulta i quattro volumi dedicatigli da Franco Abbiati, Costui era il critico musicale del “Corriere della Sera” e la Scala lo sovvenzionava col sostenergli una rivista che, a scanso di equivoci, portava lo stesso nome. Altri danno credito a un Gustavo Marchesi, i libri del quale fanno pensare al Dizionario delle idee correnti di Flaubert, la sintesi delle cretinaggini alla moda. A prescindere dai numerosissimi articoli, Conati ha pubblicato tre libri fondamentali. Uno, edito per la terza volta dalla EDT di Torino, Interviste e incontri con Verdi, nel quale raccoglie tutta la memorialistica condendola con un’opera certosina e monumentale di correzione e precisazione di ogni errore, di ogni svista, di ogni inesattezza. Della sua conoscenza, della sua memoria, della sua infallibilità, si resta sbalorditi. Il secondo, La bottega della musica (1983) è dedicato ai rapporti del Maestro col teatro veneziano della Fenice, ove furono battezzati capolavori come l’Attila, il Rigoletto, La traviata, la prima versione del Simon Boccanegra. Il terzo, edito per la seconda volta dalla Marsilio nel 1992, s’intitola Rigoletto. Un’analisi drammatico-musicale. La genesi di una delle più tormentate e rivoluzionarie Opere di Verdi, la sua elaborazione, il processo creativo, infine le intime pieghe dell’arte, sono indagati in un modo impareggiabile. E siccome Conati era stato anche direttore d’orchestra, gli errori esecutivi, oggi sempre più frequenti, sono indicati in modo perfettamente implacabile. Ma la gran parte dei direttori d’orchestra attuali son incapaci di leggere sia un libro che una partitura. Vanno a orecchio in tutti i sensi. Confesso che se fossi capace di scrivere un libro simile mi sentirei un grand’uomo. Perché dalla miniatura passa anch’egli, nel complesso della sua opera, al grandioso affresco. Da lui ho appreso il metodo di lavoro, il culto della fonte e dell’originale.

   Le città più legate a Verdi sono Parma (solo per esser egli nato nel Ducato), e, sotto il profilo della creazione, Milano, Venezia e Parigi. Ognuna di loro dovrebbe intitolare una via a Marcello Conati.

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Libero, 14. III. 2019

   Nella storia della Monaca di Monza, un vero romanzo nel romanzo (soprattutto nella mirabile prima versione, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia) Manzoni espone l’idea che la complessità dell’animo d’un adolescente può esser eguagliata solo da quella di un diplomatico ottantenne. È una delle verità sul cuore umano dette dal sommo fra i romanzieri. E tale complessità è per lo più impenetrabile. Gli strumenti della scienza soccorrono solo fino a un certo punto, e meno la psicoanalisi, sempre che scienza possa definirsi. Quando nasce il desiderio erotico? Quando sorge la vera e propria libido? Quando questa si trasforma in vera e propria capacità all’atto, quella che da sempre si chiama potentia coeundi?

   Un tempo l’iniziazione sessuale dell’adolescente era istituzionalmente propiziata dalla famiglia. Nell’aristocrazia e nella borghesia la cameriera (a Napoli e Palermo detta ‘a criata, la creata) aveva l’obbligo d’ufficio di svezzare il signorino. Un cugino di mio padre, appartenente a una delle più ricche famiglie napoletane, ebbe all’inizio del Novecento due figli dalla balia dei fratelli minori, senese. Li riconobbe e non si sposò mai. Un’altra istituzione era una signora matura, più o meno perbene, detta “nave scuola”, che per lucro o piacere impratichiva i ragazzi. Nel carme sessantunesimo di Catullo, si ricorda un uso presso la nobilitas tardo-repubblicana: un giovane servo, detto concubino, dormiva con il patrizio adolescente Manlio Torquato prima che questi si sposasse per consentirgli di appagare il suo bisogno erotico: non una concubina, ch’era un boccone evidentemente meno pregiato. Ripugnante mi pare un’abitudine, tipica dell’Italietta e dell’Italia fascista – e oltre – del padre che accompagna il figlio vergine al casino e lo avvia in camera coll’imperativo: “Fatti onore!” Ma torno al mio interrogativo. Se vado ai miei ricordi, desiderî erotici ne provavo già nell’infanzia, a cinque anni. Il mio primo rapporto sessuale completo, con un ragazzo che abitava al piano di sopra casa mia, lo ebbi a tredici anni: con reciproca penetrazione; con una donna a sedici. Alle scuole medie e oltre, molti dei miei compagni avevano affarucci fra di loro, appartandosi nei bagni; e poi corteggiavano le ragazze delle altre sezioni. Così al ginnasio e al liceo. Oggi fanno di tutto anche da prima, ed è già molto se non lo accompagnano con alcool e droga, nei cessi delle discoteche, come troppo spesso accade.

   Un’infermiera di Prato viene indagata e accusata di violenza per aver avuto un rapporto con un quattordicenne al quale dava ripetizioni d’inglese. Il ragazzo l’ha anche resa madre. Possedeva, quindi, alla sua età, non solo la vis coeundi, ma la generandi, la potenza generativa. E dietro, il desiderio e la capacità di attuarlo. Scendo nel fatto pratico: l’erezione, e poi l’eiaculazione, salvo che in prostituti di professione, in un uomo non sono a comando, Persino le “pornostar gay” vengono imbottite di preparati per reggere le lunghe ore di “posa”. Come si fa a sostenere che il ragazzo sia stato sottoposto a violenza?  Comprendo che a volte ci possa essere violenza, morale più che fisica, quando un ragazzo viene posseduto da un uomo più adulto; e sovente è il ragazzo a proporsi per la forza del desiderio, per ls stessa curiosità di provare qualcosa che s’intuisce desiderabile. E non parliamo di quel che accade nei torbidi ambienti dei seminarî, e fra sacerdoti e catecumeni: anche se l’insistere su questa storia sta diventando a sua volta opprimente. Come si fa a reprimere la natura? Naturam expellas furca tamen usque recurret, rivela Orazio: “Puoi scacciare la natura a colpi di forcone, tornerà sempre.” In realtà quel che fa schifo nell’ambiente clericale sono l’ipocrisia e la condanna degli “atti contro natura” come peccato mortale: figlia insieme del fanatismo e di tale ipocrisia.

   Fin qui me ne sto alla mera materialità. Ma l’animo? Non si comprende l’infinito desiderio di amore d’un giovane che si apre alla vita? Non si comprende l’infinito desiderio di dare amore e riceverne da un ragazzo di una donna di trentacinque anni? Ma quale “complesso di Edipo”! Amor omnibus idem, canta Virgilio, e Amor omnia vincit: “L’Amore è per tutti eguale” e “Tutto Amore vince”; la saggezza antica si perpetua nel Medio Evo, se i Carmina Burana proclamano Amor volat undique, “L’Amore vola dappertutto”. A me questa storia fra la trentacinquenne e l’adolescente pare bellissima. E non voglio giudicare la denuncia sporta dai genitori di lui, i quali dovrebbero ringraziare la signora per il contributo fondamentale dato alla crescita, in tutti i sensi, del figlio loro.

   Vogliamo parlare di un caso affine? Uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi è James Levine. A capo per decennî del Metropolitan, pianista di gusto finissimo,  gli si debbono esecuzioni esemplari sinfoniche e operistiche: di Monteverdi, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Berlioz, Wagner, Verdi, Puccini, Giordano, Cilea, Schönberg … Ha salvaguardato, finché ha potuto,  il teatro dalle schifose regie attuali: si possono vedere i meravigliosi filmati dei capolavori sotto la sua direzione, dai Troyens di Berlioz alla Tetralogia ai Maestri Cantori al difficillimo Tannhäuser all’Aida, al Don Carlos … Soffre di una grave forma di morbo di Parkinson, ma fino a un anno fa eroicamente, portandosi sul podio con una sedia a rotelle elettrica, col solo braccio sinistro dirigeva meglio di quasi tutti quelli che posseggono le braccia ma non la testa. Era rimasto direttore onorario, riserbandosi di dirigere solo poche opere l’anno. Un tizio l’ha accusato di averlo indotto col metus reverentialis, ossia con la paura indotta dall’autorità, ad avere atti sessuali con lui. Quando? Trent’anni prima. Al Metropolitan non è parso vero di sbattere fuori “per indegnità”chi l’aveva fatto grande: senza che il querelante potesse dimostrare il fatto. Oggi è di moda proclamarsi vittime, diventi il cocco universale.  Ecco un’infamia, questa a Levine, ecco la violenza, generata dall’odio dei mediocri verso il genio.

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Il Fatto Quotidiano, 17. III. 2019

 

Il caso, ormai comunissimo, del pirata informatico introdottosi nella posta elettronica di Marco Travaglio e mia mi ha suggerito un articolo sulla truffa come arte, e uno sulla falsa identità. Il tema della simulata identità nell’arte potrebbe essere l’occasione di un magnifico libro da parte di uno storico della cultura: uno scrittore dall’ampio arco. E naturalmente, dopo la Commedia antica, da Aristofane a Plauto, dovrebbe incominciare con un filosofo greco dell’epoca contemporanea, Pirandello. Pensiamo a Il fu Mattia Pascal; pensiamo, soprattutto, all’Enrico IV. Lo sventurato che si finge l’Imperatore tedesco vive in una messinscena medioevale. Tutti lo assecondano siccome folle. Ma egli folle non è più; e continua la recita come scoglio al quale aggrapparsi di fronte alla tragedia del vivere. Pirandello esprime l’ebrezza di poter essere un altro, di poter diventare un altro. Ma soprattutto per lui l’identità è un concetto labile e dubbio; uno dei sensi della sua opera è che l’unità della psiche non esiste, tutti siamo scissi e molteplici. E il più diretto erede dell’Agrigentino, il Maestro di Racalmuto, Sciascia, ha dedicato un dittico di sottigliezza solo sua a due eventi di impostori capaci di convincere un mondo, Il teatro della memoria e La sentenza memorabile. La prima anta riguarda il celebre caso Bruneri-Canella, più noto come “lo smemorato di Collegno”: un tipografo spacciatosi per un illustre filosofo che avrebbe perduto la memoria nella Grande Guerra e che, paradossalmente, si giovò dell’appassionata testimonianza della moglie di questo, la quale voleva credere il marito fosse lui.

   Nel teatro musicale moderno l’assumere una finta identità è uno degli espedienti comici che producono grande arte. Da Mozart a Rossini a due Opere di Verdi collocate all’inizio e alla fine della sua creazione, Un giorno di regno e il Falstaff al Gianni Schicchi di Puccini. Ma questo produce anche teatro tragico, come La forza del destino. Nella storia sono frequentissimi i casi di simulatori di scomparsi sovrani: il celebre falso Dimitrij, presunto figlio di Ivan il Terribile, manovrato dai Gesuiti contro Boris Godunov affinché introducesse il cattolicesimo in Russia. Lo ritroviamo nel capolavoro di Musorgskij dedicato, appunto, a Boris. Nel mondo antico un caso di spicco è quello di Nerone, despota in realtà rimpianto dal popolo: ed è l’oggetto di un bel romanzo di Lion Feuchtwanger del 1936, Il falso Nerone. Alessandro Dumas si dedica con tutte le sue forze a uno dei più grandi impostori della storia, Cagliostro, tentando di far credere che fosse un giusto immortale e onnisciente e avesse provocato con le sue arti la Rivoluzione del 1789. Assai più riuscito è un immortale nell’arte: Joseph Collin, alias Vautrin, alias padre Herrera, che in alcuni romanzi di Balzac giganteggia quale facitore di destini altrui e, due volte evaso, finisce capo della polizia. Nel bellissimo film Il faraone, di Jerczy Kawalerowicz, una sorta di Akenaton viene fatto uccidere dai sacerdoti di Ammon che gli hanno suscitato dei sosia pronti a prenderne il posto.   Quanto ai falsi Messia, nella storia non si contano. Ma gl’impostori sono molto meno pericolosi di quelli che di essere il Messia sono convinti davvero.

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Libero, 14. III. 2019

   Nella storia della Monaca di Monza, un vero romanzo nel romanzo (soprattutto nella mirabile prima versione, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia) Manzoni espone l’idea che la complessità dell’animo d’un adolescente può esser eguagliata solo da quella di un diplomatico ottantenne. È una delle verità sul cuore umano dette dal sommo fra i romanzieri. E tale complessità è per lo più impenetrabile. Gli strumenti della scienza soccorrono solo fino a un certo punto, e meno la psicoanalisi, sempre che scienza possa definirsi. Quando nasce il desiderio erotico? Quando sorge la vera e propria libido? Quando questa si trasforma in vera e propria capacità all’atto, quella che da sempre si chiama potentia coeundi?

   Un tempo l’iniziazione sessuale dell’adolescente era istituzionalmente propiziata dalla famiglia. Nell’aristocrazia e nella borghesia la cameriera (a Napoli e Palermo detta ‘a criata, la creata) aveva l’obbligo d’ufficio di svezzare il signorino. Un cugino di mio padre, appartenente a una delle più ricche famiglie napoletane, ebbe all’inizio del Novecento due figli dalla balia dei fratelli minori, senese. Li riconobbe e non si sposò mai. Un’altra istituzione era una signora matura, più o meno perbene, detta “nave scuola”, che per lucro o piacere impratichiva i ragazzi. Nel carme sessantunesimo di Catullo, si ricorda un uso presso la nobilitas tardo-repubblicana: un giovane servo, detto concubino, dormiva con il patrizio adolescente prima che questi si sposasse per consentirgli di appagare il suo bisogno erotico: non una concubina, ch’era un boccone evidentemente meno pregiato. Ma torno al mio interrogativo. Se vado ai miei ricordi, desiderî erotici ne provavo già nell’infanzia, a cinque anni. Il mio primo rapporto sessuale completo, con un ragazzo che abitava al piano di sopra casa mia, lo ebbi a tredici anni; con una donna a sedici. Alle scuole medie e oltre, molti dei miei compagni avevano affarucci fra di loro, appartandosi nei bagni; e poi corteggiavano le ragazze delle altre sezioni. Così al ginnasio e al liceo. Oggi fanno di tutto anche da prima, ed è già molto se non lo accompagnano con alcool e droga, nei cessi delle discoteche, come troppo spesso accade.

   Un’infermiera di Prato viene indagata e accusata di violenza per aver avuto un rapporto con un quattordicenne al quale dava ripetizioni d’inglese. Il ragazzo l’ha anche resa madre. Possedeva, quindi, alla sua età, non solo la vis coeundi, ma la generandi, la potenza generativa. E dietro, il desiderio e la capacità di attuarlo. Scendo nel fatto pratico: l’erezione, e poi l’eiaculazione, salvo che in prostituti di professione, in un uomo non sono a comando, Persino le “pornostar gay” vengono imbottite di preparati per reggere le lunghe ore di “posa”. Come si fa a sostenere che il ragazzo sia stato sottoposto a violenza?  Comprendo che a volte ci possa essere violenza, morale più che fisica, quando un ragazzo viene posseduto da un uomo più adulto; e sovente è il ragazzo a proporsi per la forza del desiderio, per ls stessa curiosità di provare qualcosa che s’intuisce desiderabile. E non parliamo di quel che accade nei torbidi ambienti dei seminarî, e fra sacerdoti e catecumeni: anche se l’insistere su questa storia sta diventando a sua volta opprimente. Come si fa a reprimere la natura? Naturam expellas furca tamen usque recurret, rivela Orazio: “Puoi scacciare la natura a colpi di forcone, tornerà sempre.” In realtà quel che fa schifo nell’ambiente clericale sono l’ipocrisia e la condanna degli “atti contro natura” come peccato mortale: figlia insieme del fanatismo e di tale ipocrisia.

   Fin qui me ne sto alla mera materialità. Ma l’animo? Non si comprende l’infinito desiderio di amore d’un giovane che si apre alla vita? Non si comprende l’infinito desiderio di dare amore e riceverne da un ragazzo di una donna di trentacinque anni? Ma quale “complesso di Edipo”! Amor omnibus idem, canta Virgilio, e Amor omnia vincit: “L’Amore è per tutti eguale” e “Tutto Amore vince”; la saggezza antica si perpetua nel Medio Evo, se i Carmina Burana proclamano Amor volat undique, “L’Amore vola dappertutto”. A me questa storia fra la trentacinquenne e l’adolescente pare bellissima. E non voglio giudicare la denuncia sporta dai genitori di lui, i quali dovrebbero ringraziare la signora per il contributo fondamentale dato alla crescita, in tutti i sensi, del figlio loro.

   Vogliamo parlare di un caso affine? Uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi è James Levine. A capo per decennî del Metropolitan, pianista di gusto finissimo,  gli si debbono esecuzioni esemplari sinfoniche e operistiche: di Monteverdi, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Berlioz, Wagner, Verdi, Puccini, Giordano, Cilea, Schönberg … Ha salvaguardato, finché ha potuto,  il teatro dalle schifose regie attuali: si possono vedere i meravigliosi filmati dei capolavori sotto la sua direzione, dai Troyens di Berlioz alla Tetralogia ai Maestri Cantori al difficillimo Tannhäuser all’Aida, al Don Carlos … Soffre di una grave forma di morbo di Parkinson, ma fino a un anno fa eroicamente, portandosi sul podio con una sedia a rotelle elettrica, col solo braccio sinistro dirigeva meglio di quasi tutti quelli che posseggono le braccia ma non la testa. Era rimasto direttore onorario, riserbandosi di dirigere solo poche opere l’anno. Un tizio l’ha accusato di averlo indotto col metus reverentialis, ossia con la paura indotta dall’autorità, ad avere atti sessuali con lui. Quando? Trent’anni prima. Al Metropolitan non è parso vero di sbattere fuori “per indegnità”chi l’aveva fatto grande: senza che il querelante potesse dimostrare il fatto. Oggi è di moda proclamarsi vittime, diventi il cocco universale.  Ecco un’infamia, questa a Levine, ecco la violenza, generata dall’odio dei mediocri verso il genio.

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Libero, 5. III. 2019

   Dopo due esordî modesti, nei quali si volle tentare di portar la sulfurea maschera verso un patetismo piccolo-borghese, il grande cinema di Totò incomincia con San Giovanni decollato, del 1940. La genialità di Amleto Palermi, il regista che con Cesare Zavattini scrisse anche la sceneggiatura, fu d’integrare la commedia di Nino Martoglio con aggiunte perfettamente atte al personaggio del sommo attore, per il momento solo prestato al cinema dalla rivista, della quale era, e restò, non il re, l’imperatore.

   Martoglio era nato a Malpasso, vicino Catania, paese poi trasformato nell’eufemistico attuale Belpasso. Morì nel 1921, quando Totò aveva ventitré anni. Aveva solo cinquantun anni, onde è possibile che se l’avesse conosciuto i due si sarebbero intesi. L’attore favorito del commediografo era Angelo Musco, il quale fu l’interprete della prima versione de Il berretto a sonagli di Pirandello, in lingua agrigentina col titolo de ‘A birritta c’ ‘e ciancianeddi. Dunque un filo tra Martoglio e Totò esiste; ed è l’assurdità e l’incomprensibilità del reale, che Pirandello filosoficamente canta e Totò rappresenta già solo col suo volto. Martoglio di Pirandello era a sua volta amico, e scrisse con lui due testi teatrali in siciliano; ma a conoscere il suo teatro va dichiarato uno della prima sfera del nostro Novecento. La vivida rappresentazione della realtà contadina, con la sua grettezza, ha qualcosa degno di Verga; e così i contrasti fra le classi sociali, il suo ritratto della borghesia. Vi aggiunge un talento comico straordinario; e mi pare che la ricchezza della sua psicologia sia tale da renderlo capace di rappresentare la tragedia della vita anche nelle occasioni ove il riso più si scatena.

   Uno dei suoi capolavori è L’aria del continente. Si può vederlo anche adattato in un film con Angelo Musco e in una registrazione televisiva del 1970, il protagonista della quale, con una fantastica compagnia nella quale campeggiano Ave Ninchi e Umberto Spadaro, è un altro gigante del palcoscenico, Turi Ferro. In questa registrazione la parte del ragazzo Michelino è sapidamente interpretata da Pippo Pattavina. Oggi ottantenne, Pattavina è uno dei mostri sacri del teatro; trovo difficile di questi tempi affiancargli un altro attore. Il grande attore tragico è di regola anche un grande attore comico, ma non sempre accade il reciproco. E Pattavina sa essere tragico in Molière e Pirandello, fantastico nell’avanspettacolo, da erede di Totò e dei De Rege, e da protagonista comico riempie la scena come pochi altri. Se fosse stato un baritono non avrebbe avuto rivali quale interprete di Mustafà e Don Magnifico, ne L’italiana in Algeri e la Cenerentola di Rossini. E adesso Cola Duscio, il protagonista de L’aria del continente, è lui.

   Porta la commedia in giro per tutta la Sicilia. La mia passione pirandelliana me lo ha fatto inseguire ad Agrigento, al Teatro Pirandello. Quello scorso sabato sulla via che da Palermo mena a Girgenti nevicava, e nella nobilissima città greca ho provato un freddo tale da rinunciare, vilmente, a visitare la Valle dei Templi. Ma il pubblico, che come me indossava il cappotto, era inchiodato alle poltrone; a poco a poco il calore della rappresentazione è penetrato in ognuno di noi. E mi piace testimoniare di un senso dell’ospitalità antico e scomparso: alle due di notte mi alzavo dopo aver magnificamente cenato alla trattoria “Ruga Reali” e non si trovava un tassì. Il proprietario-chef, senza dire una parola, mi ha accompagnato fino alla Valle dei Templi, ov’era il mio albergo.

   Cola Duscio è un ricco proprietario della provincia catanese. I suoi congiunti sono ipocriti e moralisti. Si scandalizzano quando egli, dopo un soggiorno a Roma di qualche mese, si presenta al paese con una “distintissima signora romagnola” che si fa chiamare Milla Milord. Duscio non solo se n’è innamorato, ma pretende, respirata “l’aria del Continente”, di aver acquisito, anche grazie a lei, una mentalità aperta e moderna che vorrebbe imporre a familiari e compaesani. Non riesce che a rendersi ridicolo, oltre che scialacquatore; ed è costretto e tenersi le corna che gli mettono non solo gli amici del circolo, ma anche cognato e nipote: i quali solo a questo effetto si continentizzano pur essi. Alla fine si scoprirà che la donna si chiama Concetta, è una stonata canzonettista e nativa del paesello di Caropepe. La commedia fa ridere dall’inizio alla fine; ma, ripeto, sotto il riso ha un contenuto tragico. La viltà dell’uomo innamorato. La viltà dell’uomo anziano innamorato. Il bisogno d’illudersi dell’uomo anziano, ch’è poi la necessità d’illudersi che ha ogni uomo per attraversare la dura realtà dell’esistenza. La stessa Milla Milord è una vittima: una sventurata costretta eroicamente a fingere per sopravvivere. Il capolavoro di Martoglio è un apologo sulla vita stessa.

   Pattavina è così intelligente da evitare i toni ombrati e melancolici di Turi Ferro; e si tiene a pari distanza dall’inconfondibilità di Musco, la quale nasce dalla fisionomia-maschera di quel genio. Parte dall’estroversione, quasi dal grottesco; e conquista a passo a passo una dolente umanità. Impartisce una lezione di teatro di tale altezza che il suo spettacolo dovrebbe girare in tutta Italia; e mi auguro che ci sia un circuito così perspicace da accoglierlo; e anche da fargli rappresentare Il berretto a sonagli: dopo Randone e Ferro non credo un altro oggi possa eguagliarlo. Non parlo a caso: guardate che versione mediocre ne hanno fatto Eduardo De Filippo e Paolo Stoppa, che pure sono quel che sono.

   Di questo allestimento Pippo è anche abilissimo regista. Se si eccettua Santo Pennisi, altro sperimentato, finissimo attore maturo, egli si è tirato su con l’insegnamento una compagnia quasi solo di ragazzi. Sono così bravi che debbo ricordarli tutti. Sono Claudia Bazzano, Aldo Toscano, Cosimo Coltraro, Claudia Sancani, Luciano Fioretto, Anna Nicolosi, Federica Amore, Luca Micci, Antonio Marino, Giovannino Vasta. Lunga vita al grande vero teatro!

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Il Fatto Quotidiano, 1. III.2019.

Nel mio ultimo articolo ho narrato di una tentata truffa, ormai frequentissima, facile e ignobile: un pirata informatico entra nella posta elettronica di Marco Travaglio e mia e, fingendosi noi all’estero e in difficoltà, chiede soldi. Ho poi parlato della vera truffa, quella che implica un rischio da parte di chi l’esercita e, in quanto tale e se ben concepita, è un’arte.

   Ho citato l’immortale Totò truffa. Un altro, meno noto, film del Sommo, Sua Eccellenza si fermò a mangiare, racconta di un raggiro: lungo e paziente, questo. Totò, sotto il fascismo, si finge il medico del Duce, colui che durante la Grande Guerra l’ha guarito dal tifo petecchiale e che con Lui si sente almeno una volta al giorno, visitandolo anche per telefono (“Eccellenza, dite trentatrè!”). Così riesce a farsi affidare da una nobile famiglia che la detiene dal Rinascimento un servizio di posate cesellato da Cellini: per portarlo in prestito a Palazzo Venezia … Uno degli strumenti dell’inganno è la capacità di assumere una falsa identità, o di attribuire a se stessi un falso carattere. E vorrei in un paio di scritti raccontarne un po’ di casi.

 Il teatro comico sin dalle origini ne fa uno dei suoi principali mezzi. Nell’Anfitrione di Plauto Mercurio assume l’aspetto di Sosia, il servo di Anfitrione, mentre Giove, prese le sembianze di costui, si giace con la moglie Alcmena: e quando il vero Sosia vuol entrare in casa, il dio, in uno dei più strepitosi testi comici mai composti, lo convince di essere egli l’autentico Sosia, lasciando il servo privo della stessa sua identità. Ruggero Guarini indica in questo dialogo surrealista, pieno di equivoci verbali, una delle radici di Totò. Uno dei più grandi eredi di Plauto e di Terenzio è Molière: nel Tartufo egli inventa un libertino, avido di denaro e sfruttatore di una famiglia, il quale si fa credere un così perfetto devoto da portare tale famiglia, da lui dominata, a una comicissima, estrema bigotteria. Se sosia è diventato il sinonimo di colui che assomiglia tanto a uno altro da poterlo contraffare, tartufo è quello dell’ipocrita e del falso credente. Potenza del genio.

 Ma anche il teatro tragico può basarsi sulla falsa identità. Il caso atroce dell’Edipo tiranno di Sofocle è che Edipo finge di essere il figlio di Polibo, re di Corinto, e non di Laio, il re di Tebe: ma è il primo a crederlo, onde uccide di notte il padre a un crocicchio e sposa la madre Giocasta. Gli dei hanno teso a un innocente questo crudelissimo inganno: il sommo Poeta si interroga, ben prima di Agostino (“Se Dio è, donde nasce il Male?”), sul tema se la divina giustizia esista. Occorrerà giungere alla purificazione della Tragedia che completa questa, Edipo a Colono, per accettare l’idea che gli dei sono giusti e che la loro giustizia è imperscrutabile. Edipo può finalmente morire, e muore placato. Chi sa se, oltre a placarsi il Re, si placa davvero Sofocle. E dopo, nell’Antigone, il sublime poeta affronta un altro tema capitale: può una Giustizia nascente dalla natura e dalla pietà (ossia: dal rispettare la volontà degli dei, ché questo pietas significa) esser superiore alla legge dello Stato? La risposta è affermativa. Antigone ha accompagnato il padre Edipo, accecatosi per l’orrore, nell’esilio, e muore per aver seppellito il fratello ucciso dall’altro fratello, in spregio al di lui divieto. L’incomprensibilità divina si manifesta a partire dallo strumento della falsa identità; dall’una e dall’altra Tragedia nascono alcuni dei principali imperativi etici e metafisici del cristianesimo.

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La Messa dell'ateo. Libero, 16. II. 2019 

Ho pubblicato tre articoli consecutivi dedicati alla natura pagana della festa del Natale, nelle sue varie manifestazioni, e nel Presepio napoletano. Certo in essi non veniva celata la mia natura panteista-atea; la quale non confligge con un cattolicesimo di fondo. Perché il cattolicesimo ha reinstaurato quel paganesimo che il cristianesimo di san Paolo e sant’Agostino avevano estirpato. Perché il cristianesimo è stato la forza che ha distrutto la civiltà antica, ma il cattolicesimo è riuscito a preservarne gran parte. Nelle tre successive Rinascenze, quella dell’età carolingia, quella del tredicesimo secolo e quella dell’Umanesimo della fine del Trecento e di tutto il Quattrocento, si è dedicato alla cultura classica quasi quanto alla Bibbia, pur nell’opposizione elevata dai rigoristi. Uno dei tesori della napoletana pinacoteca di Capodimonte è un quadro di Masolino da Panicale raffigurante Papa Liberio che scava le fondamenta della basilica di Santa Maria Maggiore: indicato il luogo, sull’Esquilino, da una potente nevicata che si vuole avvenisse il 5 agosto del 358. Il pontefice, venerato dalla Chiesa come Santo, venne fatto esiliare da un orrendo personaggio storico, l’imperatore Costanzo II. Questi, criminale quanto il padre Costantino e dominato dall’eunuco Eusebio, sostenitore dell’arianesimo, si occupò più di teologia che di reggere l’Impero; e per tutta la vita oscillò ossessivamente fra l’accettare e il combattere una formula del Credo, il consubstantialem Patri, ossia che il Figlio “è della stessa essenza del Padre”. I seguaci di Ario lo negavano, ritenendo il Figlio una divinità subordinata. Onde scrive il Gibbon che il vile Costanzo non osò proibire ciò che non voleva accettare.  

   Le fattezze del Santo dipinto da Masolino sono quelle di  uno dei miei idoli, Niccolò V, che fu Sommo Pontefice dal 1447 al 1455, anno della morte. Egli è anche ritratto quale Sisto II dal Beato Angelico.  Tommaso Parentuccelli, ligure di Sarzana, prima di esser proclamato cardinale, passò una vita da legato pontificio. Ovunque si recasse, dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, acquistava codici antichi, per lo più conservati nelle abbazie dell’Ordine benedettino. Fu in relazione di amicizia con Poggio Bracciolini, che ritrovò il De rerum natura di Lucrezio, Lorenzo Valla, Leon Battista Alberti, Enea Silvio Piccolomini, che gli successe quale Pio II. Gli acquisti librarî di Niccolò V furono il primo nucleo della Biblioteca Apostolica. Da Papa egli diede ordine di tradurre in latino la letteratura greca, affinché potesse venir letta da tutti (bei tempi!); la sola edizione metrica di Omero gli costò diecimila fiorini.  “Quel ch’egli non conosceva”, scrive Enea Silvio, “non rientra nell’ambito dell’umana scienza”. Il più grande dolore della sua vita fu la caduta di Costantinopoli, la difesa della quale egli tentò invano di promuovere: ai monarchi europei interessava di più contrattare coi Turchi. Niccolò V doveva  appartenere alla vasta schiera di Papi atei; ma costoro, considerando la difesa della fede come un aspetto della loro politica di volontà di potenza, fecero per la Chiesa più di loro santi confratelli. Credo che nessun cultore della civiltà possa non dirsi cattolico; e qui oso storpiare il titolo di un saggio di Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani.

   Ora mi sia concesso un omaggio alla candida fede, quella che non sa nemmeno distinguere fra cristianesimo e cattolicesimo. Honoré de Balzac si proclama credente, e credente fa persino il suo più ambizioso personaggio, Eugène de Rastignac, animato da gigantesca volontà di potenza. Penso che da parte del sommo narratore sia un atteggiamento, essenziale per la costruzione del suo personaggio. Si legga la sua meravigliosa biografia di Stefan Zweig. Tuttavia uno dei più bei panegirici della candida fede è una sua novella, apparsa la prima volta nel 1836, La Messa dell’ateo. I personaggi sono due grandi medici che tornano, ciclicamente, in varie altre opere di Honoré, Desplein e Bianchon, allievo prediletto del primo. L’allievo si accorge per caso che il suo maestro, ateo professo, di nascosto assiste devotamente alla Messa presso l’altare della Madonna in San Sulpizio. Lo incomincia a seguire di nascosto e si accorge che, in un anno, ciò accade quattro volte.

  Allora si permette di interrogarlo. E questi gli narra la sua storia. (All’interno di essa, l’aforisma splendido sulla “battaglia orribile, incessante, che la mediocrità scatena contro l’uomo di superiore intelligenza”) Poverissimo studente di provincia, a Parigi vive in una soffitta senz’aver neanche i soldi per comperarsi i libri di testo. Piomba nella disperazione. Nella soffitta accanto alla sua abita un altro sventurato, un avergnate trovatello che fa il portatore d’acqua. Occorre ricordare che l’acqua corrente nelle case è una conquista abbastanza recente: ancora sotto la Restaurazione gli acquaioli giravano col carretto, o portandosi la botte in spalla, per tutta la città, e salivano col pesantissimo carico per ripide scale. L’avergnate ha risparmiato tanto da comperarselo, il carretto; ci rinuncia per far da padre a Desplein: vive con lui, si sostenta a pane e acqua per pagargli gli studî. Nei suoi sacrifici, è sorretto da un’ardentissima fede, in particolare verso la Vergine.  Lo studente diviene medico; riesce, una prima volta, a guarire il pover’uomo, minato dagli stenti; poi questi gli spira fra le braccia. Morendo gli chiede una cosa sola: d’istituire perpetuamente quattro Messe all’anno. Il più grande ippocratico parigino lo fa scrupolosamente, e se non diviene credente rispetta con tutta la profondità dell’animo suo la fede del portatore d’acqua.

   Non si può leggere la novella senza provare un’altrettanto profonda commozione. E qui mi piace esporre una mia vecchia idea. Si può al tempo stesso essere un ateo ed essere un vir religiosus: ma quest’espressione è intraducibile, e “uomo religioso” ne è una pallida versione. Religio, da religare, onde viene il nostro religione, è innanzitutto un vincolo: che ci lega alla Natura, alla Storia, alla Civiltà.

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