Gli Articoli

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“Il Fatto Quotidiano”, 26. II. 2016.

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Al San Carlo di Napoli va in scena in questi giorni la Norma di Bellini. E’ l’occasione per fare alcune osservazioni forse abbastanza nuove: perché dimenticate.

   La prima: sul podio c’è Nello Santi, che dirige con una straordinaria unione di musicalità, autorità e senso pratico derivantegli dall’esperienza: inoltre adopera un’edizione corretta contenente la seconda parte del coro Guerra, guerra, mancante anche nel recente allestimento della Fenice, che vedeva sul podio un giovane promettente e già rivelatosi annegato nella praticaccia, Gaetano D’Espinosa. Il grande maestro a settembre compirà ottantacinque anni. Oggi in grado di dirigere la difficillima partitura altrettanto bene ci sono solo, non in Italia, al mondo, Elio Boncompagni, prossimo e compire gli ottantatré, Gabriele Ferro, prossimo a compire i settantanove, Riccardo Muti (specie se correggerà gli errori di scelta dell’edizione), che a luglio compirà i settantacinque, e Donato Renzetti, che a gennaio ne ha fatti sessantasei. Nessuno fra quelli venuti dopo ha la cultura, la tecnica e l’esperienza per affrontare uno dei vertici dell’intero teatro musicale. La difficoltà tecnica e stilistica di partiture come la Norma, che i non italiani non immaginano nemmeno, rende inetti allo scopo anche maestri che in Wagner e Strauss fanno benissimo. Se dovessi pensare a un non italiano in grado di fare bene la Norma il solo che mi viene è il coltissimo e bravissimo inglese Mark Elder (1947), il quale è con Renzetti il ragazzo della comitiva.

“Il Fatto Quotidiano”, 23. II. 2016.

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 I migliori direttori d’orchestra sono oggi gli ultrasettantenni: Herbert Blomstedt, 1927; Bernard Haitink, 1929; Nello Santi, 1931; Elio Boncompagni, 1933; Gabriele Ferro, 1937, Riccardo Muti, 1941. In un bel concerto diretto al napoletano San Carlo da Ralf Weikert, del 1940, ascolto la prima Suite sinfonica del Cavaliere della rosa di Richard Strauss.

   Le due Suites sono intessute dei Valzer di questo capolavoro del teatro musicale, apparentemente comico ma, come i Maestri cantori di Wagner e il Falstaff di Verdi, capace di mettere in luce alla luce del sorriso l’intera vicenda umana. La vicenda del Cavaliere, straordinaria invenzione di Hugo von Hofmannsthal, si svolge nella Vienna di Maria Teresa: ma Strauss è ricorso all’anacronismo (in effetto solo in apparenza tale) di mettere il Valzer in luogo delle danze settecentesche che avrebbero dato un colorito storicamente esatto. Se ne scandalizzò Thomas Mann il quale, grandissimo conoscitore di musica e sulla musica grande scrittore, di Strauss non capì nulla.

19/02/2016 RAI 1
MILLE E UN LIBRO - 23.30 - Durata: 00.16.37
Conduttore: MARZULLO GIGI


Editoria. Il libro "Altri canti di Marte" di Paolo Isotta, Marsilio. Ospite: Paolo Isotta (scrittore) In collegamento: Gennaro Sangiuliano (giornalista); Sarina Biraghi (giornalista)

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“Il Fatto Quotidiano”, 16. II. 2016.

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I miei migliori amici sono fra i pazzi. Un amico del cuore i lettori del “Fatto” lo conoscono perché impreziosisce le nostre pagine: Pietrangelo Buttafuoco. Uno della sua isola, la Sicania, un pazzo sommo e lucidissimo, Pirandello, scrisse un testo immortale, La Patente. L'atto unico del girgentino riguarda la jettatura. Pietrangelo ha una patente, autentica e bollata, di pazzia, unita alla genialità e nel suo caso indisgiungibile.

   Di Nazzareno Carusi, grande pianista, ho sovente scritto. E' un uomo gioviale e distinto ma a conoscerlo bene la pazzia si manifesta. Basti questo: ha composto un pezzo di pianoforte e nastro magnetico, stile super-Avanguardia, dal titolo Pòllini, senza impegno. Una deliziosa presa in giro del pianista Maurizio Pollìni e del suo culto per il falso compositore Luigi Nono. Un brano di costui, dal titolo Sofferte onde serene, per lo stesso organico, ridicolo in proprio e non per intento parodistico, venne tenuto a battesimo dal Pollìni fra le prosternazioni e l'estasi di cretini e servi.

“Il Fatto Quotidiano”, 24. XI. 2015.

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La notizia, di sabato, che Antonio Bassolino ha ufficialmente annunciato la sua candidatura a sindaco di Napoli ha messo in moto reazioni a Napoli e a Roma. Un bel commento l’ha fatto un mio grande amico, Paolo Macry, in un editoriale del “Corriere del Mezzogiorno” di domenica. Egli osserva che mai sfida per il navigatissimo ma non vecchio politico fu più ardua: egli dovrà lottare non tanto contro la destra quanto contro i Cinque stelle e contro l’uscente De Magistris, una vera incognita.   Don Antuono (il suo Santo è quello del 17 gennaio al quale a Napoli è intitolato un popolanissimo Borgo) avrà tuttavia un più insidioso avversario: il partito dal quale proviene. La sensazione, stagnante nell’aria da mesi, s’è concretata in fatto. E’ per stabilirsi nel Pd che alle primarie non possano concorrere coloro che già sono stati sindaci, sebbene la legge lo consenta. Il Pd, nel quale troppo resta del vecchio Pci, preferisce perdere le elezioni che vincerle con Bassolino. Perché anche in questo partito nessuno parla più di politica, non voglio dire di Politica. Uno splendido commento l’ha fatto martedì sul “Corriere del Mezzogiorno” un altro mio grande amico, Enzo D’Errico: il Pd lavora per De Magistris: “Ci ritroveremo così con una città consegnata dai generali di Renzi al più anti-renziano dei sindaci italiani. Un paradosso che sconfina nella demenzialità, un capolavoro del nonsense politico che avrebbe ingolosito Marx (parliamo di Goucho, ovviamente)”

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Carissimo

ho letto con commozione e gratitudine le pagine così elogiative che mi dedichi nei tuoi due ultimi e fortunati libri La virtù dell’elefante e Altri canti di Marte, opere letterarie di profonda erudizione, di amore per la musica e per la vita. Siamo nati nello stesso anno il 1950. Abbiamo vissuto decenni gloriosi per il mondo musicale e conosciuto grandi Maestri; oggi, purtroppo, molte cose sono cambiate. Nella stessa direzione d’orchestra sembrano prevalere logiche di marketing, sideralmente lontane da ciò che dovrebbe essere richiesto per esercitare degnamente tale professione.

   Manca troppo spesso la necessaria preparazione, lo studio severo della partitura, vera fonte di gioia! Che comporta un’assimilazione delle regole dell’armonia, della strumentazione, del contrappunto. Gestualità caotiche senza una tecnica elemento basilare per ognuno: l’arte è dono del cielo. E quante volte sembra latitare l’amore per il canto, la necessaria umiltà, il porgersi in maniera semplice con quella sicurezza che proviene dalla bravura.

Intervista di Paolo Isotta a Luca Ciammarughi di "Radio Classica"

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Nota: L'intervista inizia al minuto 28.20 circa

Pubblicato il 10 febbraio 2016 da Giovanni Vasso su www.barbadillo.it

 

“Adesso la maschera è caduta e rivelazione di me stesso più bella non poteva essere fatta: io, e questo libro, offendiamo la Cultura”. 

Che San Gennaro ce lo conservi così, per almeno altri cento anni. Basta un pugno di parole per mettere kappaò le fisime sbronze che da decenni ammorbano la sedicente intelligencjia italiana. E bastano scarse seicento pagine per sperare che, un giorno, Paolo Isotta sarà tra i classici a spernacchiare la boria insopportabile dei sapientoni che gigioneggiano negli agguerritissimi salotti dei ciucci presuntuosi.

“Il Fatto Quotidiano”, 31. I. 2016.

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 In questi giorni si rappresenta al San Carlo di Napoli La vedova allegra di Franz Lehar (prima esecuzione 1905), formalmente un’Operetta ma, come tante cose di questo grandissimo Autore (basterebbe il Valzer Oro e argento, un piccolo, squisito Poema sinfonico, a decretarne l’immortalità), un capolavoro musicale. Di fronte al valore dell’ispirazione le distinzioni fra i “generi”, l’alto, il mediano, il basso, sono prive di senso: e d’altronde, non sono i Beatles e i Rolling stones i migliori compositori d’avanguardia degli ultimi tre decenn^i?

Primo punto di forza il direttore d’orchestra Alfred Eschwé: posso dirlo io che ho ascoltato la Vedova sotto la bacchetta del sommo Lovro von Matacic e ricordo che Karajan di questa partitura aveva più paura che del Crepuscolo degli Dei: Eschwé affronta con professionismo di alta qualità ma pure semplicità ed efficacia di gesto un testo difficillimo. Secondo: viene aggiunta, secondo la prassi dell’Operetta, non rigida come quella del teatro musicale “dotto”, una canzone e ampliata la parte insignificante del comprimario Njegus, per consentire la partecipazione di Peppe Barra, che definire “grande” è pleonastico. Terzo: e credo si debba come il secondo al regista Federico Tiezzi: alla parte del barone Mirko Zeta è aggiunta un’altra canzone napoletana.

“Corriere del Mezzogiorno”, 27. I. 2016.

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Paolo Isotta ha presentato Le serenate del Ciclone di Romana Petri, editore Neri Pozza, alla Galleria napoletana “Blu di Prussia”.

  • Maestro, come mai Lei presenta un romanzo?

Le serenate del Ciclone è un libro magnifico. Romana Petri compie il salto difficile dallo stato di ottimo scrittore a quello di grande scrittore. E poi il libro è solo in apparenza un romanzo.

 

  • Perché?

Del romanzo ha la forma narrativa, la scioltezza; probabilmente molti trapassi sono opera di fantasia. Ma la sostanza è autentica. Le serenate del Ciclone è la storia del padre di Romana, Mario Petri: quindi il libro mi coinvolge come lettore, come storico della musica e, fortemente, da un punto di vista emotivo.