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Il Fatto Quotidiano, 27. IV. 2019

Nel mese di marzo è stata diffusa la notizia che il sito archeologico di Gobekli Tepe, del quale si temeva fosse per essere chiuso o distrutto, sarà invece aperto alle pubbliche visite. È uno dei luoghi che più desidero visitare. Si trova in quella che attualmente è la parte sud-orientale della Turchia; secondo la geografia del mondo antico, apparteneva alla regione mesopotamica. E non deve meravigliare. La scoperta del tempio al centro dell’area è, per i tempi dell’archeologia, relativamente recente. Si deve all’archeologo tedesco Klaus Schmidt e risale al 1993. La storia, insieme con le sue dotte teorie cultuali, è raccontata dallo Schmidt, nel frattempo scomparso, in uno straordinario libro del 2007 che una piccola e benemerita casa editrice, “Oltre Edizioni”, ha tradotto nel 2011, Costruirono i primi templi. E il tempio al centro dell’area ha completamente cambiato le nostre nozioni non solo sull’archeologia, ma sulla stessa storia dell’uomo.

   La città organizzata in quanto tale, con “nozze, tribunali ed are”, nasce sempre in Mesopotamia attorno al 4000 a. Ch. Si deve alla civiltà dei Sumeri, dei quali sappiamo non essere di stirpe semitica, come i loro successori Assiri, ma provenire dalla valle dell’Indo prima della discesa degli Indoeuropei. Erano astronomi, ingegneri idraulici, legislatori e inventori della scrittura cuneiforme; e furono i primi a praticare scientificamente l’agopuntura. Ma il tempio di Gobekli Tepe è sicuramente datato al 9500 a. Ch. È una struttura di 300 metri quadrati con enormi blocchi di pietra scolpiti con arte raffinata e persino delicata. Il primo mistero è sulla tecnica della costruzione: come facevano quegli uomini, i quali giusta la storia “normale” erano ancora cacciatori nomadi, a tagliare, trasportare ed erigere massi di tale grandezza? Eppure sono lì. A questo si aggiunge la tesi, avanzata dallo stesso Schmidt, che le sculture di animali non abbiano una funzione ornamentale, ma siano simboli astronomici – dico astronomici, non astrologici. Più di recente, un astrofisico del politecnico di Milano, Giulio Magli, ha compiuto uno studio affascinante. La posizione delle stalle varia, dalla nostra prospettiva, per i moti dell’asse terrestre. Egli ha ricostruito quale doveva essere la visione del cielo da quel luogo e, appunto, verso il 9500 prima della nostra era. E si è accorto che la stella Sirio, la più brillante di tutto il cielo, è divenuta visibile proprio allora. Poi è scomparsa, e due volte è tornata nella prospettiva. Il tempio era dunque dedicato al culto di Sirio. Verso l’anno 8000 venne ricoperto di terra, evidentemente dagli stessi che l’avevano costruito, erigendo una collina alta 150 metri.

   La storia della civiltà, sempre rinnovantesi, ci costringe a spostare sempre più indietro l’epoca dell’origine; o delle origini. Pensiamo che l’Anatolia è anche il luogo di una delle più grandi civiltà antiche, quella degli Ittiti, indoeuropei, dei quali fino a cento anni fa non si sospettava nemmeno l’esistenza. Ebbero relazioni diplomatiche e guerre con l’Egitto, e nei loro archivi leggiamo anche ch’erano in rapporti diplomatici con la città-stato di Ilio, ossia la Troia donde proviene Enea. La cosa terribile è che l’avanzare della scienza, specie grazie alla libertà di blaterare creata da internet, fornisce argomenti a quelli sicuri che noi discendiamo dagli “alieni”: e si danno la mano con i fedeli dell’idea che la terra sia piatta. In fondo, negli Stati Uniti milioni di persone credono alla Bibbia e quindi situano la “Creazione” seimila anni fa. Il cardinale Federico Borromeo, tanto caro a Manzoni, era certo che la peste fosse operazione diabolica degli untori; e si urtava con Don Ferrante, che la attribuiva alla congiunzione di Giove e Saturno. L’accanimento nella follia è una delle forze dell’umanità.

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Il Fatto Quotidiano, 17. IV. 2019

Quarant’anni fa se n’è andato Nino Rota. Federico Fellini gli sarebbe sopravvissuto per altri quattordici, ma rimase, alla sua scomparsa, come privo d’una parte di se stesso. Tale era la fratellanza artistica tra un sommo regista e un sommo compositore.

    Rota era stato un bambino prodigio; la sua prima composizione, un impegnativo Oratorio, venne personalmente diretta da lui a undici anni. Ma quanti bimbi prodigio si perdono per strada! Rota non poteva perdersi. A metà dell’Ottocento, Liszt aveva definito Saint-Saëns “un musicienissime”, “un musicistissimo”. Il neologismo superlativo sembra coniato per Rota. Conosceva tutto, aveva una memoria musicale paragonabile a quella di Giuseppe Patanè e Franco Mannino; era dottissimo e direttore di Conservatorio, oltre che esser stato insegnante di Composizione di livello eccelso. In un secondo articolo, parlerò della sua attività di musicista “in proprio” e del suo rapporto con Eduardo De Filippo.

 Oggi lo si ricorda soprattutto quale autore di colonne sonore per il cinema. In quanto tale, è stato il più grande del Novecento: ed è impegnativa affermazione, se si pensa che a fondare quest’arte negli Stati Uniti era stato un compositore del livello di Erich Korngold, in proprio importantissimo operista e sinfonista, e che già nel 1925 una colonna sonora (per il film muto Salammbô di Pierre Marodon), era stata composta da un mammasantissima quale Florent Schmitt. Or non affronterò nemmeno il discorso di natura estetica: se la colonna sonora sia un genere di arte inferiore rispetto alla musica cosiddetta pura. La teoria qui non arriva da nessuna parte: occorre, ripeto, guardare alla qualità artistica.

   Rota alle colonne sonore si era sistematicamente dedicato. Se si guarda il suo catalogo si resta sbalorditi per il numero. Più dovrebbe restarsi sbalorditi per la qualità. Per fare un elenco limitato ai soli principali registi con i quali ha collaborato, ecco Soldati, Zampa, Monicelli, Lattuada, Comencini, Bolognini, King Vidor, Zeffirelli (uno dei suoi films migliori: La bisbetica domata), Visconti (nel Gattopardo ha dato un contributo indispensabile), Steno, Coppola. Gli venne negato l’Oscar per Il padrino, ma lo vinse con Il Padrino – Parte seconda.

   Ma con Fellini, il genio assoluto, la simbiosi fu totale. Rota possedeva una natura complessa: era come una di quelle bambole aperta la quale ne trovi un’altra, e altre ancora. In lui v’era una vena di surrealismo e grottesco, fin di crudeltà, con improvvisi squarci verso l’etere e di pietà verso tutto ciò ch’è vivente, natura inanimata come animata, che mi pare sia la stessa cifra stilistica di Fellini. Dai Vitelloni a La strada, da La dolce vita a Boccaccio ’70. Mi fermo un attimo su questo film perché l’episodio di Fellini è un tributo alla grandezza, pur essa somma, di Peppino De Filippo quale attore surreale e tragico. Poi 8 e ½, Giulietta degli Spiriti, Satyricon, Roma, Amarcord. Una serie impressionante di capolavori, di veri monumenti della civiltà per un trentennio. È l’intero ritratto dell’Italia: non quella del dopoguerra, dell’Italia eterna. Di tutti noi. Fossero vissuti nel Rinascimento, Fellini sarebbe stato Bronzino, Rota insieme Luca Marenzio e Adriano Banchieri. La “rivoluzione vicissitudinale” ha portato l’arte figurativa e la musica “forte” ai margini della vita artistica e sociale. Restava il cinema. Rota è stato non il collaboratore, il co-autore delle opere del nostro più grande regista.

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Libero, 10. IV. 2019

Nel 2018 si celebrarono i novant’anni di Topolino. Nacque direttamente al cinema, primo cartone animato col sonoro sincronizzato all’immagine. Che il personaggio vedesse la luce direttamente come film dimostra il genio avveniristico di Walt Disney. Solo dopo Topolino, e tutta la famiglia gradualmente generata, diventarono un fumetto.  Nelle due forme, la creazione di Disney e tutte le vicende delle figure da lui inventate, sono state fra le cose importanti della cultura del Novecento; e oltre.

   Dai miei cinque anni i fumetti di Disney erano il mio pane quotidiano. Poi ne arrivarono altri, quelli dell’ “Intrepido”, Batman e soprattutto Flash, che mi appassionava di più: ma Flash è di qualche anno posteriore, giacché si coniuga a un’altra mia passione, la fantascienza, la velocità della luce, il viaggio nel tempo. Si aggiunsero, al cinema e come “strisce”, altri prediletti, il coniglio Bunny e il grandissimo Gatto Silvestro. Ma tutto questo nasce dalla prima invenzione di Disney, è un omaggio a lui.  Le “strisce” di Topolino recavano allora un testo, e le avventure s’interpretavano leggendolo attentamente.  Sin dall’infanzia il topo saputello non mi era simpatico, così come m’infastidiva il libro Cuore, che più tardi ero costretto a leggere. Pure un bimbo piccolo poteva avvertire che Topolino è troppo perbene, troppo bempensante. Alleato del commissario Basettoni, è un difensore dell’ordine costituito basato sulla proprietà e sulla discriminazione di classe. Con un po’ di enfasi, possiamo affermare che Topolino è un cantore della triade “Dio-Patria-Famiglia”. È un piccolo borghese e tale è la sua ideologia. L’Italia fascista lo accolse con condivisione.

   La mia simpatia andava a Paperino e alla sua famiglia. Paperino, idealista e sfortunato, eversore come Silvestro, la sua personalità messa sempre in ombra da altri tre cantori dei Buoni Sentimenti, i nipotini, infallibili e sapienti, grazie al loro manualetto tascabile. Anche Zio Paperone, grandioso mostro di avarizia, reincarnazione d’un tipo nato con Plauto e giunto allo Scrooge di Dickens, mi piaceva molto. Che delizia vederlo tuffarsi nella piscina il liquido della quale sono dollari e non acqua, farsi la doccia con le monete! La qualità dei disegni degli ateliers artistici di Disney era strepitosa; nell’ infanzia il mio culto mi consentiva di distinguere addirittura le differenti mani dei disegnatori: avevo i miei preferiti. L’esser condotti al cinema per poter godere le avventure di Topolino e della famiglia dei paperi era allora un raro premio.

   Dovevo avere sei anni quando con una zia mi mandarono a vedere Fantasia. È uno dei capolavori della storia del cinema, e l’ incanto non nasce solo dal suo essere un film musicale, con grandi opere classiche, e in eccelse esecuzioni dirette da un Maestro come Leopold Stokowski. Topolino pure vi partecipa, interpretando il delizioso episodio del Poema Sinfonico di Dukas L’apprendista stregone, che deriva da una Ballata di Goethe. Tanto per dichiarare il livello culturale al quale il topino, qui non saccente, era portato dal suo creatore. Fantasia è dall’inizio alla fine una serie d’immagini squisite, partorite dal più alto gusto figurativo. Il connubio di esse con la musica a volte è racconto di una storia, a volte è pura astrazione simbolica. Presupponeva troppo dallo spettatore, non si dice infantile, anche dall’adulto. Di allora. Figuriamoci oggi quest’astrazione chi può afferrarla.   Una infantile mente vergine ne sarebbe educata al pensiero.

   Ma quest’anno la festa è italiana. All’inizio del 1949 il fumetto incominciò a essere prodotto da noi nel formato “striscia” e con la copertina gialla, oggetto di culto di quelli che hanno all’incirca settant’anni, poco più, poco meno; e poi di tutti quelli venuti dopo. E vi si vede il genio artistico nazionale. Alla Mondadori si producevano storie nuove e nuovi disegni. Le storie avevano una logica pari, se non superiore, a quelle create dal genio Disney; e i disegnatori, anche questi riconoscibili uno per uno per un ductus stilistico pur nel ductus generale erano ancor più bravi di quelli americani. A un certo punto il successo del fumetto italiano fu tale che il nostro Topolino diventò da esportato esportatore. Egli, ma tutti i personaggi, da Gastone a Qui. Quo, Qua (anch’essi troppo perbene per i miei gusti) a Paperina a Ciccio e Pluto, s’irradiò dall’Italia in decine di paesi esteri. Tuttora l’industria topolinia è fiorente, come se non dovesse fermarsi mai. E torno al nostro genio artistico. Dal sommo vorrei fare un paragone all’arte cosiddetta “piccola”: parlo in senso di valori assoluti, non di storia sociale. Andiamo all’ Autunno del Medio Evo. Cosa c’è di più perfetto, quanto a composizione architettonica e insieme pathos della Deposizione di Rogier var der Weyden? O di più grandioso nella concezione d’insieme e nella meravigliosissima finitura dei particolari del Trittico di Gand di Jan van Eyck? O di più dolcemente intimo nel Ritratto dei coniugi Arnolfini dello stesso pittore, con lo specchio anamorfico sullo sfondo? Ma provate a contemplare un sol quadro del loro allievo italiano, Antonello: il San Girolamo nello studio. La stessa finitura è superata dalla sua arte; il giuoco delle prospettive architettoniche si fa un’immagine del cosmo. Paesaggi misteriosi s’intravvedono sullo sfondo. L’idea della bellezza e dell’armonia, ch’è nostra, vi si afferma con una forza che non ha confronti.

    Non sembri che faccio della retorica. Ma i ragazzi che ancora realizzano il Topolino italiano sono, sia pur minimi, eredi di quella qualità nazionale che nell’arte ci ha fatto, fino a un certo punto della storia, i primi del mondo. Qualunque cosa ci venga da una cultura straniera, abbiamo saputo farla nostra portandola a un grado più alto.

    Poi sono venuti i barbari. In parte dall’estero, in parte generati da noi. Perché nel nostro genio nazionale c’è anche l’odio verso noi stessi e una libidine di autodistruzione che forse prevarrà in modo definitivo.

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Il Fatto Quotidiano, 6. IV. 2019

 Quirino Principe mi toglie il non invidiabile privilegio di essere il decano fra gli storici italiani della musica. Mi auguro continui a lungo a togliermelo. È scrittore di cultura sterminata: non solo nella musica, ma nella germanistica e nella classicità greca e latina. Fu, tra l’altro,  lui, molti decenni fa, a scoprire e introdurre in Italia Tolkien, riaprendo, soprattutto ai giovani, quella dimensione verso il fantastico e la fiaba, che poi si chiama il Mito, senza di che la nostra vita sarebbe schiacciata nelle contingenti preoccupazioni e nell’esercizio di una politica bassa.

   Adesso la Jaca Book, non più portavoce editoriale di “Comunione e Liberazione”, pubblica il suo ultimo libro, firmato il 14 dicembre scorso: Il fantasma dell’Opera. Sognando una filosofia (pp. 363, euro 30). Già le dobbiamo un ringraziamento per il pubblicare (e con un’attenzione editoriale rara: ho controllato le citazioni greche, latine, tedesche, castigliane – Borges non può mancare!) un libro così contrario alle idee correnti. Dirò di più: un libro costruito in modo così extravagante, con apparente divagare alla Sterne, che mi piace indicarne qualche linea guida alla vasta schiera dei cultori dell’autore. “Though this be madness, /Yet there is method in ‘t”, dice Polonio di Amleto nel secondo atto di Shakespeare: “Sebbene questa sia follia, pur in essa c’è una logica”. Se ne accorgerà a sue spese: si trattava, come qui si tratta, di metodo ferreo nascosto nel divagare.

    Il primo capitolo è il più arduo filosoficamente, quasi l’autore volesse allontanare dapprincipio i lettori non all’altezza. Parte dalla sentenza delfica, notissima nella traduzione Conosci te stesso, pur se d’interpretazione molto complessa. La più semplice, e a me la più vicina, è in un sepolcro romano con mosaico oggi conservato alle Terme di Diocleziano: vi si vede uno scheletro e l’agghiacciante motto. Principe affronta invece un discorso filosofico sull’identità autentica dell’anima dell’Occidente, e parte, com’è ovvio, da Eraclito. Egli ritiene, come non molti, che a quest’anima l’identità giudeo-cristiana si sia sovrapposta senza realmente mutarla. Ricercatala, ne individua un aspetto precipuo: il Teatro d’Opera, che, come tutti sanno, nasce nel Cinquecento dall’aspirazione umanistica a ridar vita, attraverso dapprima la Favola Pastorale, alla Tragedia Greca: ch’era musicata e non in prosa.

   Poi si lancia in una ricognizione di Faust, dell’anima faustiana – ch’ è sempre quella – e della sostanziale sua identità, più che alterità, con il Demonio. Il Finale in cielo del Faust II, l’estremo capolavoro di Goethe, viene interpretato in una chiave panteista e non cristiana: lettura originale ma, alla fine, conosciuto Goethe, per nulla improbabile. Infine, la peroratio: un’appassionata difesa di quella che Principe chiama la musica forte (non “classica”) contro la debole, un’apologia che mette capo alla difesa dell’Opera come segno dell’identità culturale dell’Occidente. Difesa contro i suoi nemici: l’ignoranza di pubblico, interpreti, soprintendenti, malvolere, oltre che ignoranza, delle cosiddette autorità culturali.

   Ha ancora possibilità di essere esercitata, questa difesa? Guardate al destino di Giuliano detto l’Apostata, un filosofo e sommo combattente in trono. Pochi anni dopo la sua morte, Teodosio cominciò a mandare al rogo gli ostinati credenti in Apollo e Giano; mentre i cristiani si mandavano al rogo fra loro stessi, e lo fecero per ben più di mille anni.

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Il Fatto Quotidiano, 2. IV. 2019

 Ho già commentato il caso dei tre adolescenti che hanno violentato una donna nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano: le porte si aprivano a chiudevano scandendo turpemente il ritmo. Ora è accaduto un caso analogo a Catania.

   Vorrei tentare di entrare nella testa di soggetti che commettono atti del genere. Evidentemente la coesione del “branco” rafforza l’infame istinto. Non si tratta di una esplosione deviata dell’eros: oggi i rapporti sessuali tra adolescenti sono così comuni che costoro non avrebbero bisogno della violenza per ottenerne. Si tratta di un istinto criminale specifico, del quale l’eros è soltanto un pretesto, quello che San Tommaso definisce “causa efficiente” per distinguerla dalla “causa finale”.

   In genere questi soggetti non hanno frequentato la scuola, non lavorano, si trascinano da un bar all’altro; ma possono permettersi l’ultimo tipo di cellulare e l’altra sommità delle loro aspirazioni, i “capi firmati”. L’ambiente familiare onde provengono condivide gli stessi (non)ideali. E ho fatto un’altra osservazione: nel compiere questo tipo di crimine, e forse sempre, costoro sono del tutto privi del possesso del rapporto fra causa ed effetto. Non si rendono conto che verranno acchiappati, essendoci le telecamere onde sono ripresi. Di più: filmano essi stessi coi telefonini lo svolgimento del crimine, e fanno orgogliosamente circolare su facebook il filmato a sodali conosciuti e sconosciuti.  Si denunciano da sé; e non se ne rendono conto.

   Facebook è lo sfogo di tutti i frustrati, i mitomani, gli anonimisti. Lo considero uno strumento pericolosissimo. Ma torno al “nesso causale”. In genere, le dichiarazioni emesse dal retore di turno affermano che i violentatori sono “non uomini, ma bestie”. E dunque. La violenza come atto gratuito esiste forse negli animali? L’eros delle bestie è regolato dalla natura in base al fine della procreazione; e anche del mero piacere: non è mai violenza di per sé. Inoltre: la mente degli animali, che si mostra vieppiù complessa quanto più la scienza progredisce, il rapporto fra causa ed effetto lo possiede. Non solo in base a meccanismi dell’istinto regolati da milioni di anni di selezione. Gli animali sanno acquisire nuove esperienze e trasmetterle. Sono addirittura capaci di pensiero astratto. Gli scimpanzè, mandati in avanscoperta nella savana, emettono un grido di allarme diverso a seconda se scorgono un predatore felino, un serpente, un’aquila. Quindi sanno trasmettere un concetto a chi è in grado di percepirlo colla mente.  Quelli del “branco” sono molto al di sotto di loro.

   L’uomo crea la lingua, ma a sua volta la lingua crea l’uomo. Come parlano, quelli del branco? Ignorano l’italiano; ignorano il napoletano – ormai quasi scomparso. Si esprimono in una non lingua, mutuata dai programmi delle televisioni locali, dalle canzoni dei “neomelodici”, dal gergo del gruppo. Mancano le elementari strutture grammaticali e sintattiche. Non posseggono alcuna identità culturale, come la possedeva a modo suo la plebe agricola o urbana dei secoli scorsi. La scuola è distrutta, gl’insegnanti sono mandati allo sbando, le autorità sono sostanzialmente conniventi con i familiari che prendono a pugni e calci quegli sventurati che tentano di fare il loro dovere. I membri del “branco” vivono in un eterno presente, incapaci come sono di rappresentarsi che esiste un futuro. E quale sarà il loro futuro? Su quello della società, sono del tutto pessimista; ma pensando a quello loro, se non mi facessero schifo, mi farebbero pena quanto le loro vittime.

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Liberi, 31. III. 2019

   Sabato, verso l’una di notte, erano già le due per via dell’ora legale. Ho interrotto la lettura di una nuova biografia di Giuliano l’Apostata, uno dei più grandi uomini, soldato e principe, del Tardo Antico. Apro subito una parentesi: le politicamente scorrette “Edizioni di Ar” hanno ripubblicato nel 2006 l’aureo piccolo libro di Goffredo Coppola La politica religiosa di Giuliano l’Apostata. Coppola, sannita, è autore di un importante Epicuro (ristampato dalla stessa casa editrice) e di una bellissima vita di Augusto. Questo filologo, storico e papirologo (se ne occupa Luciano Canfora ne Il papiro di Dongo) ebbe il torto di accettare il rettorato dell’Università di Bologna nel 1943. Tutti fuggivano; lui restò. Venne assassinato dai partigiani il 27 aprile 1945.

   Non nobile il motivo che mi aveva fatto lasciare il libro. Curiosità, vanità. Volevo vedere la mia facciaccia in televisione, in un programma della seconda rete intitolato TG2 Storie.  M’interessava perché avevano mandato a intervistarmi Miska Ruggeri, fino a quel giorno mai incontrato. Ha lavorato a lungo proprio a “Libero”; e, incredibile (intendo dire: per un giornalista), si è presentato col dono di due suoi libri, Posidonio e i Celti (Atheneum) e Apollonio di Tiana (Mursia). Scritti con un bello stile, ma soprattutto con la competenza e gli strumenti dell’antichista di professione. A lui non potevo darla a bere.

   Se non che, la mia vanità, invece di essere punita, è stata premiata. Ma in via indiretta, come accade sovente. Ossia: il castigo, mettendomi al confronto con chi sta mille spanne sopra la mia testa, si è trasformato in un onore da me ricevuto.

   Un primo “servizio” è stato una sfilata di vecchiette. Sbaglio a chiamarle così.  Tutte ben conservate, e dal piglio sicuro, assertivo. Ne avevano ben donde. Gli autori della trasmissione erano andati a scovare le segretarie dei grandi (i veri grandi) del cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta. Quella di Fellini. Quella di De Laurentis. Di altri. Trattavano a tu per tu con Claudia Cardinale e Alain Delon, li mandavano a fare in culo quando era il caso, li consolavano e rifocillavano in altre circostanze. Delle vere personalità. E la testimonianza di un modo di lavorare scomparso, credo, non solo in Italia, anche se soprattutto in Italia: nel quale la dedizione assoluta coincide con la gioia. Le avrei ascoltate tutta la notte; e purtroppo il “servizio” durava cinque minuti.

   Ma quel che veniva dopo, non me lo sarei aspettato. Un’intervista a una novantenne. Ma che non si può definire una vecchietta. Una bella signora i modi della quale sono un miscuglio di orgoglio e signorile modestia, del tutto affascinanti.  Si tratta del più grande soprano oggi vivente, dopo la scomparsa di Montserrat Caballè: e non so dal confronto quale delle due uscirebbe vincitrice. Antonietta Stella.

   Io non l’ho mai conosciuta: purtroppo; come non ho mai conosciuto di persona – per mia scelta – Maria Callas. Sono stato intimo amico di Renata Tebaldi e di Ilva Ligabue, lo sono di Mariana Nicolesco, ho conosciuto con devozione Gina Cigna e Anita Cerquetti – un colosso, se qualcuno lo capisse – e Teresa Berganza, ho frequentato una dama come Raja Kabaivanska, e due altre grandi, Ghena Dimitrova e Viorica Cortez. Infine, e lo ricordo ancora con orrore, Giulietta Simionato.  I nomi attuali che battono i palcoscenici fanno, tutti, ridere, al confronto: tranne che con l’ultima. Ma la Stella è un caso a sé. È definita “soprano lirico spinto”, e forse era così nel Cinquanta: quando, appunto, “soprano drammatico di coloratura” erano la Callas e la Cerquetti (a lei superiore). Oggi le protagoniste della Norma, di tante Opere di Donizetti, della Traviata, del Trovatore, de La forza del destino, e così via, sono solo un surrogato, perché la categoria si è estinta. A farla, oltre che le doti naturali, occorre lungo studio. Ora, Antonietta Stella ha interpretato tutti questi ruoli, e molti mozartiani e pucciniani e del cosiddetto “Verismo”: per esempio, è stata una delle più grandi Maddalene: c’è l’incisione dell’Andrea Chénier di Giordano diretta da (dico) Gabriele Santini. E si è ritirata a quarantacinque anni, risparmiandosi le penose sopravvivenze; che oggi, per molte, incominciano a venti: facendo coincidere principio e fine.

    Che cosa la distingue dalle grandi colleghe? Incominciamo da quelle attuali, che “colleghe” dirsi non possono. Un’attenzione alla lettera del testo musicale che di rado i cantanti sono in grado di attuare. Cantano alla grossa, quasi che i minimi particolari di ritmo e fraseggio non abbiano il significato espressivo che soprattutto Verdi implacabilmente attribuisce. La Stella è la “fedeltà”. Insieme, l’eleganza del timbro e del fraseggio si spingono fin dove è possibile senza cadere in leziosaggine e nuocere all’espressione. Diciamo che ha coltivato, come la Ligabue e la Tebaldi, il “Bello Ideale”, che si coniuga con la verità drammatica se l’interprete sia eletto. Con una sfumatura aristocratica che mi pare essere solo sua.

    Posseggo molte incisioni nelle quali ella canta. Ma ho un ricordo incancellabile di due occasioni del 1970. Due capolavori eseguiti in forma di concerto con l’orchestra di Roma della Rai: l’Attila di Verdi (parte di “drammatico di coloratura” se ce n’è una!) e l’Agnese di Hohenstaufen di Spontini. Sul podio, il ventinovenne Riccardo Muti. Come dirigeva bene, allora! Il suo meglio l’ha dato quando seguiva i due grandi suoi mentori, Francesco Siciliani e Roman Vlad. Nella complessa partitura di Spontini, tradotta in un improbabile italiano dall’originario tedesco, orchestrata in un modo che solo un grande può cavarsela (infatti, Spontini se la dirigeva da sé), la Stella cantava in un ruolo minore rispetto a quello di Monserrat Caballè: ma svettava. Nell’Attila, non ne avremo più una così. L’ aver trascorso cinque minuti ascoltandola parlare mi dà l’occasione di inviarle finalmente un saluto affettuoso.

   (Poi è venuta l’intervista a me. Quale diavolo mi ha combinato lo scherzo di far apparire un nano dopo i giganti? Mi ricordo un’espressione di Mascagni. A Vienna, dopo una Cavalleria da lui diretta, uscendo dal teatro vede Brahms che da lontano lo saluta togliendosi il cappello. Era stato alla recita. “Mi vergognai come un ladro!”).

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Libero, 24. III. 2019

   Nella Roma arcaica gli animali sacri erano il corvo e il picchio. Solo in seguito la regina degli uccelli sovrastò le insegne delle legioni e divenne emblema stesso dell’Impero. L’aquila era infatti anche il simbolo del re degli dei, Giove: assunta tale forma, rapì l’adolescente frigio Ganimede del quale era innamorato per portarlo sull’Olimpo per sempre. Le legioni marciavano precedute dal portatore dell’insegna, l’aquilifer, “colui che regge l’aquila”.

   Mai la supremazia dell’aquila è stata posta in discussione, nelle gerarchie simboliche come in quelle zoologiche. Quando si è incominciato a occuparsi del falco? A mia conoscenza, quest’intelligentissimo volatile era caro agli Etruschi. Capua, ove Annibale si arrestò troppo, così determinando l’inizio della propria fine, era città etrusca. A detta di Servio, il sommo commentatore dell’Eneide, il nome è pure etrusco, Capys: che vuol dire falco.

   Ma furono i popoli delle steppe asiatiche, chi sa da quando, che intuirono essere il falco l’animale principe per la caccia. Per la sua intelligenza, per la sua rapidità, per la sua attitudine a essere ammaestrato e per un rapporto di affetto che si crea fra lui e il suo addestratore e cacciatore. Da questi orientali all’inizio dell’Alto Medio Evo l’uso della caccia con il falco e l’arte della falconeria, tramite i popoli germanici da un lato, gli arabi dall’altro, divennero una vera istituzione tenuta nel più alto onore nel mondo europeo. Con la sua dottrina, con la sua liturgia. Le testimonianze poetiche e letterarie sono numerosissime: basti ricordare il Decamerone.

   Il più grande di tutti gli Imperatori, Federico II di Svevia, erede del sangue Staufen del nonno Barbarossa e di quello normanno del nonno Ruggero II, fu anche il più grande falconiere. Ciò non toglie che fece tagliare la testa al suo falco prediletto perché aveva osato attaccare un’aquila: qui il prestigio imperiale, forma che si fa sostanza, prevalse sui gusti personali. I suoi territorî venatorî preferiti erano le pianure e le balze pugliesi, nel foggiano, a Corato e Castel del Monte, la meraviglia architettonica ottagonale da lui concepita, e la Sicilia. Or è ben noto che fra le infinite cure dell’Impero e del regno di Sicilia, formanti le sue due corone, uno dei suoi otia fu il comporre un trattato di falconeria, De arte venandi cum avibus, L’arte della caccia con gli uccelli. Sopravvive in due soli manoscritti meravigliosamente miniati, uno dei quali completo. L’edizione principe, non in quanto “prima nel tempo”, ma in quanto “prima per valore”, è a cura della storica del Medio Evo Anna Laura Trombetti Budriesi: la sesta ristampa, per i tipi della Laterza, è del 2016. La traduzione e il commento sono esemplari; l’introduzione è un libro a sé stante. Leggere la prosa di Federico provoca un intenso diletto in tutti quelli che amano gli animali e anche in chi, come me, si schiera per l’abolizione della caccia. Perché se ne ricava un amore per la Natura e, d’altro canto, un’osservazione scientificamente moderna delle abitudini e dei caratteri degli animali, che hanno del prodigioso.

   L’edizione di che parlo avvenne per il concorso del “Centro europeo di studi normanni” e del suo presidente Ortensio Zecchino. Egli è stato uno dei politici più illuminati della cosiddetta (e, alla luce degli attuali lumi di luna, tanto rimpianta e da rimpiangersi) Prima Repubblica. In proprio è storico del Diritto, fra i massimi conoscitori dei Normanni e di Federico e. per giunta, fondatore e presidente del Biogem, ossia uno dei più importanti attuali centri di ricerca e didattica dedicati alla biologia e alla genetica molecolare. Trentamila metri quadrati donde sono sortiti e sortiranno ancora risultati importanti per la salute di noi tutti. E dove ha sede il Biogem? Nell’altopiano detto Camporeale, presso Ariano Irpino. Ossia il luogo nel quale Ruggero II convocò tutta la nobiltà e il clero del regno di Napoli e di Sicilia per dettar loro le Assise, ossia la prima costituzione moderna concepita in Europa. Tutto si tiene. Speriamo che ci si ricordi di nominarlo, Zecchino, senatore a vita.

   Chi ha il privilegio, come me, di essergli amico, conosce la ricchezza della sua umanità. Anche lui ha i suoi otia. Non limitati ai libri che scrive. Ha un grande talento di fotografo. E questo talento si esplica da un lato nelle immagini di una civiltà contadina in via di estinzione: ricordo una torre normanna oggi diruta e divenuta stalla, greggi e cani pastori, vecchi mietitori dagli arti nodosi. Dall’altro, e soprattutto, in quelle dedicate all’osservazione del mondo animale. Ha consacrato un meraviglioso libro di fotografie alle Georgiche di Virgilio. Chi mi conosce e conosce il mio culto per il più grande dei poeti capisce che non potrei non volergli bene. Adesso un’antologia di fotografie da lui dedicate agli uccelli – rigorosamente in bianco e nero, come per me la fotografia come arte dovrebb’essere sempre – esce a commento di un’antologia tratta dal libro di Federico. S’intitola Il potere dell’armonia, l’editore è “Il Cigno” di Roma; verrà presentato mercoledì 27 ai Musei di San Salvatore in Lauro a Roma alle sette pomeridiane, insieme col volume sulle Georgiche.

   Il nuovo libro contiene una serie vertiginosa di immagini di falchi. La fierezza, l’intelligenza, la bellezza, emergono, insieme con una specificazione delle varie razze già contenuta nel testo fridericiano. Ma ci sono anche altri volatili: non potrebbero mancare le aquile; e paesaggi ora assorti nel silenzio di vette, ora vasti e misteriosi. Guardali uno per uno, questi animali, e comprendi che la Natura è anche il più grande degli artisti, il più ricco di fantasia. La mia predilezione va alle anse del Mincio, il fiume contemplato dal ragazzo Virgilio: coi suoi cigni, l’uccello di Apollo, canoro e a volte feroce. Per stare alla musica, se al falco ha dedicato un capolavoro Richard Strauss, La donna senz’ombra, al cigno ne ha regalato uno Ciaikovskij, Il lago dei cigni.

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Il Fatto Quotidiano, 24. III. 2019

L’ultimo libro, sulla drammaturgia di Puccini, l’aveva pubblicato al compimento dei novant’anni per la Libreria Musicale Italiana. Debbo ancora leggerlo. Poi se n’è andato un mese dopo, alla fine dell’anno. Marcello Conati è stato, certo, ricordato con rispetto, affetto, anche devozione. Non dai grandi giornali, che forse non sapevano neanche chi fosse. Quando a qualcuno si attacca la qualifica di “specialista”, e non lo è, gli s’incomincia a scavare la tomba. Conati era considerato soprattutto uno “specialista verdiano”. Era uno dei più grandi musicologi viventi.

   Non ci siamo incontrati mai, né abbiamo avuto alcun contatto epistolare. Ma è stato uno degli storici della musica, o musicologi che dir si voglia, che più hanno influito sulla mia formazione. Accanto a Hermann Abert, Friedrich Blume, Guido Pannain, Giulio Confalonieri. Che lavorasse con metodo diverso, anche opposto da tali grandi nomi, affrescatori piuttosto delle “idee generali”, nulla conta. Occorre coltivare l’affresco e la miniatura. Conati era un miniaturista; ma che fosse solo un miniaturista, ecco l’errore.

   Si è dedicato per tutta la vita soprattutto a Verdi. La sua opera si può paragonare a quella di Philip Gossett nei confronti di Rossini. Verdi è considerato il più grande compositore nostro, e tutti credono di conoscerlo. Le leggende più efferate ancora trovano credito. C’è chi ancora consulta i quattro volumi dedicatigli da Franco Abbiati, Costui era il critico musicale del “Corriere della Sera” e la Scala lo sovvenzionava col sostenergli una rivista che, a scanso di equivoci, portava lo stesso nome. Altri danno credito a un Gustavo Marchesi, i libri del quale fanno pensare al Dizionario delle idee correnti di Flaubert, la sintesi delle cretinaggini alla moda. A prescindere dai numerosissimi articoli, Conati ha pubblicato tre libri fondamentali. Uno, edito per la terza volta dalla EDT di Torino, Interviste e incontri con Verdi, nel quale raccoglie tutta la memorialistica condendola con un’opera certosina e monumentale di correzione e precisazione di ogni errore, di ogni svista, di ogni inesattezza. Della sua conoscenza, della sua memoria, della sua infallibilità, si resta sbalorditi. Il secondo, La bottega della musica (1983) è dedicato ai rapporti del Maestro col teatro veneziano della Fenice, ove furono battezzati capolavori come l’Attila, il Rigoletto, La traviata, la prima versione del Simon Boccanegra. Il terzo, edito per la seconda volta dalla Marsilio nel 1992, s’intitola Rigoletto. Un’analisi drammatico-musicale. La genesi di una delle più tormentate e rivoluzionarie Opere di Verdi, la sua elaborazione, il processo creativo, infine le intime pieghe dell’arte, sono indagati in un modo impareggiabile. E siccome Conati era stato anche direttore d’orchestra, gli errori esecutivi, oggi sempre più frequenti, sono indicati in modo perfettamente implacabile. Ma la gran parte dei direttori d’orchestra attuali son incapaci di leggere sia un libro che una partitura. Vanno a orecchio in tutti i sensi. Confesso che se fossi capace di scrivere un libro simile mi sentirei un grand’uomo. Perché dalla miniatura passa anch’egli, nel complesso della sua opera, al grandioso affresco. Da lui ho appreso il metodo di lavoro, il culto della fonte e dell’originale.

   Le città più legate a Verdi sono Parma (solo per esser egli nato nel Ducato), e, sotto il profilo della creazione, Milano, Venezia e Parigi. Ognuna di loro dovrebbe intitolare una via a Marcello Conati.

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Libero, 14. III. 2019

   Nella storia della Monaca di Monza, un vero romanzo nel romanzo (soprattutto nella mirabile prima versione, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia) Manzoni espone l’idea che la complessità dell’animo d’un adolescente può esser eguagliata solo da quella di un diplomatico ottantenne. È una delle verità sul cuore umano dette dal sommo fra i romanzieri. E tale complessità è per lo più impenetrabile. Gli strumenti della scienza soccorrono solo fino a un certo punto, e meno la psicoanalisi, sempre che scienza possa definirsi. Quando nasce il desiderio erotico? Quando sorge la vera e propria libido? Quando questa si trasforma in vera e propria capacità all’atto, quella che da sempre si chiama potentia coeundi?

   Un tempo l’iniziazione sessuale dell’adolescente era istituzionalmente propiziata dalla famiglia. Nell’aristocrazia e nella borghesia la cameriera (a Napoli e Palermo detta ‘a criata, la creata) aveva l’obbligo d’ufficio di svezzare il signorino. Un cugino di mio padre, appartenente a una delle più ricche famiglie napoletane, ebbe all’inizio del Novecento due figli dalla balia dei fratelli minori, senese. Li riconobbe e non si sposò mai. Un’altra istituzione era una signora matura, più o meno perbene, detta “nave scuola”, che per lucro o piacere impratichiva i ragazzi. Nel carme sessantunesimo di Catullo, si ricorda un uso presso la nobilitas tardo-repubblicana: un giovane servo, detto concubino, dormiva con il patrizio adolescente Manlio Torquato prima che questi si sposasse per consentirgli di appagare il suo bisogno erotico: non una concubina, ch’era un boccone evidentemente meno pregiato. Ripugnante mi pare un’abitudine, tipica dell’Italietta e dell’Italia fascista – e oltre – del padre che accompagna il figlio vergine al casino e lo avvia in camera coll’imperativo: “Fatti onore!” Ma torno al mio interrogativo. Se vado ai miei ricordi, desiderî erotici ne provavo già nell’infanzia, a cinque anni. Il mio primo rapporto sessuale completo, con un ragazzo che abitava al piano di sopra casa mia, lo ebbi a tredici anni: con reciproca penetrazione; con una donna a sedici. Alle scuole medie e oltre, molti dei miei compagni avevano affarucci fra di loro, appartandosi nei bagni; e poi corteggiavano le ragazze delle altre sezioni. Così al ginnasio e al liceo. Oggi fanno di tutto anche da prima, ed è già molto se non lo accompagnano con alcool e droga, nei cessi delle discoteche, come troppo spesso accade.

   Un’infermiera di Prato viene indagata e accusata di violenza per aver avuto un rapporto con un quattordicenne al quale dava ripetizioni d’inglese. Il ragazzo l’ha anche resa madre. Possedeva, quindi, alla sua età, non solo la vis coeundi, ma la generandi, la potenza generativa. E dietro, il desiderio e la capacità di attuarlo. Scendo nel fatto pratico: l’erezione, e poi l’eiaculazione, salvo che in prostituti di professione, in un uomo non sono a comando, Persino le “pornostar gay” vengono imbottite di preparati per reggere le lunghe ore di “posa”. Come si fa a sostenere che il ragazzo sia stato sottoposto a violenza?  Comprendo che a volte ci possa essere violenza, morale più che fisica, quando un ragazzo viene posseduto da un uomo più adulto; e sovente è il ragazzo a proporsi per la forza del desiderio, per ls stessa curiosità di provare qualcosa che s’intuisce desiderabile. E non parliamo di quel che accade nei torbidi ambienti dei seminarî, e fra sacerdoti e catecumeni: anche se l’insistere su questa storia sta diventando a sua volta opprimente. Come si fa a reprimere la natura? Naturam expellas furca tamen usque recurret, rivela Orazio: “Puoi scacciare la natura a colpi di forcone, tornerà sempre.” In realtà quel che fa schifo nell’ambiente clericale sono l’ipocrisia e la condanna degli “atti contro natura” come peccato mortale: figlia insieme del fanatismo e di tale ipocrisia.

   Fin qui me ne sto alla mera materialità. Ma l’animo? Non si comprende l’infinito desiderio di amore d’un giovane che si apre alla vita? Non si comprende l’infinito desiderio di dare amore e riceverne da un ragazzo di una donna di trentacinque anni? Ma quale “complesso di Edipo”! Amor omnibus idem, canta Virgilio, e Amor omnia vincit: “L’Amore è per tutti eguale” e “Tutto Amore vince”; la saggezza antica si perpetua nel Medio Evo, se i Carmina Burana proclamano Amor volat undique, “L’Amore vola dappertutto”. A me questa storia fra la trentacinquenne e l’adolescente pare bellissima. E non voglio giudicare la denuncia sporta dai genitori di lui, i quali dovrebbero ringraziare la signora per il contributo fondamentale dato alla crescita, in tutti i sensi, del figlio loro.

   Vogliamo parlare di un caso affine? Uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi è James Levine. A capo per decennî del Metropolitan, pianista di gusto finissimo,  gli si debbono esecuzioni esemplari sinfoniche e operistiche: di Monteverdi, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Berlioz, Wagner, Verdi, Puccini, Giordano, Cilea, Schönberg … Ha salvaguardato, finché ha potuto,  il teatro dalle schifose regie attuali: si possono vedere i meravigliosi filmati dei capolavori sotto la sua direzione, dai Troyens di Berlioz alla Tetralogia ai Maestri Cantori al difficillimo Tannhäuser all’Aida, al Don Carlos … Soffre di una grave forma di morbo di Parkinson, ma fino a un anno fa eroicamente, portandosi sul podio con una sedia a rotelle elettrica, col solo braccio sinistro dirigeva meglio di quasi tutti quelli che posseggono le braccia ma non la testa. Era rimasto direttore onorario, riserbandosi di dirigere solo poche opere l’anno. Un tizio l’ha accusato di averlo indotto col metus reverentialis, ossia con la paura indotta dall’autorità, ad avere atti sessuali con lui. Quando? Trent’anni prima. Al Metropolitan non è parso vero di sbattere fuori “per indegnità”chi l’aveva fatto grande: senza che il querelante potesse dimostrare il fatto. Oggi è di moda proclamarsi vittime, diventi il cocco universale.  Ecco un’infamia, questa a Levine, ecco la violenza, generata dall’odio dei mediocri verso il genio.

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Il Fatto Quotidiano, 17. III. 2019

 

Il caso, ormai comunissimo, del pirata informatico introdottosi nella posta elettronica di Marco Travaglio e mia mi ha suggerito un articolo sulla truffa come arte, e uno sulla falsa identità. Il tema della simulata identità nell’arte potrebbe essere l’occasione di un magnifico libro da parte di uno storico della cultura: uno scrittore dall’ampio arco. E naturalmente, dopo la Commedia antica, da Aristofane a Plauto, dovrebbe incominciare con un filosofo greco dell’epoca contemporanea, Pirandello. Pensiamo a Il fu Mattia Pascal; pensiamo, soprattutto, all’Enrico IV. Lo sventurato che si finge l’Imperatore tedesco vive in una messinscena medioevale. Tutti lo assecondano siccome folle. Ma egli folle non è più; e continua la recita come scoglio al quale aggrapparsi di fronte alla tragedia del vivere. Pirandello esprime l’ebrezza di poter essere un altro, di poter diventare un altro. Ma soprattutto per lui l’identità è un concetto labile e dubbio; uno dei sensi della sua opera è che l’unità della psiche non esiste, tutti siamo scissi e molteplici. E il più diretto erede dell’Agrigentino, il Maestro di Racalmuto, Sciascia, ha dedicato un dittico di sottigliezza solo sua a due eventi di impostori capaci di convincere un mondo, Il teatro della memoria e La sentenza memorabile. La prima anta riguarda il celebre caso Bruneri-Canella, più noto come “lo smemorato di Collegno”: un tipografo spacciatosi per un illustre filosofo che avrebbe perduto la memoria nella Grande Guerra e che, paradossalmente, si giovò dell’appassionata testimonianza della moglie di questo, la quale voleva credere il marito fosse lui.

   Nel teatro musicale moderno l’assumere una finta identità è uno degli espedienti comici che producono grande arte. Da Mozart a Rossini a due Opere di Verdi collocate all’inizio e alla fine della sua creazione, Un giorno di regno e il Falstaff al Gianni Schicchi di Puccini. Ma questo produce anche teatro tragico, come La forza del destino. Nella storia sono frequentissimi i casi di simulatori di scomparsi sovrani: il celebre falso Dimitrij, presunto figlio di Ivan il Terribile, manovrato dai Gesuiti contro Boris Godunov affinché introducesse il cattolicesimo in Russia. Lo ritroviamo nel capolavoro di Musorgskij dedicato, appunto, a Boris. Nel mondo antico un caso di spicco è quello di Nerone, despota in realtà rimpianto dal popolo: ed è l’oggetto di un bel romanzo di Lion Feuchtwanger del 1936, Il falso Nerone. Alessandro Dumas si dedica con tutte le sue forze a uno dei più grandi impostori della storia, Cagliostro, tentando di far credere che fosse un giusto immortale e onnisciente e avesse provocato con le sue arti la Rivoluzione del 1789. Assai più riuscito è un immortale nell’arte: Joseph Collin, alias Vautrin, alias padre Herrera, che in alcuni romanzi di Balzac giganteggia quale facitore di destini altrui e, due volte evaso, finisce capo della polizia. Nel bellissimo film Il faraone, di Jerczy Kawalerowicz, una sorta di Akenaton viene fatto uccidere dai sacerdoti di Ammon che gli hanno suscitato dei sosia pronti a prenderne il posto.   Quanto ai falsi Messia, nella storia non si contano. Ma gl’impostori sono molto meno pericolosi di quelli che di essere il Messia sono convinti davvero.

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