Gli Articoli

Gli Articoli

Libero, 3. IX. 2020

Marco Aurelio Antonino Pio Augusto, nato Settimio Severo Bassiano, generalmente conosciuto sotto il nomignolo di Caracalla, fu uno dei più crudeli imperatori romani. Nacque a Lione nel 188 e morì nel 217 a Carre, stroncato da una troppo tardiva congiura: Carre, nome fatidico di sventura per la storia di Roma. Non appena asceso al trono per la morte del padre Settimio Severo, il quale già ammalato, era scomparso a Eburacum, oggi York, combattendo contro le selvagge tribù locali, non intimorite dal Vallo, fece uccidere il fratello Geta, che nelle volontà del padre avrebbe dovuto regnare pariteticamente con lui: e i sicarî non vennero trattenuti dal fatto che Geta si fosse rifugiato in seno alla madre Giulia Domna, stringendosi disperatamente a lei. Ella rimase imbrattata del sangue del figlio e ferita; e ci voleva un’incredibile forza d’animo per non impazzire dopo un tale misfatto. Indi Caracalla fece uccidere ventimila persone, in qualche modo ree di aver avuto a che fare col fratello assassinato. Poi compì un terribile eccidio sulla gioventù di Alessandria, convocata a tradimento, e persino uno, del pari a tradimento, sui dignitarî Parti, in uno dei pochi momenti che le due Nazioni non fossero in guerra. Il padre, grande condottiero, aveva inflitto loro pesanti sconfitte. Il figlio non può ch’esser visto alla luce della psicopatia grave.

   Caracalla ci ha lasciato le Terme e un editto, rettamente Constitutio Antoniniana, col quale estendeva a tutti i nati liberi dell’Impero la cittadinanza romana. Non v’era in ciò alcun intento illuminato: il provvedimento aveva fini fiscali, e aggravava lo stato della popolazione, fino a quel momento retto da una molteplicità di regimi. Il tema della Constitutio Antoniniana, inserito in una più vasta trattazione della cittadinanza, può leggersi in un ammirevole libro or sortito, pieno di sottigliezza ed erudizione, Civitas Romana, civitas mundi. Saggio sulla cittadinanza romana, di Antonio Palma (Giappichelli, pp. 139, euro 14).

   Caracalla portava sangue africano per parte di padre, siriaco per parte di madre. E questo accende una riflessione sull’ecumenicità dell’Impero, sull’assoluta mancanza di razzismo avuta da Roma. Più da vicino si deve esaminare la storia di Giulia Domna, anche per cernere l’importanza avuta, in un non breve giro di anni, dalla Siria nella vita di Roma; e a far ciò aiuta un bellissimo libro, pur esso recente, di Francesca Ghedini, Giulia Domna (Carocci, pp. 267, euro 24). Ella era nata nel 170 nella ricca e antica città di Demesa e proveniva da un rango eminente: il padre era il sommo sacerdote del Sole. Quand’era adolescente, le venne profetizzato il trono. Come rapidamente si diffondevano le notizie, o le dicerie, allora, senza radio, senza internet! Della profezia giunse all’orecchio di Settimio Severo, militare e politico di belle speranze. In quel momento egli era a Lugdunum, ossia Lione. Di lì egli avviò una trattativa col padre di lei avente per fine il matrimonio. Il consenso venne intelligentemente prestato; e la ragazza venne spedita in Gallia per le nozze.

   Settimio Severo fu un grande imperatore, e il suo principato fu assai lungo; pur se dispotico e implacabile nella vendetta: il che agli occhi del Gibbon quasi oscura la sua gloria. Giulia Domna gli fu accanto discretamente ed efficacemente. Ciò non fu facile, giacché ella aveva da superare – quietamente e in silenzio – l’ostilità del potentissimo Prefetto del Pretorio Plauziano, dalla smisurata ambizione, ma amico sin dalla gioventù dell’Augusto. Plauziano venne poi assassinato in una congiura ordita da Caracalla durante gli ultimi giorni di vita del padre. Ma quanto difficile dovette esser la vita di questa grande donna, se pensiamo che, asceso Caracalla al trono, ella dovette in silenzio, e sempre nel terrore di chi sa quali conseguenze, convivere col folle e onnipotente figlio, tentando solo con delicatezza di dargli utili consigli, non rispettati. In tale mondo terribile la sua sola ancora fu la cultura. Mecenate, cultrice di filosofia, radunò attorno a sé i sapienti e gli artisti. Nel corso del principato dello sposo era giunta a portare l’appellativo di mater castrorum, madre degli eserciti; e nella considerazione salì ancora più in alto. Nel libro della Ghedini tutta la seconda parte è un’indagine sulle immagini, dalle statue ai sigilli agli ornamenti, afferenti a Giulia Domna: qui a parlare non sono le carte (Cassio Dione in primis) ma il marmo, la pietra, le pietre preziose, il metallo delle monete. Ella godette di un vero culto.

   Dopo la morte di Caracalla a Giulia Domna non restò più spazio vitale. Ella non volle gettarsi ai piedi del nuovo Imperatore, Macrino, e morì. Chi sostiene per malattia, chi per un lento suicidio avvenuto per inedia. Quale che sia la causa della morte, la sua figura esce circonfusa di eroismo.

   La mia passione per la storia romana è stata appagata dalla lettura delle due opere delle quali qui parlo.

Wwwpaoloisotta.it

 Il Fatto Quotidiano, 4. IX. 2020

   Giulia Domna nacque nel 170 p. Ch. nell’antica e prospera città di Emesa, in Siria. Suo padre era il gran sacerdote del Sole: il culto del quale veniva osservato in tutto l’Oriente, prima che a Roma Aureliano instaurasse il padre della luce quale somma divinità. Il nome Domna nasce da una radice semitica: ma un giorno, in Occidente, sarebbe stato interpretato siccome Domina; e questo si comprende per una figura che un giorno avrebbe portato l’appellativo di mater castrorum, madre degli eserciti.

   Or accadde che a lei, ancor adolescente, venisse profetizzato il trono; e questa profezia giungesse all’orecchio del militare Settimio Severo, che si trovava a governare a Lione. Settimio era africano, di Leptis Magna: la società romana era quanto di meno razzista vi fosse, e integrava tutti nel suo alveo – beninteso, Settimio non era negro. Allora il condottiero trattò per lettera il suo matrimonio con la giovane donna; dopo il consenso paterno, ella venne spedita in Gallia per la celebrazione e la consumazione delle nozze.

   Finalmente, Severo giunse al principato. Il suo impero sarebbe durato a lungo; e sarebbe stato prospero, equilibrato e ricco di vittorie militari. Domna regnò al suo fianco. Ella sarebbe stata un’imperatrice amante della filosofia e delle arti, una mecenate. Ma a lungo sarebbe stata nell’ombra, per l’ostilità che nei suoi confronti nutriva il Prefetto del Pretorio, Plauziano, del quale l’Imperatore molto si fidava. Plauziano sarebbe stato ucciso in una congiura organizzata da Caracalla nel febbraio del 211, durante gli ultimi giorni di vita del padre. Settimio, instancabile guerriero, morì a Eburacum, l’odierna York, combattendo contro le temibili tribù locali. Sarebbero dovuti salire al trono, congiuntamente, i due figli aviti da Giulia Domna, Bassiano, appunto, detto Caracalla, e Geta. Essi si odiavano, e Caracalla, asceso al soglio, lo fece assassinare dai suoi: Geta s’era rifugiato in seno alla madre, la quale ne risultò tutta bruttata di sangue e persino ferita.

   Caracalla si diede a crimini orrendi: a Roma, in Egitto, contro i Parti. Giulia Domna non potette far nulla per impedir tali crimini. Quando finalmente il mostro morì, ella a sua volta lasciò la vita: chi dice per malattia, chi per suicidio. La storia di questa grande donna, dotata di non comuni intelligenza ed equilibrio, è narrata nel bellissimo libro di Francesca Ghedini Giulia Domna  (Carocci, pp. 267, euro 24); del quale libro si ammirerà, oltre la dotta e avvincente narrazione biografica, la seconda parte, dedicata alla ricostruzione delle effigi su monete, statue, sigilli, dell’Imperatrice. L’atto per il quale Caracalla è ricordato è la Constitutio Antoniniana, ossia l’estensione della cittadinanza romana e tutti i nati liberi dell’Impero. Essa fu causata non da ideologia ma da motivi fiscali. Il tema della cittadinanza è trattato in un altro libro adesso uscito, il magistrale e complesso Civitas Romana, civitas mundi. Saggio sulla cittadinanza romana, di Antonio Palma (Giappichelli, pp. 139, euro 14). La mia passione per la storia romana è stata appagata dalla lettura delle due opere delle quali parlo qui.

Wwwpaoloisotta.it

Libero, 19. IX. 2020

   Sono in vacanza a Ischia, e come sempre torno a vedere la villa del grande compositore William Walton. Nel 1956 egli aveva scelto di trasferirsi a vivere in Italia insieme con la moglie argentina Susana, e si era stabilito a Ischia. Comprò un terreno roccioso e, piano piano, incominciò a realizzare il suo incomparabile progetto. Sotto le rocce, di natura vulcanica, scorrono acque pur esse vulcaniche. Inutile ricordare che il terreno vulcanico è feracissimo. Dal 1960 sir William incominciò a far piantare essere rarissime e comuni, di ogni parte del globo, dalle tropicali alle artiche, miracolosamente conviventi grazie alle acque sotterranee che creano una temperatura atta ad ambientarle tutte. Il giardino fu realizzato dall’architetto di giardini britannico Russell Page: l’architettura di giardini è arte praticata in Inghilterra particolarmente, e il suo principale esponente è il settecentesco “Capability” Brown. La sua caratteristica è quella di inzeppare artificiosamente le piante in uno spazio ristretto (quello della Villa Walton ristretto non è) dando l’impressione che l’area sia vasta.

   Il maestro Walton morì nel 1983, e resta uno dei più importanti compositori inglesi. Il suo amore per Napoli era immenso, e nella casa di Forio egli possedeva anche una ricca collezione di Pulcinella. La vedova gli sopravvisse fino al 2010, e dopo la scomparsa del Maestro le piantagioni continuarono. Oggi la Villa “La Mortella” è gestita da una Fondazione, la quale si preoccupa di aprire il giardino al pubblico tre giorni per settimana e di manutenerlo con una precisione e un amore che definire encomiabili è poco.

   Girare per i viali ti restituisce la pace con te stesso, e l’essere immersi nel verde ti procura una pace soprannaturale. “La Mortella” è un vero luogo dell’anima. Il vallone è una parte foltissima; i viali superiori raccolgono felci e aloe in centinaia di varianti. Tocchi ruscelli e stagni, ove allocano le ninfee di ogni tipo. I visitatori, per lo più stranieri, sono civilissimi; nessuno strappa una foglia, e si astengono anche solo dal toccare le piante. Il giardino è concepito da Page giusta la regola della sorpresa e dell’inzeppamento delle aiuole con l’impressione che lo spazio si moltiplichi.

   Non credo che Walton fosse cristiano, sebbene sia autore anche di musica sacra; altrimenti non avrebbe costruito il tempietto sovrastante nella parte superiore. Sulla parete principale un simbolo solare, una figura aureolata di raggi. La circondano i simboli dello zodiaco. Il centro è la celebrazione apollinea: la nascita del dio; Apollo sul carro tirato da cigni. Le nove Muse cantano accompagnandosi con strumenti musicali. Nella terza stanza, più oscura, versi del VI dell’Eneide parlano dell’ombra che precede l’ingresso all’Ade. Vorrei ricordare che il culto del Sole è antichissimo e risorgente. Venne imposto, e gli altri dei retrocessi, dal re egizio Akhenaton; ma alla sua morte i sacerdoti degli altri culti li ripristinarono. Divinità solare, fusa con Apollo-Sole, è Mitra, di origine orientale, che nell’Impero di Roma era adorata soprattutto dall’esercito: la sua festa cade il solstizio d’inverno. Lo stesso Tiberio era iniziato ai suoi misteri. Uno dei più grandi Imperatori romani, Aureliano, vissuto dal 214 al 275 dell’era volgare, istituì la festa del Dies natalis Solis invicti, la Nascita del Sole invitto, che veniva a porsi al di sopra del pantheon classico. Questa si celebrava il 25 dicembre, come quella di Mitra. Or credo basti la semplice enunciazione di questi fatti storici per concludere che illa de Christo fabula, quella favola di Cristo, come si esprime papa Leone X, mutua da religioni precedenti o contemporanee, o imita, l’apparato simbolico. Allo scopo di costituire Cristo come una divinità solare, la nascita della quale coincide con la rinascita della luce e della Natura.

   Chissà quanti fra i visitatori de “La Mortella”, entrando nel tempietto, sono in condizione di cogliere l’altrimenti chiarissimo messaggio lasciatoci dal maestro Walton. Il suo giardino è una festa della Natura, e il tempietto ne celebra il divino vertice, il Sole.

www.paoloisotta.it

 

   Dei grandi anniversarî di quest’anno, ho fin qui omesso di ricordare il centenario della nascita di Federico Fellini. Ma come passarlo sotto silenzio? Si tratta di uno dei più grandi genî dell’intera storia del cinema. Una personalità della quale una delle cifre si può considerare un realismo fantastico: la realtà sempre vista con un alone magico e lunare. Di questa cifra elementi ricorrono: le processioni di seminaristi e pretini, che poi mettono capo al defilé cardinalizio in Roma. Oppure l’attenzione verso l’avanspettacolo: Luci del varietà, Roma. Questo è uno dei suoi tratti di genio, perché anche certe inquadrature sordide del pubblico non riescono a nascondere il fatto che l’avanspettacolo, capace di coinvolgere Totò, Peppino De Filippo, Sordi, è una grande forma d’arte trascorrente per lazzi osceni, volgarità …

   Poi c’è sempre una melancolia che tinge di nero anche il comico. Pensiamo a I vitelloni, con quel che capita ad Alberto Sordi o a Leopoldo Trieste con il vecchio capocomico retore (Achille Majeroni), che lo porta di notte sulla spiaggia tempestosa nel tentativo di sedurlo. Da I vitelloni vien fuori il senso che non siamo nulla. In fondo lo stesso deriva da La strada e da Le notti di Cabiria, i films successivi. Poi arriva La dolce vita: la melancolia, il senso del nulla si avanzano, anche di tra il vitalismo del bagno nella fontana di Anita Eckberg o dell’eros facile e spinto. La dolce vita è anche un ritratto impareggiabile della società italiana della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio dei Sessanta; ha dunque anche un forte valore politico. E qui si deve osservare come un artista in apparenza privo di diretti rapporti con la politica come Fellini sia in realtà anche d’essenza duramente politica: la sua inquadratura del mondo ne contiene anche un giudizio. Ecco perché non riesco a considerare una continuazione de La dolce vita La grande bellezza di Sorrentino, ove una mano atta al colore riesce al massimo a registrare a modo suo la realtà senza dare un giudizio su uomini e cose.

   Viene Le tentazioni del Dottor Antonio. Solo un genio poteva comprendere quale genio e valorizzare Peppino De Filippo, il quale, grazie a lui, qui s’invera come sommo attore sì surreale, sì grottesco, ma tragico. Che peccato che a Totò non sia capitata l’occasione di lavorare con Fellini; il regista l’apprezzava tanto che in un’intervista lo chiama “San Totò”. Dopo 81/2, svagato e surreale, e Giulietta degli spiriti, viene il Satyricon: un capolavoro della letteratura latina viene ricomposto e trasformato con assoluta fedeltà allo stile, non fosse, anche qui, l’aggiunta di un tocco di melancolia che l’originale non possiede.

   La melancolia, proprio nel senso di umor nero, vince in Casanova. Il grande amatore e avventuriero si spense miseramente a Dux in Boemia, quale salariato del conte Waldstein e perseguitato dal maggiordomo. Le allucinate inquadrature di Fellini danno una trafittura.

   Indi un altro duro documento politico, Prova d’orchestra; e ricordiamo che quasi sempre le musiche dei suoi films sono del grande compositore Nino Rota. Dopo E la nave va, l’avventura si chiude con lo struggente Ginger e Fred: anche questo, un trionfo della melancolia.

www.paoloisotta.it

Il Fatto Quotidiano, 24. IX. 2020

Quanno nascette Ninno (Quando nacque il Piccolino), trasposizione ideale dell’Adeste fideles, è la canzone natalizia, in napoletano, di un Santo amabilissimo, Alfonso de’ Liguori. “La lingua vernacolare napoletana che, con quest’opera, per la prima volta viene adoperata nella scrittura di canti religiosi, lo ammetto, è stata il mio cruccio più doloroso. Infatti il napoletano è una lingua e non un dialetto: ha le sue regole, le sue erudizioni, la sua scienza, le sue intemperanze, la sua storia plurisecolare migliore e più nobile delle storie degli altri dialetti che, per il fatto d’essere tali, non gli si confanno essendo lingue abortite. Il napoletano – per la stessa sua natura primaria, per la sua recondita meraviglia immaginifica, per la sua intoccabile nobiltà retorica, per il suo poderoso vocabolario, per la sua dovizia di espressioni e, soprattutto, per la sua inarrivabile carica emotiva e spirituale – è una lingua intraducibile.” Non si potrebbe dir meglio. La citazione viene da un libro di gran valore dedicato al Natale e al Presepe: Abbassato in un antro è ‘l Paradiso, di Alessandro Basso, pubblicato dalla editrice salernitana Operaedizioni. E il libro lo posseggo perché, in occasione di una mia lezione di luglio a “Salerno Letteratura”, ora diretta dal carissimo amico Gennaro Carillo, l’autore mi si presentò donandomelo con una dedica molto lusinghiera.

   Scrivere di Presepî napoletani è una delle occupazioni più poetiche esistenti. Or il Basso è un ferventissimo cattolico; ma non altera la storia e i fatti. Onde non si oppone a chi, come me, sa che il Presepe napoletano è quanto di più pagano e antimetafisico esista. È una celebrazione della vita quotidiana: il protagonista è il popolo napoletano. Se si guarda il più bel Presepe del mondo, quello donato dal Cuciniello e oggi allocato presso il museo della Certosa di San Martino a Napoli, ci si accorge che il cibo, le taverne, la banda militare accompagnante i Re Magi, e il loro corteo con nani che tengono a catena molossi e levrieri, hanno assai maggior rilievo che il cosiddetto “Mistero”, ossia la grotta nella quale la Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello, adorano il Divino Infante. Nel Presepe Cuciniello, peraltro, non v’è più grotta: il simbolo è che la rovina di un tempio romano viene revocata nel nulla dalla nascita del Bambinello: ma, ripeto, è simbolo contraddittorio, sebbene centrale di tutto per la coscienza cattolica, per il prevalervi del culto della vita.

   Ricordo che il Cattolicesimo è assai più sincretista del Cristianesimo evangelico. Uno dei più grandi Imperatori, Aureliano, fissò al 26 dicembre (siamo sempre in area solstizio) la festività del Sol invictus, la più grande delle divinità. Già il re egizio Akhenaton aveva rovesciato il tradizionale pantheon, collocando Aton, il Sole, al vertice di esso pantheon. Il Cattolicesimo non si spaventa per nulla di raccogliere un’eredità pagana, essendo esso stesso, a differenza del cristianesimo evangelico e paolino, in gran parte una restaurazione dell’abbattuto paganesimo. Tutte riflessioni, quelle da me esposte, scaturienti dalla lettura delle pagine di Basso, che ringraziamo.

www.paoloisotta.it

Libero, 06. IX. 2020

Federico il Grande suonava per diletto il flauto, ma nella sua intelligenza e cultura era un appassionato intenditore di musica.  Pensiamo che aveva al suo servizio uno dei più grandi pianisti vissuti nel Settecento, il quinto figlio di Johann Sebastian, Carl Philipp Emanuel Bach. Ma forse anche senza questo rapporto il Re sarebbe stato un conoscitore e un estimatore del sommo fra i compositori, appunto Johann Sebastian. Questi se ne stava a Lipsia battagliando col Consiglio Comunale, pur se dal 1735 il titolo di compositore della Corte elettorale e regia di Sassonia lo aveva posto al di sopra di tante meschinità. Federico II voleva conoscerlo di persona. Il Maestro, forse in carrozza – aveva anche l’abitudine di viaggiare a piedi – giunse a Potsdam la sera del 7 maggio 1747. Quando il Re ebbe notizia dell’arrivo, non gli diede nemmeno il tempo di togliersi l’abito da viaggio e indossarne uno di corte: ordinò che venisse condotto subito alla sua presenza.

   Gli fece visitare Sanssouci; nella reggia vi erano molti strumenti musicali, i cembali e i fortepiani di Silbermann; come racconta il primo biografo del Sommo, il Forkel, che lavora anche di prima mano per le notizie ricevute dai figli, il Re volle che il Sommo si fermasse presso ciascuno di tali strumenti e suonasse su di esso. Poi avvenne un fatto eccezionale: o che Bach lo chiedesse al Re, o che questi lo chiedesse al Maestro, ecco Federico dettare a Bach un tema, lungo, cromatico e complesso, sul quale improvvisare una Fuga. Il che Bach fece; ma questo è solo l’inizio di un’avventura. Pubblicò infatti una somma opera teorica che si congiunge all’altra, L’arte della Fuga: tale opera s’intitola Musicalisches Opfer, e più avanti ne darò la traduzione. Sul frontespizio l’Autore appose l’acrostico RICERCAR, che si scioglie: Regis Iussu cantio et reliqua Canonica arte resoluta; ossia Tema e altre cose, risolti con arte canonica per comando del Re. Il Ricercare è il termine arcaico per designare la Fuga ovvero un’opera contrappuntisticamente complessa; l’arte “canonica” è quella, proveniente dal Quattrocento fiammingo, dedita all’imitazione delle voci tra loro – che non sempre è letterale, al contrario – e agl’intrecci che dal loro moto scaturiscono. L’opera contiene una serie di Canoni, una monumentale Fuga a sei voci e una Sonata a tre, la più bella che mai sia stata scritta. È musica della più sofisticata dottrina ma anche, come solo a Bach poteva riuscire, della più celestiale bellezza. Venne pubblicata a stampa; un esemplare, a noi giunto, era stato acquistato dal grande teorico bolognese del contrappunto, padre Giovan Battista Martini.

   Opfer significa anche offerta; ben vero, l’opera venne da Bach al Re offerta. Ma la traduzione Offerta musicale, che troviamo in italiano e in altre lingue (Offrande, Offering), non è la più appropriata. Il vocabolo ha un significato religioso, e va volto piuttosto come sacrificium. Un sacrificio rivolto a Federico, il quale, probabilmente ateo come il suo amico Voltaire, era tuttavia la suprema autorità religiosa del suo Regno. E come sarebbe bello immaginare l’Opfer come un sacrificio da Bach rivolto alla musica e a se stesso! Certo, è un rito. Purtroppo sappiamo ch’egli non potette ascoltarla intera; se si eccettuano la Fuga e la Sonata, gli altri pezzi dovevano esser intesi solo quale insegnamento teorico; che fossero anche divina musica da suonare credo non si sia pensato prima del Novecento.

   Il grande musicologo tedesco (e mio carissimo amico) Hans Eberhard Dentler ha pubblicato, e ve n’è la traduzione italiana, sia un libro sull’Arte della Fuga, sia un libro sull’Opfer. (Quando ne scrissi sul “Corriere della Sera” il giornalista addetto a impaginare gli articoli mi diceva con la sua abituale cortesia: “Ma che cazzo hai scritto? Non si capisce un cazzo!”). Ora vi torna con una splendida pubblicazione (stampa d’impareggiabile nitidezza): Johann Sebastian Bach Musicalisches Opfer dell’editore Schott di Magonza. Possiamo leggere una paginetta introduttiva di Alberto Basso e uno studio riassuntivo del Dentler; indi ci troviamo di fronte alla partitura del capolavoro. Guardando questa stampa, e senza farla neanche suonare, viene in mente la conclusione dell’epitaffio di Poussin presso la tomba in San Lorenzo in Lucina: mirum est in tabulis vivit et eloquitur, ossia: mirabile, nei dipinti vive e parla.

www.paoloisotta.it

 Il Fatto Quotidiano, 30. VIII. 2020

Ho letto un libro affascinante. L’autore è Marco Risi, il bravissimo regista di, tra l’altro, Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Tre tocchi (2014). Il libro s’intitola Forte respiro rapido (Mondadori, pp. 253, euro 18). È un racconto della sua vita col papà Dino, uno dei genî del nostro cinema, nato nel 1916 e morto nel 2008. Un rapporto lungo – si sono visti anche il giorno della morte di Dino, subitanea – e caratterizzato da una legge dal papà imposta al figlio, che la manifestazione dell’affetto doveva essere minimizzata, passata sotto understatement, quanto più esso fosse profondo.

“Questo era tipico suo ed è anche tipico mio: a qualcosa di serio, di pensoso, mai dar seguito con qualcosa di ancora più serio e pensoso, ma alleggerire con uno sberleffo, con una battuta. Non, come si potrebbe pensare, per accantonare, per allontanare, ma per rendere questo pensiero, proprio nel contrasto, ancora più profondo.” E battute di Dino il libro ne riporta formidabili.

   Ricordiamo intanto alcuni dei principali films di Dino; almeno i miei preferiti. Il vedovo (1959), con Alberto Sordi e Franca Valeri; Il mattatore (1960), con Vittorio Gassman; Una vita difficile (1961), con Alberto Sordi; Il sorpasso (1962), intensamente tragico,  con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant; La marcia su Roma, con Gassman e Ugo Tognazzi; I mostri (1963), con Gassman e Tognazzi; Il gaucho (1964), con Gassman; Operazione San Gennaro (1966), con Totò e Nino Manfredi; In nome del popolo italiano (1971), con Tognazzi e Gassman; Profumo di donna (1974), con Gassman; La stanza del vescovo (1977), con Tognazzi e Ornella Muti; episodî di films a più voci, tra i quali I complessi (1965) e I nuovi mostri (1977). La semplice, e parziale, enumerazione, è probante.

   Marco Risi non si limita al racconto del papà: vario, ampio, complesso: per esempio, di quando, negli anni tardi, Dino incominciò a venir scambiato per Gianni Agnelli, e di come giuocava sull’equivoco. Narra di Alberto Sordi, del quale smentisce la leggendaria avarizia, rivaluta l’umana sensibilità e che giustamente giudica, dopo Totò, il più grande di tutti. Fa un vero ritratto della storia del cinema degli ultimi decennî. Per esempio, parla di Anita Eckberg, del suo amore col papà poi finito male. Poi dice della mamma, rampolla della nobiltà svizzera, la quale negli ultimi anni si ammalò di demenza senile e non riconosceva nemmeno i figli. Dino, grande donnaiuolo, la tradiva spessissimo: ella lo scacciò di casa e Dino abitò per trent’anni in un residence. Racconta degl’incubi infantili, della sua stessa vita erotica, dello zio Nelo, del fratello Carlo…

   L’ho letto due volte, questo libro, tanto piacere mi dà.

   www.paolo isotta.it

  Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2020

   Franca Valeri si chiamava in realtà Norsa. Era ebrea, come Medea Norsa, la sventurata papirologa che alla morte del suo maestro Girolamo Vitelli venne perseguitata e morì sola e miserabile. Il nome d’arte Valeri le viene dalla sua ammirazione per Paul Valéry, il sommo poeta e saggista autore del Cimetière marin: e ciò basta a dare idea dell’altezza della sua cifra. Franca era nata nel 1920; il trentun luglio ha compiuto cento anni; e pochi giorni dopo, il 9 agosto, ci ha lasciato. Una cosa commoventissima che si è appresa dalla figlia adottiva è la seguente: ella ha disposto un forte lascito a favore di un ospizio per cani abbandonati. Come Totò, che ne aveva creato e coltivato uno. Con Totò il rapporto più intenso è Totò a colori.  In questo film Franca campeggia: nell’episodio caprese interpreta la Signorina Snob e il suo Teatro dell’Assurdo trapassa nel surrealismo e nella metafisica: solo Ionesco ha fatto di meglio. Il diario della Signorina Snob, ripubblicato da Lindau nel 2003, è del 1951: primo libro della Franca, è illustrato da Colette Rosselli, la moglie di Indro Montanelli di origine napoletana, donna d’intelligenza ed eleganza straordinarie, in uno stile arieggiante Novello, il più grande caricaturista italiano: tra lui e Grosz non c’è che un passo. Una reincarnazione, pur essa milanese, della Signorina Snob, che non riesce nemmeno a far ridere, è Ilaria Borletti Buitoni, degno sottosegretario di Franceschini.

   La Signorina snob è una silloge di tutte le sciocchezze, le fissazioni, le ridicolaggini, le prepotenze, della borghesia milanese in particolare e italiana in generale. Quanto più Totò si manifesta ridicolo, tanto più le piace; porta un cagnolino di pezza attaccato al braccio destro e quando lei lo contraria lui esclama: “Ti faccio moddere, sai!” Lei dà l’accenno a un canto corale blues e Totò ne assume la guida, piange e fa piangere suonando una campanella e invocando “Babbo! Babbo!” come a un’esequia.

   La Valeri ha creato altre inimitabili macchiette, delle quali le più importanti sono la Sora Cecioni e Cesira la manicure. Queste sono invece un emblema di uno strato fra il proletario e l’infimo borghese, il quale pure possiede fisime e illusioni, e di fronte a se stesso si identifica meglio, il pallone essendo meno gonfiato. Le sue espressioni e maschere facciali, i suoi toni di voce, sono irraggiungibili. Sono certo che nessuno abbia interpretato meglio di lei La voix humaine di Cocteau: il dramma della donna abbandonata, sia tragico che ridicolo, risuona nelle sue corde.

   Di Franca Einaudi ha pubblicato l’aforistico La vacanza dei superstiti (e la chiamano vecchiaia), pur esso concentrato d’intelligenza. Dal Diario: “Ieri mentre scrivevo giacendomi annoiatissima mi telefona un’ignota di mia conoscenza: ‘Senti, vieni assolutamente, siamo tutti in casa di una ragazza balcanica, facciamo una seduta spiritica’. Mi sono precipitata lingua a terra; cos’è stato di bello, da torcersi. (…) Ci siamo piazzati tutti intorno a un tavolino al buio, facendo sforzi orrendi per farlo ballare.”  È sempre la Signorina snob che torna; sto accorgendomi che io in primis, e forse tutti noi, più o meno, siamo Signorine snob. Chi non se ne accorge è un cretino. Di questa donna coltissima, che negli Anni Cinquanta fece anche del cabaret di eccelso livello insieme con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, il cretino sembra essere un nemico: ella ha come un imperativo teologico a combatterlo. Insomma: è stata un genio, e il mondo con la sua morte è diminuito di valore.

   Il Fatto Quotidiano, 04. VIII. 2020

La rag. Rosanna Purchia è stata a lungo soprintendente del San Carlo di Napoli. Non sapeva nulla di Bach e di Beethoven, di Rossini e di Richard Strauss. Nella primavera di quest’anno è stata sostituita da Stéphane Lissner, sostituzione ancora più funesta: costui, già alla Scala e all’Opéra di Parigi, è ignorante quanto lei e ancora più arrogante. Lo ha voluto quell’allocco del sindaco De Magistris, pagandogli uno stipendio stratosferico: poi voglio vedere come finirà di fronte alle spese eccezionali alle quali il Comune dovrà far fronte. Nel maggio 2019 il Presidente della Repubblica, con un’iniziativa che definire improvvida è un eufemismo, la nominò Grande Ufficiale della Repubblica. Io gli scrissi una lettera aperta, pubblicata sul “Fatto Quotidiano” e ripresa da molti organi, nella quale dichiaravo che non avrei accettato alcuna onoreficenza mi venisse eventualmente offerta (finora, in settanta anni di vita, non ne ho ricevuta alcuna): meglio essere un quivis de populo che essere decorato con la Purchia.

   Adesso ci siamo trovati di fronte a un altro enorme scandalo. La Purchia è in posizione favorita per la nomina a direttore del Piccolo Teatro di Milano; o magari, speriamo, lo era. Costei ha già lavorato al Piccolo: come dattilografa e poi come contabile. Ma è successa una cosa imprevedibile. A onta delle fortissime spinte che le dava Franceschini, la Purchia non è stata nominata. Due consiglieri di amministrazione che rappresentano la Regione Lombardia per ben due volte non si sono presentati alle riunioni del Consiglio, così facendo mancare il numero legale e perciò impediendo la nomina. Beninteso, la Purchia, così come sconosce Bach e Beethoven, ignora chi siano Eschilo, Shakespeare, Calderòn e Schiller, poi anche Pirandello e D’Annunzio. Or è accaduto che, dovendo i candidati presentare un programma scritto che configurasse la loro eventuale azione da direttore, la Purchia ha presentato una pagina piena di errori di italiano: nemmeno dirò di sintassi, di grammatica. Questo ha ulteriormente offeso il Consiglio. Peraltro ci si domanda come potrebbe costei essere nominata quando la legge Madia fissa un limite di età per i dipendenti pubblici, e il Piccolo, viste le erogazioni di Ministero, Comune e Regione, è un teatro di Stato a tutti gli effetti.  P ochi giorni fa un fatto impreveduto: il Sindaco di Milano, Sala, si è sfilato dal mazzo dei sostenitori della ragioniera napoletana. Ha rimandato la riunione del Consiglio “in attesa che vengano esaminate altre autorevoli candidature”. Se la Purchia non passasse, sarebbe una tremenda cattiva figura per lei (che a quel punto diventerebbe impresentabile e politicamente morta) e per i suoi dante causa. Dal ministro Franceschini non mi attendo nulla; ma il Segretario generale del Ministero, Salvo Nastasi, è un uomo intelligente e spregiudicato: sono certo che in cor suo l’abbia abbandonata al suo destino, e che presto lo farà pubblicamente. Una sconfitta alla Purchia passi, ma non una sconfitta personale. A questo punto mi auguro sia per valere il detto “Ognuno per sé e Dio per tutti”!

www.paoloisotta.it

 Il Fatto Quotidiano, 19. VII. 2020

Posillipo ha un etimo greco che significa “pausa dal dolore”. Questo significato è stato autentico fino a qualche decennio fa. Ora la principale attrattiva di bellezza napoletana, e una delle prime del mondo, non esiste più. Provate a fare un giro per la parte alta di via Petrarca, per via Boccaccio, per via Lucrezio. Ovunque cocci di bottiglia, bottiglie vuote, cartacce schifose, lattine piegate, polvere da non dirsi, pietre divelte, immondizia non gettata nei cassonetti, che pure abbondano. E, anche all’interno del Parco della Rimembranza (dopo la guerra ribattezzato Parco Virgiliano: lì il sommo dei poeti abitava, ma la casa non l’abbiamo trovata), pini tagliati. I pini tagliati sono trecento!

   Il degrado è precipitato durante gli anni nei quali De Magistris, che lo è ancora, è stato sindaco. L’ex magistrato con la bandana arancione, capace unicamente di concionare, e avente quale solo interesse il popolo (alcoolizzato e tossico) dei cosiddetti “baretti”, luogo di sfogo della cosiddetta “movida” delle fine settimana, e i criminali dei centri sociali…

   Perché ha fatto tagliare i trecento pini? Si vuole a scanso di responsabilità, per evitare di avere noie nel caso un ramo si fosse staccato e fosse caduto su di un passante. Ora quei tronchi sono nient’altro che povere bocche mute, come Marco Antonio, nella tragedia di Shakespeare, definisce le ferite sul corpo di Cesare dopo l’assassinio. A De Magistris, in quanto sindaco, spetterebbe di far ripiantare i trecento alberi. Non lo farà mai; né credo che il suo successore, specie se sortito dalla sua nidiata, se ne occuperà.   Credo che le povere bocche mute resteranno in eterno tali.

   E mi viene fatta una riflessione. Posillipo era una bellezza imparagonabile. Ma la sinistra ignorante e cialtrona, come quella di De Magistris, nutre anche una sorta di odio ideologico per la bellezza. La considera un mezzo per stabilire e mantenere le distanze sociali: laddove è vero l’esatto contrario, giacché essa sgorga per tutti. Certo, i poveri non abitano a Posillipo; ma possono arrivarci con i mezzi di trasporto pubblico. O meglio, avrebbero potuto arrivarci finché tali mezzi di trasporto funzionavano alla buona; oggi anch’essi sono in crisi, e spettacolo frequentissimo è il vedere torme di disgraziati che attendono ore sotto la pioggia o sotto il sole bollente che un autobus passi.

   Insomma, a Napoli è tutto finito. I grandi alberghi del lungomare (“liberato” da De Magistris) sono chiusi; e per via Partenope vedi solo piste ciclabili vuote, venditori abusivi, roulottes con la carne di porco e i panini. Questa era la più bella città del mondo. Goethe la definì “un paradiso abitato da diavoli”, ma oggi direbbe “un inferno abitato da diavoli”.

www.paoloisotta.it