Gli Articoli

Gli Articoli

Il Fatto Quotidiano”, 7. VI. 2017

Scarica il file in formato PDF

Ancor l’immagine corrente di Bach è di un artigiano che compone in umiltà a maggior gloria di Dio. La sua musica mostra il contrario. Mostra la consapevolezza del Maestro d’essere il più grande genio della musica fin lì vissuto; e forse pure quella che pochi altri lo avrebbero raggiunto, nessuno superato. E mostra una violenta, a tratti smisurata, volontà di potenza. Di questa volontà di potenza due opere sono il culmine: quelle con le quali Bach dichiara di esser non solo il vertice compositivo, sì anche quello dottrinario, della sua arte. La prima venne da lui pubblicata nel 1747, dunque verso la fine della vita, ed è dedicata a Federico II: continua a esser citata col titolo errato di Offerta musicale, quando invece il significato di Opfer è sacrificio. L’altra venne edita postuma ma la possediamo in un fondamentale manoscritto berlinese: L’Arte della Fuga. Con esse, Bach dichiara d’essere anche il più grande teorico musicale mai vissuto; e la dichiarazione risponde al vero. Sia la prima che la seconda sono trattati teorici dedicati alla parte più alta della speculazione musicale, il contrappunto. Dunque, sono opere di musica scientia. Ma sono costituite di pezzi musicali che sintetizzano ed esemplificano il pensiero. Questi pezzi, nella loro perfezione astrale, sono fra le cose più belle che l’arte abbia prodotte.

Il Fatto Quotidiano”, 28. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Fuor dei percorsi delle “freccie”, che hanno cambiato in meglio la vita di molti, l’Italia è collegata da un vecchio sistema ferroviario, lento e non più manutenuto. Un paese civile si misura dalla qualità dei suoi treni, e che per giungere da Roma in Abruzzo, Umbria e nelle Marche, o da Roma e Napoli in Puglia e nel Salento, ci s’impieghino troppe ore è una delle tante cose di cui dobbiamo ringraziare gli Agnelli, che hanno impedito lo sviluppo ferroviario per i loro interessi, colla classe politica a servirgli. Nondimeno preferisco i lentissimi “regionali” all’automobile; in treno si può leggere e guardare il paesaggio. Non c’è angolo d’Italia che non sia meraviglioso, e inerpicarsi lentamente da Roma verso le colline dell’Italia centrale consente di contemplare tali meraviglie con un perduto senso del tempo. Sul Roma-Ancona sono quasi il solo: tutti gli studenti, ma anche i miei coetanei, ormai passano il tempo col telefonino in mano, a chattare.

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Virgilio studiò retorica a Cremona e subito dopo venne a Napoli per apprendere la filosofia. Partenope era allora un centro di filosofia epicurea; è probabile che colui che trasformò Epicuro in somma poesia, Lucrezio, anch’egli a Napoli si sia formato se napoletano addirittura non fosse. A Napoli, da lui chiamata dolce, Virgilio visse nella villa posillipina ed è sepolto, pur se morisse per caso nel Salento di ritorno dalla Grecia. Dunque i due più grandi poeti filosofici mai vissuti alla città nata da una sirena sono strettamente legati. Virgilio è poeta filosofico giacché Le Georgiche non possono esser ristrette nell’ambito della poesia didascalica. Sono un poema sull’universo narrato secondo la vita degli animali e delle piante. E sebbene Virgilio venga ritenuto un aderente alla filosofia stoica, il suo considerar unica l’origine delle cose e percorsa la natura da un principio che s’identifica con la divinità immanente deve far considerarlo epicureo come il fraterno amico Orazio. Lucrezio è tra le prime sue fonti, seppur non sia direttamente citato. Più coraggiosamente lo dichiara sublime e immortale Ovidio, e forse anche questo va messo nel conto dei motivi che spinsero Augusto a espellerlo da Roma. Per aver affermato che la natura s’identifica con Dio Giordano Bruno venne mandato al rogo; ma forse l’inane tentativo di Ottaviano di riportare la società alla religione tradizionale indusse Virgilio a tacere di Lucrezio. Così la poesia delle Georgiche è per lo più considerata ideologica nell’elogio dell’agricoltura secondo “l’ideologia del principato”; e a volte se ne trascura l’essenza filosofica.

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Venerdì 5 e domenica 7, alla milanese “Orchestra Verdi”, un indimenticabile concerto diretto da Giuseppe Grazioli. Ambrosiano fra i cinquanta e i sessanta, Grazioli è oggi fra i migliori direttori d’orchestra ma in Italia non ha alcuna responsabilità istituzionale: i “direttori musicali” dei teatri o sono raccomandati o hanno il sostegno di potenti agenzie. Il concerto che ho ascoltato era volto a celebrare il Novecento italiano. In questo, Grazioli ha grandi benemerenze: con l’orchestra milanese, auspice Luigi Corbani, che l’ha creata con Vladimir Delman e capeggiata fino allo scorso luglio, ha inciso quasi tutta l’opera di Nino Rota. Queste incisioni mostrano che il geniale compositore delle musiche per i films di Fellini era anche un musicista dotto e d’avanguardia, del quale il ferrigno Mysterium è fra le vette della musica sacra novecentesca. Il 5 maggio è stato il turno di Ottorino Respighi e Gino Marinuzzi.

 

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Sono iscritto al Partito Radicale; gli altri organismi dei quali faccio parte sono la “Luca Coscioni”, la “Lipu”, il “WWF” e un circolo nautico. Però l’anno scorso sono stato a votare alle primarie napoletane del Partito democratico (quello che i cretini chiamano “i democrat”) e ho votato per Antonio Bassolino, per il quale ho fatto anche il po’ di propaganda che mi era possibile. Domenica alle primarie dello stesso partito per scegliere il candidato Presidente del Consiglio a votare non sono andato. Non sono andati anche parecchi napoletani di spicco: per esempio l’avvocato Claudio Botti e il filosofo Roberto Esposito, ch’era mio compagno di banco al ginnasio. E nemmeno Bassolino.

Il Fatto Quotidiano”, 28. IV. 2017

Scarica il file in formato PDF

 

Da’ fortunati campi, ove immortali / Godonsi all’ombra de’ frondosi Mirti / I graditi del ciel felici spirti / Mostromi in questa notte a voi mortali. / Quel mi son’io che su la dotta lira / Cantai le fiamme de’ celesti amanti / E i trasformati lor varii sembianti / Soave sì, ch’il mondo ancor m’ammira. Chi canta, è Ovidio: disceso dai Campi Elisî: a introdurre il primo Dramma musicale della storia: la Dafne di Jacopo Peri, su poesia di Ottavio Rinuccini. Firenze umanistica del 1597. I bellissimi versi vennero intonati pochi anni dopo nella Mantova dei Gonzaga da Marco da Gagliano e, rielaborati in tedesco da Martin Opitz, dal più grande Maestro del Seicento germanico, Heinrich Schütz, il quale, per esser venuto due volte a studiare a Venezia, ben conosceva ambo le opere. La musica di Peri e quella di Schütz sono perdute; la sottigliezza prosodica e drammatica di Gagliano illumina su di un desiderio di far rinascere la Tragedia greca che, incarnatosi altre volte, mai in tanta profondità di cultura si è radicato.

Il Fatto Quotidiano”, 25. IV. 2017

Scarica il file in formato PDF

In Vicaria, che la “Neri Pozza” ripubblicherà in edizione economica, Vladimiro Bottone dipinge un fosco quadro della Napoli del 1838. E non perché ricorra all’abusato tema di attaccare la tirannia di Ferdinando II, ma per l’inseguire con ricostruzione storica esatta e visionaria fantasia un mostro nato nel Settecento dal sogno della ragione: il più grande edificio d’Europa, l’Albergo dei Poveri. L’utopia illuminista di Ferdinando Fuga costruì ciò che doveva essere un rifugio di sventurati e orfani e subito, seguendo le leggi proprie al mondo “concentrazionario”, si trasforma in un immenso carcere nel quale a tali leggi si aggiungono l’umana avidità, l’umana crudeltà. L’oggi sessantenne scrittore napoletano perviene a una descrizione dell’inferno dai colori vividi all’atto stesso che inventa una trama avvincente: Vicaria si etichetta come un “noir” storico, ma per me, anche per la finezza psicologica onde sono costruiti i personaggi, è un bellissimo romanzo storico che si legge la prima volta per seguire la vicenda, la seconda per la gioia dello stile.

I Personaggi di Vicaria tornano ne Il giardino degli Inglesi (“Neri Pozza”, pp. 400, euro 18). Alcuni da vivi, alcuni da morti; e alcuni morranno nel suo corso. Anche questo romanzo l’ho letto due volte.

Il Fatto Quotidiano”, 15. IV. 2017

Scarica il file in formato PDF

Il 15 aprile 1967, verso le tre del pomeriggio, scendevo a via Roma dal Corso Vittorio Emanuele attraversando i vicoli dei “Quartieri”. Dai “bassi” uscivano donne in lacrime. Singhiozzavano. “È mmuorto Totò!”. E s’abbracciavano per compianto e condoglianza, come quando un genitore, un congiunto, entra nel regno donde non si torna. Di quel pianto tutta l’aria vibrava, come d’una nota musicale. In pochi minuti Napoli ne fu pervasa. Si estendeva dal Vesuvio a Posillipo ai Campi Flegrei. Appresi così, sedicenne, che il mio idolo non c’era più. Come l’avevano saputo, quelle donne? Nei “bassi”, sul comò, accanto al San Giuseppe o alla Madonna sotto la campana di vetro, c’era la radiolina a transistors dalla quale gli uomini, la domenica, seguivano la partita di calcio. E di bocca in bocca si trasmisero il lutto.

Il Fatto Quotidiano”, 12. IV. 2017

Scarica il file in formato PDF

Pochi giorni fa ho scritto della Jérusalem di Verdi, la prima delle sue Opere francesi, facendo l’amara osservazione che per vederla, e ascoltarla, in un allestimento fedele e apprezzabile sono dovuto andare fino a Liegi. A più forte ragione parlo ora del Don Carlos, messo ora in scena al Teatro Nazionale Croato di Zagabria sotto la direzione di Elio Boncompagni.

Rappresentato per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1867, questo Dramma musicale causò all’Autore delusioni e dispiaceri come nessun altro. Alla prima esecuzione fu tagliato perché gli abbonati dovevano prendere l’ultimo omnibus: e Verdi non riuscì mai ad ascoltarlo intero. A grado che il tempo passava l’Opera perdeva pezzi. La traduzione italiana è scadente in sé e tradisce un’invenzione musicale mirabilmente congiunta alla lingua francese. Preso dalla disperazione, il Maestro fece un’edizione che ometteva del tutto il primo atto, portando il Don Carlo a quattro. L’omissione del primo, oltre a privarci di musica alatissima, rende incomprensibile la drammaturgia. Intanto Verdi, incontentabile come tutti i sommi, continuò a limare l’Opera: per vent’anni. L’ultima versione, in italiano, del 1886, ripristina il primo atto: ma il vero inizio di questo, intanto, si era perduto, e venne trovato all’Opéra da Andrew Porter solo nel 1973. Credete che da allora, pubblicatasi anche l’edizione critica della partitura, la volontà dell’Autore sia stata rispettata? Per nulla. L’Opera alla quale Verdi affida il testamento politico, il testamento spirituale e anche la sua visione del mondo – se consideriamo che il messaggio del Falstaff è come quello di uno che dal mondo s’è tirato fuori – continua a essere eseguita in versioni invereconde. O in quattro atti: e che quella in quattro atti sia dovuta all’Autore non significa che sia la preferibile. O in cinque: con tagli tali, e di brani e all’interno di essi, da sfigurare musica e dramma.

Il Fatto Quotidiano”, 7. IV. 2017.

Scarica il file in formato PDF

Collinosa Sulmona, in mezzo ai monti degli antichi Peligni. La guarda il Morrone, che conserva la caverna dell’eremita Pietro, divenuto brevemente Papa col nome di Celestino Quinto. La via da Sulmona a Pescara scende a valle e va verso oriente per giungere alle sponde del verde Adriatico. Nella fantasia la ripercorro: congiunge due fra i più grandi poeti, i due più alti contributi che gli Abruzzi diano all’arte. Sono Ovidio e Gabriele D’Annunzio. E ambedue soffrono della medesima pena: la loro fama è quella di “poeti musicali ma superficiali”. L’amore per la musica del verso, quello per la descrizione vivida e parlante, l’arte colla quale questo amore è attuato, sono considerati colpa.