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Libero, 12. VII. 2019  

In questi giorni ho riletto L’educazione sentimentale di Flaubert. Dovrei dire: ho letto. Dal 1971 non so dire quante volte ho riattraversato l’immenso romanzo. E sempre è come se fosse la prima. Tale è la sorpresa che di fronte a tanta arte si prova, la gratitudine verso chi l’ha creata per donarcela. Di fronte a poche altre narrazioni si prova lo stesso sentimento. Naturalmente, al primo posto sono I promessi sposi; beninteso, nelle due versioni. Giovanni Macchia afferma addirittura la superiorità del cosiddetto Fermo e Lucia sul romanzo del 1827 e del 1840. Io non posseggo l’autorità per pronunciarmi: dico solo che ne leggo ad anni alterni l’uno e l’altro. Certo un legame fra il capolavoro di Flaubert e quello di Manzoni sta in ciò: la descrizione della matta bestialità della folla nella seconda parte della rivoluzione parigina del 1848, quella propriamente volta a instaurare il comunismo, è la sola degna di esser accostata alla rivolta dei forni di Manzoni. Poi, la sfiducia nella democrazia, ch’è oggetto di terribile sarcasmo nelle scene dei clubs, è una sfiducia nella possibilità che l’uomo ragioni: ancora Flaubert è fratello minore di Manzoni. Quanto il Normanno conoscesse il Milanese, non so. Figuratevi che l’epistolario (un altro dei suoi capolavori) nella pomposissima edizione della Pléiade manca, non dico dell’indice analitico, dell’indice dei nomi.  Mi sono cascate le braccia: e mi sono arreso.

   Or un altro crimine spaventoso compì la folla. Sempre a Milano: ma nel 1814. Caduto Napoleone, e con lui il Regno d’Italia, la marmaglia filoaustriaca, per costituirsi un’anticipata benemerenza, andò a casa del conte Prina, il ministro delle finanze, lo buttò dalla finestra, lo straziò per tre ore. Tanto durò il linciaggio, prima che la morte pietosa non facesse cessare il tormento dello sventurato. Prina abitava a pochi passi dalla casa di Manzoni. Il quale, presente, non manifestò alcuno sdegno per il delitto. Ma nel romanzo si emenda con l’assalto al palazzo del Vicario di provvisione. Su quel “chilo agro e stentato” del Vicario Sciascia ha costruito una delle mirabili Cronachette, scoprendo una torbidissima sottostante vicenda. 

   Ho affermato più volte che uno dei culti della mia vita è Leonardo Sciascia. L’estate del 2017, mentre attendevo alla correzione di un impegnativo libro, l’ho dedicata a rileggere l’intera opera di questo genio. L’avevo anche conosciuto, seppur poco. Ricordo, a tavola, lunghissimi silenzî, quegli occhi pazienti che ti scrutavano da lontananze difficili da calcolare, la ceneriera sempre accanto al piatto: un boccone, una boccata. Sciascia non è soltanto il narratore che sappiamo, il saggista che sappiamo. Ricorda Salvatore Silvano Nigro che nella sua narrazione c’è sempre il saggio, che nel suo saggio c’è sempre la narrazione. L’induzione a interrogarsi, che ti viene anche solo da un inciso. Nel mio piccolo, lo considero anche il mio modello di prosa.

   La ricerca storica di Sciascia è di quelle fatte per appassionare i viziosi della lettura, quale sono io. L’amore per i cosiddetti petits faits. La capacità archivistica alla ricerca di quella carta da far parlare, e parlare sì che un sol particolare cambia il piano d’insieme. L’esempio massimo sono, appunto, le ricerche manzoniane del Sommo di Racalmuto. Con l’occasione debbo ribadire quanto egli, e Nigro con lui, dichiarano: la Storia della Colonna Infame è parte integrante dei Promessi sposi, e che le edizioni correnti del Romanzo dei Romanzi la omettano mostra ancora che l’Italia e la cultura in genere con Manzoni non sono stati all’altezza di fare i conti. A partire da Goethe.

   Dunque, a leggere La funesta docilità (Sellerio, pp.210, euro 15), l’ultimo libro di Salvatore Silvano Nigro, uno dei nostri grandi manzoniani e grandi sciasciani, si apre davvero il cuore. E non solo ai viziosi della lettura. Questa splendida opera letteraria è un dialogo con Manzoni attraverso Sciascia (in parte anche Natalia Ginzburg): è dedicata a costringere Manzoni a confessioni che non vuol fare attraverso dubbî che già Sciascia insinuò. Le parti generali sono impressionanti. In quale misura Manzoni è davvero cattolico? Come mai un paese che cattolico si dichiara lo respinge? Qual è l’autentica funzione del cardinale Federico? Come può conciliarsi il totale pessimismo storico di Alessandro con la sua dichiarata fede nella Provvidenza? E chi è il vero vincitore, alla fine del romanzo? C’ero arrivato persino io, da solo: Don Abbondio. Che è anche colui al quale Alessandro commette di dire le verità, la verità.

   Nigro parte proprio dall’assassinio di Prina. Sciascia e Nigro leggono spettrograficamente il romanzo per trovare l’eco di un tardivo rimorso a tanto egoismo, ch’è poi la funesta docilità provata anche dai buoni nei confronti del crimine. E rileggono l’assalto al palazzo del Vicario di Provvisione, il terribile sadismo della folla. Nessuno come Manzoni (e, ripeto, Flaubert: neanche Tolstoj) descrive la violenza della massa; e quella del potere, nel caso degli “untori”. E nessuno come Nigro, che si muove in Manzoni guidato da Sciascia come Dante è guidato da Virgilio, sa far confessare la prosa del Sommo. (Sia chiaro, e senza offesa: Virgilio è poeta superiore a Dante).

   A questo libro difficile come tutte le cose a lungo pensate e che fanno pensare auguro gran fortuna. Posso permettermelo. Nigro e io siamo insieme nella terna di un importante premio, il “Napoli”. Non posso augurarmi ch’egli mi superi. Ma se ciò avvenisse, non potrei dire che si tratta di un atto d’ingiustizia, e di esser superato da lui sarei comunque fiero.

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26.VI.2019

 “Cecilia Bartoli non canterà più alla Scala per solidarietà con il soprintendente uscente Alexander Pereira.” Te la presentano come quando Maria Callas interruppe la recita della Norma all’Opera di Roma. Costei è una cantantuccia che sostiene di esser specializzata nel repertorio barocco, ha per voce la punta di uno spillo e i suoi fans sono le più disperate recchie liriche. Una delle colpe di Pereira è proprio lo spazio che le ha attribuito. Questo è il livello della discussione: si parla della Bartoli.

   La successione a Pereira è una farsa con tratti turpi. Il 28 giugno verrà nominato (non si sa se dal 2020 o dal 2022) Dominique Meyer, un colto e onesto alsaziano, fin qui soprintendente a Vienna. Poteva essere la soluzione naturale. Ci si è giunti, invece, solo perché i genî della strategia, che volevano mettere le zampe sulla Scala, hanno fatto una tale serie di errori da portare alla designazione di Meyer per eterogenesi dei fini.

   Pereira non è il mostro che è stato descritto. È un esperto amministratore che da Zurigo a Salisburgo si è fatto un curriculum importante. Soprattutto, è un essere umano: non proviene dall’impazzito sistema italiano nel quale l’odio per bande ideologiche è l’unica legge. Ha allestito molte cose furbe, molte cose per la massa: oggi credo sia impossibile regolarsi diversamente: se mi dessero un milione al giorno per fare il soprintendente direi di no.  Ma ha prodotto molte cose belle, di ampio respiro internazionale. Il confronto col suo predecessore Lissner non si pone.  Gli hanno dato la croce addosso per la sua capacità di trovare finanziamenti. Pecunia non olet: perché quella araba dovrebbe far schifo?

    Per sostituirlo, come se si dovesse nominare il capo del personale di una ditta di calcestruzzo, hanno affidato la scelta a una società di “cacciatori di teste”. Non sto scherzando. Il soprintendente del più importante teatro italiano, di uno dei produttori di cultura principali del nostro paese, fatto valutare da burocrati aziendali. È cominciata la girandola dei nomi. Tutti intercambiabili. Perché tutti i soprintendenti italiani (tranne Pereira) sono stati nominati da Nastasi, l’ex boss giannilettiano-renziano del Ministero dei Beni Culturali, l’ex Commissario a Bagnoli (dove non ha spostato nemmeno una pietra), l’ex vicesegretario della Presidenza del Consiglio. E siccome posseggono solo il riflesso condizionato obbediscono a Nastasi anche se non comanda più. Dal San Carlo (Rosanna Purchia), al Petruzzelli (Massimo Biscardi), all’Opera di Roma (Carlo Fuortes), al Maggio Musicale Fiorentino (Cristiano Chiarot). Quest’ultimo avrebbe – nastasianamente -  avuto più titoli di tutti. Da direttore marketing della Fenice era diventato soprintendente: e aveva abbassato la programmazione oltre ogni dire, convinto di averne fatto la nuova Atene. A Nastasi, Nardella e Renzi serviva un pollastro al quale imputare l’inevitabile (e prossimo) fallimento del teatro più indebitato del mondo: se poi San Giovanni Evangelista avesse fatto l’impossibile miracolo, il merito era loro. Eccoti il cattocomunistello della provincia veneta. Gli hanno dato, fra il 2017 e il 2019, somme che ci permetterebbero di scavare da capo Pompei, Ercolano e Oplonti. Ciò non ostante, debiti restano stratosferici: le centinaia di milioni sono finite in un ”black hole”. Ma siccome in Italia basta avere un posto di guardacessi per sentirsi qualcuno, il povero Chiarot, che aveva sviluppato la sindrome sin da Venezia, ora si crede la reicarnazione del maestro Siciliani e del maestro Vlad. Spiega ai direttori d’orchestra come si tiene la bacchetta in mano, come si concertano le opere, quali sono i tempi giusti nell’Otello di Rossini e nel Cortez di Spontini. Spiega ai compositori defunti (Wagner, Bizet….) come si scrivono le opere, e gliele rifà se non sono politically correct. Non scherzo. Ha trasformato la Carmen, che finisce nel modo più tragico, con l’uccisione di Don Josè da parte di lei: invece che con la morte di Carmen, ammazzata disperatamente da don Josè. La tragedia dell’eros come maledizione: trasformata nel femminismo che prevale pressi i cretini, come la vendetta della sigaraia oppressa dal maschio. Un mio conoscente, regista di prima sfera, gli ha chiesto: “Ma come hai potuto farlo?” Egli ha risposto: “Non capisci che tutti i giornali del mondo parleranno di me?” Questo è il soprintendente che, se la Purchia è stata fatta Grande Ufficiale, va nominato almeno capo dello Stato.  Negli spazi liberi dagli ordini di scuderia.

   I “cacciatori di teste” hanno invece designato un furbastro levantino dai capelli tinti, questo Fuortes, che già s’era illustrato come commissario nastasiano a Bari e all’Arena: quale unico possibile e meraviglioso salvatore della Scala.  Stava particolarmente a cuore, oltre che a Nastasi, a Francesco Micheli, che alla sua età vuol fare il soprintendente per interposto levantino. Era a un millimetro dalla nomina.  Solo che, a quanto si è appreso, tale società di “cacciatori” appartiene a un taluno del quale lo stesso Fuortes è dipendente. Così la somma di tante turpitudini ha prodotto Meyer, uno che potrà essere, se non, come ci auguriamo, un grande soprintendente, di certo un soprintendente normale. Gli altri, quelli che ho nominati e anche i non nominati, sono dei mostri.  Monstrum significa prodigio della natura.  Capaci, infatti, di arrivare a un locupletatissimo posto pubblico per il quale mai avrebbero trovato concorrenti peggiori di loro.

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Libero, 27. VI. 2019

   Ho da raccontare una storia tristissima e bellissima.

   Alcuni dei miei amici del cuore risiedono a Milano; e sono per lo più milanesi. C’è un nucleo storico risalente agli Ottanta. Ho lavorato nella città di Sant’Ambrogio dal 1974 al 2015: nella cosiddetta professione non ho avuto amicizie, e persino poche solidarietà, se si eccettua Vittorio Feltri e qualche defunto. Il nucleo storico si formò per cooptazione. Dapprima una diade: Stenio Solinas e io. Attorno a essa gli altri si raggrupparono: Roberto Zavaglia, Angelo Cassanelli, Francesco Bergomi, Luciano Pignatelli, indi, più tardivi, Roberto Giussani e Luigi Corbani. Diversissimi fra noi, eppure dotati d’un affetto, una reciproca comprensione, uno spirito di corpo, che posso definire solo meravigliosi. Ci vedevamo, ci vediamo e ci vedremo, al ristorante, giustificazione per gl’incontri. Ma le riunioni più intense avvenivano nella bellissima casa di via Rossini di Gabriele Ghezzi. Gabriele se n’è andato questa notte dopo una lunga malattia che abbiamo vissuta tutti con angoscia.

   Era un industriale, il tipico laborioso milanese dotato d’inventiva e qualità di leader: nel suo ramo, lo era. Ma era uno degli uomini più spiritosi che abbia conosciuti. In queste ore rievoco le sue battute: si affollano alla memoria talmente che traboccano. Mi pare di rivivere i singoli momenti di quest’amicizia, che nel ricordo sono innumerevoli e tutti compresenti.  Perché i milanesi d’antico ceppo posseggono uno straordinario senso dell’umorismo oggi inimmaginabile dato il melting pot che questa città è diventata. Gabriele sapeva fare tutti i dialetti, anche quelli del sud, cogliendo la differenza tra Napoli, Castellammare, Torre Annnunziata, Pontecagnano, Bari, Foggia, Palermo. Ci telefonavamo di continuo per passarci le ultime barzellette. Più di trent’anni fa frequentavamo un festival musicale a Salerno (da lui ribattezzato “Salierno festivàl”) e una notte, per l’imitazione che dava dell’organizzatore, tornando a Napoli in macchina, Roberto Zavaglia s’intese male per il troppo ridere. Un’altra sua specialità era l’imitazione del nostro (meraviglioso) sarto Michele Siano, originario di Fisciano (sempre Salerno) con l’àtelier in via Cerva, che tentava di toscaneggiare, e non riusciva né nell’italiano né nel napoletano. Come il m° Muti.

   Gabriele non era un “intellettuale”: altrimenti non l’avremmo frequentato, nessuno di noi essendolo e anzi avendo per tratto comune il disprezzo per l’”intellettuale” di professione. Ma era un uomo colto e, soprattutto, dotato d’una fortissima spiritualità. Tuti ricordiamo il duro periodo quando s’innamorò perdutamente di Laura, che non lo voleva. Egli la seppe corteggiare con una pazienza, una cortesia, un à propos, tali, che alla fine ella cedette. Non per stanchezza, come dopo i lunghi assedî, ma perché con la sua intelligenza e finezza, capì chi fosse Gabriele. Dal loro matrimonio è nato Stefano; e loro gli hanno voluto dare un fratello minore, adottato in Sudamerica, il più delizioso monello che conosca, Daniel. Poi, e per noi importantissimo, Laura è diventata la sorella di ognuno di noi.

   Ho visto Gabriele l’ultima volta a settembre, a Santa Margherita. Era stato operato due volte. Non ho mai incontrato tanta serenità (non dirò stoicismo) di fronte a una morte certa e prossima. Faceva finta di niente; e finché ha potuto, anche paralizzato a letto, si faceva raccontare barzellette dagli amici che non l’hanno lasciato un giorno. Ma ciò che hanno compito per lui Laura e i figli è di questi tempi incredibile. Non hanno voluto che morisse in ospedale. Non hanno voluto venisse assistito da pur pietose mani di estranei. L’hanno assistito giorno e notte per quasi un anno: loro, e solo loro. Di fronte a un caso siffatto s’impara a rispettare gli esseri umani; a riconoscere che ce ne sono di migliori di noi. Perché l’amore esiste: e questo ne è una prova.

   Gabriele era profondamente religioso.  Lui è riuscito a dare a modo suo un senso a tanta sofferenza. Io posso solo ricordare quel che Maeterlinck mette in bocca ad Arkel nel Pelléas et Mélisande: “Si j’etais Dieu, j’aurais pitié du coeur des hommes.” Ossia: “Se fossi Dio, avrei pietà del cuore degli uomini”. E se Dio esistesse, Gabriele avrebbe diritto ora di vederlo.

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 Il Fatto Quotidiano, 20. VI. 2019

Lo confesso. I romanzi di Montalbano sono stati per anni una delle mie droghe. Come ne usciva uno, ero il primo a prenderlo. E lasciavo qualsiasi altra lettura, qualsiasi altro lavoro, finché non l’avessi finito.

    I limiti me ne erano, e sono, palesi. Trame un po’ cervellotiche. Un sotteso manifesto politico non sempre degno di un grande scrittore. Ma il piacere di narrare, il piacere di farsi leggere. In Camilleri c’è qualcosa di Soldati, uno dei sommi narratori degli ultimi decennî, che ancora non è stato riconosciuto da tutti per tale. E poi: costruire i cicli è da pochi. Il ciclo narrativo ti dà la rassicurazione di trovare luoghi e personaggi familiari sempre lì, immobilizzando l’edax tempus, e dà anche a te l’illusione di non invecchiare. Ma per costruire un ciclo senza renderti ridicolo o stucchevole, devi essere un grande scrittore. Devi essere Dumas e Balzac. Camilleri è stato il Balzac di Porto Empedocle. E poi, non è nemmeno vero che i romanzi di Montalbano siano solo cosa commerciale: come il ciclo televisivo avente a protagonista il bravo e antipatico Zingaretti. Ci sono finezze psicologiche nelle figurette dei comprimarî; c’è l’acre ironia con la quale vengono descritti il Questore, il suo capo di gabinetto, i magistrati.

   Camilleri ha lavorato tutta la vita da uomo di cultura, e anche da eccellente regista. Il successo gli è arriso tardi; chi potrebbe rimproverargli di aver voluto arrivare anche al successo commerciale? Il vero punto debole del ciclo Montalbano è una finta lingua, che non è siciliano e non è italiano, un’esca lanciata al lettore sprovveduto per far colore locale a buon mercato. In questo, Camilleri ha tradito la sua terra.

   Montalbano muore con lui. Ma vivrà il resto della sua produzione, quella “alta”, che i romanzi commerciali hanno messo in ombra. Innanzitutto: c’è il grande indagatore di Pirandello e Sciascia, che meriterebbe subito un’edizione a parte. La Biografia del figlio cambiato (2000) è un’opera squisita ed erudita che da sola farebbe la grandezza di uno scrittore. Poi c’è un romanzo atrocissimo, basato su ricerche storiche e dedicato al clero siciliano. Esso è stato sempre il più corrotto, il più materialista, il più colluso con la mafia, il più interno alla gestione del potere e degli affari. Leggete La setta degli angeli (2011) e trasecolate di orrore e ammirazione. Leggete La bolla di componenda (1993). Dante occupa uno dei più sottili episodî teologici dell’Inferno, quello di Guido di Montefeltro, per spiegare il complessissimo meccanismo dell’assoluzione: onde un peccatore, divenuto santo penitente, va all’Inferno per un vizio di procedura. I preti siciliani vendevano le assoluzioni, bollate: col peccato e la data della sua commissione in bianco, da riempirsi dall’acquirente. Ognuno poteva ammazzare chi voleva e quando voleva.

   E poi ci sono tanti altri romanzi meravigliosi. Ripeto: la capacità di Camilleri di inventare trame è straordinaria, e il piacere di narrare è degno di Soldati. Insieme con un’immaginazione di un grottesco loico ch’è al mille per mille siciliano, e lo fa erede di Pirandello, Sciascia, ma anche in parte dei siciliani orientali, Verga e De Roberto. Il birraio di Preston (dove si mostra persino musicologo di vaglia), La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il figlio del Negus, La scomparsa di Cutò. Questo è il grande Camilleri.  Che, nel rievocarlo, il meglio non venga schiacciato dal peggio.

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Libero, 19. VI. 2019

Per capire la personalità di Franco Zeffirelli, la sua cattiveria insieme col suo genio, occorre andare agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. E senza basarsi sull’autobiografia. Bugiardo com’era, dichiarò a un’amica: “Quella, la scrissi pe’ grulli!”

   Provate a immaginare che cosa significasse, nell’Italietta perbenista anteguerra, nascere figlio illegittimo. Con un padre che non ti vuole riconoscere e una madre che non ti vuole in casa. Poi la madre si convince e subito dopo muore. Lui sbattuto come un sacco di patate da un collegio a una zia: l’unica ch’ebbe umanità verso di lui. Fatevi strada nella vita partendo così da sotto zero. Si sviluppa una cattiveria da volpe: intelligenza, fiuto, capacità di dissimulazione. Per esser grande, dice Machiavelli, occorre essere “golpe e leone”. Fu solo volpe, ma questo gli consentì di arrivare in alto a lasciare una grande traccia artistica, insieme con cose di gusto efferato e insincere.

   Poi viene il rapporto con Luchino Visconti, del quale fu per anni l’”assistente”: ossia il convivente, oltre che la cameriera. Visconti tendeva a trattare chiunque come la propria cameriera. Ma in un modo che va spiegato. Noi napoletani, i siciliani all’antica, consideriamo la servitù persone di famiglia: ci assumiamo verso di loro tutti gli obblighi che il patronus ha verso il cliens, persino di tipo affettivo. Per Visconti, gli altri erano cose. Altra piaga immedicabile che ha segnato l’animo di Zeffirelli. Lui era un monello fiorentino; quello un parvenu milanese. Com’è andata a finire?

   In fondo, lo considerano un Visconti dei poveri. Credo che il tempo abbia mostrato che Visconti era un velleitario, un viziato, che ha fatto qualche buona regia teatrale, pochi films degni di sopravvivere, e quasi solo cose ridicole, ridondanti, frutto di un ricco che si credeva Eisenstein e Stanislavskij. Di lui oggi si può vedere Il gattopardo, per l’altezza del romanzo scelto (chi sa chi glielo aveva suggerito?), per la grandezza degli attori, e perché si era innamorato a tal punto di Alain Delon da andare di là da se stesso, riuscendo a un bel film. Che però vergognosamente tradisce Lampedusa, cambiando il finale di uno dei grandi romanzi del Novecento, perché al genio Luchino tale finale non talentava. C’è Senso: quello, sì, si potrà sempre ammirare. Il resto è cenere. E quanto a recchie, poi, non ne parliamo. Si fingeva un platonico romantico, si chiavava gli attori senza dar nulla loro per il metus reverentialis che incuteva, da padroncino lombardo che si scopa la dattilografa e, siccome era un misto di comunista e milanese piccolo-borghese, non solo si “velava”, ma avrebbe mandato gli altri ricchioni al gulag. Zeffirelli non era un Visconti dei poveri. Era un grandissimo talento. Aveva fatto la gavetta, e conosceva i meccanismi tecnici della regia cinematografica e teatrale molto meglio di quel superficiale enfant gaté che faceva il comunista dall’alto del suo patrimonio d’industriale e si faceva ridere dietro da tutti per il suo conato di dichiararsi discendente dai Signori di Milano mentre era solo rampollo di contadini arricchitisi per aver venduto il foraggio a Napoleone. Nella sua famiglia, poggiante sulla solida ricchezza della “Carlo Erba”, portavano questi nomi propri: Luchino, Verde, Violante, Eriprando… A Napoli e Palermo li avrebbero presi a pernacchi per strada. A Milano si prosternavano. L’argent fait tout.

   Alcune regie di Zeffirelli sono fra i capolavori del teatro di tutti i tempi. Quella Bohème della Scala rese palese tutto quanto, nella sua reticenza, Puccini nasconde nel suo capolavoro. Ne fa esplodere gioia e immedicabile dolore.  Quel suo Otello, sempre alla Scala, mostra l’incredibile divario fra una meravigliosa Tragedia di Shakespeare e un’Opera ove il vecchio Verdi riesce a indagare lo stesso mistero del Male, inventando il personaggio di Jago che il Bardo di Stratford intuisce senza sviluppare. Quelle due Aide, trionfo mondiale, piene della perversione psicologica che Verdi ha saputo inventare nell’eros inteso solo quale sacrificio, ove il personaggio di Amneris, per la quale l’eros coincide con la volontà di potenza, torreggia. E dove, come pochi altri registi, riesce a render plausibile senza farla stucchevole la ricerca archeologica di Verdi, tradotta in musica come in simbolo mitico. L’Aida del 1976 contiene un mio ricordo personale struggente. Sul podio, uno dei giganti della direzione d’orchestra, Thomas Schippers: già malato a morte, costretto a bere di continuo sul podio qualcosa che lo tenesse su. La critica musicale, per cupiditas serviendi verso il clan Abbado, massacrò Schippers come un abusivo. Non avrebbero osato, nonostante tutto, se non fosse stato morente. Zeffirelli gli stette vicino come un fratello. Forse il suo capolavoro fu Antony and Cleopatra di Samuel Barber: prima assoluta, Metropolitan, 1966. Ridusse egli stesso per il grande Maestro la Tragedia di Shakespeare in un poema drammatico in inglese.

  Non parliamo del suo Shakespeare al cinema. La bisbetica domata, Romeo e Giulietta. Meraviglie che resteranno.

   Se si guarda alla rete dei rapporti – Visconti, Barber, Schippers, Menotti, Bonynge (il marito di Joan Sutherland, per la quale diva pure immaginò alcune grandi regie –), etc., si vede ch’è tutto un mondo di recchie. I cretini col complesso di persecuzione dicono sempre della lobby gay. Che fesseria! Le recchie, in genere, tra loro si detestano, si invidiano e si combattono. Fu più convivenza che complicità: a parte la turpe servitù verso Visconti, dalla quale si liberò.

   Mi odiava. Ho avuto la sventura di fare per quarant’anni il critico musicale, e, con lo sciocco vezzo di dire sempre la mia opinione, ho attaccato alcune regie liriche sue risibili e, soprattutto, demagogiche. Una Traviata all’Opera di Roma durante la quale, nella scena del giuoco del II atto, una proiezione mostrava una Violetta trasfigurata planante con ali d’angelo sulla scena! Era il suo tratto Kitsch. Perché era un retore. Si fingeva cattolico, figuriamoci. Si fingeva un adepto di “Dio-Patria-Famiglia”. Figuriamoci. Ha fatto il parlamentare per Berlusconi, possedendo tutti i motivi per disprezzarlo: avevano troppi tratti in comune, e Zeffirelli doveva fiutarlo, essendo forse più intelligente di lui: con quella antipatica e malevola intelligenza dei toscani. Infine, e qui c’è da scompisciarsi: se c’era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale (termine clinico che peraltro mi spiace), era lui. Lo sapeva qualunque pietra della via. Ma da quando aveva deciso di costruirsi un’immagine perbenista, raccontava panzane del tipo: avrei un’inclinazione spirituale ma, da cattolico, non l’ho mai praticata. Si è fatto i più bei ragazzi italiani, dagli anni Cinquanta in poi, etero e omosessuali, preferibilmente etero, e sposati. Aveva un genere di vita così disinvolto che gli ospiti della sua villa di Positano venivano portati dal cameriere nei negozî: questo celebre Dorino, naturalmente una recchia toscana, gabellava di poter procurare sconti favolosi, faceva pagare i pezzi il doppio e pigliava la stecca dai negozianti. Però tutti (non io) in quella villa sono stati invitati: era ospite generosissimo.

  L’ultima volta che parlò di me, dichiarò al “Messaggero”: “Isotta è un cretino”.

  Che peccato sia stato tanto ipocrita. Inutilmente. In questo, vedo un tratto di schizofrenia. Come vedo un tratto di psicopatia il suo aver affidato la sua Fondazione in mani non degne.

   Era falso, era cattivo (e anche molto buono), era intelligente (anche se faceva il cretino). Tutte le parti negative scompaiono con la sua vita. Ci resta il genio.

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 Il Fatto Quotidiano, 17. VI. 2019

   Mi odiava. Ho avuto la sventura di fare per quarant’anni il critico musicale, e, con lo sciocco vezzo di dire sempre la mia opinione, ho attaccato alcune regie liriche sue risibili e, soprattutto, demagogiche. Perché era un retore. Si fingeva cattolico, figuriamoci. Si fingeva un adepto di “Dio-Patria-Famiglia”. Figuriamoci. Ha fatto il parlamentare per Berlusconi, possedendo tutti i motivi per disprezzarlo: avevano troppi tratti in comune, e Zeffirelli doveva fiutarlo, essendo forse più intelligente di lui: con quella antipatica e malevola intelligenza dei toscani. Infine, e qui c’è da scompisciarsi: se c’era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale (termine clinico che peraltro mi spiace), era lui. Lo sapeva qualunque pietra della via. Ma da quando aveva deciso di costruirsi un’immagine perbenista, raccontava panzane del tipo: avrei un’inclinazione spirituale ma, da cattolico, non l’ho mai praticata. Si è fatto i più bei ragazzi italiani, dagli anni Cinquanta in poi, etero e omosessuali, preferibilmente etero, e sposati. Aveva un genere di vita così disinvolto che gli ospiti della sua villa di Positano venivano portati dal cameriere nei negozî: questo celebre Dorino gabellava di poter procurare sconti favolosi, faceva pagare i pezzi il doppio e pigliava la stecca dai negozianti. Però tutti (non io) in quella villa sono stati ospiti: era ospite generoso, anzi generosissimo.

  L’ultima volta che parlò di me, dichiarò al “Messaggero”: “Isotta è un cretino”.

  Che peccato sia stato tanto ipocrita. Inutilmente. In questo, vedo un tratto di schizofrenia. Come vedo un tratto di psicopatia il suo aver affidato la sua Fondazione in mani non degne.

  In fondo, lo considerano un Visconti dei poveri. Credo che il tempo abbia già mostrato che Visconti era un velleitario, un viziato, che ha fatto qualche buona regia teatrale, pochi films degni di sopravvivere, e quasi solo cose ridicole, ridondanti, frutto di un ricco che si credeva Eisenstein e Stanislavskij. Di lui oggi si può davvero vedere Il gattopardo, per l’altezza del romanzo scelto (chi sa chi glielo aveva suggerito?), per la grandezza degli attori, e perché si era innamorato a tal punto di Alain Delon da andare di là da se stesso, riuscendo a un bellissimo film. Che però vergognosamente tradisce Lampedusa, cambiando il finale di uno dei grandi romanzi del Novecento. C’è Senso: quello, sì, si potrà sempre ammirare. Il resto è già cenere. E quanto a recchie, poi, non ne parliamo. Si fingeva un platonico romantico, si chiavava gli attori senza dar nulla loro per il metus reverentialis che incuteva, da padroncino lombardo che si scopa la dattilografa e, siccome era un misto di comunista e milanese piccolo-borghese, non solo si “velava”, ma avrebbe mandato gli altri ricchioni al gulag.

   Zeffirelli non era un Visconti dei poveri. Era un grandissimo talento. Aveva fatto la gavetta, e conosceva i meccanismi tecnici della regia cinematografica e teatrale molto meglio di quel superficiale enfant gaté che faceva il comunista dall’alto del suo patrimonio d’industriale e si faceva ridere dietro da tutti per il suo conato di dichiararsi discendente dai Signori di Milano mentre era solo rampollo di contadini arricchitisi per aver venduto il foraggio a Napoleone. Zeffirelli, almeno, era nato vero monello fiorentino.

   Alcune sue regie sono fra i capolavori del teatro di tutti i tempi. Quella Bohème della Scala rese palese tutto quanto, nella sua reticenza, Puccini nasconde nel suo capolavoro. Ne fa esplodere gioia e immedicabile dolore.  Quel suo Otello, sempre alla Scala, mostra l’incredibile divario fra una meravigliosa tragedia di Shakespeare e un’Opera ove il vecchio Verdi riesce a indagare lo stesso mistero del Male, inventando il personaggio di Jago che il Bardo di Stratford intuisce senza sviluppare. Quelle due Aide, trionfo mondiale, piene della perversione psicologica che Verdi ha saputo inventare nell’eros inteso solo quale sacrificio, ove il personaggio di Amneris, per la quale l’eros coincide con la volontà di potenza, torreggia. E dove, come pochi altri registi, riesce a render plausibile senza farla stucchevole la ricerca archeologica di Verdi, tradotta in musica come in simbolo mitico. Non parliamo del suo Shakespeare al cinema. La bisbetica domata, Romeo e Giulietta. Meraviglie che resteranno.

   Era falso, era cattivo (e anche molto buono), era intelligente (anche se faceva il cretino). Tutte le parti negative scompaiono con la sua vita. Ci resta il genio.

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Il Fatto Quotidiano, 13. VI. 2019

Mi è stata recapitata a casa l’alligata lettera, in ordine al mio ultimo articolo apparso sul “Fatto Quotidiano”. Desidero non privare i lettori dell’apprendimento del bello stile e degli elevati sentimenti e concetti. Manca solo “Dio-Patria-Famiglia” expressis verbis, ma ci sono le “argentee ali”. È bello vedere che esistono ancora animi così puri, che credevo scomparsi con le vignette degli anni Trenta del sublime Novello. Il mio cordiale interlocutore voglia solo prendere nota che humus ha un’ “h” davanti; ed è di genere femminile. E che la favola di Esopo è La volpe e l’uva. Almeno quanto ad animali e frutti non sbagli, Cav. Uff.! Auguro alla rag. Purchia di trovarsi sempre ammiratori siffatti. Così la fanno Presidente dell’Accademia dei Lincei.

Paolo Isotta

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Libero, 11. VI. 2019

 

Carissimo Vittorio,

                                leggo il tuo articolo odierno sul presidente della Camera Fico e i “rifugiati”. Due osservazioni.

                                Evidentemente la cameriera e il cameriere che lavoravano in nero, e con compensi da fame, a casa della compagna (vedi inchiesta delle Iene)

“rifugiati” non sono e pertanto non vanno trattati come tali: ancorché il cameriere mi pare di ricordare fosse ucraino.

                                  Poi, caro Vittorio. Tu sei ignorante: lo sanno tutti e ce lo ricordi sempre. Non lo sai che i rifugiati sono sotto “l’egidia dell’Onu”?: Fico dixit.

Fino a questo momento, io credevo che Egidia fosse la sorella di Egidio, ossia lo “scellerato” che sedusse la Monaca di Monza e che, nella meravigliosa prima versione del Romanzo dei Romanzi (chiamata Fermo e Lucia), viene trattato con ampiezza tale nelle gesta erotico-criminali da dar luogo e un vero romanzo nel romanzo.

                                   Ma tu sei un coglione di Bergamo. Io sono un coglione di Napoli: e, a differenza di Fico, non sono nemmeno laureato in “scienza delle comunicazioni” a Trieste con una tesi sui “cantanti neomelodici”.

                                    Io lo so, e non oso parlare; dovresti attenerti al mio esempio. Non abbiamo la cultura per competere con Fico e nemmeno per parlare di lui.

                                     Ti abbraccio.

                                     Paolino

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Libero, 9. VI. 2019

   Continua a circolare la denominazione errata e, a modo suo, diffamatoria di “filosofia presocratica.” Errata, giacché alcuni dei grandi filosofi greci sono contemporanei e non anteriori a Socrate. Del quale Socrate, peraltro, sappiamo solo che venne condannato a morte dalla città di Atene; o, meglio, che provocò la propria condanna per diventare il simbolo del martirio filosofico. Ciò spiega Federico Nietzsche. Diffamatoria, giacché quel “pre” viene accettato come se, dopo Socrate, tutto fosse cambiato e la vera filosofia avesse avuto inizio. In realtà, come tutti sanno, quel che passa sotto il nome di Socrate sono i Dialoghi del sommo Platone, il quale ha attribuito all’amico più anziano un sistema filosofico interamente creato da lui; anche per le influenze ricevute dalla in parte esoterica dottrina di Pitagora. Il fenomeno si ripeté qualche secolo dopo. Paolo di Tarso inventò la figura di un Messia il quale o non era mai esistito oppure era uno dei tanti che ogni settimana si proclamavano tali. Inventò la favola della vita eterna (il miglior esempio di ossimoro, dice il latinista Luigi Spina) e dell’imminente fine del mondo: che sarebbe avvenuta entro la presente generazione. Le sue Epistole, in un greco dialettale e corrotto, crearono una nuova religione ma facevano sorridere di compatimento i veri filosofi dell’epoca.

   Platone è un sommo, e il suo pensiero contiene anche delle rivelazioni scientifiche. Quella delle idee innate, puramente metafisica, volta in fisica è oggi attestata dalle più avanzate neuroscienze, e non solo per il DNA. Ma è stato anche una rovina per la filosofia. Impostosi come il filosofo per eccellenza, ha costretto l’Europa ad accettare la scissione fra spirito e materia. La vera realtà è quella ideale, e la nostra ne è solo una copia imperfetta. Il corpo è un carcere nel quale l’anima è ristretta. Da questo a sostenere che il mondo, il corpo, la vita, siano un male, il passo è breve: e l’ha compiuto definitivamente il cristianesimo quando ha tentato di darsi un’impalcatura culturale. San Paolo, infatti, Platone non l’aveva mai sentito nominare, cosi come ogni altro filosofo.

   I cosiddetti presocratici erano scienziati. Anassagora, considerato empio, studiava scientificamente la Natura. Parmenide dimostra che dal nulla nulla può sorgere, né alcunchè può tornare nel nulla. Leucippo e Democrito scopersero che l’universo è fatto di particelle minuscole e indivisibili (atomo ciò significa) ruotanti nel vuoto ma non precipitanti all’infinito. Dalla loro composizione e scomposizione tutto nasce e muore. La morte è solo scomposizione di atomi, che si riaggregheranno per l’eternità in diverse forme. L’anima non esiste e muore col corpo. Epicuro approfondisce tale dottrina. E dà luogo al più grande poema filosofico mai scritto, il De rerum natura di Lucrezio, ossia La Natura. Il trionfo del cristianesimo portò alla sistematica distruzione dell’opera. San Girolamo si dedica alla diffamazione di Lucrezio, sostenendo che fosse pazzo per aver assunto un afrodisiaco e che avesse scritto “negl’intervalli della follia”. Per un Dottore della Chiesa un ateo poteva essere solo folle e anima dannata.

   Ma una copia ne sopravvisse nell’abbazia di Fulda, e venne rinvenuta da Poggio Bracciolini nel 1418. Circolò manoscritta, poi la si stampò. Sempre nel suo difficillimo latino: l’arduità nasce anche dal fatto che il Poeta dovesse inventarsi un lessico scientifico e filosofico in una lingua che fin allora aveva prodotto poesia teatrale, elegiaca e diritto. Poi si incominciò a stampare. Sempre in latino. I coltissimi prelati atei del Rinascimento se lo leggevano così; e mai la Chiesa pensò di proibire La Natura, giacché la sua intelligenza le faceva comprendere che comprender quel testo era dato a pochissimi. Ma quando il matematico toscano Alessandro Marchetti tradusse il poema in italiano, immediatamente esso venne proibito. Così incomincia la lunga storia delle sue traduzioni. L’ultimo capitolo è di questi giorni e si chiama Roberto Herlitzka.

   Nato nel 1937, è il più grande attore italiano. Adesso se ne stanno accorgendo: come sempre succede, non per le cose importanti ma grazie a una deliziosa interpretazione semicomica in un mediocre film di Sorrentino (non ricordo quale dei tanti: in parentesi: Sorrentino, uno ch’era nato talento e che il successo ha reso un routinier piccolo-borghese).  Il grande attore tragico è sempre grande anche nel comico. Me ne accorsi in uno straordinario film surreale del 1983 di Lina Wertmüller, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada. Recitavano due colossi come Tognazzi e Moschin; lui non era inferiore, nella parte, davvero da lui creata, di un faccendiere meridionale che fa da segretario al ministro dell’Interno democristiano.  Per conoscere Herlitzka occorre vederlo a teatro. Un testo grottesco e tragicissimo venne ridotto da Ruggero Cappuccio dal più tetro romanzo che conosca, Il soccombente di Thomas Bernhard. Herlitzka reggeva due ore di monologo sciorinando tutte le angosce e le nevrosi di un pianista fallito che sa di esserlo. Da brivido. E chi oggi potrebbe interpretare Re Lear meglio di lui? O Tutto per bene o Enrico IV di Pirandello?

   Quel che meno si conosce è che Herlitzka è anche il più colto degli attori italiani.  Non ne fa esibizione. Però due anni fa volle, col suo tipico understatement, calare la maschera. E portò un po’ in giro un altro suo monologo, una silloge di passi del De rerum natura. Ma con un particolare: il più arduo dei poeti latini, uno dei più ardui poeti di tutti i tempi, veniva recitato da Herlitzka nella sua traduzione.

   Questa traduzione l’aveva compiuta lungo tutta la vita. Al liceo torinese aveva avuto come insegnante Oreste Badellino, uno dei grandi latinisti del Novecento.  E adesso il lavoro viene pubblicato: La natura di Tito Lucrezio Caro (La nave di Teseo, pp. 276, euro 18). Consiste di quattro libri sui sei del poema; non dispero che il Maestro voglia dedicarsi a completare l’opera.

   Mentirei se affermassi che si tratta di un testo facile. Herlitzka ha fatto più una versione d’arte che una volta a far comprendere i riposti sensi del testo. Va letta per la sua bellezza e per la sua enorme musicalità. E anche per essere una scommessa della quale la portata potrebbe sfuggire. Il poema è volto in endecasillabi di terzine dantesche, e nello stile dei nostri trecentisti. Diventa un trionfo di ritmi, rime e luci. Poi, per capire la rivelazione del più grande poema scientifico di tutta la poesia occorre rivolgersi a più didattici traduttori. Il mio preferito è Armando Fellin (Utet).  Dante non aveva letto Lucrezio, ma nel X dell’Inferno lo colloca senza menzionarlo fra coloro che l’anima col corpo morta fanno. Ed ecco la scommessa di Herlitzka: costringere Dante, il massimo piacere del quale, almeno nella prima Cantica, è quello di condannare a supplizi atrocissimi tutti i suoi nemici e anche gran parte degli amici morti e vivi, a cantare un poeta che spiega ciò che ho detto sopra e che l’anima immortale non esiste. Tutto qui. Anche Dante ha trovato, grazie a Herlitzka, il suo meritato inferno.

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Il Fatto Quotidiano, 7. VI. 2019

 

Al Capo dello Stato

Sergio Mattarella

    Signor Presidente,

                                   noi italiani abbiamo tanti motivi di gratitudine verso di Lei. Dall’equilibrio e la saggezza con i quali esercita la più alta carica della Nazione. Al signorile riserbo del quale circonda ogni suo atto e gesto. Alla Sua cultura ricca di humanae litterae, come può cogliere chi L’abbia ascoltata discorrere in pubblico e in privato. Tutto ciò è incontestabile. A questo desidero aggiungere una privata espressione di gratitudine; che diventa pubblica data la mia qualità di napoletano.   Il 2 giugno, a Napoli, Ella ha nominato Grande Ufficiale la signora Rosanna Purchia, soprintendente del Teatro San Carlo. L’ultima impresa di costei, che si aggiunge a lunghi anni di benemerenze al servizio del suo dante causa Salvo Nastasi (dall’aver orgogliosamente accettato di presiedere a un teatro l’acustica del quale venne dal Nastasi distrutta, dall’aver abbassato il livello artistico di uno dei più importanti teatri del mondo al di sotto di ogni tollerabile decenza, all’ospitare fieramente le regie della figlia del m° Muti, etc),  è stata quella di onorare l’ospite re di Spagna con l’esecuzione dell’inno franchista: presente, sempre, il Capo dello Stato; il quale ha dovuto porgere al collega Capo di Stato scuse ufficiali. Se ciò fosse avvenuto per nostalgia politica, sarebbe l’espressione di un’opinione. Ma è avvenuto semplicemente perché la predetta rag. Purchia, così come l’intero staff alle sue dipendenze, non hanno mai in vita loro inteso parlare del fatto che in Spagna ci fu una guerra civile, che al termine di essa sorse un regime clerico-fascista retto dal Caudillo, il generale Francisco Franco, e che poi lo stesso Franco transitò la Nazione verso la democrazia monarchica che attualmente la regge. Onde, pure, il cambiamento dell’inno nazionale.  Ma, sempre la predetta, è molto più democratica di me: infatti non fa differenze. Anche se le chiedeste chi siano Omero, Lucrezio, Virgilio, Bach e Beethoven, non saprebbe rispondere. Forse solo Dante lo conosce: perché quando Raffaella Carrà si è recata a Ravenna a intervistare il m° Muti e consorte in televisione, mostrando più cultura di tutta la famiglia Muti (sono cinque, più annessi e connessi), prima ha fatto il bellissimo gesto di rendere omaggio alla tomba del Poeta che ha creato la lingua della nostra Patria. Di certo un soggetto come la rag. Purchia, che sul proprio “whatsapp” reca il manifesto “Muti torna!” (non terza persona dell’indicativo, bensì seconda dell’imperativo), questa trasmissione se l’è imparata a memoria.

 Le sono dunque grato, signor Presidente, di non avermi fatto nemmeno cavaliere. (Ricorda Totò? “Come, Lei non è commendatore? Ma la faranno!”) Sotto l’Italietta umbertina, celebre motto era: “Un sigaro e una croce di cavaliere non si negano a nessuno”. Le sono in debito per non aver pensato di offrire a me il sigaro -  perché non fumo -  e la croce -  non l’ ho mai chiesta. Grazie di non propormela in futuro: alla stregua di ciò, non accetterei mai alcuna onoreficenza di Stato. Anche Verdi, in analoga circostanza, restituì nel 1868 la commenda al ministro della Pubblica Istruzione Broglio. Ben vero, io sono un microbo; so di esserlo. E sto a Verdi come la rag. Purchia sta a me.  Mi permetto altresì ricordarLe, signor Presidente, che ci sono tanti altri soprintendenti aventi causa dal Nastasi, da Chiarot di Firenze, che su tutti eccelle, in giù, i quali della croce hanno diritto quanto la Purchia e non hanno minori demeriti. Perché stabilire disparità? Todos caballeros per aver dato l’ultimo colpo di piccone a quello che fu per cinque secoli uno dei predominî culturali della nostra Patria, la musica.

Paolo Isotta

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