Gli Articoli

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l Fatto Quotidiano”, 23. XII. 2017

Avevo promesso di ricordare i cinquecento anni della Riforma di Lutero sotto il profilo del rapporto fra protestantesimo e musica. Il primo degli articoli che a tale tema dedico tratta di ciò che avviene prima di Bach, che di tale rapporto è il culmine, come lo è della musica stessa.

Lutero era a modo suo un amico della musica. Gli piacevano le canzoni: che fossero domestiche, edificanti. In pari tempo, i fedeli dovevano intensamente partecipare alla celebrazione liturgica. Il suo genio introdusse le canzoni nel rito. Canzoni profane presero un testo devoto; canzoni devote presero nuova forza; melodie liturgiche del canto gregoriano vennero semplificate e ricevettero un testo tedesco. Il Lied diviene il Corale in tedesco, la base della musica sacra luterana.

Presi in sé, molti Corali sono bellissimi. Non sono un’interpretazione della parola liturgica, come avviene nella polifonia sacra cattolica che nel corso del Cinquecento si sviluppa. Le melodie servono quale veicolo della parola, e la loro generica emozione, coll’emozione che sempre nasce dal fatto di cantare insieme – e l’assemblea i Corali cantava – faceva penetrare la Parola di Dio nelle anime dei fedeli.

l Fatto Quotidiano”, 5. XII. 2017

Dice Brecht che sono fortunate quelle nazioni che non hanno bisogno di eroi. Non sono d’accordo. Di eroi tutti abbiamo bisogno perché sventurate sono quelle nazioni nelle quali il moralismo, l’ipocrisia, in fondo il fanatismo, prevalgono.

Abbiamo letto che nel 1985 il maestro James Levine avrebbe adescato un ragazzo di quindici anni per avervi rapporti sessuali. Levine nega, e non potrebbe fare altrimenti: poco ci manca che negli Stati Uniti irroghino la pena di morte per un fatto (non un reato) del genere. Penso sia vero; e certo non sarà stato il solo caso. Il punto è un altro. Adesso si scoprono le tombe e si levano i morti, si torna sempre più indietro nel tempo. Un grande attore si è vista stroncata la carriera per aver corteggiato dei ragazzi. Fra poco incrimineranno Cristo per aver difeso l’adultera e sedotto il ragazzo che sarebbe divenuto San Giovanni Evangelista.

Il Fatto Quotidiano”, 19. XI. 2017

Caravaggio e il comico. Alle origini del naturalismo, di Francesco Porzio (Skira, euro 16), è di appena 74 pagine. Ma sono densissime; e dopo averlo letto ho compreso che non è un libro su Caravaggio, sebbene la “lettura” del pittore sia appassionante e filologicamente – simbologicamente, iconologicamente - acuminata; e nemmeno un libro sulla pittura. È un libro sull’arte generalmente intesa; su uno dei temi che, da Platone in poi, sono al centro della riflessione sull’arte: il rapporto fra l’arte e la realtà fenomenica. Fenomenica, per dirla come intende Platone; con la realtà qual è, quale i nostri sensi la percepiscono; brutalmente, potremmo dire: colla materia. Giacché per Democrito, Leucippo, Epicuro, Lucrezio, tutto è materia e nulla che non sia materia in natura si dà. E Democrito, lo scopritore dell’atomismo, tradizionalmente è raffigurato come “il filosofo che ride”.

Sin dall’arte arcaica, una fortissima tendenza trasfigura la realtà secondo modelli ideali. È la chiave della grandezza dell’arte europea, e non solo: ove principî formali e il loro rispetto si congiungono all’idealismo nel respingere la bruta imitatio naturae. Aristotele, che sempre teorizza, considera il comico una categoria espressiva inferiore, alla quale è deputata la rappresentazione di ciò ch’è ignobile. Come se Aristofane non ci fosse già stato!

Il Fatto Quotidiano”, 11. XI. 2017

Nel teatro di Eduardo Scarpetta vediamo con meraviglioso realismo una Napoli borghese e piccolo-borghese; e talora in tali panni rinasce una realtà ancestrale, quella della fame eterna del popolano: è il caso di Miseria e nobiltà. Suo figlio e continuatore Eduardo De Filippo narra per lo più una Napoli piccolo-borghese; in certo senso – lo insegnava Ruggero Guarini – il suo teatro piccolo-borghese è per ideologia, perbenista e restauratrice. Non è un giudizio di valore: in De Filippo è rappresentata una Napoli che tenta affannosamente di adattarsi all’unità italiana, una Napoli che ha dato i figli migliori all’inferno delle trincee sul Carso e deve comprenderne la ragione, una Napoli barbaramente bombardata e barbaramente occupata dai vincitori: e deve tentar di sopravvivere, comunque.

Raffaele Viviani è il vero cantore di una Napoli popolare, nella quale rivive una civiltà pagana che solo superficialmente s’è cattolicizzata. Egli non raffigura le maschere fescennine, non Pulcinella. Ma l’eros quale istinto violento e mescolato con un gusto della morte, di Catullo e Properzio, rinasce in lui; e rinasce l’ossessione per il denaro, che si sostituisce all’istinto vitale, di Plauto e Terenzio: il quale secondo è anzi persino più borghese di lui. E, nella Festa di Piedigrotta, ora andata in scena al napoletano Sannazaro con la regia di Lara Sansone e la sua compagnia, una reincarnazione del sentimento dionisiaco che ci porta indietro di millenni.

Il Fatto Quotidiano”, 31. X. 2017

 

In quale misura un’opera d’arte, una volta creata, resta vincolata alla volontà del suo autore? Non ha essa una volontà propria? Non si distacca dall’autore, continuando a vivere secondo leggi sue proprie? E l’interprete, deve cercar di attuare la volontà del creatore, che può essere contingente e mutevole, o non piuttosto adeguarsi alla grandiosa obbiettività della volontà dell’opera? Essa rimane fissata per sempre, e non muta, quasi archetipo. E i personaggi, se l’opera appartiene all’epica, al teatro drammatico (anche a quello musicale), alla narrazione, restano immobili pur essi per sempre. Continuano a realizzarsi secondo una legge necessaria.

Questo è l’argomento per un trattato di filosofia estetica. Ma non Benedetto Croce lo svolge. Solo il genio di Pirandello poteva organizzare questo assunto in un dramma, Sei personaggi in cerca d’autore, del 1921, che rappresenta una delle più grandi rivoluzioni del teatro. Pirandello è anche un romanziere e, soprattutto, un novellista, all’altezza di Balzac, Flaubert, Maupassant e Cechov. Come narratore, impersona il grandioso realismo borghese, scendendo nelle più torbide sentine dell’essere umano; e v’introduce il tarlo dell’assurdo, della fissazione intorno alla rappresentazione che del nostro ego ci facciamo all’esterno; e d’altre ossessioni. Fondiamo questo col dramma filosofico, e avremo una terribile vicenda di cronaca nera, fatta di miseria, prostituzione e incesto che lotta con esso in un conflitto vitalissimo. Coi personaggi che chiedono di esser rappresentati dopo esser sfuggiti alla volontà di un creatore che, concepitili, non ha voluto dar loro vita. Il nuovo allestimento del capolavoro, del quale parlo, è andato in scena mercoledì al Teatro Mercadante di Napoli: prima italiana: dello Stabile di Genova, colla regia di Luca De Fusco.

Il Fatto Quotidiano”, 18. X. 2017

 

Nel 1418 Poggio Bracciolini scopre nella biblioteca del monastero di San Gallo un codice contenente Il poema della Natura di Lucrezio, miracolosamente sopravvissuto alla distruzione e alla condanna del silenzio che l’opera aveva subita a opera dell’appena trionfante Cristianesimo. Il De rerum natura espone la teoria atomica di Democrito ed Epicuro, nega la distinzione fra spirito e corpo, l’immortalità di corpi e anime e l’esistenza di Dio; e si diffonde nella cultura europea. Nel 1584 Giordano Bruno pubblica a Londra il De l’infinito universo et mondi, ove sostiene la pluralità degli universi e l’identità di Dio e Natura: il che conduce del pari all’ateismo, benché il filosofo fosse stato bruciato dalla Chiesa come “eretico”. Fra queste due date, il 31 ottobre 1517, il monaco agostiniano Martin Lutero affigge sul portale della cattedrale di Wittenberg le sue celebri tesi. È il primo passo di quella Riforma che modificò la storia del mondo.

Se la diplomazia ecclesiastica fosse stata lasciata libera di agire, la scettica Roma, a forza di trattative e compromessi, avrebbe estenuato e riassorbito l’ardito contestatore. Da sempre sorgevano teologi che sostenevano doversi tornare allo spirito evangelico; e la Chiesa ne aveva, imparzialmente, bruciata una parte e acquetata l’altra. Ma Lutero si trovò di fronte un fanatico come Carlo V: il quale funse da maieuta nei confronti del fanatismo suo. Lutero diventò il rivoluzionario autore del più importante scisma dell’Occidente.

Il Fatto Quotidiano”, 1. X. 2017

Quando, nell’agosto del 1980, uscì Maledetti, vi amerò, un regista grande e originale si rivelò. Con Marco Tullio Giordana siamo diventati amici tre decenni dopo; di quel film mi colpirono l’ironia, il dipinto d’ambiente dal ductus balzachiano e insieme l’alta pietà verso i vinti, i macinati dalla Storia. Svitol, un para-terrorista di sinistra, va in crisi– non da “pentito” – per la pietà che sente verso Moro rapito e assassinato.

Giordana - “Allora, col festival di Cannes e il successo, in sala e di critica, mi pareva di avere il mondo ai miei piedi. Il film successivo, La caduta degli angeli ribelli, che fu invece fischiato a sangue, mi insegnò che nulla vale per sempre.”

Isotta – “Come incominciasti?”

Giordana – “Ho fatto il liceo classico, a Milano. La mia era una famiglia borghese … con qualche scampolo di una passata ricchezza …. Mio padre morì quando ero bambino. Subito dopo mi sono trasferito a Roma, facevo il nègre di un aiutante alla sceneggiatura di Rodolfo Sonego. A un certo momento il progetto venne accettato …”

Isotta – “È un peccato che questo ritratto di una generazione oggi sia introvabile! E lo stesso La caduta degli angeli ribelli …”

Giordana - “Habent sua sidera …”

Il Fatto Quotidiano”, 24. IX. 2017

Fanno un anno e undici mesi che collaboro al “Fatto”. Mi si lascia scrivere con totale libertà di contenuto e argomenti; i miei articoli di tema musicale sono di numero inferiore a quelli che dedico ad altre mie passioni, la poesia latina, la storia romana, la narrativa. Ho parlato tuttavia di grandi musicisti. Non ancora di Vittorio Bresciani, pianista e direttore d’orchestra. L’occasione mi viene da un concerto ch’egli ha tenuto per l’annuale simposio “Le Due Culture” all’istituto di ricerche genetiche “Biogem” di Ariano Irpino. Ho fatto da tramite fra lui e il presidente del “Biogem”, Ortensio Zecchino, così come lo feci l’anno scorso con Nazzareno Carusi. Nazzareno suonò l’anno scorso alla presenza del premio Nobel Takaaki Kaijita, Vittorio a quella del Nobel Kurt Wühtrich, estasiato. Coloro che hanno assistito ai due concerti dicevano di non sapere quale dei due fosse stato più bello; il mio problema è trovare chi possa sostenere il confronto a settembre 2018, e sarà difficile risolverlo. Quanti musicisti di tale sfera sono fra i miei amici?

Il Fatto Quotidiano”, 7. IX. 2017

La mia vacanza agostana sono stati gli ultimi otto giorni. A casa, con l’aria condizionata; in giardino, quando rinfrescava un po’. Col mio vizio, la lettura. Le opere complete di Leonardo Sciascia in mano; che riprendo sovente, sebbene i libri che ho sempre con me siano Lucrezio, Virgilio, Orazio, Leopardi, Manzoni: un anno I promessi sposi, un altro la prima versione, da lui rifiutata, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia. Giovanni Macchia la giudica superiore e, certo, basterebbe l’atroce romanzo nel romanzo dedicato alla Monaca di Monza a farci gioire che tale versione non sia stata distrutta e sia stata ritrovata.

Manzoni e Leopardi sul cuore umano, sulla politica, sulla massa, hanno, con Flaubert, scritto le cose più rivelatrici di ogni tempo. Sciascia è un manzoniano e su Manzoni gli si debbono ricerche erudite che, come tutte le sue opere storiche, sono fra le perle della sua creazione. È un seguace di Manzoni nell’indagare il cuore umano e il suo indurirsi in rapacità e abiezione. Quest’anno mi ha tenuto compagnia il primo dei due volumi, dedicato alla creazione fra il 1956 e il 1971. Lo studio che il grande Racalmutano fa dell’uomo parte sempre dalla Sicilia, sebbene s’allarghi in senso universale. L’attaccamento dei siciliani di ogni tempo alla roba, che si fa addirittura una metafisica della roba, non è dell’italiano tutto, se non dell’uomo assolutamente? E qui va osservato l’attaccamento alla roba proprio dei preti. Certo, di tutti; ma il clero siciliano, col suo particolarismo, la sua autonomia, ne è un emblema. Anche per l’essere il popolo siciliano, secondo Leonardo, superstizioso, sì, ma irreligioso, a-cristiano se non ateo. In questo di alta meditazione è la ricerca storica Morte dell’inquisitore, la storia di un monaco secentesco detenuto e torturato dall’Inquisizione il quale, prima del rogo, riesce colle manette a uccidere l’Inquisitore palermitano. Sempre sul tema, di acre ironia è la Recitazione della controversia liparitana; e di deliziosa ironia Il Consiglio d’Egitto.

Il Fatto Quotidiano”, 15. VIII. 2017

Alla fine dell’epoca regia Roma era già metropoli. Polibio ascrive al all’incipiente repubblica, 509, il primo trattato con Cartagine. I due stati si riconoscono e assumono reciproci obblighi. Roma sin da allora dominava il mare; è leggenda che la Prima Guerra Punica la costringesse a inventarsi d’improvviso la marina militare.

Ma questa guerra, terribile e lunga dal 264 al 241, s’impantanò per terra e si risolse per mare. Cartagine possedeva la più forte flotta bellica del Mediterraneo e Roma la sbaragliò in una serie di battaglie: l’ultima fu quella delle Egadi: il 12 marzo Gaio Lutazio Catulo affrontò un’armata di centosettanta navi puniche: ne affondò cinquanta e catturò settanta. La tecnologia marittima romana aveva fatto il salto decisivo: col passaggio dalla trireme alla quinquereme, la vera corazzata del mondo antico. Sconfitta e distrutta Cartagine, Roma, potenza imperiale mediterranea, non ne ebbe neanche più necessità.