Gli Articoli

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Corriere del Mezzogiorno, 10 XI 2018

Caro Direttore,

                           poche righe per esprimere la mia ammirazione per l’articolo di Eduardo Cicelyn  volto a spingere Antonio Bassolino a tornare nell’agone politico napoletano con una formazione propria, distaccandosi dal Pd e, ovviamente, senza avvicinarsi a quei morti viventi che sono “Liberi ed Eguali”.

                           Eduardo è stato incisivo e geniale, e ha fatto seguito al tuo bel fondo relativo alle diciotto assoluzioni-diciotto che Bassolino ha conseguito in processi forse anche strumentalmente mossi contro di lui. Non occupo molto spazio per non ripetermi. Ho fatto l’attivista quando si trattava di tentare di far vincere le primarie e portare Bassolino candidato sindaco di Napoli contro De Magistris. Anch’io gli avevo consigliato una lista propria, ed egli continuava a credere che il Pd, del quale era stato tra i fondatori, potesse essere leale, oltre che guardare alla propria politica.  Ho scritto ripetutamente che le primarie Bassolino le ha perse (se davvero le ha perse) perché, politicamente obnubilato, Renzi preferiva che il Pd fosse sconfitto alle elezioni a Napoli con una debolissima Valeria Valente (che Bassolino s’era allevata: una delle sue colpe!) piuttosto che vincesse con un politico autorevole che gli avrebbe creato difficoltà nella sua satrapia e nella sua mania di grandezza. È andata com’è andata, Renzi s’è distrutto da solo – ed è stato, alla fine, un male per tutti – e noi ci troviamo il falso Masaniello e vero demagogo a sindaco. C’è ancora qualche speranza per le prossime elezioni comunali? Cicelyn ce la suggerisce. Prenderlo in giro, come è stato fatto ieri con un’incongrua lettera, non serve a nulla. Dobbiamo incominciare a ridiscutere di politica; Bassolino e De Luca, che sono i due nostri politici di livello, debbono superare le incomprensioni che si sostiene abbiano e cooperare per salvare il salvabile: ch’è poco, pochissimo. A Napoli nel quarto mondo ci siamo già; ma il precipizio può esser senza fine.

Paolo Isotta

Libero, 4 XI 2018

Rossini, del quale ricorre il centocinquantenario della morte – e ne parleremo -trascorse a Napoli sette anni: dal 1815 al 1822. Era il compositore di Corte e il direttore artistico del San Carlo. Questi sette anni sono capitali per la storia della musica. Nel corso di essi egli compose (non per Napoli) i suoi capolavori comici, che dalla categoria del comico trapassano all’indagine del cuore umano nella sua abiezione e nella sua altezza (Il barbiere di Siviglia), e nella stessa metafisica del comico e della passione (Cenerentola). Ma per Napoli scrisse una panoplia di Tragedie in musica che sono tra i vertici dell’arte italiana: dall’Otello al Mosè alla Donna del lago all’Armida all’Ermione. Gioacchino non apparteneva alla Scuola Napoletana, sebbene l’opera di Scarlatti, Pergolesi, Jommelli, e soprattutto Cimarosa e Paisiello, sia la fonte primaria del suo stile; ma a Napoli, ch’era ancora la città più importante per l’insegnamento della musica, d’insegnare non ebbe tempo: occupato com’era, oltre che nel “matto e disperatissimo” impegno compositivo, in un eros indefesso e nella incredibile crescita della sua cultura e della sua personalità.

   Nel 1816 era morto Paisiello. Direttore del Conservatorio era divenuto Nicola Zingarelli, nato nel 1752, una sorta di fossile storico, diciamo un garbato Paisiello-Cimarosa di serie b. Passatista, però, e pervicace, quanto a dottrina. Si tramanda aver egli detto che se Mozart non fosse morto così giovane, avrebbe potuto scrivere qualcosa di buono: una bestialità simile nemmeno un baggiano da commedia può averla pronunciata, ma vale, come leggenda, a mostrare l’immagine che di lui si aveva. Vero è invece ciò: una volta che Rossini effettuò in Conservatorio una visita di cortesia (avrà avuto ventisei anni), Zingarelli lo accusò di “guastargli tutta la scuola”, visto che i giovani imitavano soltanto lui. E il Cigno, serafico: “Avete ragione, illustre Maestro, Non dovrebbero imitare che Voi!”

   E tuttavia Zingarelli non era un inetto quale insegnante, se alla sua scuola si sono formati due sommi compositori, Mercadante e Bellini. Ambedue dalla musica di Rossini vennero folgorati, e ne serbano le tracce per tutta l’opera, Ma sin dall’inizio posseggono qualcosa di proprio e diverso. E interessantissimo è il vedere come l’influsso e l’originalità si mescolino in modo miracoloso al sorgere di una storia creativa. Nel febbraio del 1825, pochi giorni dopo la morte di re Ferdinando, nel teatrino del Conservatorio Zingarelli volle far rappresentare il saggio col quale il ventitreenne Bellini passava dallo stato di studente a quello di Maestro. È un’Opera “semiseria”, ossia mista di comico e patetico, in tre atti su testo di uno dei più ingiustamente diffamati librettisti italiani, Andrea Leone Tottola: ma, giusta una moda d’imitazione francese che da noi fu effimera, con parti recitate in prosa. Il titolo è Adelson e Salvini: solo apparentemente profetico degli attuali lumi di luna, visto che Salvini è un geniale pittore italiano approdato in Irlanda e ivi quasi impazzito per amore. Le parti recitate, ma anche alcune in musica, consentono la presenza nella trama di Bonifacio, un servitore che Salvini s’è portato da Napoli: questi si esprime in una così saporosa e pretta lingua napoletana (che, col solito errore, la letteratura musicologica definisce “dialetto”) che i suoi dialoghi sono un capolavoro comico assoluto, in ispecie là ove egli latineggia e toscaneggia.

   Or questo saggio scolastico dell’altro Cigno, quello di Catania, è già alta arte: il genio si vede subito anche quando è costretto a dibattersi fra “maniera”, impronta rossiniana e carattere suo proprio; e potremmo adoperare un verso di Virgilio a sintetizzare il concetto, incessu patuit dea, “dal solo incedere si manifesta la Dea”. Nelle parti più apertamente buffe e, o, comiche, Bellini rossineggia: per esempio, in quel veloce “declamato” vocale sopra motivi tessuti dall’orchestra che, se non inventato dal Pesarese, di certo venne da lui consacrato come stilema tipico per un secolo; e nell’ampia, quasi monumentale struttura del Finale del I atto. Ma rossineggia con un’eleganza e un distacco mirabili che sarebbero stati apprezzati per primo da Rossini: il quale, più anziano di Bellini di soli nove anni, lo trattò sempre con paterno, protettivo affetto, e alla sua morte prematura precipitò in un’autentica prostrazione. Senonché, all’elegante manierismo il ventitreenne coniuga un ductus suo proprio, e inconfondibile. C’è la molle elegia, rorida di pianto, che si trasfigura in “Bello Ideale” in bilico tra Neoclassicismo e incipiente Romanticismo. Salvini è caratterizzato da un pathos fremente insieme e languido, la sua melodia sempre carica di “bemolle”, tra il Fa minore, il Do e il Sol minore: nel terzo atto canta una grande Aria preceduta da una scena in un Recitativo accompagnato di continuo franto e trapassante da un’agogica all’altra ch’è un quadro straordinario di una passione così eccessiva da farsi patologica. E c’è l’Aria di Nelly, in Re minore (ancora), Dopo l’oscuro nembo, ch’è un altro incunabulo del Romanticismo italiano: viene da Rossini, ma al tempo stesso segna una svolta radicale nella musica italiana.

    Parlo di un esemplare allestimento del saggio scolastico già capolavoro di Bellini. Forse qualcuno saprà che il mio disgusto verso l’attuale vita musicale mi ha portato con sollievo a rinunciare ad andare al teatro d’Opera e al concerto. Nel 2018 ho assistito a due concerti e a un solo spettacolo operistico, appunto Adelson e Salvini al “Massimo Bellini” di Catania, nella partitura preparata da Fabrizio Della Seta in vista della prossima edizione critica che gli si dovrà. Una garbata ed elegante regia di Roberto Recchia, ma soprattutto sul podio Fabrizio Maria Carminati. A Vittorio Feltri ricordo che questo concertatore è un suo concittadino: uno dei pochi Maestri serî, preparati, professionisti, antidivi, che oggi si contino, il quale alla tecnica e alla cultura unisce la sensibilità; e per questo, pur apprezzato, non fa una carriera adeguata ai meriti. La carriera la fanno i ciarlatani che dirigono a orecchio, si agitano, saltano, tengono la bocca aperta, cantano dal podio, quelli che piacciono alla vera silloge di cretini-furbastri costituente i soprintendenti italiani. Fra i cantanti ricordo due veri talenti lirici e melici, il tenore Francesco Castoro e il soprano José Maria Lo Monaco; mentre il “buffo” Bonifacio è strepitosamente interpretato da Clemente Antonio Daliotti.

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Il Fatto Quotidiano, 11 X 2018

Massimo Mila è stato uno dei grandi storici della musica e critici musicali. La vastità della sua cultura, la sua curiosità culturale erano tali che basta pensare ai suoi corsi universitarî torinesi per comprenderlo. Invece che in angustie burocratiche, Mila spaziava dai polifonisti del Quattrocento alla musica contemporanea, trascorrendo per il Don Giovanni di Mozart, Brahms, Verdi: sul quale ha scritto pagine memorabili. Per lui insegnare voleva dire in primo luogo imparare ciò che doveva passare agli altri.  Ciò fa parte della storia.

   Di grandi scrittori ne esistono; assai meno, grandi scrittori che siano stati grandi uomini. Mila possedeva una straordinaria generosità, intellettuale e umana; era un uomo simpaticissimo, aperto alle amicizie, deliziosamente conviviale; e dotato d’un’ironia e d’un senso dell’umorismo che rendevano indimenticabili le ore con lui trascorse. Insomma, solo chi lo ha conosciuto ed è stato onorato dalla sua amicizia può fino in fondo comprendere chi fosse. Lo dice Italo Calvino; persino io rientro nel novero. È stato uno dei grandi amici della mia vita.

    Era alpinista, e la sua passione della montagna, coltivata dall’infanzia, era diventata la sua seconda ragione di vita. Quattro anni dopo la sua morte (1988), la Einaudi aveva pubblicato la raccolta degli Scritti di montagna. Adesso la principale silloge di tali scritti viene riedita dal Club Alpino Italiano, ma con un bellissimo titolo attribuitogli dalla vedova, Anna Giubertoni: I due fili della mia esistenza (pp. 267, euro 24). A spiegare tale titolo, vale una citazione posta in esergo al volume: “le due facce della mia persona, i due fili della mia esistenza: la vocazione alla cultura, necessariamente sedentaria, e l’amore dell’avventura alpina.”.

   Mila è stato uno dei pochi autentici antifascisti pre-Quarantatré. Venne incarcerato a diciannove anni, per aver aderito a un manifesto in onore di Croce.  Dal 1935 si è poi fatto cinque anni a Regina Coeli. In questo nuovo libro sono stati inseriti racconti della prigionia: il loro straordinario ductus è fatto di quella qualità che in inglese si dice understatement, ossia  - la parola è intraducibile se non per perifrasi – sottovalutazione di se stesso, fatta per eleganza e autoironia.  Di nuovo, in questa pubblicazione ci sono anche rare foto alpine fornite dalla Giubertoni e ricavate dall’archivio di Mila.

   A leggere le pagine Massimo (se posso chiamarlo così) si ritrova intero. Se esplica la montagna intesa quale filosofia di vita, ironizza su quelli che affermano che in vetta si sentono vicini a Dio. Se illustra scientificamente la letteratura alpinistica, la sua umanità trionfa anche nei dettagli tecnici. Ed espone una sua idea originale, desunta da un noto passo di Vico (“verum et factum reciprocanturr seu […] convertuntur”): che nel culto della montagna l’uomo si fa pari a Dio, perché la teoresi si trasforma in azione restando se stessa “il vero e il fatto divengono una cosa sola”.

   Oltre che in Europa, Mila fece ascensioni in Caucaso, sul Naro Moru in Kenya, sul Kilimangiaro, sul Machu Picchu. E leggere le pagine sul Parco Nazionale procura a noi una profonda tristezza. Egli parla del modo esemplare in che è tenuto, della sopravvivenza di tantissime specie animali. Oggi gli elefanti, i leoni, le tigri, i rinoceronti, gli ippopotami, le giraffe, e moltissime altre razze, sono quasi estinti. I bracconieri imperano, e uccidono i coraggiosi che tentano di opporsi. Tutti si girano dall’altra parte per non vedere.  Assassiniamo la Natura, e moriremo con lei. Povero, grande Massimo, meno male che te ne sei andato trent’anni fa, e questo ti è stato risparmiato.

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Libero, 27. X. 2018

Interi quartieri di Napoli versano in uno stato che definire da periferia medio-orientale, o di Nuova Delhi, o da bidonville brasiliana, è eufemismo. E in questo, il sindaco Luigi De Magistris, è democratico. Non sono solo le atroci periferie come Ponticelli o Scampia a subire questo stato di cose. Anche i quartieri che i cretini definiscono “della Napoli-Bene” (e che invece sono abitati da una borghesia rapace, di recente arricchimento, sprovvista di senso civico e politico) versano in terribile abbandono. La collina di Posillipo un tempo era un simbolo della città più bella del mondo. Adesso le erbacce sono alte metri, sconnettono i marciapiedi e il manto stradale, insieme con le radici dei morenti pini, le quali, essendo essi senza alcuna cura, producono montagne di asfalto da loro gonfiate. Carte di giornale a tonnellate, immondizia, preservativi, cocci di bottiglia, gatti morti che per mesi nessuno rimuove … Le vie che congiungono la parte alta con quella mediana della collina, ossia la fine di via Manzoni, via Boccaccio, via Lucrezio, sono addirittura pericolose a percorrersi: se uno cade in una buca se ne accorgono quando è divenuto cadavere putrefatto. Via Lucrezio era un meraviglioso viale guidato da un doppio filare di pini: pochi giorni fa sono stati tutti tagliati perché, abbandonati a se stessi, ammalati, erano divenuti pericolosi. In pochi giorni il paesaggio di Napoli, ossia un patrimonio dell’umanità, è stato mutato: e quei filari di tronchi segati fanno pensare alle ferite di Cesare nell’orazione che Shakespeare fa pronunciare ad Antonio: “Povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me.” Esse dovevano testimoniare contro Bruto; queste povere bocche vegetali mutamente testimoniano contro il responsabile dello scempio, De Magistris.

Il Fatto Quotidiano, 25. X. 2018

Fra poco cadrà il centenario della fine dell’immane massacro militare della Prima Guerra Mondiale: il 4 novembre capitolò l’Impero austro-ungarico, l’11 quello germanico. L’incredibile rimonta di Vittorio Veneto si dovette a un genio militare napoletano, Armando Diaz, visto che fino a quel momento lo stratega di fiducia dei Savoia, il piemontese Cadorna, aveva concepito la guerra solo come una macelleria fine a se stessa; in questo la classe militare inglese e francese non fu da meno. E sarebbe bene, per non dimenticare – sempre che a qualcuno l’insegnamento della storia oggi interessi – che si rivedessero tre meravigliosi films che denunciano in modo tragico e spietato la macelleria: Per il re e per la patria di Losey, Orizzonti di gloria di Kubrick e Uomini contro di Rosi: il suo più bello, insieme con Le mani sulla città.

Dal momento che nel mio scorso articolo ho raccontato per brevi tratti dell’estate da me trascorsa con Stefan Zweig, debbo tornare al Mondo di ieri. I capitoli centrali di queste Memorie – Memorie dello spirito europeo stesso – sono dedicati ai prodromi della guerra e ai suoi anni. La definizione di “guerra civile europea”, ripresa con tanta fortuna da Ernst Nolte, si deve a Zweig. I grandiosi capitoli vanno ricordati anche in relazione al tema del comportamento degli “intellettuali”: la vergogna suscitò nel corso del conflitto, pagine alte e dolenti, più che indignate, del nostro Maestro, e a sua volta suscitò un celebre libro del 1927, Il tradimento dei chierici, nel quale Julien Benda stigmatizza il ruolo degli uomini di cultura, traditori della loro missione: comprendere e far comprendere, giusta l’etimo intelligere.

Il Fatto Quotidiano, 18. X. 2018

La scomparsa di un’altissima artista quale Montserrat Caballè è stata commentata dai mezzi di comunicazione in modo incongruo e ridicolo. Si è parlato di una “Diva” specialista di acrobazie vocali, invece che di una profonda musicista che aveva posto la sua angelica voce a disposizione della musica per servirle. Non si è detto ch’ella è una benemerita della civiltà italiana per essersi tutta la vita spesa alla rinascita di capolavori negletti di tale nostra civiltà, di Salieri, Cherubini, Spontini, Rossini, Bellini, Donizetti, e per aver meravigliosamente interpretato le opere più note dei nostri Maestri, Verdi e Puccini, oltre costoro, alla testa. Il suo merito principale sarebbe stato un fatto che ho appreso in quest’occasione: verrà ricordata per aver fatto un concerto con Freddie Mercury. Il titolo di onore ascrittole è dunque una marchetta. Povera, grande Montserrat, costretta a difendersi dall’Ade dalla congiunzione fatale non di Giove e Saturno, alla quale Don Ferrante attribuiva l’origine della peste di Milano, ma dei cretini e delle recchie liriche, una categoria importuna e tuttora prospera!

Il Fatto Quotidiano, 15. X. 2018

Il mondo della cosiddetta “controcultura giovanile” è agitato da una diatriba che si trasforma in diaspora. Il gruppo “indie-rock” Lo stato sociale ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone Una vita in vacanza; indi uno dei membri, Lodo Guenzi, entrerà in “X Factor 2018” in qualità di giurato, insieme con Manuel Agnelli, Mara Maionchi e Fedez, dopo l’esclusione di Asia Argento. Le due partecipazioni “hanno per molti svilito il precedente percorso di denuncia sociale, rappresentativo dell’anima underground”.

Esordisco con una digressione. La faccenda di Asia Argento (che io non toccherei con la punta di un dito) e dell’ex adolescente suo accusatore si sintetizza in due massime. La prima è evangelica: Chi di spada ferisce di spada perisce. La seconda è del diritto romano: ove vi sia la par causa turpitudinis, ossia le ragioni dei contendenti siano parimenti turpi, la legge si rifiuta di intervenire.

Il Fatto Quotidiano, 14. X. 2018

Il genere dell’ ”autobiografia attraverso gli incontri” è diventato stucchevole e vieto. È ormai il pretesto col quale giornalisti, o scrittori che fanno i giornalisti, mettono insieme una catasta di articoli fingendo che diventino un libro; oggi la gran parte della cosiddetta “saggistica” è fatta così, ed è la parallela della narrativa basata sulle storielline autobiografiche da tinellino. Per un vero libro fatto di tante tessere staccate ci vuole uno scrittore geniale. Ecco perché è bello e intenso, pur nella massima concisione (solo 98 pagine), questo Il borghese di Vittorio Feltri (Mondadori, euro 17). Il titolo ha un’eco longanesiana; nulla potrebbe esser più lontano dagli eccessi, a volte di genio, a volte di consapevole ciarlatano, dello scrittore romagnolo: la narrazione di Feltri ha un tono di sermo cotidianus, una semplicità, una naturalezza, e anche un’eleganza, che affascinano insieme col sapore di verità.

Libero, 10. X. 2018

Vittorio Feltri ha ancora una volta ricordato in un’intervista che gli uomini di pelle scura vanno chiamati negri e non neri, come oggi impone il politically correct. Dire neri è un eufemismo; e l’eufemismo nasce sempre da cattiva coscienza e da ipocrisia. Chi dice nero si fotte dalla paura di esser considerato razzista, quasi che una res facti, l’appartenere a una razza africana, sancita da un antichissimo vocabolo italiano, sia di per sé infame. È l’ipocrita che nella sua sporca coscienza considera il negro un inferiore e, per tema di scoprirsi, ricorre all’eufemismo. Il conformismo nel quale viviamo automatizza il processo. Un ricordo personale: l’unica volta che in quarantun anni di esercizio della critica musicale ho scritto un testo per la Scala, sull’Aida (i cosiddetti critici musicali cadono tutti per pochi centesimi in questa forma d’indiretta corruzione), il mio citare la danza degli schiavi negri venne cambiato: il vocabolo non poteva esser pronunciato nel Tempio Milanese. Corressero Verdi, non me.

Roma, repubblicana e imperiale, ignorava il razzismo. I negri erano servi come altri uomini di tutte le razze, a partire dagli stessi latini, e i servi potevano tutti essere emancipati. Il vocabolo schiavo è italiano, e deriva dalla gentile usanza veneziana di fare servi gli schiavoni, ossia gli albanesi, di ceppo epirota, più biondi di loro e che parlavano una lingua più antica e nobile, il greco. In genere i negri di oggi, salvo gli spacciatori nigeriani, sono più puliti ed educati di moltissimi italiani e di altri europei. Una certa aristocrazia negra delle professioni ha negli Stati Uniti la puzza sotto il naso verso molti bianchi che non raggiungono il suo stato.

Libero, 7. X. 2018

Guardo “Rainews” e leggo che a Pompei è stata scoperta una nuova casa, o almeno una nuova stanza. Dedicata al culto dei Lari, gli dei del più geloso culto familiare. Dieci fotografie mostrano un affresco d’incanto. Da quel che scorgo, oltre uccelli, dipinti con una delicatezza commovente, quella che mi pare una testa di cavallo, ma così affusolata che nella miniatura del Medio Evo diverrà, con la sola aggiunta del segno della fecondità, quella del liocorno. Un policromo pavone ad ali chiuse. Due leoni che azzannano alla caccia un cinghiale. La Natura, contemplare la quale è gioia: per l’Antico. Un sentimento panico che rinasce a volta a volta anche nel Medio Evo, e che il cristianesimo non riesce a reprimere. Alcuni Santi appartengono alla corrente, e fanno eccezione: Francesco, certo, ma sorprende più che tale sentimento esprima un ferreo uomo di potere come Sant’Ambrogio, quando la Chiesa si preparava a sostituire nell’imperio il vacillante Impero.