Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano”, 28. I. 2018

Gastone Breccia è uno storico militare. Tuttavia il suo recentissimo Scipione, pubblicato dalla Salerno nella collana diretta da Giuseppe Galasso (pp. 349, euro 21) non è solo un libro di storia militare. Nella ricostruzione della parte avuta dal sommo condottiero nella fine di quel cancro chiamato seconda guerra punica egli apporta una sintesi efficace e aggiornata che si affianca degnamente a quella, insuperata, di Gaetano De Sanctis nella Storia dei romani; e forse la sua spiegazione tecnica, chiara e minuziosa, della tattica e della strategia di Annibale e dell’Africano nel fronteggiarsi da titani, è ancor più utile di quella dello storico novecentesco: almeno per il lettore attuale, essendo il suo linguaggio meno dotto e più piano. Ma questa biografia dell’Africano è, sempre per il lettore attuale, rivelatrice nella sua capacità di mostrare che Scipione non è un soldato e basta, ma un politico con una visione profonda e lungimirante della storia e della politica, il quale comprende che la guerra è l’unica via per attuare la sua visione politica: la guerra, s’intende, com’egli la concepisce; e il condottiero è un tutt’uno col politico.

Il Fatto Quotidiano”, 18. I. 2018

Continua con questo articolo la trattazione da me promessa del rapporto fra la musica e la Riforma di Lutero, nel cinquecentesimo anniversario.

Abbiamo visto in scorcio prospettico la nascita delle grandi forme strumentali legate, nel Cinque e nel Seicento, al Corale cantato nella liturgia riformata. Vediamo ora la musica, liturgica e spirituale, connessa alla parola sacra.

Nel Cinquecento il dominio franco-fiammingo-borgognone nella musica polifonica gradualmente arretra per dar luogo a quello italiano. E si crea una koinè stilistica comune, dalla penisola iberica all’Inghilterra alla Germania. I polifonisti germanici applicano alla musica liturgica protestante le tecniche e lo stile del Mottetto e del Madrigale italiano, dopo che il più importante polifonista, non tedesco ma in Germania abitante, Orlando di Lasso, era stato di questi tecnica e stile eccelso rappresentante. Ed ecco la musica di Michael Praetorius (1571-1621), di alti qualità e rilievo: e nei suoi titoli vediamo la commistione fra un Antico Testamento risuscitato e il gusto umanistico: Musae Sioniae, in nove volumi.

Il Fatto Quotidiano”, 4. I. 2018

 

Due concerti di Capodanno, due grandi direttori. Italiani. In caposaldi della musica tedesca. E, prima di parlare dei concerti, spiego il concetto.

La grande forma nasce da uno sforzo congiunto dell’Italia e della Germania. Dal concetto di elaborazione tematica che il Barocco eredita dal Rinascimento musicale adattandolo dalla polifonia vocale a quella strumentale. Tutto passa per Bach, compositore vissuto nell’età del Barocco il quale l’estetica del Barocco sente ed esprime ma che è, con Alessandro Scarlatti, il padre della Musica Classica. Onde considerarlo un musicista “barocco” è un abbaglio purtroppo frequentissimo. Nel Classico, da Domenico Scarlatti, Carlo Filippo Emanuele Bach e Haydn in poi, le grandi forme strumentali divengono tedesche.

Gl’interpreti della grande forma alla fine dell’Ottocento della grande forma avevano perduto la concezione. In Beethoven, Schubert, Schumann, Wagner, Brahms, Liszt, le loro versioni appaiono informi e rapsodiche, una specie di mosaico di pezzi irrelati. E il fraseggio è sovente enfatico, così come il rispetto della dinamica e delle relazioni di tempo sparito. Ci vollero Martucci, Toscanini e Marinuzzi, col latino senso della forma, per restituire alla Germania il vero accento dei suoi classici. Durò per qualche generazione; oggi questo è di nuovo dimenticato.

l Fatto Quotidiano”, 31. XII. 2017

Abbiamo tanti motivi per esser grati a Massimo Giletti per la sua trasmissione L’Arena, che poi ha dato troppo fastidio, e per l’attuale, Non è L’Arena, che ne riprende linea e contenuti su di una rete che ha avuto l’intelligenza di farla nascere. Io di solito non guardo la televisione, ma quando il 25 aprile il mio amico .6\7\Gian Marco Chiocci mi avvisò che ci sarebbe stata una puntata dedicata alla ripugnante vicenda di Gianfranco Fini e dei suoi cari, alla quale partecipava anche lui, non me la persi. Chiocci è pieno di forza, e manifesta una calma olimpica che io non avrei: mi sono accorto, per esempio, che un giornalista di “Repubblica”, Giannini, piuttosto che riconoscergli il coraggio e il merito di aver fatto, da semplice inviato, l’indagine sulla casa di Montecarlo, dalla quale incominciò la rovina politica di Fini, avrebbe preferito di Fini prendere le parti. In quell’occasione conobbi Giletti. Anche lui olimpico, salvo quando si tratti di puntare i piedi. Fini, altrove intervistato in modo quasi protettivo, affannava, aveva una faccia gialla segnata da macchie di paura, s’imbarcava in penose contraddizioni. E allora venne fuori l’avvocato Michele Sarno, da Scafati. Egli rappresenta Fini e lo difende. Giletti snocciolò i versamenti per sei milioni di euro che dall’imprenditore del giuoco d’azzardo Corallo erano arrivati alla famiglia Tulliani. L’avvocato affermò, all’incirca, che non si poteva pretendere da uno Statista, inteso a perseguire gli Alti Destini della Patria Nostra, di conoscere se, sul conto corrente di una Gentildonna che abita con lui, qualcuno abbia versato dei soldi. Nacque quella sera uno dei genî comici degli ultimi decennî.

l Fatto Quotidiano”, 23. XII. 2017

Avevo promesso di ricordare i cinquecento anni della Riforma di Lutero sotto il profilo del rapporto fra protestantesimo e musica. Il primo degli articoli che a tale tema dedico tratta di ciò che avviene prima di Bach, che di tale rapporto è il culmine, come lo è della musica stessa.

Lutero era a modo suo un amico della musica. Gli piacevano le canzoni: che fossero domestiche, edificanti. In pari tempo, i fedeli dovevano intensamente partecipare alla celebrazione liturgica. Il suo genio introdusse le canzoni nel rito. Canzoni profane presero un testo devoto; canzoni devote presero nuova forza; melodie liturgiche del canto gregoriano vennero semplificate e ricevettero un testo tedesco. Il Lied diviene il Corale in tedesco, la base della musica sacra luterana.

Presi in sé, molti Corali sono bellissimi. Non sono un’interpretazione della parola liturgica, come avviene nella polifonia sacra cattolica che nel corso del Cinquecento si sviluppa. Le melodie servono quale veicolo della parola, e la loro generica emozione, coll’emozione che sempre nasce dal fatto di cantare insieme – e l’assemblea i Corali cantava – faceva penetrare la Parola di Dio nelle anime dei fedeli.

l Fatto Quotidiano”, 5. XII. 2017

Dice Brecht che sono fortunate quelle nazioni che non hanno bisogno di eroi. Non sono d’accordo. Di eroi tutti abbiamo bisogno perché sventurate sono quelle nazioni nelle quali il moralismo, l’ipocrisia, in fondo il fanatismo, prevalgono.

Abbiamo letto che nel 1985 il maestro James Levine avrebbe adescato un ragazzo di quindici anni per avervi rapporti sessuali. Levine nega, e non potrebbe fare altrimenti: poco ci manca che negli Stati Uniti irroghino la pena di morte per un fatto (non un reato) del genere. Penso sia vero; e certo non sarà stato il solo caso. Il punto è un altro. Adesso si scoprono le tombe e si levano i morti, si torna sempre più indietro nel tempo. Un grande attore si è vista stroncata la carriera per aver corteggiato dei ragazzi. Fra poco incrimineranno Cristo per aver difeso l’adultera e sedotto il ragazzo che sarebbe divenuto San Giovanni Evangelista.

Il Fatto Quotidiano”, 19. XI. 2017

Caravaggio e il comico. Alle origini del naturalismo, di Francesco Porzio (Skira, euro 16), è di appena 74 pagine. Ma sono densissime; e dopo averlo letto ho compreso che non è un libro su Caravaggio, sebbene la “lettura” del pittore sia appassionante e filologicamente – simbologicamente, iconologicamente - acuminata; e nemmeno un libro sulla pittura. È un libro sull’arte generalmente intesa; su uno dei temi che, da Platone in poi, sono al centro della riflessione sull’arte: il rapporto fra l’arte e la realtà fenomenica. Fenomenica, per dirla come intende Platone; con la realtà qual è, quale i nostri sensi la percepiscono; brutalmente, potremmo dire: colla materia. Giacché per Democrito, Leucippo, Epicuro, Lucrezio, tutto è materia e nulla che non sia materia in natura si dà. E Democrito, lo scopritore dell’atomismo, tradizionalmente è raffigurato come “il filosofo che ride”.

Sin dall’arte arcaica, una fortissima tendenza trasfigura la realtà secondo modelli ideali. È la chiave della grandezza dell’arte europea, e non solo: ove principî formali e il loro rispetto si congiungono all’idealismo nel respingere la bruta imitatio naturae. Aristotele, che sempre teorizza, considera il comico una categoria espressiva inferiore, alla quale è deputata la rappresentazione di ciò ch’è ignobile. Come se Aristofane non ci fosse già stato!

Il Fatto Quotidiano”, 11. XI. 2017

Nel teatro di Eduardo Scarpetta vediamo con meraviglioso realismo una Napoli borghese e piccolo-borghese; e talora in tali panni rinasce una realtà ancestrale, quella della fame eterna del popolano: è il caso di Miseria e nobiltà. Suo figlio e continuatore Eduardo De Filippo narra per lo più una Napoli piccolo-borghese; in certo senso – lo insegnava Ruggero Guarini – il suo teatro piccolo-borghese è per ideologia, perbenista e restauratrice. Non è un giudizio di valore: in De Filippo è rappresentata una Napoli che tenta affannosamente di adattarsi all’unità italiana, una Napoli che ha dato i figli migliori all’inferno delle trincee sul Carso e deve comprenderne la ragione, una Napoli barbaramente bombardata e barbaramente occupata dai vincitori: e deve tentar di sopravvivere, comunque.

Raffaele Viviani è il vero cantore di una Napoli popolare, nella quale rivive una civiltà pagana che solo superficialmente s’è cattolicizzata. Egli non raffigura le maschere fescennine, non Pulcinella. Ma l’eros quale istinto violento e mescolato con un gusto della morte, di Catullo e Properzio, rinasce in lui; e rinasce l’ossessione per il denaro, che si sostituisce all’istinto vitale, di Plauto e Terenzio: il quale secondo è anzi persino più borghese di lui. E, nella Festa di Piedigrotta, ora andata in scena al napoletano Sannazaro con la regia di Lara Sansone e la sua compagnia, una reincarnazione del sentimento dionisiaco che ci porta indietro di millenni.

Il Fatto Quotidiano”, 31. X. 2017

 

In quale misura un’opera d’arte, una volta creata, resta vincolata alla volontà del suo autore? Non ha essa una volontà propria? Non si distacca dall’autore, continuando a vivere secondo leggi sue proprie? E l’interprete, deve cercar di attuare la volontà del creatore, che può essere contingente e mutevole, o non piuttosto adeguarsi alla grandiosa obbiettività della volontà dell’opera? Essa rimane fissata per sempre, e non muta, quasi archetipo. E i personaggi, se l’opera appartiene all’epica, al teatro drammatico (anche a quello musicale), alla narrazione, restano immobili pur essi per sempre. Continuano a realizzarsi secondo una legge necessaria.

Questo è l’argomento per un trattato di filosofia estetica. Ma non Benedetto Croce lo svolge. Solo il genio di Pirandello poteva organizzare questo assunto in un dramma, Sei personaggi in cerca d’autore, del 1921, che rappresenta una delle più grandi rivoluzioni del teatro. Pirandello è anche un romanziere e, soprattutto, un novellista, all’altezza di Balzac, Flaubert, Maupassant e Cechov. Come narratore, impersona il grandioso realismo borghese, scendendo nelle più torbide sentine dell’essere umano; e v’introduce il tarlo dell’assurdo, della fissazione intorno alla rappresentazione che del nostro ego ci facciamo all’esterno; e d’altre ossessioni. Fondiamo questo col dramma filosofico, e avremo una terribile vicenda di cronaca nera, fatta di miseria, prostituzione e incesto che lotta con esso in un conflitto vitalissimo. Coi personaggi che chiedono di esser rappresentati dopo esser sfuggiti alla volontà di un creatore che, concepitili, non ha voluto dar loro vita. Il nuovo allestimento del capolavoro, del quale parlo, è andato in scena mercoledì al Teatro Mercadante di Napoli: prima italiana: dello Stabile di Genova, colla regia di Luca De Fusco.

Il Fatto Quotidiano”, 18. X. 2017

 

Nel 1418 Poggio Bracciolini scopre nella biblioteca del monastero di San Gallo un codice contenente Il poema della Natura di Lucrezio, miracolosamente sopravvissuto alla distruzione e alla condanna del silenzio che l’opera aveva subita a opera dell’appena trionfante Cristianesimo. Il De rerum natura espone la teoria atomica di Democrito ed Epicuro, nega la distinzione fra spirito e corpo, l’immortalità di corpi e anime e l’esistenza di Dio; e si diffonde nella cultura europea. Nel 1584 Giordano Bruno pubblica a Londra il De l’infinito universo et mondi, ove sostiene la pluralità degli universi e l’identità di Dio e Natura: il che conduce del pari all’ateismo, benché il filosofo fosse stato bruciato dalla Chiesa come “eretico”. Fra queste due date, il 31 ottobre 1517, il monaco agostiniano Martin Lutero affigge sul portale della cattedrale di Wittenberg le sue celebri tesi. È il primo passo di quella Riforma che modificò la storia del mondo.

Se la diplomazia ecclesiastica fosse stata lasciata libera di agire, la scettica Roma, a forza di trattative e compromessi, avrebbe estenuato e riassorbito l’ardito contestatore. Da sempre sorgevano teologi che sostenevano doversi tornare allo spirito evangelico; e la Chiesa ne aveva, imparzialmente, bruciata una parte e acquetata l’altra. Ma Lutero si trovò di fronte un fanatico come Carlo V: il quale funse da maieuta nei confronti del fanatismo suo. Lutero diventò il rivoluzionario autore del più importante scisma dell’Occidente.