Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano”, 24. VI. 2016.

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Il più grande direttore d’orchestra del Novecento è anche uno dei più grandi compositori del Novecento. E’ Gino Marinuzzi, nato a Palermo nel 1882 e morto a Bratto, Prealpi varesine, il 17 agosto del 1945. Salì sul podio per l’ultima volta a Milano per dirigere il Don Giovanni di Mozart il 24 aprile: era infatti da anni direttore artistico e poi soprintendente della Scala dopo esserlo stato dell’Opera di Roma e, pur non essendo fascista, volle restare al suo posto sotto la Repubblica Sociale per salvare l’istituzione: vi riuscì sebbene il teatro fosse stato distrutto dalle bombe nemiche.

   Poche le incisioni superstiti giacché il corpus delle matrici, essendo la sua casa discografica la Telefunken, si trovava su di un treno diretto in Germania del pari  bombardato:  bastevoli a testimoniarne l’arte senza paragoni in tutto il repertorio, da Monteverdi all’avanguardia, italiano, francese, russo, tedesco. Il suo successo quale direttore sottrasse tempo alla composizione, onde il suo catalogo è ristretto. Gli si debbono tre Drammi musicali, il primo dei quali rappresentato sotto la sua direzione quando aveva ventun anni. Jacquerie, del 1918, ha per soggetto la rivolta dei contadini francesi nella Piccardia del 1358: in Italia il regime fascista la proibì per l’argomento; è partitura di tale avanguardia che sconcertò lo stesso Puccini, di Marinuzzi sodale e ammiratore. Palla de’ Mozzi, storia cinquecentesca di un condottiero delle Bande Nere, uno dei capolavori del Dramma musicale novecentesco, venne battezzato alla Scala nel 1932, corse il mondo e per l’ultima volta venne diretto dall’Autore all’Opera di Roma nel 1942. Dopo la guerra non è stato mai eseguito: i primi teatri che avrebbero il dovere elementare di riproporlo sono appunto questi due. Fin qui del compositore mi sono occupato solo io (“qualcuno doveva pur farlo”,  disse Schönberg al medico militare che gli chiedeva se fosse il celebre musicista), in particolare nel mio recentissimo libro Altri canti di Marte.

Il Fatto Quotidiano”, 16. VI. 2016.

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Elio Boncompagni ha compito da qualche settimana ottantatré anni ed è il direttore d’orchestra più vecchio insieme e più giovane che io conosca. Più vecchio per sapienza, esperienza, saggezza: sul podio la saggezza, meno nella vita, essendo egli scervellatamente generoso. Più giovane per energia, freschezza, modernità interpretativa, velocità nel provare andando direttamente al centro della cosa senza nemmeno stancare orchestra e cantanti. Mi diceva una volta: “Quando si dirige l’Opera, è inutile spiegare ai cantanti quel che debbono fare e perché, tanto non capiscono quasi mai. Bisogna ottenere il giusto a loro insaputa.” “Ogni orchestra aveva un tempo una distinta personalità. Adesso vige quasi ovunque il melting pot.

   Boncompagni è fiorentino ma non ama l’atmosfera della sua città e i suoi concittadini. Dopo il diploma in composizione se n’andò a Roma. Primo allievo per la direzione d’orchestra di Franco Ferrara, fu poi assistente di Tullio Serafin: due nomi mitici. Agli inizi degli anni Sessanta era già molto affermato: concerti, recite operistiche, incisioni. E’ stato direttore artistico e stabile a Bruxelles: lì, alla “Monnaie”, nel 1974 diresse per la prima volta nella storia il Don Carlos di Verdi in cinque atti colle parti tagliate alla prima esecuzione del 1865 ma con le modifiche meliorative apportate dall’Autore per vent’anni. Capeggiò anche la prima esecuzione assoluta del Molière imaginaire di Nino Rota e Maurice Bejart. Poi ricoprì le stesse funzioni a Stoccolma e al San Carlo di Napoli. Lo conobbi lì nel 1980 dopo che nella stessa stagione capeggiò i quattro titoli della Tetralogia di Wagner, la Nona Sinfonia di Beethoven e subito dopo l’Operetta Orfeo all’inferno di Offenbach al termine della quale fece colla compagnia la passerella  bandierina alla mano. Poi è stato al Volksoper e all’Opera di Stato di Vienna, a Lucca e Acquisgrana.

Il Fatto Quotidiano”, 10. VI. 2016.

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Valeria Valente è quella immortalata nelle fotografie mentre a Napoli cinguetta con Denis Verdini, venuto a soccorrerle alle elezioni comunali di domenica. Ed è anche quella spedita a Napoli da Renzi per vincere contro Antonio Bassolino le celebri primarie truccate e perdere queste elezioni: com’è avvenuto.  Chissà che cosa le è stato promesso per accettare un ruolo siffatto: non posso credere che una donna, parlamentare e con esperienza politica, credesse a sua volta di avere qualche minima possibilità. Se così fosse farebbe tenerezza e la paragonerei al grande Ugo D’Alessio che interpreta Decio Cavallo in Totò truffa e compra la fontana di Trevi dal “Cavalier Ufficiale Antonio Trevi, proprietario dell’omonima fontana”. Dopo che Decio ha sborsato la cifra arrivano i mastrogiorgio (gl’infermieri del manicomio) coll’ambulanza a sirene spiegate e se lo portano.

   A Napoli giungerà invece un terribile Godot a commissariare il locale Partito democratico: quello che i cretini chiamano democrat; e sono gli stessi che dicono mission impossibile. La Valente (leggo sul “Corriere del Mezzogiorno” di oggi) sostiene di aver perso le elezioni perché Antonio Bassolino, dopo le primarie truccate ai suoi danni, ha fatto ricorso. In una conferenza stampa di martedì Bassolino ha accusato il Pd napoletano di “stalinismo democristiano”, e pare difficile contestare questa definizione brillante insieme e profonda. Egli sostiene che il commissariamento ha da essere non solo provinciale ma anche regionale; e che deve preludere a veri congressi. Anche qui, come dargli torto?

“Il Fatto Quotidiano”, 5. VI. 2016.

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 “Come artista ho il dovere di andare dove nessuno ancora.” Manca il verbo: dovrebb’essere “si è spinto.” Chi lo dice? Un musicista. Tutti penserebbero a Arnold Schönberg, visti poetica e risultati artistici . Invece si tratta di Giovanni Allevi, che così apprendiamo essere di Schönberg il più autorevole collega.

   Poco tempo fa Allevi ha tenuto nella mia città un “concerto” preceduto da grande attesa di ragazzini e ragazzine. Ho visto Napoli tappezzata di manifesti dove campeggia la sua faccia. Fino a ora non sapevo chi fosse: ma ho appreso ch’è famosissimo: così ho voluto informarmene.

  L’aspetto è da teen-ager. Da teen-ager che verso i teen-ager dev’essere accattivante, invitante: debbono sentirlo un fratellino, altrimenti non comprano i dischi né i biglietti per i concerti.  Così, una massa di capelli ricci indomiti; magliettine economicissime; si fa fotografare scalzo sul pianoforte giacché i piedi nudi sono una cosa molto sexy – anche se i suoi lo sono poco, fidatevi di chi se ne intende. Una faccina da topolino finto-ingenuo; occhiali; ostentato entusiasmo verso tutto ciò che esiste. Ci è e ci fa.

“Il Fatto Quotidiano”, 2. VI. 2016.

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                         Nel parlare più volte e in varie sedi del bicentenario della morte di Giovanni Paisiello, uno dei più grandi compositori italiani, che cade quest’anno, ho dichiarato che il più importante, e anche quasi l’unico, contributo a quest’evento capitale per l’arte italiana è stato l’allestimento che a gennaio il Teatro Massimo Bellini di Catania ha fatto della Fedra, uno dei capolavori tragici del tarentino-napoletano scritto per il San Carlo. Lamentavo il fatto che di questo Maestro si continua a considerare solo l’aspetto, rilevante ma incompleto, di Autore di Opere buffe e di mezzo carattere, tralasciando il compositore strumentale, quello di musica sacra e quello tragico. Il San Carlo, dicevo, allestirà un’altra Opera comica, La grotta di Trofonio, peraltro coproducendola col festival di Martina Franca: e non basta.

“Il Fatto Quotidiano”, 2. V. 2016.

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Da quando nel marzo del 2005 Riccardo Muti lasciò la carica di direttore musicale della Scala sul podio milanese si sono succeduti, con l’eccezione di Esa Pekka Salonen, solo direttori musicalmente scadenti, a cominciare dai due successori, Daniel Barenboim e l’attuale, Riccardo Chailly. Ben vero, anche durante il regno del maestro molfettese nato a Napoli venivano invitati solo direttori dalla serie B a scendere, quasi che un interprete della grandezza di Muti temesse confronti in casa propria. E dall’epoca del suo abbandono l’orchestra ha fatto una caduta libera in senso artistico, giungendo negli ultimi anni della soprintendenza di Stéphane Lissner (insediato dai berlusconiani e adorato subito dopo dal sindaco Pisapia) a casi che non sapresti se definire grotteschi o vergognosi.

“Il Fatto Quotidiano”, 24. V. 2016.

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Per i compositori italiani italiani dell’Ottocento la consacrazione definitiva era scrivere una Tragédie Lyrique per l’Opéra di Parigi. In realtà la storia di questo teatro, nell’Ottocento il più ricco d’Europa, è un’ininterrotta occupazione italiana. Il teatro musicale francese venne fondato nel Seicento dal fiorentino Giovanbattista Lulli; e nell’Ottocento Napoleone chiama Paisiello e soprattutto Gaspare Spontini, ambedue napoletani di scuola. La Restaurazione vede giunger Rossini che scrive tre capolavori francesi; Bellini, che a Parigi ma per il Théâtre des Italiens compose I Puritani, morì subito dopo e non fece a tempo a creare per l’Opéra; Mercadante non vi venne invitato e lo avrebbe meritato moltissimo; poi viene il turno di Donizetti e Verdi che del pari vi dominano. La creazione di Verdi non si può comprendere se non si attribuisce il giusto valore ai capolavori francesi: dall’ancor incompresa Jérusalem, del 1847, alle Vêpres siciliennes, del 1855, alla seconda versione del Macbeth, del 1865, al Don Carlos, del 1867; a tacere delle versioni francesi del Trovatore (1857) e dell’Otello (1894).

“Il Fatto Quotidiano”, 13. V. 2016.

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“Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni.” Il fascismo era caduto da tre anni e questo scriveva Leo Longanesi in In piedi e seduti: e adesso ch’esce una splendida antologia longanesiana scelta da Pietrangelo Buttafuoco (Il mio Leo Longanesi a cura di Pietrangelo Buttafuoco, Longanesi, pp. 251, € 19) mi torna il passo all’immaginativa e mi fa interrogare: non è dunque cambiato nulla, la descrizione non è quella dei giorni che viviamo, forse con   aggravati zelo e unzione?

“Il Fatto Quotidiano”, 3. V. 2016.

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Forse l’Inferno metafisico non esiste. Di certo, quando verrà alla fine dei tempi l’apokatastasis panton, il ritorno del Tutto allo stato originario, ognuno verrà salvato, a cominciare da Lucifero: lo insegna Origene. Ma di inferni fisici il mondo è pieno. Uno confina con la più bella città del mondo, Napoli.

   Un tempo si diceva Campania felix: per la feracità del suolo, la bellezza del cielo, i luoghi ridenti. Adesso in Campania vi sono tre milioni di metri quadri (tre milioni: ve ne rendete conto) del tutto compromessi per un inquinamento che produce il cancro al quaranta per cento della popolazione. La cosiddetta Terra dei Fuochi è, parlando in senso stretto, un’area di 1.076.000 metri quadrati ove sono siti 57 comuni per complessivi due milioni e mezzo di abitanti. Essi sono condannati all’inferno in questa vita. Il maggior luogo di occultamento dei rifiuti tossici che esiste in Italia. Un’industria per la camorra: la quale, coi guadagni e con quelli dello spaccio, è una realtà economica “pulita”, che dall’usura è passata direttamente alle banche. Il mondo economico, la politica, le cosiddette istituzioni, non solo ci dialogano, ci fanno affari e sono subalterni. Poi fanno i proclami sul “riscatto del Sud”.

   Il rione Salicelle e il Parco Verde di Caivano: in due ottomila abitanti, una città. Dopo il terremoto del 1980 ci fu la deportazione della popolazione. Ci furono ventimila miliardi di lire che i politici si spartirono colla camorra, la quale fece il “salto di qualità”.  Atroci falansterî dove i mezzi pubblici non giungono, l’immondizia non viene raccolta e le fogne non sono manutenute. Lo Stato lì non sanno nemmeno che cosa sia; gli abitanti, innocenti all’origine, hanno subito una sorta (Dio mi perdoni) di mutazione antropologica per lo stato in che vengono tenuti: e per loro lo Stato è il nemico. Lo è la scuola: gli insegnanti che tentano di andarsi a prendere i bambini per insegnargli almeno a leggere e scrivere. Lo sono polizia e carabinieri. Lo sono quei martiri di parroci che tentano di portarli sui fondamenti della religione: religio è il legame fra noi e Dio, ma è anche il legame degli uomini stretti in una comunità: che sia tale. La gran parte degli abitanti è al di sotto della soglia minima di sopravvivenza. Per sopravvivere fanno i manovali della criminalità.

“Il Fatto Quotidiano”, 26. IV. 2016.

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Il direttore del “Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, è per me un’amicizia recente che sento crescere di giorno in giorno. L’amicizia che gli porto non può tuttavia indurmi a provare per la Magistratura l’ intemerato eros ch’egli per lei sente, ancorché i suoi ragionamenti m’abbiano  diminuito alquanto il  disamore. Non credo tuttavia che il medesimo amore egli porti alla pm Barbara Bresci, in forza presso la Procura di Imperia: e sono disposto a perdere la scommessa.

   Questa leggiadra signora provoca la solidarietà del più importante commentatore di “varia” del “Corriere della Sera”, il professore universitario Aldo Grasso. Ella deve, nella sua qualità, occuparsi da titolare dell’inchiesta sull’esplosione della villa nella quale poco fa Gabriel Garko alloggiava nella sua giurisdizione. Su facebook la pm confida a un’amica di esser attratta dal fascinoso uomo di spettacolo. Il Csm l’ha messa sotto procedimento disciplinare;  e ci mancherebbe: la soave cretinaggine di chattare intorno a uno del quale ci si deve occupare ratione muneris è più grave di un crimine; ma il professore Grasso sostiene che l’organo dei magistrati dovrebbe occuparsi di cose più serie e che si tratta d’inutile severità.