Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 7. X. 2018

 

Qualche volta Montserrat Caballè si presentava impreparata. Ce n’è un esempio: l’incisione del Turco in Italia di Rossini diretta da Riccardo Chailly. Canta in modo supremo la grande Aria, Squallida veste bruna; nel resto si percepisce che quasi legge a prima vista. “Vedi”, mi disse al riguardo il maestro Siciliani, “quando un direttore d’orchestra non ha la preparazione né l’autorità per imporre il rispetto della musica, i cantanti fanno il cazzo che vogliono!”

Ho voluto citare il solo difetto di questa sublime artista. Per farne l’elogio come merita. E per fortuna, anche quando il ricordo di chi l’ha vista in scena svanirà con le loro persone, le registrazioni prese durante le recite, e le incisioni – la Caballè ha lavorato con grandissimi direttori: Patanè, de Fabritiis, Prêtre, Mannino, Boncompagni, Gelmetti – restano fra le testimonianze musicali più alte del Novecento. Ha lavorato anche con direttori esperti se non grandissimi, che sapevano sopperire a qualche sua défaillance di memoria senza avvilire la musica.

Il Fatto Quotidiano, 3. X. 2018

Ho fatto per quarantuno anni il critico musicale: ho smesso e penso come a un incubo alla – affatto ipotetica - eventualità che dovessi ricominciare. Attorno a me non vedo che desolazione, rovine, e un livello artistico e culturale così abietto da toglierti per sempre la voglia di andare all’Opera. Infatti non vado quasi più né a teatro né al concerto. Le cosiddette Fondazioni lirico-sinfoniche sono, secondo il ridicolo escamotage giuridico che le istituì, nella forma soggetti di diritto privato. In fatto, soggetti pesantissimamente sovvenzionati dallo Stato, dai Comuni e dalle Regioni. Come i musei, le gallerie, i monumenti. Ma questi sono tenuti in vita per preservare e offrire al pubblico il più ricco patrimonio artistico mondiale, quello della civiltà italiana. L’essenziale fisionomia di questo patrimonio d’arte e di cultura si completa solo con la musica. La sola ratio per la quale le Fondazioni ricevano le centinaia di milioni di euro loro destinati sarebbe che fossero i musei della civiltà musicale, italiana in primis, mondiale poi. Tutto il sistema della musica e della prosa italiane è oggi frutto delle nomine del satrapo Salvo Nastasi, che ha spadroneggiato per anni e distrutto l’acustica del teatro più bello del mondo, il San Carlo di Napoli: con ciò sfregiando il patrimonio artistico del pianeta. I teatri servono in gran parte per le demenziali masturbazioni dei registi (Michieletto, De Rosa, etc), lodati da quei marchettisti dei cosiddetti critici musicali che nessuno legge più e hanno a disposizione spazi irrisori su giornali che nessuno legge più. Lo scopo museale dei teatri (e delle istituzioni sinfoniche), il diffondere la cultura musicale e in particolare il nostro patrimonio che va da Monteverdi a Puccini, Alfano, Respighi, Petrassi, Maderna, Togni, ricco quanto quello delle arti figurative, è completamente mancato.

Il Fatto Quotidiano, 22. IX. 2018

Il 22 febbraio 1942, a Petropolis, triste località di villeggiatura a settanta chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zweig si uccise con la moglie. Aveva sessantun anni. Era stanco di fuggire. Viveva a Salisburgo; con l’Anschluss il terrore nazista l’aveva costretto a peregrinare. Inghilterra, Stati Uniti, Brasile. Non ne poteva più. Ancora pareva che la Germania potesse vincere; la morte voleva per il Maestro essere anche un segno di rivolta; ma Zweig era coscienza così alta che, se fosse vissuto, avrebbe parimenti denunciato i bombardamenti alleati, Amburgo, Dresda, Vienna, Hiroshima. Un romanzo che ho appena letto, Gli ultimi giorni di Stefan Zweig, di Laurent Seksik, apparso in italiano per Gremese, ricostruisce in modo preciso e appassionante. L’ultima sua opera, scritta proprio in Brasile e apparsa postuma, è una delle sue più belle: Die Welt von Gestern, Il mondo di ieri (conviene leggerla nella limpida traduzione di Lavinia Mazzucchetti, 1945, traduttrice anche di Mann: non si lavora più così!), è una rievocazione della Vienna avanti la Prima Guerra, ove la Germania, l’Austria, la Boemia, e un finissimo cosmopolitismo ebraico capace di coltivare anche le memorie imperiali, si uniscono in uno dei più affascinanti crogiuoli della morente Europa. Musil, Roth, Mahler, Schönberg, Trakl… Chi ama la civiltà e l’arte non può leggerlo senza commuoversi per la bellezza e la finezza di ricordi personali e universali.

Barbadillo, 18. IX. 2018

Claudio Scimone, scomparso d’improvviso il 6 settembre sulla soglia di compire gli ottantaquattro anni, sono arrisi fama e successo ben più del riconoscimento del livello artistico e culturale. Questo era occultato, solo in piccola parte, dall’attitudine, dirò così, imprenditoriale, colla quale capeggiava I Solisti Veneti: ma far sopravvivere un’orchestra è di questi tempi arduo, e nessuno vorrà imputargli qualche manifestazione di gusto più facile a paragone delle cose altissime da lui fatte nei cinquantanove anni dalla fondazione dei Solisti e nel resto della sua attività.

Alla base del mancato riconoscimento della statura di Scimone un equivoco che si fa sempre più corrivo e volgare: la “Musica Barocca”. Oggi è quella più di moda; ed esistono non centinaia, migliaia di complessini che, richiamandosi a una presunta “prassi esecutiva originale” (non sanno nemmeno l’italiano: dicono “originale” invece di “autentica”) ci affliggono con esecuzioni dilettantesche nelle quali non esistono intonazione, fraseggio, non esistono le basi elementari della lettura musicale. E il concetto di “Musica Barocca” lo estendono come la pelle di zigrino: lo fanno incominciare all’incirca con Josquin e vi comprendono, poco ci manca, persino Beethoven: sovente eseguito, tuttavia, giusta gli stessi (non)principî dispensati a Vivaldi e Bach. Ma l’ignoranza e la decadenza dell’idea stessa di musica, oggi vigenti, rendono una sorta di obbligo religioso l’esecuzione “secondo la prassi esecutiva originale” e condannano all’ignominia quella che vi si discosti. Faccio un solo esempio: dell’ignominia fanno parte il Bach di Karajan di Klemperer, di Jochum, di Richter…

Il Fatto Quotidiano, 4. IX. 2018

Il direttore del Conservatorio di Benevento smentisce “Il Fatto”, e non i giornali e i siti internet che hanno pubblicato la notizia. Evidentemente non gradisce che un importante quotidiano nazionale diffonda qualcosa che forse desiderava gestire a livello locale, in famiglia. Nel suo tono aggressivo e offensivo, egli mi chiama “il suo giornalista” fingendo di ignorare che ero insegnante al Conservatorio di Napoli (non di Benevento) quando egli ancora andava a giocare a palla ai giardinetti; e proprio per la presenza di studenti del suo calibro civile e culturale ho abbandonato spontaneamente una cattedra assunta nel 1971. Tuttavia la lettura del mio articolo non è stata per lui inutile: ha imparato chi è Nicola Sala, al quale il Conservatorio da lui diretto è intitolato.

 

Il Fatto Quotidiano, 2. IX. 2018

Il Conservatorio di Musica di Benevento s’intitola a Nicola Sala. Nato nel 1713 e morto nel 1801, è il più importante sannita fra i grandi della Scuola Napoletana, che di autentici napoletani conta solo Porpora, e di quasi napoletani Jommelli e Cimarosa, aversani, e Durante, di Frattamaggiore; mentre due vertici, Leo e Paisiello, sono salentini. Oggi Sala è noto agli specialisti, perché le sue dotte composizioni sono uscite dal repertorio; gli si deve un bellissimo Stabat mater. Ma nel Settecento e nell’Ottocento Sala, allievo di Leonardo Leo, che con Alessandro e Domenico Scarlatti è il più importante contrappuntista del Settecento, secondo solo a Bach, godeva di grandissima fama quale didatta di contrappunto; i trattati di contrappunto, come allora si chiamavano, erano in fatto trattati sulla stessa arte della composizione. I suoi tre volumi pubblicati nel 1794 sotto il titolo di Regole del contrappunto pratico erano considerati nella prima metà dell’Ottocento il miglior trattato di composizione, superiore allo stesso Gradus ad Parnassum di Johann Joseph Fux. Verdi, ch’ebbe quale solo insegnante di composizione l’altamurano Vincenzo Lavigna, severissimo contrappuntista uscito dal napoletano Conservatorio di Santa Maria di Loreto, si formò su Sala oltre che su Scarlatti e Leo.

La premessa è necessaria a meglio comprendere quanto segue. Mi si segnala che il Conservatorio di Musica di Benevento conferirà la laurea honoris causa al “cantante” Gigi D’Alessio “per aver portato la canzone napoletana nel mondo”. Io sono un insegnante di Conservatorio dimissionario dal 1994 perché il decadimento della paidèia musicale mi aveva disgustato; non posso dare le dimissioni due volte; se fossi insegnante a Benevento, nel nome di Sala mi dimetterei.

Il Fatto Quotidiano, 28. VIII. 2018

Il terzo articolo dedicato ad Arrigo Boito nel centenario della morte tratta del Nerone, l’Opera alla quale egli lavorò per cinquant’anni lasciandola incompiuta. Nel 1901 ne pubblicò il poema drammatico, in cinque atti; ma il quinto non venne posto in musica. Ed è un bene: si tratta di una fantasia teatrale che si avvicina a una sorta di filmaccio dell’orrore, su versi che sono una involontaria parodia della poesia di D’Annunzio. Dei primi quattro Boito lasciò una partitura incompleta, che venne elaborata da Vincenzo Tommasini e Antonio Smareglia sotto la supervisione di Toscanini. Questi considerava il Nerone un inattingibile capolavoro, e la prima esecuzione, da lui capitanata nel 1924, fu uno degli eventi culturali dell’Italia all’alba del fascismo: è noto l’episodio che alla prova generale si rifiutò l’ingresso allo stesso Puccini. E nel 1928 un Maestro ben altrimenti provveduto quanto a cultura, Gino Marinuzzi, dovette inaugurare con esso il Teatro dell’Opera di Roma.

Il Nerone è qualcosa di strano, ardito e insieme convenzionale e deludente. Alla base c’è un immenso studio filologico e archeologico della Roma imperiale: ma proprio in ciò, a onta della profusione erudita (che pure mi sembra una parodia di quel che a D’Annunzio mirabilmente riesce), Boito cade. Nerone, matricida, è ossessionato dal rimorso; è, insieme, poeta e auriga, e si compiace dell’applauso. Cupi personaggi lo circondano, e fra questi Simon Mago, raffigurato giusta la leggenda cristiana, quando nella storia di lui si sa solo che fu il primo fra gli gnostici giunti a Roma. Boito immagina che il famoso incendio dell’Urbe, avvenuto sotto l’impero di Nerone, fosse appiccato da lui. Le parti dell’Opera dedicate al mondo torbido posseggono una forte drammaticità e un acre grottesco. Ma vi sono quelle dedicate ai cristiani; non solo la poesia, la musica, diatonica e “spirituale”, è piena di unzione e falsità storica e artistica.

Il Fatto Quotidiano, 21. VIII. 2018

La creazione artistica di Boito è segnata da tre fatti: audacia d’avanguardia, eccessiva autocritica, e una profondità di cultura che a volte soverchia l’invenzione. Del poeta abbiamo fatto cenno; a completarne l’immagine occorre almeno ricordare il Libretto dell’Amleto di Franco Faccio (Opera assai notevole, e unica del suo Autore, 1865), il mirabile poemetto Re Orso, e la commedia Basi e Bote, in lingua veneziana, con la presenza delle Maschere. Da qui può incominciare il discorso sull’autocritica, giacché Arrigo se l’era scritta per sé, ma non la musicò; lo fece, solo negli anni Venti, Riccardo Pick-Mangiagalli, con un piccolo capolavoro. La partitura di Ero e Leandro, poi intonato da Bottesini e Mancinelli, venne da Boito distrutta; come quella della prima versione del Mefistofele, salvo le parti trascorse nella seconda. A completare il tema dell’autocritica – e dell’eccesso di cultura – vale il caso del Nerone, al quale il Maestro, completatone il poema drammatico, attese per cinquant’anni, senza riuscire a finirlo. Ma l’autocritica di Boito è pur essa contraddittoria e, a volte, inconcludente: avrebbe dovuto esercitarsi sui suoi attacchi a Manzoni. Ricordiamo, piuttosto, che il fratello Camillo, l’architetto progettista della milanese Casa Verdi, è un narratore realista (si dicevano gli “Scapigliati”) di gran livello, e la sua novella Senso è pur essa un capolavoro.

Il Fatto Quotidiano, 7. VIII. 2018

Nel 1863, a ventun anni, Arrigo Boito scrisse un’ode saffica contenente questi versi: “Forse già nacque chi sovra l’altare / Rizzerà l’arte, verecondo e puro/ Su quell’altar bruttato come un muro / Di lupanare.” Alludeva a Verdi? Wagneriano e fautore della “musica dell’avvenire” (espressione che faceva giustamente a Verdi salire il sangue alla testa), poteva avere a bersaglio il sommo Maestro. Certo questi la intese così. “Se anch’io fra gli altri ho sporcato l’altare, come dice Boito, egli lo netti, ed io sarò il primo a venire ad accendere un moccolo.” Verdi covava a lungo il rancore, e nel rancore aveva sempre ragione. Ma quando nel 1913 si celebrò il centenario della sua nascita, Boito, senatore del Regno e fra i dittatori della vita culturale italiana, avrebbe capitanato le onoranze. Sarebbe scomparso nel 1918.

Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2018

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza. Culturale, affettiva.

   Veneziano, era professore di letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961.  Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l’autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

   La casa editrice egli  l’ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l’acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all’angustia dei varî commissarii Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir… Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli. Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso – è cosa dell’ultimo anno – Cesare è riuscito a costituire un’alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.