Gli Articoli

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Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Boulez, nato nel 1925, è stato il più famoso agitatore musicale del Novecento. Fu compositore davvero grande nelle cose migliori e troppo prolifico, scrittore coltissimo ma, come tanti francesi, partigiano e supponente, direttore d’orchestra sopravvalutato, insegnante odioso ma capace di determinare la carriera di quelli che proteggeva, uomo affetto da incommensurabile vanità.

   Come agitatore esordì nel 1952 con uno scritto, Sch”onberg est mort, che fece sensazione. Dichiarava doversi voltare le spalle al medesimo Sch”onberg, accusato d’incoerenza rispetto alle premesse teoriche da lui fondate insieme colla dottrina della composizione seriale. Invitava a raccogliere una (presunta) eredità di Anton Webern. Se Webern non fosse morto nel 1945 gli avrebbe impedito di sfruttare la sua somma figura. Boulez teorico e pensatore è aduggiato da una fondamentale aporia: il dichiarare egli esservi un indefinito progresso del linguaggio musicale: fino a lui, che chiude il ciclo storico.

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Una tradizione del Natale napoletano, risalente al Settecento, vive tuttavia rigogliosa. Si tratta della Sacra Rappresentazione chiamata La Cantata dei pastori con grandi ingegnj scenici, musica, coro e attori.

   L’erudito gesuita palermitano Andrea Perrucci, morto a Napoli, scrisse, sul modello del teatro gesuitico spagnuolo, avente fini esortativi e di politica religiosa, quelli di sradicare le tradizioni pagane dalle feste religiose che le plebi rurali conservavano e conservano, Il vero lume tra le ombre ossia la nascita del Verbo umanato, rappresentato nel 1698. E’ una quintessenza dell’arte del Barocco.

   La Sacra Rappresentazione si svolge in una Palestina che assomiglia a una Napoli perenne. Narra e manifesta, ricorrendo a temi provenienti pure dai Vangeli gnostici, di tutto ciò che Cielo ed Inferno apparecchiano attorno all’evento capitale dela Storia, la Natività. Maria e Giuseppe, che come l’Angelo Gabriele e il Principe dell’Inferno e persino il pastore e il pastorello, si esprimono in pura favella toscana, errano in un mondo ostile alla ricerca di un ricovero per dare alla luce il Bambinello. L’Inferno vuole per la coppia la morte: la nascita del Messia gli apporterà definitiva sconfitta. Morte ogni volta sventata da Gabriele di che il Principe ha terrore all’incontro: l’ultima fiata prepara la rovina della grotta di Betlemme producendosi la quale finalmente appare il Presepe.

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Sul “Corriere della Sera” della vigilia di Natale un’intera pagina ospita un’intervista che il mio amico Aldo Cazzullo fa al mio ex amico Riccardo Muti. Il titolo ne è MUTI il patriota. Il sottotitolo recita: “ All’estero i nostri grandi autori non vengono presi sul serio.” Titolo e sottotitolo spiegano come l’intervista, Cazzullo ignaro, sia stata generata da quattro mie paginette, il capitolo VI del libro uscito da due mesi Altri canti di Marte (Marsilio) e recanti il titolo de Il tradimento di Muti. Anche i personaggi d’alto affare si mescolano agli umili come me.

   Cazzullo, alle prese con un pranzo familiare di Santo Stefano, mi ha narrato che il Maestro era stato da lui a suo tempo richiesto di spiegare l’inspiegabile vicenda del suo abbandono del Teatro dell’Opera di Roma, del quale è tuttora Direttore onorario a vita, avvenuto a settembre del 2014. Ma riluttava; non appena uscito il mio libro gli fece sapere d’esser disposto a riceverlo.

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Renzo Arbore ha conservato l’accento foggiano sia quando parla italiano che quando parla napoletano: nondimeno, napoletano di stud^i (la gloriosa Giurisprudenza della Federico II), è fra coloro che per Napoli hanno fatto di più. Come cantante e uomo di spettacolo; come intrattenitore; e come ideologo. Giacché tutta la sua attività rampolla da un’ideologia: una battuta di spirito vale più di una carica, e per una battuta una carica si sacrifica; il nonsense beckettiano e pinteriano, trasformato in un cazzeggio da eterni fuoricorso (fuoricorso della vita) diviene cosa naturaliter napoletana. Mi vien fatto di pensare – e forse sono il primo – che qualcosa di simile fa un mio amico del cuore, Ruggero Cappuccio. Questi è un intellettuale (direbbero i catalogatori), regista che da Thomas Bernhard passa a Donizetti e Verdi, romanziere, lettore di Virgilio: eppure l’ultimo suo spettacolo, scritto, diretto e interpretato da lui, in pretto napoletano, Spaccanapoli times, manifesta proprio la stessa Weltanschauung.

   Arbore mi riderebbe in faccia se a suo proposito adoperassi questo termine in uso presso i pensosi filosofi: ma siccome significa “visione del mondo” (Giorgio Locchi m’insegnò a preferirgli Weltgef”uhl, “sentimento del mondo”) ecco che il suo cazzeggio da fuoricorso della vita è una Weltanschauung.

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Caro Direttore,

                         il bellissimo articolo di Luigi Bisignani sul mio nuovo libro Altri canti di Marte è accompagnato da un “boxino” volto a illustrare la mia modesta persona. Si parla anche del fatto che ho lasciato il “Corriere della Sera” dopo trentacinque anni, caso rarissimo di un editorialista che, andando in pensione, non viene officiato di una collaborazione. Le cose sono andate così. A ottobre compivo sessantacinque anni: la legge mi dava la facoltà di non esser collocato in pensione e lavorare ancora purché vi fosse il consenso del datore di lavoro. Tale consenso venne negato. E lo capisco: il nuovo direttore Luciano Fontana aveva imbarazzo ad avere un dipendente quale sono io: le persone scadenti si circondano di loro simili.

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La mia conoscenza di Giovanna d’Arco risale a quando, acquistate le opere complete di Anatole France, lessi la biografia dell’eroina, contenente pure gli atti dell’infame processo al quale ella fu sottoposta: consiglio a tutti questa straordinaria opera storica e letteraria. Il dramma di Federico Schiller La pulzella d’Orleans, del 1801, fu all’origine di numerose Opere liriche delle quali le principali sono la Giovanna d’Arco di Verdi e La pulzella d’Orleans (1879) di Ciaikovskij, pur essa meravigliosa. Giovanna è poi la protagonista dell’Oratorio, con ruoli parlati, Jeanne d’Arc au b^ucher di Arthur Honegger su testo di Paul Claudel (1938). Quando venne rappresentato al San Carlo di Napoli colla regia di Roberto Rossellini  Honegger stette col pompiere di servizio giacché nessuno s’interessava a lui, tutti stando appresso a Ingrid Bergman.

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Ho affermato più volte non esser stata la morte del trentaciqnuenne Mozart la più gran sventura della storia della musica. Egli aveva in gran parte dato conto di sé, quand’anche grandi sviluppi ancor potessero da lui attendersi. Ma Schubert morì nel 1828 a trentun anni quando, a onta d’una produzione copiosa e sublime, la morte di Beethoven gli aveva dato il coraggio d’assumere a suo modo la maniera grande ch’era stata del Sommo: e l’ultimo anno di vita vide sorgere un incredibile numero di capolavori i quali non sono il disperato canto di un morituro ma l’affermazione imperiosa di chi sa di essere ora l’Orfeo tedesco: come principiava a venir riconosciuto. Meravigliosamente disse Franz Grillparzer ai funerali: “La terra seppellisce un ricco tesoro ma ancor più grandi speranze.”

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Il fuoristrada procede veloce verso Avezzano. La strada è innevata. Al mio fianco il proprietario della vettura, che di continuo raccomanda all’autista Cosimo di non correre. Come lo capisco: licenziai quindici anni fa un infame autista che sulla Roma-Napoli non scendeva mai al di sotto dei centocinquanta. Costui fu in effetto un mio benefattore: da allora non ho più automobile e vivo in taxi.

   Il fuoristrada è di Natalino Irti, il più grande giurista italiano, emerito della Sapienza nonché gloria di Avezzano. Passiamo per il suo casolare fuor della città: la stalla e la mangiatoia originarie sono diventate stanze e la casa s’estende in lunghezza. Belle scale di pietra serena menano al primo piano. “Capisci, Paolino, presi a male parole l’architetto che me lo stava ricostruendo! Voleva togliere la pietra e fare la scala in marmo….”

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La notizia, di sabato, che Antonio Bassolino ha ufficialmente annunciato la sua candidatura a sindaco di Napoli ha messo in moto reazioni a Napoli e a Roma. Un bel commento l’ha fatto un mio grande amico, Paolo Macry, in un editoriale del “Corriere del Mezzogiorno” di domenica. Egli osserva che mai sfida per il navigatissimo ma non vecchio politico fu più ardua: egli dovrà lottare non tanto contro la destra quanto contro i Cinque stelle e contro l’uscente De Magistris, una vera incognita.   Don Antuono (il suo Santo è quello del 17 gennaio al quale a Napoli è intitolato un popolanissimo Borgo) ha tuttavia un avversario che pareva insidioso e s’è palesato clamoroso: il partito dal quale proviene. La sensazione, stagnante nell’aria da mesi, s’è concretata in fatto. E’ per stabilirsi nel Pd che alle primarie non possano concorrere coloro che già sono stati sindaci, sebbene la legge lo consenta. Il Pd, nel quale troppo resta del vecchio Pci, preferisce perdere le elezioni che vincerle con Bassolino. Perché anche in questo partito nessuno parla più di politica, non voglio dire di Politica. Uno splendido commento l’ha fatto martedì sul “Corriere del Mezzogiorno” un altro mio grande amico, Enzo D’Errico: il Pd lavora per De Magistris: “Ci ritroveremo così con una città consegnata dai generali di Renzi al più anti-renziano dei sindaci italiani. Un paradosso che sconfina nella demenzialità, un capolavoro del nonsense politico che avrebbe ingolosito Marx (parliamo di Goucho, ovviamente)”

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Ho scritto che con l’Idomeneo di Mozart, la “prima” del quale è stata il 20 alla Fenice di Venezia, s’ è avuta la più importante fra le inaugurazioni dei teatri d’Opera italiani. L’ho scritto nel presentare lo spettacolo; lo ripeto dopo avervi assistito ma nonostante tutto. E il nonostante pesa non poco.

   Di buono vanno dette molte cose. L’aver il teatro veneziano scelto il capolavoro drammatico di Mozart: ch’è pure Opera difficillima alla quale mi accorgo il nostro pubblico ancor riluttare. L’averlo offerto in un’edizione amplissima e quasi completa: più ampia di questa a mia memoria vi è stata solo quella diretta alla Scala da Riccardo Muti nel 1990 che fu addirittura integrale. Alla Fenice mancano i Balletti con che l’Opera si chiude, i più belli composti nel Settecento. Muti è un insigne direttore ciaikovskijano oltre che mozartiano e da lui appresi che il sommo Pietro li diresse nell’ultimo concerto della sua vita insieme con la Sesta Sinfonia, alla prima esecuzione: sarebbe scomparso pochi giorni dopo.