Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 7. VIII. 2018

Nel 1863, a ventun anni, Arrigo Boito scrisse un’ode saffica contenente questi versi: “Forse già nacque chi sovra l’altare / Rizzerà l’arte, verecondo e puro/ Su quell’altar bruttato come un muro / Di lupanare.” Alludeva a Verdi? Wagneriano e fautore della “musica dell’avvenire” (espressione che faceva giustamente a Verdi salire il sangue alla testa), poteva avere a bersaglio il sommo Maestro. Certo questi la intese così. “Se anch’io fra gli altri ho sporcato l’altare, come dice Boito, egli lo netti, ed io sarò il primo a venire ad accendere un moccolo.” Verdi covava a lungo il rancore, e nel rancore aveva sempre ragione. Ma quando nel 1913 si celebrò il centenario della sua nascita, Boito, senatore del Regno e fra i dittatori della vita culturale italiana, avrebbe capitanato le onoranze. Sarebbe scomparso nel 1918.

Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2018

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza. Culturale, affettiva.

   Veneziano, era professore di letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961.  Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l’autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

   La casa editrice egli  l’ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l’acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all’angustia dei varî commissarii Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir… Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli. Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso – è cosa dell’ultimo anno – Cesare è riuscito a costituire un’alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.

Il Fatto Quotidiano, 4. VIII. 2018

In questo 2018 si celebrano i novant’anni di Topolino. Nacque direttamente al cinema, primo cartone animato col sonoro sincronizzato all’immagine. Che il personaggio vedesse la luce direttamente come film dimostra il genio avveniristico di Walt Disney. Solo dopo Topolino, e tutta la famiglia gradualmente generata, diventarono un fumetto.  Nelle due forme, la creazione di Disney e tutte le vicende delle figure da lui inventate, sono state fra le cose importanti della cultura del Novecento; e oltre.

   Dai miei cinque anni i fumetti di Disney erano il mio pane quotidiano. Poi ne arrivarono altri, quelli dell’ “Intrepido”, Batman e soprattutto Flash, che mi appassionava di più: ma Flash è di qualche anno posteriore, giacché si coniuga a un’altra mia passione, la fantascienza, la velocità della luce, il viaggio nel tempo. Si aggiunsero, al cinema e come “strisce”, altri prediletti, il coniglio Bunny e il grandissimo Gatto Silvestro. Ma tutto questo nasce dalla prima invenzione di Disney, è un omaggio a lui.  Le “strisce” di Topolino recavano allora un testo, e le avventure s’interpretavano leggendolo attentamente.  Sin dall’infanzia il topo saputello non mi era simpatico, così come m’infastidiva il libro Cuore, che più tardi ero costretto a leggere. Pure un bimbo piccolo poteva avvertire che Topolino è troppo perbene, troppo bempensante. Alleato del commissario Basettoni, è un difensore dell’ordine costituito basato sulla proprietà e sulla discriminazione di classe. Con un po’ di enfasi, possiamo affermare che Topolino è un cantore della triade “Dio-Patria-Famiglia”. È un piccolo borghese e tale è la sua ideologia. L’Italia fascista lo accolse con condivisione.

Il Fatto Quotidiano, 29. VII. 2018

All’inizio dell’ottavo secolo avanti Cristo la penisola italica era abitata da popoli e razze. I greci, gli etruschi, i latini e gli altri italici, oschi di lingua e sannitici, poi i celti, sono i principali. A grado a grado Roma li assoggetta: bellicosamente o pacificamente. Ma lasciando a ciascuno culti e usi. Ne scaturisce un crogiuolo ch’è uno dei miracoli del suo genio politico e della stessa civiltà. Quella che consideriamo la nostra cultura, dall’epoca di Scipione ad Augusto e Tiberio, è il frutto di questa fusione, di tale koinè.

   Andiamo a un tempo nel quale essa si svolgeva. All’inizio del quinto secolo Roma incominciava a conoscere la Magna Grecia. La parte meridionale della Campania, che discende verso lo sbocco marino della Lucania e la prima costa tirrenica della Calabria, è la sede di uno dei sommi esiti religiosi e artistici che la civiltà greca ci abbia lasciato. Si tratta dei tre templi di Paestum, più imponenti e più belli di quelli stessi della Valle sicana; e meno deturpati da speculazione edilizia, a colloquio con l’orizzonte in un’arida pianura. La pietra di tufo assume colori a seconda del giro del sole, dal giallo e arancione fiammeggianti al tenero rosa del tramonto. Dedicati a Nettuno (il primo nome della città è greco, Poseidonia) o, più probabilmente, ad Apollo (o Zeus), a Era, ad Atena. Li contempli da lontano, li raggiungi, cammini entro la chiostra; e ti senti invadere da una enorme forza numinosa. La colonna dorica è affine a quella egizia, come vediamo a Luxor e Karnak; allo stesso modo che Dioniso e Osiride sono affini, e il protagonista del primo poema dell’umanità che ci sia giunto, il sumero Gilgamesh, ha tratti comuni con loro e con Orfeo. Forse queste grandi religioni della Natura, destinate a esser in parte sconfitte da quella giudaico-cristiana, hanno comune origine.

Il Fatto Quotidiano, 20. VII. 2018

Uno dei più bei miracoli dell’arte è il nascere di poesia dalla poesia, di figura dalla figura, di musica dalla musica: quel che gli antichi sintetizzano nella sentenza dell’artifex artifici additus. Ennio compone gli Annali quale omaggio insieme ed emulazione di Omero. Lucrezio, autore del più grande poema scientifico mai composto, La natura, rende omaggio a Omero e Ennio e li emula. Virgilio crea l’Eneide quale omaggio insieme ed emulazione a Omero, a Ennio, a Lucrezio. Gran parte della poesia epica successiva è un omaggio ed emulazione a Virgilio, e il conto enorme va da Dante all’Africa di Petrarca (un capolavoro latino sovente sottovalutato), al poemetto Sarca di Pietro Bembo (un capolavoro latino per lo più ignorato), alle due Gerusalemme di Tasso, che di Virgilio si considerava figlio. E così Camoes con la Lusiade.  Di più: Virgilio diviene il modello per ogni tipo di successiva poesia, in ogni lingua; l’ultimo dei grandi poeti latini, Pascoli, ancora da lui rampolla.

   Fra i miei libri di una vita è Virgilio nel Medio Evo di Domenico Comparetti. Quest’opera fondamentale si ferma a Dante. Ma la sua fiaccola venne raccolta e la fiamma arse luminosamente.  Questa storia mostra la ricchezza di una universitas delle lettere e della cultura la quale è il vero seme della fratellanza fra etnie e popoli diversi.  Vladimir Zabughin si laureò a Pietroburgo con una tesi su Simmaco, scritta in latino ciceroniano.  Si trasferì in Italia; poliglotta, s’ inserì nella nostra Università, sotto l’auspicio di grandi come Nicola Festa, Ettore Romagnoli e Remigio Sabbadini. Durante la Prima Guerra Mondiale, lo Stato Maggiore italiano lo inviò nella sua patria con la missione di caldeggiare presso Kerenskij, del quale era amico, una più forte offensiva russa in Galizia, per alleggerire la fronte alpina orientale; ma vi giunse in piena Rivoluzione, dalla quale si salvò a stento. Divenuto italiano, diede alle stampe nel 1921 presso la Zanichelli, che Carducci aveva reso l’editrice elettiva della cultura classica, Vergilio nel Rinascimento italiano. Da Dante a Torquato Tasso. Due anni dopo, quarantatreenne, morì per un incidente alpinistico.

Il Fatto Quotidiano, 13. VII. 2018

L’ultima importante composizione di Rossini è del 1863: si tratta di una grandiosa Messa ch’egli, col gusto per l’antifrasi e l’ironia verso se stesso durato tutta la vita, intitola Petite Messe Solennelle. 1863: cinque anni prima della morte, che fu centocinquant’anni fa, nel 1868. Vi si riconosce la nota somma mano e a un tempo ci s’inoltra in una terra incognita. C’è il dominio del contrappunto dello studioso di Bach; ci sono le armonie di Liszt, Wagner e Franck inserite nel tessuto del suo stile con tali finitura e levigatura da lasciare chi intende quasi sgomento. Il salto stilistico fra il Barbiere di Siviglia, l’Opera sua più nota, e la Petite Messe, non è inferiore a quello che separa l’Oberto, la prima Opera di Verdi, dall’Otello e dal Falstaff. Al 1829 risale l’ultimo capolavoro di Gioacchino per il teatro; quei trentaquattro anni sono occupati da una crisi fisica e psichica spaventosa; da una sola opera “grande”, lo Stabat Mater, scritto fra il 1831 e il 1841; e da studio profondo, riflessione, letture. Poi, da generosità, accoglienza, motti di spirito.

   La Petite Messe ha una dedica “Al buon Dio”. Rossini afferma di “esser nato per l’Opera buffa”: “solo un po’ di dottrina, un po’ di cuore, e tutto è fatto.” In questa dichiarazione è celato un enorme dolore. Quando il Maestro, la musica del quale a Vienna faceva fanatismo, fece visita a Beethoven, questi gli disse sprezzantemente che facesse “solo Barbiere”. Non aveva voluto interessarsi delle Tragedie che Rossini scrisse fra il 1812 e il 1822: alcune con un pathos drammatico quasi insostenibile. Né voleva sapere che già nel 1816 Gioacchino si metteva al pianoforte ed eseguiva alcune Sonate di Ludwig. Quanti altri in Italia le conoscevano e, soprattutto, ne comprendevano l’ineguagliabile altezza?

Corriere del Mezzogiorno, 29. VI. 2018

Caro Paolo, com’è andata l’inaugurazione della Cappella Pignatelli a Piazzetta Nilo?

Si tratta di una cosa molto importante per la nostra Napoli, e sono lieto di parlarne col Direttore del “mio” Corriere, che tanto fa per la nostra cultura. Il monumento è piccolo e di alta arte. Quel che ne resta, dopo sapienti riacquisizioni e restauri, è il documento di una prassi artistica tipicamente italiana: la sovrapposizione di epoche e stili diversi, che produce un dialogo artistico meraviglioso. La lungimiranza di due Rettori di Suor Orsola Benincasa, Francesco De Sanctis e Lucio d’Alessandro, per me anche due carissimi amici, ha fatto sì che l’Università la acquisisse per farne un centro di lezioni di alta cultura europea.

Suor Orsola, la sola Università non statale esistente a Napoli …

Uno dei nostri vanti. La cittadella, dapprima monastica, collega le pendici del Vomero con la sommità. È anche un Paradiso terrestre che non molti napoletani conoscono. Le sue origini, in quanto Università, sono connesse a grandi figure femminili: la principessa di Strongoli Pignatelli, Antonietta Pagliara, le figlie di Benedetto Croce, Elena, Alda, Lidia e Silvia. Signore di una gentilezza impareggiabile, rango culturale a parte. Le incontravo alle cerimonie dell’Ateneo.  Sono amico dei nipoti; e siamo legati anche da un fatto familiare, che i miei bisnonni, come i loro, morirono nel terremoto di Casamicciola. Mio nonno Domenico aveva tre anni e non l’avevano portato in villeggiatura …

Torniamo alla Cappella. A inaugurare la vita culturale di essa sei stato chiamato tu.

Dell’ onore sono conscio. Ne sono profondamente grato a Lucio d’Alessandro e a un altro amico, Ruggero Cappuccio, che di concerto mi hanno officiato.

Il Fatto Quotidiano, 8. VII. 2018

Dalla stazione Termini, il taxi si avvia verso i Castelli. A grado che ci avviciniamo, l’aria si fa fresca e tersa. Un verde delizioso, con le sfumature scure del bosco, rinfranca gli occhi. Si sale. Dal bosco giungono fragranze. Si costeggia l’imponente monumento della Villa Aldobrandini. Era appartenuta al vescovo cinquecentesco Alessandro Rufini. Costui doveva essere ricchissimo, se, continuando a salire verso la sinistra, si arriva a un’altra villa da lui fatta costruire, la Falconieri.

   Passata al cardinale Gian Vincenzo Gonzaga, pervenne subito ai Falconieri, che ne furono proprietarî fino al 1859. Orazio, che l’acquistò, la fece rifare dal Sangallo e da Borromini. Più piccola, più svelta, ma anche più elegante della Villa Aldobrandini, la delizia, secondo quella tradizione dei successivi depositi stilistici dai quali sortono affascinanti risultati, subì interventi settecenteschi. Alcuni affreschi sono di Pier Leone Ghezzi, al quale, come disegnatore, dobbiamo i soli ritratti autentici di Vivaldi e Pergolesi. Gli affreschi di quattro grandi sale sono dedicati al ciclo delle Stagioni e sono densi di riferimenti mitologici. Luigi Miraglia, che con la sua Accademia da due anni la occupa, spiega che nei suoi agi e riposi si riuniva un’altra Accademia, l’Arcadia: e Gravina, Metastasio, Crescimbeni, vi conversavano e discettavano.

Il Fatto Quotidiano, 24. VI. 2018

Certi produttori di abiti di confezione, che si fanno chiamare “stilisti”, sono nell’immaginario collettivo delle vere divinità. Sono terzi fra cotanto senno, venendo dopo solo ai cuochi e ai calciatori. È una delle superfetazioni del nostro tempo. Accade, così, che la gente – soprattutto i ragazzi, spesso privi di strumenti critici – non sappia distinguere un grande couturier, da uno di questi.  Oggi le distinzioni estetiche fra arte “alta” e “bassa” sono cadute; ma non sarebbe nemmeno necessario per riconoscere statuto di grande arte alla creazione di certi disegnatori di abiti, che, essendo artisti, non si vergognano di definirsi “sarti”. Paul Morand ha scritto una geniale biografia di Coco Chanel, L’allure de Chanel, ed è Morand. Roberto Capucci, nato nel 1930, è ancor superiore a Coco; è una vera istituzione, sin da quando esordì ventenne con un defilé nel fiorentino Giardino Torrigiani; e oggi nessuno gli rifiuta il riconoscimento che gli spetta.

   È un uomo schivo, umbratile, di superiore educazione; gli resta quel tratto grande borghese che oggi si trova in pochi. Ha dedicato la vita a sognare e abbellire il corpo femminile. Ma la sua immaginativa non poteva non coltivare anche quello maschile. Col quale egli ha un rapporto solo artistico, non legato alla produzione professionale; e, per conseguenza, sul quale oniricamente proietta le sue fantasie. Ed ecco un avvenimento straordinario: una mostra di suoi disegni di corpi maschili, organizzata da una storica dell’arte aristocratica come Caterina Napoleone. A Palazzo Pitti, a inizio dell’anno; poi a Napoli, alla Fondazione De Filippo, adesso. Con due cataloghi curati dalla Napoleone e corredati da suoi scritti e un’intervista al Maestro: Capucci dionisiaco (Polistampa, Firenze) e Spettacolo onirico (arte-m, Napoli). Due meravigliosi libri figurativi.

Il Fatto Quotidiano, 16. VI. 2018

Uno dei miei più drammatici ricordi è la sera del 10 dicembre 1969. Inaugurazione della stagione lirica del San Carlo col Mosè di Rossini. A metà del primo atto, durante il Duetto Ah, se puoi così lasciarmi, si avverte uno sbandamento; il grande direttore Franco Capuana abbassa la bacchetta, scivola, cade in orchestra a faccia in giù. Lo issarono su di una poltrona, attaccato all’ossigeno. Già non era più cosciente; morì qualche minuto dopo.

   Due giorni prima avevo assistito alla prova generale, e quindi il Mosè l’avevo ascoltato tutto. Il protagonista, che diede i brividi da quando era entrato in scena fino a Dal tuo stellato soglio, si chiamava Bonaldo Giaiotti. Aveva trentasette anni, essendo nato a Ziracco, presso Udine, nel 1932; e ci ha lasciati ieri, l’11 giugno. Difficile, dati i tempi, che qualcuno lo dica: è stato il più grande basso degli ultimi cinquant’anni.

   Certo, se si pensa al ruolo di Boris Godunov di Mussorgskij, meglio di lui l’hanno interpretato Boris Christoph, Nikolaj Ghiaurov, Evgenij Nesterenko. Vengono dall’esempio di Scialjapin e posseggono la tinta slava anche quando cantano in italiano. Ma le grandi parti per la voce, se si eccettua questa e i ruoli wagneriani, sono Mosè, in Verdi Attila, Giovanni da Procida dei Vespri siciliani, Fiesco del Simon Boccanegra, Mefistofele nel Faust di Gounod e, soprattutto, Mefistofele nell’Opera di Boito, per interpretare il quale, diceva Tullio Serafin, ci vuole “una cooperativa di bassi”. E Timur nella Turandot di Puccini. E Filippo II nel Don Carlos di Verdi. In queste figure Giaiotti non ha avuto rivali, e difficilmente ne avrà. Non è entrato a far parte dello star-system, ma su “internet” lo si può ascoltare in queste interpretazioni: e a chiunque è dato capire. Diciamo, il suo omologo potrebb’esser Martti Talvela: quanto a possanza e timbro: ma con minor finezza, senza il dominio della musica italiana.