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Intervista di Paolo Isotta a Luca Ciammarughi di "Radio Classica"

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Nota: L'intervista inizia al minuto 28.20 circa

Pubblicato il 10 febbraio 2016 da Giovanni Vasso su www.barbadillo.it

 

“Adesso la maschera è caduta e rivelazione di me stesso più bella non poteva essere fatta: io, e questo libro, offendiamo la Cultura”. 

Che San Gennaro ce lo conservi così, per almeno altri cento anni. Basta un pugno di parole per mettere kappaò le fisime sbronze che da decenni ammorbano la sedicente intelligencjia italiana. E bastano scarse seicento pagine per sperare che, un giorno, Paolo Isotta sarà tra i classici a spernacchiare la boria insopportabile dei sapientoni che gigioneggiano negli agguerritissimi salotti dei ciucci presuntuosi.

“Il Fatto Quotidiano”, 31. I. 2016.

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 In questi giorni si rappresenta al San Carlo di Napoli La vedova allegra di Franz Lehar (prima esecuzione 1905), formalmente un’Operetta ma, come tante cose di questo grandissimo Autore (basterebbe il Valzer Oro e argento, un piccolo, squisito Poema sinfonico, a decretarne l’immortalità), un capolavoro musicale. Di fronte al valore dell’ispirazione le distinzioni fra i “generi”, l’alto, il mediano, il basso, sono prive di senso: e d’altronde, non sono i Beatles e i Rolling stones i migliori compositori d’avanguardia degli ultimi tre decenn^i?

Primo punto di forza il direttore d’orchestra Alfred Eschwé: posso dirlo io che ho ascoltato la Vedova sotto la bacchetta del sommo Lovro von Matacic e ricordo che Karajan di questa partitura aveva più paura che del Crepuscolo degli Dei: Eschwé affronta con professionismo di alta qualità ma pure semplicità ed efficacia di gesto un testo difficillimo. Secondo: viene aggiunta, secondo la prassi dell’Operetta, non rigida come quella del teatro musicale “dotto”, una canzone e ampliata la parte insignificante del comprimario Njegus, per consentire la partecipazione di Peppe Barra, che definire “grande” è pleonastico. Terzo: e credo si debba come il secondo al regista Federico Tiezzi: alla parte del barone Mirko Zeta è aggiunta un’altra canzone napoletana.

“Corriere del Mezzogiorno”, 27. I. 2016.

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Paolo Isotta ha presentato Le serenate del Ciclone di Romana Petri, editore Neri Pozza, alla Galleria napoletana “Blu di Prussia”.

  • Maestro, come mai Lei presenta un romanzo?

Le serenate del Ciclone è un libro magnifico. Romana Petri compie il salto difficile dallo stato di ottimo scrittore a quello di grande scrittore. E poi il libro è solo in apparenza un romanzo.

 

  • Perché?

Del romanzo ha la forma narrativa, la scioltezza; probabilmente molti trapassi sono opera di fantasia. Ma la sostanza è autentica. Le serenate del Ciclone è la storia del padre di Romana, Mario Petri: quindi il libro mi coinvolge come lettore, come storico della musica e, fortemente, da un punto di vista emotivo.

“Il Fatto Quotidiano”, 24. I. 2016.

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Con Le serenate del Ciclone, Neri Pozza, di 590 pagine, che ho divorate, Romana Petri compie il salto dallo stato di ottimo scrittore a quello di grande scrittore. Le è stato concesso dall’ombra magna del padre, Mario, il baritono che dagli anni Cinquanta al 1975 s’impose all’ammirazione di tutto il mondo. All’ammirazione e all’affetto: il secondo sentimento ben pochi cantanti d’Opera lo suscitano giacché di pochissimi le qualità umane sono rilevanti. Io in sessantasei anni di vita di cantanti che fossero grandi uomini ho conosciuto personalmente: Carlo Bergonzi, Alfredo Kraus, Bonaldo Giaiotti, Veriano Luchetti, Carlo Bini fra gli uomini; Anita Cerquetti, Magda Olivero, Renata Tebaldi, Teresa Berganza, Raina Kabaivanska, Ghena Dimitrova, Mietta Sighele, la mia amica del cuore (lo erano anche la Tebaldi e la Olivero) Mariana Nicolescu fra le donne. Certo ne ometto qualcuno, ma ci sono poche aggiunte.

   Compiuto il salto per l’ombra del padre non potrò che soprannominare Romana Elettra, sebbene la cupa eroina contrasti colla radiosità del nome evocante la luce di Poussin e del Lorenese. Elettra giacché il protagonista dell’Elettra di Strauss è il già defunto Agamennone: tutto si svolge intorno al dovere religioso della figlia di vendicarne la proditoria uccisione. Agamennone ha un poderoso Motivo musicale nato dalla scansione ritmica del nome in greco, A-ga-mè-mnon, che incombe su tutta l’Opera.

Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Gli anniversar^i musicali più importanti del 2016 sono quello della (probabile) nascita del polifonista Cipriano De Rore (1516), che Monteverdi definisce “il divino Cipriano”, il centenario della morte di Francesco Paolo Tosti e il bicentenario della morte di Giovanni Paisiello, nato nel 1740. Non so molto delle iniziative per commemorare quello ch’è forse, dopo Gluck, Haydn e Mozart, il più grande operista della seconda metà del Settecento. Il teatro San Carlo di Napoli, al quale per esser il compositore frutto del napoletano Conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana, spetterebbe l’onere principale, riprende dal festival della Valle d’Itria di Martina Franca La grotta di Trofonio, che a quel festival verrà eseguita in prima esecuzione moderna. Non conosco quest’Opera comica, che di certo sarà deliziosa; e tuttavia credo che, ormai affermata davanti a Dio l’importanza di Paisiello autore comico – e, soprattutto, del cosiddetto “mezzo carattere” - , a noi spetti la testimonianza sul compositore tragico, su quello sacro e quello strumentale, cogli otto Concerti per pianoforte.

Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Boulez, nato nel 1925, è stato il più famoso agitatore musicale del Novecento. Fu compositore davvero grande nelle cose migliori e troppo prolifico, scrittore coltissimo ma, come tanti francesi, partigiano e supponente, direttore d’orchestra sopravvalutato, insegnante odioso ma capace di determinare la carriera di quelli che proteggeva, uomo affetto da incommensurabile vanità.

   Come agitatore esordì nel 1952 con uno scritto, Sch”onberg est mort, che fece sensazione. Dichiarava doversi voltare le spalle al medesimo Sch”onberg, accusato d’incoerenza rispetto alle premesse teoriche da lui fondate insieme colla dottrina della composizione seriale. Invitava a raccogliere una (presunta) eredità di Anton Webern. Se Webern non fosse morto nel 1945 gli avrebbe impedito di sfruttare la sua somma figura. Boulez teorico e pensatore è aduggiato da una fondamentale aporia: il dichiarare egli esservi un indefinito progresso del linguaggio musicale: fino a lui, che chiude il ciclo storico.

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Una tradizione del Natale napoletano, risalente al Settecento, vive tuttavia rigogliosa. Si tratta della Sacra Rappresentazione chiamata La Cantata dei pastori con grandi ingegnj scenici, musica, coro e attori.

   L’erudito gesuita palermitano Andrea Perrucci, morto a Napoli, scrisse, sul modello del teatro gesuitico spagnuolo, avente fini esortativi e di politica religiosa, quelli di sradicare le tradizioni pagane dalle feste religiose che le plebi rurali conservavano e conservano, Il vero lume tra le ombre ossia la nascita del Verbo umanato, rappresentato nel 1698. E’ una quintessenza dell’arte del Barocco.

   La Sacra Rappresentazione si svolge in una Palestina che assomiglia a una Napoli perenne. Narra e manifesta, ricorrendo a temi provenienti pure dai Vangeli gnostici, di tutto ciò che Cielo ed Inferno apparecchiano attorno all’evento capitale dela Storia, la Natività. Maria e Giuseppe, che come l’Angelo Gabriele e il Principe dell’Inferno e persino il pastore e il pastorello, si esprimono in pura favella toscana, errano in un mondo ostile alla ricerca di un ricovero per dare alla luce il Bambinello. L’Inferno vuole per la coppia la morte: la nascita del Messia gli apporterà definitiva sconfitta. Morte ogni volta sventata da Gabriele di che il Principe ha terrore all’incontro: l’ultima fiata prepara la rovina della grotta di Betlemme producendosi la quale finalmente appare il Presepe.

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Sul “Corriere della Sera” della vigilia di Natale un’intera pagina ospita un’intervista che il mio amico Aldo Cazzullo fa al mio ex amico Riccardo Muti. Il titolo ne è MUTI il patriota. Il sottotitolo recita: “ All’estero i nostri grandi autori non vengono presi sul serio.” Titolo e sottotitolo spiegano come l’intervista, Cazzullo ignaro, sia stata generata da quattro mie paginette, il capitolo VI del libro uscito da due mesi Altri canti di Marte (Marsilio) e recanti il titolo de Il tradimento di Muti. Anche i personaggi d’alto affare si mescolano agli umili come me.

   Cazzullo, alle prese con un pranzo familiare di Santo Stefano, mi ha narrato che il Maestro era stato da lui a suo tempo richiesto di spiegare l’inspiegabile vicenda del suo abbandono del Teatro dell’Opera di Roma, del quale è tuttora Direttore onorario a vita, avvenuto a settembre del 2014. Ma riluttava; non appena uscito il mio libro gli fece sapere d’esser disposto a riceverlo.

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Renzo Arbore ha conservato l’accento foggiano sia quando parla italiano che quando parla napoletano: nondimeno, napoletano di stud^i (la gloriosa Giurisprudenza della Federico II), è fra coloro che per Napoli hanno fatto di più. Come cantante e uomo di spettacolo; come intrattenitore; e come ideologo. Giacché tutta la sua attività rampolla da un’ideologia: una battuta di spirito vale più di una carica, e per una battuta una carica si sacrifica; il nonsense beckettiano e pinteriano, trasformato in un cazzeggio da eterni fuoricorso (fuoricorso della vita) diviene cosa naturaliter napoletana. Mi vien fatto di pensare – e forse sono il primo – che qualcosa di simile fa un mio amico del cuore, Ruggero Cappuccio. Questi è un intellettuale (direbbero i catalogatori), regista che da Thomas Bernhard passa a Donizetti e Verdi, romanziere, lettore di Virgilio: eppure l’ultimo suo spettacolo, scritto, diretto e interpretato da lui, in pretto napoletano, Spaccanapoli times, manifesta proprio la stessa Weltanschauung.

   Arbore mi riderebbe in faccia se a suo proposito adoperassi questo termine in uso presso i pensosi filosofi: ma siccome significa “visione del mondo” (Giorgio Locchi m’insegnò a preferirgli Weltgef”uhl, “sentimento del mondo”) ecco che il suo cazzeggio da fuoricorso della vita è una Weltanschauung.