Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 24. VI. 2018

Certi produttori di abiti di confezione, che si fanno chiamare “stilisti”, sono nell’immaginario collettivo delle vere divinità. Sono terzi fra cotanto senno, venendo dopo solo ai cuochi e ai calciatori. È una delle superfetazioni del nostro tempo. Accade, così, che la gente – soprattutto i ragazzi, spesso privi di strumenti critici – non sappia distinguere un grande couturier, da uno di questi.  Oggi le distinzioni estetiche fra arte “alta” e “bassa” sono cadute; ma non sarebbe nemmeno necessario per riconoscere statuto di grande arte alla creazione di certi disegnatori di abiti, che, essendo artisti, non si vergognano di definirsi “sarti”. Paul Morand ha scritto una geniale biografia di Coco Chanel, L’allure de Chanel, ed è Morand. Roberto Capucci, nato nel 1930, è ancor superiore a Coco; è una vera istituzione, sin da quando esordì ventenne con un defilé nel fiorentino Giardino Torrigiani; e oggi nessuno gli rifiuta il riconoscimento che gli spetta.

   È un uomo schivo, umbratile, di superiore educazione; gli resta quel tratto grande borghese che oggi si trova in pochi. Ha dedicato la vita a sognare e abbellire il corpo femminile. Ma la sua immaginativa non poteva non coltivare anche quello maschile. Col quale egli ha un rapporto solo artistico, non legato alla produzione professionale; e, per conseguenza, sul quale oniricamente proietta le sue fantasie. Ed ecco un avvenimento straordinario: una mostra di suoi disegni di corpi maschili, organizzata da una storica dell’arte aristocratica come Caterina Napoleone. A Palazzo Pitti, a inizio dell’anno; poi a Napoli, alla Fondazione De Filippo, adesso. Con due cataloghi curati dalla Napoleone e corredati da suoi scritti e un’intervista al Maestro: Capucci dionisiaco (Polistampa, Firenze) e Spettacolo onirico (arte-m, Napoli). Due meravigliosi libri figurativi.

Il Fatto Quotidiano, 16. VI. 2018

Uno dei miei più drammatici ricordi è la sera del 10 dicembre 1969. Inaugurazione della stagione lirica del San Carlo col Mosè di Rossini. A metà del primo atto, durante il Duetto Ah, se puoi così lasciarmi, si avverte uno sbandamento; il grande direttore Franco Capuana abbassa la bacchetta, scivola, cade in orchestra a faccia in giù. Lo issarono su di una poltrona, attaccato all’ossigeno. Già non era più cosciente; morì qualche minuto dopo.

   Due giorni prima avevo assistito alla prova generale, e quindi il Mosè l’avevo ascoltato tutto. Il protagonista, che diede i brividi da quando era entrato in scena fino a Dal tuo stellato soglio, si chiamava Bonaldo Giaiotti. Aveva trentasette anni, essendo nato a Ziracco, presso Udine, nel 1932; e ci ha lasciati ieri, l’11 giugno. Difficile, dati i tempi, che qualcuno lo dica: è stato il più grande basso degli ultimi cinquant’anni.

   Certo, se si pensa al ruolo di Boris Godunov di Mussorgskij, meglio di lui l’hanno interpretato Boris Christoph, Nikolaj Ghiaurov, Evgenij Nesterenko. Vengono dall’esempio di Scialjapin e posseggono la tinta slava anche quando cantano in italiano. Ma le grandi parti per la voce, se si eccettua questa e i ruoli wagneriani, sono Mosè, in Verdi Attila, Giovanni da Procida dei Vespri siciliani, Fiesco del Simon Boccanegra, Mefistofele nel Faust di Gounod e, soprattutto, Mefistofele nell’Opera di Boito, per interpretare il quale, diceva Tullio Serafin, ci vuole “una cooperativa di bassi”. E Timur nella Turandot di Puccini. E Filippo II nel Don Carlos di Verdi. In queste figure Giaiotti non ha avuto rivali, e difficilmente ne avrà. Non è entrato a far parte dello star-system, ma su “internet” lo si può ascoltare in queste interpretazioni: e a chiunque è dato capire. Diciamo, il suo omologo potrebb’esser Martti Talvela: quanto a possanza e timbro: ma con minor finezza, senza il dominio della musica italiana.

Il Fatto Quotidiano, 6. V. 2018

Un mese fa è morto Luigi De Filippo. Due anni e mezzo dopo suo cugino Luca. E tredici anni e mezzo dopo un altro cugino, Mario Scarpetta (1953-2004), scomparso prematuramente, dei tre il maggiore talento teatrale della famiglia.

   I De Filippo erano figli di Eduardo Scarpetta. Dal padre avevano ereditato i tratti, la voce, la potente natura. I vecchi napoletani considerano il loro momento d’oro quello nel quale recitarono insieme. Durò fino al 1944. Scarpetta, ch’è stato anche e soprattutto sommo commediografo, aveva fatto fortuna. La sua villa di villeggiatura era al Vomero, finitima di quella Floridiana che Ferdinando IV, divenuto I, aveva eretta per la moglie morganatica, la duchessa di Floridia. La commedia che gli aveva apportato maggiori proventi è La santarella, e la villa si chiama così: in caratteri gotico-liberty egli vi appose l’epigrafe: Qui rido io. In città abitava nella moderna  Chiaja. Non distante, il teatro Kursaal, oggi cinema Filangieri.  Lì  negli anni Trenta si producevano i De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina. Lì avvenne la “prima” del capolavoro di Eduardo, Natale in casa Cupiello, concepito per la triade. L’altro capolavoro di Eduardo è  Sik Sik artefice magico, pure scritto per la triade. Dopo, la sua produzione filosofeggia e pirandelleggia (un Pirandello dei miserrimi) e perde l’ impulso originario. Luca venne messo a recitare sin da ragazzino. Bravo ma volenteroso. Era schiacciato dalla figura paterna. Il talento di attore di Eduardo si può apprezzare assai più quando interpreta Scarpetta: nel suo teatro è manierista di sé medesimo, indulge in pause eccessive, in eccessivi effetti.

Il Fatto Quotidiano, 14. IV. 2018

Felix Mendelssohn Bartholdy proveniva da una ricchissima famiglia ebraica berlinese che s’era fatta protestante da una generazione. Venne educato agli humaniora ma anche a un fervidissimo luteranesimo che nella sua breve vita mai abbandonò. In più, la sua cultura musicale volta verso il passato lo porta a essere uno dei grandi suscitatori del culto ottocentesco di Bach. Il miscuglio delle due cose ne fa un acceso nazionalista germanico: perché tale effetto, come abbiamo visto, produsse la Riforma sui tedeschi, e Bach in chiave nazionalistica veniva soprattutto visto.

Il Fatto Quotidiano, 22. IV. 2018

Da ragazzo Proust provava ogni tipo di insicurezza. Sociale, perché il padre era un medico della media borghesia e nulla più, e la madre era ebrea. Personale, per via dell’insicurezza sociale e per esser un omosessuale che se ne vergognava, in un ambiente che l’obbligava a vergognarsene. S’innamorava degli amici e dei compagni di scuola. Nell’amicizia pretendeva una dedizione esclusiva che non si dà nemmeno nell’eros. La sua generosità metteva capo a invadenza e indiscrezione. Venerava fino all’adorazione un ambiente che tendeva a escluderlo e di lui si faceva beffe: la nobiltà legittimista, l’aristocrazia economica. In quegli anni  ignorava che quel mondo egli lo stava succhiando con penetrazione e crudeltà per trasfigurarlo nella Recherche. Oggi nessuno legge più le poesie di Robert de Montesquiou, in fondo personaggio ridicolo e vanesio; ma tutti amano la sua grandiosa metamorfosi romanzesca, il barone di Charlus.

   Proust coltivò un’asma di natura psicosomatica che a poco a poco gl’impedì la vita. Costretto alla notte, in una stanza tappezzata di sughero, tra puzzolenti suffumigi: espedienti per venire alla luce messi in atto dalla cattedrale della Ricerca del tempo perduto. Quando il processo ancora non s’è perfezionato irrompe nella sua vita un ragazzo, Jean Cocteau. Intelligentissimo, colto, poeta tecnicamente dotato, onnivoro di novità, ebbro di vita. Alto borghese, veniva ammesso dove Proust era rifiutato. La contessa Laura di Chevigné, una discendente della Laura di Petrarca, gli diceva: “Non mi sporchi il cane con la Sua cipria!”. Già, perché il sedicenne Jean camminava a braccetto con attori effeminati quanto lui. Non si vergognava della sua natura, non se ne vergognò mai, nemmeno quando divenne un accademico, quando Stravinsky mise in musica il suo brutto Oedipus rex per farne una delle sue opere peggiori; ma Satie aveva già scritto sul suo soggetto il delizioso balletto Parade, con quel sipario di Picasso ch’è uno dei capolavori della pittura moderna. Oggi i romanzi e i saggi di Cocteau, dopo lunga eclisse, trovano il giusto apprezzamento.

Il Fatto Quotidiano, 23. IV. 2018

Ildebrando di Soana divenne Papa Gregorio VII nel 1073, ma da anni dominava la Curia romana. Il successore di Pietro era stato fin al suo avvento quasi un vassallo dell’Imperatore, e se non da lui veniva eletto dai nobili romani. Con Gregorio, che si emancipa da ambedue, incomincia una serie di Papi, giungente a Bonifacio VIII (morto nel 1303), quasi tutti armati di somma dottrina e invincibile volontà di potenza. La prima è al servizio della seconda nel dimostrare quale verità religiosa che, essendo il Pontefice il vicario di Dio, è anche la fonte del potere politico e della legge, e la sua autorità non ha superiori né pari. Anche l’Imperatore deve sottomettervisi.

   Tra Impero e soglio di Pietro s’  incuneano i regni. In apparenza un fenomeno di disturbo per ambedue. Ma forti di una fatalità storica; e usati dall’uno e dall’altro nel reciproco conflitto. All’epoca di Gregorio la gran parte d’Italia è possesso dei Canossa; ma nasceva il regno normanno. Ruggero I e II liberarono la Sicilia dai Musulmani; il Papa ebbe con loro conflitti e alleanze. Ruggero II si considerava pari agli Apostoli, come l’imperatore d’Oriente: il mosaico nella cattedrale di Palermo lo raffigura incoronato direttamente da Cristo, Re insieme e sacerdote: schiaffo senza pari al Papa. Ed ecco giunger un evento che la Santa Sede non immaginava nemmeno quale incubo. Il rampollo normanno era anche rampollo imperiale: Federico II diviene Imperatore e re di Sicilia, ossia dominus di uno Stato che dal Lazio e dagli Abruzzi giunge ininterrottamente alla Trinacria.

Italia Oggi, 23. IV. 2018

Ricorre un mese da che Piero Ostellino se n’è andato. La sua scomparsa resta un dolore per tutti quelli che amano la libertà, l’onestà intellettuale, la chiarezza delle idee, lo scrivere limpido, e anche il tratto civile nei rapporti professionali e personali. Vittorio Feltri ne ha steso allora un mirabile ritratto: da testimone privilegiato, oltre che da alta intelligenza. Non pretendo di gareggiare con lui.

   Ostellino divenne direttore del “Corriere della Sera” nel 1984. Fra le prime cose, pubblicò un articolo di fondo di Giuliano Zincone. Quest’altro grande giornalista e grande amico era stato dal “Corriere” prestato al quotidiano genovese “Il Lavoro”, che stava a cuore a Sandro Pertini. Nel 1980 le Brigate Rosse avevano rapito un magistrato e, per rilasciarlo, richiesero che i giornali pubblicassero un loro comunicato. Il PCI aveva dettato la “linea della fermezza”: nata col rapimento di Aldo Moro, più da necessità politiche interne ed esterne del Partito Comunista che da un’ampia visione di politica nazionale. Tutti vi si attennero, salvo Zincone, il quale contribuì a salvare la vita del giudice D’Urso. Ben sapeva che avrebbe perduto il posto; ma aveva il diritto, garantitogli dalla legge, di riprendere il lavoro a via Solferino, ove era restato un dipendente quale inviato e fondista. Non gli venne consentito dal direttore Alberto Cavallari, sotto tutela del PCI e dei “Salotti” milanesi.

Il Fatto Quotidiano, 5. III. 2018

Prosegue la serie degli articoli che ho promessa sul rapporto che la Riforma di Lutero ha con la musica.

   Il distacco dell’Inghilterra dal Cattolicesimo avvenne per cause contingenti, legate alle vicende personali di Enrico VIII. Era stato nondimeno da lunga pezza preparato dall’aspirazione nazionalistica insulare. E mise capo a quella Chiesa inglese la quale non ha in tutto caratteri protestanti ma di certo, senza la Riforma luterana, non avrebbe potuto prefiggersi una prospettiva politica. Il vero e proprio protestantesimo inglese, quello puritano, è di matrice calvinista e non ama la musica. Al nostro effetto, interessa anche la liturgia della nuova Chiesa d’Inghilterra, non più in latino ma in inglese. La Bibbia di re Giacomo rappresenta il completamento culturale del processo. E anche la nuova confessione mette al centro mitico l’Antico Testamento, con una identificazione della nazione insulare con Sion e Israele che riporta all’indietro la coscienza storica e culturale. Si credeva alla lettera al Vecchio Testamento, persino alla Genesi – e ci crede ancora la gran parte degli statunitensi.

   Se nel Quattrocento e nel Cinquecento l’isola aveva avuto una grande scuola di polifonia cattolica, nel Seicento la musica sacra ha rilievo soprattutto quanto a cerimonie di Corte. Il più grande compositore inglese del Seicento, nonché il più grande in assoluto, morì a trentasei anni: e la fine precoce di Henry Purcell nel 1695 è stata una delle somme sventure della musica. Egli sarebbe stato degno di sostenere il confronto con Scarlatti e Händel. La sua musica sacra è sgargiante e sontuosa; per il suo sfarzo, congiunto però a finitura stilistica impareggiabile, è parente più di quella romana e di quella della Corte del Re Sole che non sia prossima all’ascetismo protestante. La musica per le esequie della regina Maria, del 1695, possiede, oltre una celebra marcia funebre, tre Mottetti polifonici intrisi di un tale pathos e dolore che lo stesso Bach non riesce a superarli.

Il Fatto Quotidiano, 22. II. 2018

Un anno fa ho scritto sulla mirabile interpretazione del Piacere dell’onestà di Pirandello, regia di Antonio Calenda per lo “Stabile” di Catania: protagonista Pippo Pattavina. Più di recente, di un altro ammirevole Pirandello: i Sei personaggi in cerca d’autore, nell’allestimento del napoletano “Teatro Nazionale”, regia di Luca De Fusco. I due articoli scaturiscono dalla mia religione pirandelliana; e avevano per comune tema il fatto che quasi non si riesce più a veder messo in scena un dramma del filosofo girgentano col rispetto della didascalia e dello spirito; addirittura, del testo stesso. Ciò vale ormai, ben vero, per Shakespeare, Racine, Molière, Goldoni, Cechov; il caso di Pirandello è aggravato dalla presenza di cretini i quali teorizzano esserne il linguaggio, oltre che il concetto, vecchio e improponibile; doversi quindi “svecchiare” tale linguaggio, per “renderlo attuale” e quindi, in sostanza, render così Pirandello proponibile. E Pattavina di questa teorizzazione è stato vittima; perché lo “Stabile” della sua città ha preferito privarsi di lui piuttosto che di un regista, tale Michele Placido, che i Sei personaggi ha allestito; “svecchiando”, appunto, il testo.  Pattavina non ha accettato e ha rinunciato a lavorare; e nessuno lo ha trattenuto. Ciò mi ha particolarmente ferito, giacché speravo che almeno l’orgoglio siciliano intervenisse a difendere il suo sommo drammaturgo; e anche l’orgoglio catanese, essendo la città  patria di Angelo Musco, il primo e grande interprete del Berretto a sonagli; e di Turi Ferro, che, con Salvo Randone, è stato il miglior Ciampa degli ultimi decennî.

Il Fatto Quotidiano, 17. II. 2018

Molti considerano Beethoven il culmine dell’arte della musica e del suo sviluppo storico; altri vedono tale apice in Wagner; certo con pari fondamento tale culmine può essere reputato Bach. Ma del pari Johann Sebastian è considerato il vertice della musica sacra luterana, e del rapporto fra il luteranesimo e la musica. Nella trattazione che, per i cinquecento anni della Riforma, ho promessa del tema, eccoci al punto capitale.

   Che la fama di Bach si fosse oscurata nel Settecento oggi sempre meno si crede. La sua opera per tastiera, atta al clavicembalo ma ancor più al moderno pianoforte, e in particolar modo Das wohltemperierte Clavier, venne da subito vista come il testo capitale per la formazione pratica e di altissima teoria musicale del pianista, e del compositore; e  direi,  insieme con le Sonate del coetaneo Domenico Scarlatti. Pure, la rivendicazione che di Bach si fece sin dal primo Ottocento ha il doppio carattere del nazionalismo tedesco e del nazionalismo luterano: che poi sono una cosa sola. La biografia del Maestro incoraggia a vederlo l’aedo principe della Riforma. Ebbe varî impieghi, ma a un certo punto fu dipendente della città di Lipsia nella qualità di Cantor. Doveva provvedere al servizio di musica liturgica, nonché all’insegnamento.