Gli Articoli

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La mia conoscenza di Giovanna d’Arco risale a quando, acquistate le opere complete di Anatole France, lessi la biografia dell’eroina, contenente pure gli atti dell’infame processo al quale ella fu sottoposta: consiglio a tutti questa straordinaria opera storica e letteraria. Il dramma di Federico Schiller La pulzella d’Orleans, del 1801, fu all’origine di numerose Opere liriche delle quali le principali sono la Giovanna d’Arco di Verdi e La pulzella d’Orleans (1879) di Ciaikovskij, pur essa meravigliosa. Giovanna è poi la protagonista dell’Oratorio, con ruoli parlati, Jeanne d’Arc au b^ucher di Arthur Honegger su testo di Paul Claudel (1938). Quando venne rappresentato al San Carlo di Napoli colla regia di Roberto Rossellini  Honegger stette col pompiere di servizio giacché nessuno s’interessava a lui, tutti stando appresso a Ingrid Bergman.

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Ho affermato più volte non esser stata la morte del trentaciqnuenne Mozart la più gran sventura della storia della musica. Egli aveva in gran parte dato conto di sé, quand’anche grandi sviluppi ancor potessero da lui attendersi. Ma Schubert morì nel 1828 a trentun anni quando, a onta d’una produzione copiosa e sublime, la morte di Beethoven gli aveva dato il coraggio d’assumere a suo modo la maniera grande ch’era stata del Sommo: e l’ultimo anno di vita vide sorgere un incredibile numero di capolavori i quali non sono il disperato canto di un morituro ma l’affermazione imperiosa di chi sa di essere ora l’Orfeo tedesco: come principiava a venir riconosciuto. Meravigliosamente disse Franz Grillparzer ai funerali: “La terra seppellisce un ricco tesoro ma ancor più grandi speranze.”

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Il fuoristrada procede veloce verso Avezzano. La strada è innevata. Al mio fianco il proprietario della vettura, che di continuo raccomanda all’autista Cosimo di non correre. Come lo capisco: licenziai quindici anni fa un infame autista che sulla Roma-Napoli non scendeva mai al di sotto dei centocinquanta. Costui fu in effetto un mio benefattore: da allora non ho più automobile e vivo in taxi.

   Il fuoristrada è di Natalino Irti, il più grande giurista italiano, emerito della Sapienza nonché gloria di Avezzano. Passiamo per il suo casolare fuor della città: la stalla e la mangiatoia originarie sono diventate stanze e la casa s’estende in lunghezza. Belle scale di pietra serena menano al primo piano. “Capisci, Paolino, presi a male parole l’architetto che me lo stava ricostruendo! Voleva togliere la pietra e fare la scala in marmo….”

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La notizia, di sabato, che Antonio Bassolino ha ufficialmente annunciato la sua candidatura a sindaco di Napoli ha messo in moto reazioni a Napoli e a Roma. Un bel commento l’ha fatto un mio grande amico, Paolo Macry, in un editoriale del “Corriere del Mezzogiorno” di domenica. Egli osserva che mai sfida per il navigatissimo ma non vecchio politico fu più ardua: egli dovrà lottare non tanto contro la destra quanto contro i Cinque stelle e contro l’uscente De Magistris, una vera incognita.   Don Antuono (il suo Santo è quello del 17 gennaio al quale a Napoli è intitolato un popolanissimo Borgo) ha tuttavia un avversario che pareva insidioso e s’è palesato clamoroso: il partito dal quale proviene. La sensazione, stagnante nell’aria da mesi, s’è concretata in fatto. E’ per stabilirsi nel Pd che alle primarie non possano concorrere coloro che già sono stati sindaci, sebbene la legge lo consenta. Il Pd, nel quale troppo resta del vecchio Pci, preferisce perdere le elezioni che vincerle con Bassolino. Perché anche in questo partito nessuno parla più di politica, non voglio dire di Politica. Uno splendido commento l’ha fatto martedì sul “Corriere del Mezzogiorno” un altro mio grande amico, Enzo D’Errico: il Pd lavora per De Magistris: “Ci ritroveremo così con una città consegnata dai generali di Renzi al più anti-renziano dei sindaci italiani. Un paradosso che sconfina nella demenzialità, un capolavoro del nonsense politico che avrebbe ingolosito Marx (parliamo di Goucho, ovviamente)”

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Ho scritto che con l’Idomeneo di Mozart, la “prima” del quale è stata il 20 alla Fenice di Venezia, s’ è avuta la più importante fra le inaugurazioni dei teatri d’Opera italiani. L’ho scritto nel presentare lo spettacolo; lo ripeto dopo avervi assistito ma nonostante tutto. E il nonostante pesa non poco.

   Di buono vanno dette molte cose. L’aver il teatro veneziano scelto il capolavoro drammatico di Mozart: ch’è pure Opera difficillima alla quale mi accorgo il nostro pubblico ancor riluttare. L’averlo offerto in un’edizione amplissima e quasi completa: più ampia di questa a mia memoria vi è stata solo quella diretta alla Scala da Riccardo Muti nel 1990 che fu addirittura integrale. Alla Fenice mancano i Balletti con che l’Opera si chiude, i più belli composti nel Settecento. Muti è un insigne direttore ciaikovskijano oltre che mozartiano e da lui appresi che il sommo Pietro li diresse nell’ultimo concerto della sua vita insieme con la Sesta Sinfonia, alla prima esecuzione: sarebbe scomparso pochi giorni dopo.

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La stagione della veneziana Fenice si aprirà venerdì 20 coll’Idomeneo di Mozart. Si tratta del capolavoro tragico di Wolfgang Amadeus insieme con La clemenza di Tito, risalente all’ultimo anno di vita; l’Idomeneo, rappresentato a Monaco di Baviera nel gennaio 1781, è invece dei ventiquattro anni; e nessuna creazione diede al suo autore tanta gioia. Una vasta Tragedia con cori che affrontano, in modo sofocleo, la terribilità del Fato e l’incomprensibilità del Divino; e un’analisi delle passioni così minuziosa che subito dopo Mozart vi rinuncia per adottare, nella rappresentazione, una psicologia sintetica.

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Le Opere più note di Mozart sono il Don Giovanni e Il flauto magico. La prima contiene pagine meravigliose ma l’unione di comico, di erotico e metafisica produce un risultato drammatico non del tutto convincente; la seconda è una mescolanza d’avanspettacolo e propaganda massonica che mette capo a musica inferiore a quella abituale del suo creatore. La trilogia di Opere comiche su testo di Lorenzo Da Ponte mette tuttavia in ombra l’autore tragico. Tale Mozart valutato voleva essere, tale sarebbe stato se il suo organismo minato non l’avesse condotto alla morte il 5 dicembre 1791, a trentasei anni.

   La prima prova teatrale tragica di Wolfgang Amadeus venne scritta per Milano: era il 1770: il Mitridate, Rè di Ponto è un esito drammatico con pochi precedenti. Il quattordicenne balza d’un subito a fianco di Alessandro Scarlatti, Caldara, H”andel, Pergolesi, Leo, Jommelli, Haydn e Paisiello, i più grandi compositori drammatici del Settecento. Parini, de Gamerra e Metastasio sono i poeti da lui successivamente musicati; e Milano, oltre che Salisburgo, le città che ospitarono le sue Opere Serie. L’ultima, che contiene le pagine sublimi da lui composte, sarebbe stata allestita a Praga: ed è La clemenza di Tito, sempre sul Dramma di Metastasio.

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In questi giorni qualche altro, fuor di me, s’è accorto di un Grande Vecchio della direzione d’orchestra: Nello Santi. L’ottantaquattrenne maestro nativo di Adria e naturalizzato cittadino del cantone di Zurigo è tornato al San Carlo di Napoli dirigendovi una Traviata, dopo una strepitosa Lucia di Donizetti e un Andrea Chénier di Giordano, l’anno scorso, pure di altissima qualità. Quando Santi è sul podio i cantanti sono aiutati e riescono, come che sia, a dare il meglio di sé o anche quel che in sé non posseggono. Così è il caso di un modestissimo baritono, Giorgio Meoni; di Maria Grazia Schiavo, ottimo soprano leggero, che incongruamente ha voluto affrontare un ruolo di soprano drammatico di coloratura pel quale non è pronta, se mai lo sarà. In questa Traviata cantava però un vero angelo, il tenore Ismael Jordi, nato nel 1973, allievo del grandissimo Alfredo Kraus. Egli possiede la bellezza della grana, la musicalità, l’intelligenza, il fraseggio: ed è l’unico tenore attuale che riesca a cantare piano. Io lo vedo interprete ideale dei ruoli consacrati alla sua voce nella Sonnambula e nei Puritani di Bellini, ma pure nei Martyrs, nella Favorita e nella Maria di Rohan di Donizetti, e nella Jérusalem di Verdi. Consigliai a Riccardo Muti di scritturarlo in luogo del mediocre Francesco Meli del quale si serve; ma questo consiglio è andato cogli altri da me espressi all’illustre concertatore. Nel celeberrimo Vagone letto di Totò, una delle prove dell’esistenza di Dio, Totò butta dalla finestra le valigie dell’onorevole Trombetta; poi le scarpe. Alla domanda dell’Onorevole: “Dove avete messo le scarpe?” il Sommo risponde “Colle valigie”. Così fu del mio consiglio: fu messo colle valigie.

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Fanno trent’anni dalla morte di Nino Taranto, nato nel 1907. Oggi della Rivista si è persa anche la memoria: mio padre mi diceva che chi non lo avesse visto a teatro non poteva sapere chi fosse Totò, ossia uno dei sommi attori di ogni tempo. Taranto fu uno dei più grandi protagonisti della Rivista del Novecento sin dal suo esordio nel 1933; ma di lui ci si ricorda perché, vivo com’è anche presso i ragazzini il culto di Totò, la sua  partecipazione ad alcuni dei più grandi films del Principe lo rende immortale. Tutti pensano a Tototruffa;  rammemoro un capolavoro assoluto, sempre con regia di Steno (che ebbi l’onore di conoscere): Totò contro i Quattro. Recitano Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Macario: un almanacco di Gotha: Nino Taranto vi  crea l’ispettore  Mastrillo e, come facciamo noi napoletani, satireggia l’accento pugliese, giungendo  a riesumare l’arcaico jè ( da ego) per “io”.
Taranto era anche un grandissimo attore di prosa. Comico, e tragico.  Il mio esordio fuor  della pubblicistica musicale fu  negli anni Settanta con una comedia sua interpretata da lui. Ma  ragazzino  l’avevo visto mettere in scena un titolo di Raffaele Viviani del 1928, Morte di Carnevale, che viene ascritto al genere della Commedia essendo in realtà, come sempre in Viviani, uno di quei Drammi espressionisti  nei quali si ricomprende la vita stessa in quanto tale. Accanto a lui, che impersonava Pasquale Capozzi detto Carnevale, Luisa Conte, Gennarino Palumbo, Gennaro Di Napoli, Pietro Carloni, Dolores Palumbo, Nuccia Fumo:  ancora un  Gotha, ma  napoletano.

Lettera di Paolo Isotta al Direttore del Fatto Quotidiano

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Caro Direttore,
                         domenica mattina ho fatto un viaggio di dieci ore, da Acqui Terme a Napoli. Nella meravigliosa cittadina termale, vantata da Plinio e, a detta degli antichi,  quanto a potere delle acque superata solo da Stabia e pareggiata da Aquae Sextiae, l’Acquisgrana di Carlo Magno che i cretini da noi chiamano Aix-la-Chapelle, sono stato a ritirare un premio, l’”Acqui Storia”. Per me esaltante il riceverlo insieme con un monumento vivente quale Giuseppe Galasso, che mi onora della sua amicizia, con un grande giornalista quale Italo Cucci, con un grande storico quale Franco Cardini, con un geniale scrittore e amico del cuore quale Pietrangelo Buttafuoco. La splendida cattedrale paleocristiana, barocchizzata, porta sul frontone lo stemma e la divisa dell’attuale Vescovo: Resonare Christum corde romano, “Cantare Cristo con romano cuore”: motto tratto dalla XVII epistola di un Santo a me caro e vicino pure ratione loci, Paolino da Nola. Dovevo arrivare nella provincia di Alessandria per trovare un presule intelligente e colto! (Si provi a vedere le divise di gran parte degli attuali cardinali… I quali, peraltro, ignorando essi per lo più il latino, se la sono dovuta, ognuno la propria, cercare su Internet….)