Gli Articoli

Gli Articoli

“Il Fatto Quotidiano”, 31. I. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Nel 2017 faranno cinque anni da che è mancato Giancarlo Cobelli. Era una delle grandi figure del nostro teatro. Il San Carlo di Napoli, per ricordarlo, molto opportunamente riprende, mercè Ivo Guerra, il suo allestimento del Rigoletto, con le scene di Paolo Tommasi e i costumi di Giusi Giustino. Le scene arieggiano sia Mantova, ove l’Opera si svolge, sia Fontainebleau, ove si svolge la sua fonte, Le roi s’amuse di Victor Hugo, coi suoi manieristi italiani; e posseggono in un punto capitale del dramma una fuga prospettica bella e vertiginosa, da straforo. Nella regia Cobelli rispetta la didascalia in modo puntiglioso: il suo teatro si svolgeva sempre all’interno del testo; per lui il forzarlo sarebbe stato volgarità. Alla didascalia aggiunge solo mimi nudi che vogliono ricordarci l’ossessione erotica onde il Duca è posseduto, un’ossessione che coincide con l’impossibilità di amare.

   Quando conobbi Cobelli, ch’era anche un gran signore – a Milano quasi non ce ne sono più – e lo chiamai, come dovevo, “Maestro”, lui mi guardò con quei suoi occhi stupiti: lo stupore di fronte al mondo pareva il suo sentimento dominante, essendo egli riuscito a conservare una caratteristica infantile come per miracolo. “A me? Maestro è Lei!”. Mi venne dettata da San Gennaro una battuta felice: “Allora La chiamerò mon Petit Prince!”, pensando al romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, che gli adulti dovrebbero meditare più dei bambini destinatarî. S’illuminò tutto. Me lo ricordo dall’epoca del Mago Zurlì: il pomeriggio si trasmetteva “La tv dei ragazzi”: lui, Nino Castelnuovo e un altro grande, Ferruccio Soleri, facevano i mimi. Quanta ironia e delicatezza!

“Il Fatto Quotidiano”, 12. I. 2016.

Scarica il file in formato PDF

   Non solo nel teatro musicale, anche in quello di prosa non si riesce più ad assistere a un allestimento fedele al testo. Non Shakespeare, non Molière, non Pirandello, non Cechov. Quasi sempre mettono in scena non un dramma “di” Shakespeare ma un polpettone”da” Shakespeare. E almeno questo genio è protetto dalla lingua, onde in Inghilterra e in America ancora se ne danno allestimenti esemplari, e divi del cinema si fanno un vanto di salire sul palcoscenico ed umilmente essergli fedeli. Ma da noi?

    Penso a due Molière messi in scena dal sommo Peppino De Filippo, Il malato immaginario e L’avaro: non solo interpretazioni rivelatrici ma elette compagnie ove le parti di fianco erano mammasantissima come Angela Luce, Gigi Reder, Franco Scandurra, Franco Sportelli, Giuseppe Porelli … E c’era la compagnia de “I giovani”! Ricordo un Malato immaginario al festival di Spoleto, protagonista Romolo Valli: discussi per due ore con Cesare Garboli su di un particolare della sua traduzione che giudicavo imperfetto. I loro Così è se vi pare, Sei personaggi, Giuoco delle parti ….

   La vittima numero uno è proprio Pirandello. Pur essendo il più grande drammaturgo del Novecento il suo essere italiano lo rende periferico persino da noi. I registi preferiscono percepire diritti d’autore che far parlare i suoi testi ove l’inferno della vita e il cristallo della filosofia si mescolano in un miracolo irripetibile.  Non riesco, dopo Salvo Randone e Turi Ferro, a vedere un Berretto a sonagli fatto come si dovrebbe, dopo Tino Carraro un Questa sera si recita a soggetto. È ben triste: ho sessantasette anni e se qualche giovane mi legge penserà che sono un maniaco che pensa solo alle neiges d’antan.

“Il Fatto Quotidiano”, 5. I. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Da un po’ di tempo avevo dimenticato il piacere che si prova perdendo un paio d’ore in libreria: guardare il bancone delle novità, sfogliarle, farsi tentare, vincere la tentazione, ripensarci, comprare… Oziare … Per quanto si seguano le recensioni sui giornali, altro è prendere fisicamente in mano l’oggetto del desiderio, aprirlo e farne dei saggi. La musica è l’amore della mia vita e anche colei che mi ha fatto campare; la lettura è il mio vizio. E il libro, se non lo tieni in mano, non appaga il vizioso: altro che tablet …  Proprio per questo ho preso l’abitudine di fare attraverso internet i miei voracissimi acquisti: sono diventato impaziente dell’ordine, dell’attesa, spesso protratta. Ma ne faccio ammenda: dopo un pomeriggio trascorso alla Feltrinelli palermitana, reduce dalla mia annuale visita al Duomo di Monreale, ho riscoperto una gioia ch’era mia dall’adolescenza, sin da quando facevo “filone” a scuola e m’infilavo nella libreria Macchiaroli di via Carducci, prospiciente il liceo che tradivo, o la Deperro di via dei Mille. Mi facevano credito per anni.  Non esistono più, come quasi tutte quelle napoletane, e tante romane, milanesi, torinesi: la meravigliosa Fògola in piazza Carlo Felice, ch’era frequentata da Fruttero e Lucentini, da Luigi Firpo, da Norberto Bobbio, da Sandro Fuga, occasionalmente da Leonardo Sciascia (mi dice Marco Travaglio, anche da lui). Su questa libreria e sul suo titolare Mario, ex concertista di violino, ch’era anche coraggioso editore, dovrò scrivere una pagina di ricordi.

“Il Fatto Quotidiano”, 5. I. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Il più grande di tutti i grandi vecchi della direzione d’orchestra, Georges Prêtre, che ci ha lasciato il 4 gennaio, era nato nell’estremo Nord della Francia ma non aveva nulla della rigidità della sua razza. Era simpatico, spiritoso e gentile e possedeva l’innata signorilità di chi proviene dal popolo. Aveva fatto una gavetta molto dura: in questo era l’opposto di Pierre Boulez, sopravvalutatissimo come direttore d’orchestra, al quale tutto era stato regalato. Proveniva dalla tromba; e per pagarsi gli studi di composizione al Conservatorio di Parigi  suonava la tromba e il pianoforte nei night-clubs. In un’indimenticabile serata dal suo vero scopritore, il Maestro Siciliani, al Lungotevere Flaminio, a metà degli anni Settanta, passammo in rivista il repertorio di Edith Piaf, di Trenet e Brel: lui cantava e si accompagnava al pianoforte. La sua cultura musicale e la sua preparazione erano profonde ma non ostentate. E la sua natura musicale era così potente che, provando, correggeva col fischio l’intonazione dell’orchestra.

“Il Fatto Quotidiano”, 29. XII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

La Romanza per canto e pianoforte, italiana e francese, solo in parte corrisponde al tedesco Lied.  È tuttora aduggiata dalla valutazione che sia un “genere” di consumo, facile e commerciale: e le si nega l’accesso ai piani alti dell’Estetica. È la sventura delle cosiddette “arti minori”; ai giorni nostri questa dissennata gerarchia continua, se si pensa ch’è considerato un grande della musica contemporanea un Luigi Nono mentre ai Beatles il rango è negato.

   A dicembre è caduto il centenario della morte di Francesco Paolo Tosti, nato a Ortona nel 1846: e sebbene sia fra i più noti nostri compositori, non sempre lo si vede riconosciuto  fra i più grandi. Più noti, perché non c’è tenore che non infili in un recital una sua Romanza: e sebbene i Carreras, i Pavarotti, i Domingo lo cantino bene – quando i testi non sono napoletani – certo non raggiungono la sovrana eleganza espressiva di Tito Schipa e Carlo Bergonzi.

   Ma guai a giudicare Tosti da quella decina di titoli più noti, pur bellissimi. Di Romanze ne ha scritte circa quattrocento: anche in inglese e francese, oltre quelle in dialetto abruzzese. Si formò al Conservatorio napoletano e fu allievo di Saverio Mercadante, che lo dirigeva, ossia del più raffinato, del più aristocratico, fra gli operisti italiani dell’Ottocento dopo Rossini. Sul suo genio nativo l’insegnamento dell’Altamurano lasciò un’impronta decisiva. Tosti è un miracoloso creatore di melodie: la sua ispirazione, l’infallibile bellezza di ognuna di esse, ne fanno il vero Schubert italiano; ma nessun melodista possiede la sua eleganza, la sua, ripeto, aristocrazia. E le melodie sono armonizzate con un’arte così consumata che i veri musicisti, ascoltandole, sono ogni volta presi d’ammirazione: semplicità, asciuttezza, colori pungenti; mai un tratto facile, un “effetto”; l’armonia guida il taglio della frase adeguandosi al senso della poesia, come si vede da un’arte dell’enjambement nella quale nessuno supera Tosti. Armonie wagneriane s’insinuano nel tessuto di gusto italo-francese con tale eleganza da passar quasi inosservate.

“Il Fatto Quotidiano”, 24. XII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Il Colosso di Rodi, l’immensa statua di bronzo, era una delle meraviglie del mondo antico. Un terremoto un giorno lo distrugge: in pezzi, affonda. I genitali, fallo e scroto, vengono ripescati e, quattro secoli dopo, Tito Cornasidio, procuratore ad Antiochia di Settimio Severo, li acquista per la sua villa sull’Aventino. Il pezzo è “fedele fino all’inverosimile quanto alla rispondenza col vero, eppure libero e sovrano nell’espressione, che era di una forza, di una compostezza, di una maestà del tutto degna del dio.” “Un Pantocratore!” Su di una nave atta a trasportare obelischi egizi giunge a Brindisi: ove le donne sterili e le ragazze da marito vanno a toccare il reperto per l’ augurio che, fausta divinità, rappresenta; e di lì, su di un carro con quattro coppie di buoi, a Roma. Il blocco bronzeo, ornamento della domus del magistrato, gli porta fortuna; tanto che viene nominato proconsole della Gallia Lugdunense. Egli assume la magistratura ma i genitali devono raggiungerlo: e partono alla volta di Lione. Giunto nella zona del Lago Maggiore, il carro si sfascia e il pezzo resta al suolo. Il proconsole muore all’improvviso e nessuno si cura di recuperare il divino reperto: che a poco a poco viene sommerso dalla terra e dimenticato. Èra cristiana, 1692. Ad Arona si sta erigendo una statua gigantesca come il Colosso, quella che il cardinale Federico Borromeo volle in onore del cugino San Carlo. Ma i lavori s’interrompono al momento di fondere la testa del Santo: manca il metallo. Intanto il blocco bronzeo è stato per caso disseppellito. In segreto viene fuso: e il cazzo del Colosso di Rodi diventa la testa di San Carlo.

“Il Fatto Quotidiano”, 3. XII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Il bel nuovo romanzo di Ruggero Cappuccio La prima luce di Neruda (Feltrinelli, pp.170, euro 15) incomincia con l’espulsione del poeta dall’Italia annunciatagli a Napoli nel 1952. Una levata di scudi del partito comunista e di molti uomini di cultura l’impedì. In quell’occasione Neruda conobbe a Roma Matilde Urrutia, che gli sarebbe stata moglie e, a suo modo, ninfa egeria. Il romanzo prosegue a Capri: ad Anacapri la coppia abitò la villa “Il rosaio” di Edwin Cerio, ove prima della guerra Ottorino Respighi aveva scritto il Concerto gregoriano. Indi si sposta in Cile, la patria del poeta. Oppositore dell’oppressione sempre, gli toccò di vivere gli ultimi tempi col colpo di stato contro Salvador Allende e l’inizio della dittatura militare. Pronto a esulare ancora una volta, Neruda morì in clinica, ov’era ricoverato per un tumore: ora pare certo, avvelenato da un sicario del potere.

   Chi lo fece uccidere sbagliò i calcoli. Un poeta in esilio, sia pure premio Nobel, provoca minori danni che un poeta morto trasformatosi subito in simbolo. Ma il caso di Neruda fa riflettere sul rapporto fra arte e potere.

“Il Fatto Quotidiano”, 9. XII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

   Come napoletano ho assistito con forte interesse a Robinù, il documentario girato da Michele Santoro nei luoghi più disperati della mia città e nel carcere minorile di Airola.  Ha spinto  il giornalista all’indagine, credo, lo sgomento di fronte al fatto che le cronache criminali si riempiono di nomi di adolescenti i quali non si esercitano più in quella che con eufemismo ridicolo insieme e odioso si chiama la “microcriminalità” ma fanno cruente rapine e uccidono nel corso di esse ma anche su commissione e persino solo per passarsi il piacere di togliere di mezzo un coetaneo antipatico: il che succede soprattutto nelle fine settimana dopo alterchi nei locali notturni, discoteche e bar. Sono diciassettenni ma anche quindicenni, quattordicenni e tredicenni. E il lavoro di Santoro è eloquente in ordine a tale realtà sì da assumere un valore pedagogico. Ma non consiglierei di proiettarlo nelle scuole dell’obbligo: i protagonisti a scuola, beninteso, non vanno, ma troppi ragazzini proverebbero desiderio di emularli invece che schifo per la loro vita e il loro destino.

   Un quindicenne dai denti marci – come quasi tutti, perché si drogano della stessa immondizia che spacciano – dice che possedere una pistola (‘o fierro, il ferro) significa essere qualcuno: requisito per essere rispettati nel rione. Ma quando ha potuto tenere in mano un kalashnikov (‘o kalàsh) ha avuto la più grande ebbrezza – ebbrezza erotica, ci tiene a precisare – della sua vita. E spiega che occorre uccidere in anticipo per non essere uccisi.

“Il Fatto Quotidiano”, 16. XII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

La gran parte della carriera di Rossini autore drammatico, che durò dal 1810 al 1829, si svolse a Napoli: dal 1815 al 1822; e per il San Carlo, il teatro di Corte di Ferdinando di Borbone, egli scrisse quasi tutti i suoi capolavori tragici. Ma il 4 dicembre 1816 il San Carlo non c’era: incendiatosi il 13 febbraio, il grande architetto Niccolini lo stava ricostruendo sul progetto che, realizzato al gennaio del 1817, ne avrebbe fatto il più bel teatro del mondo. V’era un’altra sala, più piccola ma dalle dimensioni di un teatro per altre capitali grande, il “Fondo”: in fondo alla piazza San Giacomo, quasi sulla riva del mare, fronteggiato da un bosco. In questo luogo incantato avvenne la prima rappresentazione dell’Otello. L’attuale San Carlo lo ha riallestito per il bicentenario.

   Sol che ci si pensi vengono i brividi. Rossini aveva ventiquattro anni e in Italia quasi mai le Opere serie avevano avuto un finale tragico; mai Shakespeare era stato trasformato in teatro musicale. I rapporti del sommo poeta con il teatro musicale vengono fondati a Napoli da questo ventiquattrenne: e nell’Ottocento i grandi compositori shakespeariani saranno dopo di lui Bellini, Berlioz, Verdi.

"Il Fatto Quotidiano”, 26. XI. 2016

Scarica il file in formato PDF

L’esotismo è tra le principali vene dell’arte ottocentesca e novecentesca: Mario Praz insegna ch’è un vero complesso di fuga da che la cultura occidentale è toccata; e quando alla lontananza di spazio si aggiunge la lontananza di tempo, in un vagheggiamento d’un Altrove sempre più distante, l’intossicazione è al culmine. Produce  capolavori sin dal Settecento:  il romanzo Vathek di William Beckford e Il ratto dal serraglio di Mozart; i culmini sono certe poesie di Baudelaire e di Rimbaud, il sommo romanzo di Flaubert Salammbô, che si svolge a Cartagine fra la prima e la seconda delle guerre puniche, e il terzo dei meravigliosissimi Trois contes, Erodiade, che si svolge a Gerusalemme regnante  Erode Antipa. Ne deriverà, fra l’altro, la Salome di Oscar Wilde donde Strauss ricava la sua Opera più celebre.

   L’esotismo musicale si vuole incominciato con l’”Ode sinfonica” Le Désert di un notevole compositore saintsimonista, Félicien David, eseguitasi nel 1844: essa ebbe notevoli influenze persino su Verdi il quale addirittura se ne ricorda per i Balletti dell’Otello in francese (1894); e terminato con la Sinfonia Turangalîla di Olivier Messiaen, del 1949. In realtà la bella Sinfonia è un’appendice d’un’esperienza conclusa; e assai prima di David la corrente è aperta dal Ferdinand Cortez che Napoleone commissionò a Gaspare Spontini e fece eseguire a Parigi nel 1809.  Anche la fine dell’esotismo musicale è italiana, sebbene dai francesi questo venga ignorato o occultato: ed è la Sakuntala di Franco Alfano, composta durante la prima guerra mondiale ed eseguita per la prima volta nel 1921. Quando l’ascoltò uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento, Fritz Reiner, riconoscendone la straordinaria forza mitica dichiarò: “E’ il Parsifal italiano!”.