Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano”, 22. III. 2017.

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Verdi ha scritto tre Opere direttamente in francese per l’Opéra di Parigi, più altre tre versioni in francese di anteriori drammi musicali attentamente da lui preparate: fanno sei Opere in tutto, e fra queste si contano tre capolavori assoluti come Les Vêpres siciliennes, il Macbeth (seconda versione) e il Don Carlos. La letteratura verdiana è ancora in gran parte impreparata al tema, che viene risolto in modo casuale e impari. Il rapporto tra parola e musica, in Verdi stretto come non mai, si colora in modo affatto particolare quando il Maestro affronta la lingua francese. Ne dà una declamazione così impareggiabile che, nell’Ottocento, il solo Berlioz può essergli accostato. Ma il ductus melodico, la stessa invenzione, sono diversi e con rare sfumature di delicatezza. Per comprendere davvero il Don Carlos occorre ascoltarlo in francese, sebbene la scadente traduzione italiana sia dall’Autore approvata.

“Panorama”, 17. III. 2017.

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In esordio, una premessa. Oggi si abusa dell’aggettivo “populista”. Il “populismo” è un movimento politico preciso con proprie caratteristiche il quale ha, per esempio, portato nella Russia zarista all’abolizione della servitù della gleba. Salvini, Grillo, De Magistris (e, aggiungo io, in parte Berlusconi e Renzi), definiti sprezzantemente “populisti”, magari lo fossero! Sono invece “demagoghi”, giacché si rivolgono alla piazza sollecitandone gl’istinti, a volte bassi, a volte sacrosanti, ma sempre illudendola con promesse che non potranno mantenere mai e della illusorietà delle quali sono perfettamente consci.

De Magistris a Napoli ha occupato il vuoto politico lasciato da una destra e un Pd che sono parimenti eserciti in rotta. E’ stato votato (con altissima astensione) da una massa di disperati che faticano ad arrivare alla fine della settimana perché di essi nessuno dei partiti politici tradizionali si occupa. Questi reietti della terra sperano ch’egli sia per fare qualcosa per loro. A Napoli De Magistris fa solo dichiarazioni, e ben gli ha risposto Salvini: si occupasse di amministrare. Tutto questo popolo derelitto, per fare questo solo esempio, esce la mattina per andare a lavorare: quando un po’ di lavoro ce l’ha. E deve usare i mezzi pubblici: che a Napoli non sono allo sbando, in fatto non esistono. Trascorre la giornata aspettando i mezzi che non passeranno mai. De Magistris ha sfruttato i poveri per averne il voto e li ha già buttati via.

“Il Fatto Quotidiano”, 15. III. 2017.

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Il 16 luglio 1997 una signora novantenne morì d’improvviso in una strada parigina. Usciva pochissimo ed era ridotta in miseria. Aveva forti disturbi psichici e Jacques Lacan, che negli anni Cinquanta l’aveva avuta quale paziente, aveva incoraggiato la sua mania religiosa ritenendo che potesse fare da diga al dilagare della follia. La donna mandava continue lettere a Picasso invitandolo a cambiar vita e redimersi; ma nel 1997 Picasso era morto da ventiquattro anni e la donna non poteva più tormentarlo. La casa dove la signora viveva senza far entrare nessuno era a poco a poco divenuta un antro rovinato; e l’antro era protetto da porte di ferro e molteplici catenacci. Alla morte della novantenne ella risultò senza eredi giacché un testamento a favore d’un monastero benedettino, che pareva esser stato vergato, non si trovò. Lo stato francese fu il successore. La vendita all’incanto dei 418 lotti di opere di Picasso contenute nell’appartamento gli fruttò 214 milioni di franchi.

“Il Fatto Quotidiano”, . III. 2017.

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Il passeggero che, discendendo dalla strada di Posillipo, imbocchi Mergellina, si trova a mano destra la maestosa fontana costruita nel 1635 su disegno del dio del Barocco napoletano, Cosimo Fanzago. Al centro un florido vecchio; sopra due tritoni; sotto due mostri marini ch’eruttavano acqua. La fontana raffigura il Sebeto, il fiume che allora, e nemmeno quando Boccaccio fu a Napoli, esisteva più. Ma era sita, la fontana, in altro luogo, e precisamente ai piedi della collina di Pizzofalcone, sede del primo insediamento greco chiamato Palepoli per distinguerlo dalla nuova Neapoli: e proprio lì sfociava a mare il fiume, nato sul Monte Somma, ossia il vulcano (solo dopo l’eruzione di Pompei il Vesuvio si scisse in due montagne). Virgilio, Stazio e Columella parlano del corso d’acqua alla memoria mitica del quale Angelo Gilardino scrive (2013) un Concerto per due chitarre e orchestra intitolato Concerto del Sepeithos, il nome greco di Sebetho; il quale esce in questi giorni in disco insieme con la Sonata Riviera di Chiaia. Passeggio reale per due chitarre.

“Il Fatto Quotidiano”, 3. III. 2017.

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La paura della morte è di tutti, che si creda o non si creda all’anima, all’anima immortale, alla vita ultraterrena. La paura della morte è un sentimento innato in ogni forma di vita ed è stata inventata dalla natura per perpetuare se stessa: lo illustra Schopenhauer. La filosofia insegna a vincerla: Buddha, Epicuro, Lucrezio, Montaigne. Per me esiste un timore ancor più forte: il timore del morire. Di certe sofferenze che precedono la morte e a volte la rendono desiderabile. Alla morte non c’è rimedio; all’orrore del morire c’è: la liberta di morire quando la vita si è fatta intollerabile. Il caso terribile di Fabiano Antoniani, “Fabo”, costretto a recarsi in Svizzera per poter morire; e l’odioso accanimento delle istituzioni contro chi ha avuto la somma pietà di accompagnarlo, hanno fatto discutere: spesso troppo e male. E basti l’orrore infinito di chi, a questo ragazzo straziato, gridava, magari dai banchi parlamentari: “Tu non hai il diritto di ucciderti!”

“Il Fatto Quotidiano”, 1. III. 2017.

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Sovente mi vien fatto di pensare al rapporto fra vita e arte nei creatori, a come noi storici dell’arte e delle arti dobbiamo guardarvi. “Vi è solo biografia”, dice Nietzsche: e certo lo storico ha da conoscere la biografia dell’artista che studia in ogni particolare oltre che nelle grandi linee, e l’artista deve poi inquadrare nella storia del tempo e in quel che si chiama il Zeitgeist, lo spirito del tempo. Ma un nesso troppo stretto tra vita e arte può condurre a mal comprendere questa, la sola cosa che alla fine conti. E penso a Čaikovskij. Questo gigante della musica visse solo cinquantatré anni, e li trascorse lasciando una produzione imponente e di eccelsa qualità; era un uomo ipersensibile, morboso, che tentò anche di “guarire” dall’omosessualità che lo possedeva con un eros appassionato, tenero insieme e violento. Ma il compositore è d’una sicurezza di segno, d’una fermezza di stile, impressionanti. Tutti i demonî li ha scatenati sulla vita per lasciare intatto il recinto creativo. Se non si è consci di questo non si comprende Piotr IlyČ

“Il Fatto Quotidiano”, 17. II. 2017.

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Dopo La campana sommersa dell’anno scorso, il Teatro Lirico di Cagliari inaugura la nuova stagione con un’altra rarità di Ottorino Respighi, La bella dormente nel bosco, sempre sul podio uno dei migliori direttori nostri, e non solo nostri, Donato Renzetti. Il titolo contiene un errore d’italiano, giacché il participio di “dormire” è “dormiente”; ma non si deve al Maestro, che la sua Opera sempre chiamò La bella addormentata, sibbene al librettista Gian Bistolfi e alla moglie Elsa. Costei, dopo la morte del compositore (1936), divenuta la più terribile vedova del mondo musicale, continuò ad aduggiarlo per ben sessant’anni, scomparendo ultracentenaria; e le sue dichiarazioni d’esser coautrice di alcune opere del consorte, e di avergli insegnato addirittura il canto gregoriano, sono state prese per buone da alcuni cretini. Quanto a canto gregoriano il Maestro è, nel Novecento, quello che più l’ha fatto rivivere in modo non archeologico inserendolo in grandi opere sinfoniche e da camera: per esempio nel Poema sinfonico Vetrate di chiesa, a mio parere superiore alla stessa trilogia romana delle Fontane, dei Pini, delle Feste. Ma per comprendere uno dei più grandi Maestri del Novecento è indispensabile adottare la chiave da me proposta nel mio libro del 2015: Respighi è un poeta doctus. Il linguaggio e lo stile del passato, ma anche del presente, sono per lui oggetto di amorosa rielaborazione storica; il suo rapporto col canto gregoriano, con la musica rinascimentale e barocca, col canto popolare, è dello stesso genere di quello che Virgilio ha con Omero.

“Il Fatto Quotidiano”, 21. I. 2016.

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Quando Ferdinando IV tornò, nel 1815, sul trono napoletano, il figlio prediletto, Leopoldo, principe di Salerno, viste le straordinarie migliorie apportate da Gioacchino e Carolina Murat ai palazzi reali, disse: “Papà, potevate stare altri dieci anni lontano!”. La coppia regale francese aveva dato anche un grande impulso alla pittura vedutistica e al collezionismo; ma in questo i Borbone non erano né sarebbero stati da meno.

   Le più belle vedute settecentesche napoletane si debbono a Jakob Philipp Hackert, l’amico di Goethe, che da Roma Ferdinando aveva attratto a Napoli. Ma già gli ultimi anni di questo Re vedono affermarsi due grandi pittori ottocenteschi di rovine, paesaggi, sentimento romantico al paesaggio connesso e, nel caso del secondo, persino moderna tecnologia. Si tratta di Gabriele Smargiassi e Salvatore Fergola. Nato nel 1798 e figlio d’arte, Fergola scomparve nel 1874: e la sua copiosissima produzione ne fece il pittore prediletto di due Re, Francesco I e il figlio Ferdinando II. Fino ad aprile potrà vedersi a Napoli una mostra a lui dedicata della quale il bellissimo catalogo, curato ad alto livello scientifico e letterario da Fernando Mazzocca, Luisa Martorelli e Antonio Ernesto Denunzio, è edito dalla Marsilio. E voglio subito fare un lamento: molta parte della produzione di Fergola è allogata presso il Museo di San Martino: ma  questo, all’interno del quale è una delle più belle chiese del mondo, è aperto solo in parte per mancanza di personale: non la pinacoteca: della stessa chiesa da un po’ di tempo non può vedersi la sacrestia, sua naturale prosecuzione. Sto parlando di un “patrimonio dell’umanità”.

“Il Fatto Quotidiano”, 27. I. 2016.

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Da sempre Napoli ha due anime. Era sede di culti misterici e della scuola di filosofia epicurea di Filodemo, ove Lucrezio imparò la scienza della natura e l’atomismo. È fortissimamente irrazionalista: Carlo Gesualdo, il più grande polifonista italiano, colla sua musica ora cupa ora piena d’un pathos quasi morboso; e scientifica nella razionalità filosofica: Giovambattista Vico. Pagana e misterica: San Gennaro, Pulcinella, Giordano Bruno e Giovan Battista Basile. Illuminista nel Settecento. Introduttrice, coll’Opera buffa, del realismo della vita quotidiana nella musica. Capitale dell’effimera, generosa ma troppo mitizzata, Repubblica giacobina del 1799. Capitale dell’hegelismo italiano. Patria ideale e luogo eletto, per una vita, di Benedetto Croce. Gerardo Marotta, illuminista, faceva parte della seconda anima di Napoli; e tuttavia il furore col quale perseguiva il suo ideale di cultura, la forza nell’abbattere – almeno fino a un certo punto – gli ostacoli, la dedizione assoluta al suo progetto, il sacrificio dell’intera sua stessa posizione economica al fine di dotare Napoli e l’Italia di un poderoso strumento culturale, hanno anche qualcosa di dionisiaco.

   Io non sono un filosofo e non ho, per ricordarlo, titolo se non l’ammirazione e l’amicizia. Altri meglio di me lo faranno.

“Il Fatto Quotidiano”, 31. I. 2016.

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Nel 2017 faranno cinque anni da che è mancato Giancarlo Cobelli. Era una delle grandi figure del nostro teatro. Il San Carlo di Napoli, per ricordarlo, molto opportunamente riprende, mercè Ivo Guerra, il suo allestimento del Rigoletto, con le scene di Paolo Tommasi e i costumi di Giusi Giustino. Le scene arieggiano sia Mantova, ove l’Opera si svolge, sia Fontainebleau, ove si svolge la sua fonte, Le roi s’amuse di Victor Hugo, coi suoi manieristi italiani; e posseggono in un punto capitale del dramma una fuga prospettica bella e vertiginosa, da straforo. Nella regia Cobelli rispetta la didascalia in modo puntiglioso: il suo teatro si svolgeva sempre all’interno del testo; per lui il forzarlo sarebbe stato volgarità. Alla didascalia aggiunge solo mimi nudi che vogliono ricordarci l’ossessione erotica onde il Duca è posseduto, un’ossessione che coincide con l’impossibilità di amare.

   Quando conobbi Cobelli, ch’era anche un gran signore – a Milano quasi non ce ne sono più – e lo chiamai, come dovevo, “Maestro”, lui mi guardò con quei suoi occhi stupiti: lo stupore di fronte al mondo pareva il suo sentimento dominante, essendo egli riuscito a conservare una caratteristica infantile come per miracolo. “A me? Maestro è Lei!”. Mi venne dettata da San Gennaro una battuta felice: “Allora La chiamerò mon Petit Prince!”, pensando al romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, che gli adulti dovrebbero meditare più dei bambini destinatarî. S’illuminò tutto. Me lo ricordo dall’epoca del Mago Zurlì: il pomeriggio si trasmetteva “La tv dei ragazzi”: lui, Nino Castelnuovo e un altro grande, Ferruccio Soleri, facevano i mimi. Quanta ironia e delicatezza!