Gli Articoli

Gli Articoli

Il Fatto Quotidiano, 15. X. 2018

Il mondo della cosiddetta “controcultura giovanile” è agitato da una diatriba che si trasforma in diaspora. Il gruppo “indie-rock” Lo stato sociale ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone Una vita in vacanza; indi uno dei membri, Lodo Guenzi, entrerà in “X Factor 2018” in qualità di giurato, insieme con Manuel Agnelli, Mara Maionchi e Fedez, dopo l’esclusione di Asia Argento. Le due partecipazioni “hanno per molti svilito il precedente percorso di denuncia sociale, rappresentativo dell’anima underground”.

Esordisco con una digressione. La faccenda di Asia Argento (che io non toccherei con la punta di un dito) e dell’ex adolescente suo accusatore si sintetizza in due massime. La prima è evangelica: Chi di spada ferisce di spada perisce. La seconda è del diritto romano: ove vi sia la par causa turpitudinis, ossia le ragioni dei contendenti siano parimenti turpi, la legge si rifiuta di intervenire.

Il Fatto Quotidiano, 14. X. 2018

Il genere dell’ ”autobiografia attraverso gli incontri” è diventato stucchevole e vieto. È ormai il pretesto col quale giornalisti, o scrittori che fanno i giornalisti, mettono insieme una catasta di articoli fingendo che diventino un libro; oggi la gran parte della cosiddetta “saggistica” è fatta così, ed è la parallela della narrativa basata sulle storielline autobiografiche da tinellino. Per un vero libro fatto di tante tessere staccate ci vuole uno scrittore geniale. Ecco perché è bello e intenso, pur nella massima concisione (solo 98 pagine), questo Il borghese di Vittorio Feltri (Mondadori, euro 17). Il titolo ha un’eco longanesiana; nulla potrebbe esser più lontano dagli eccessi, a volte di genio, a volte di consapevole ciarlatano, dello scrittore romagnolo: la narrazione di Feltri ha un tono di sermo cotidianus, una semplicità, una naturalezza, e anche un’eleganza, che affascinano insieme col sapore di verità.

Libero, 10. X. 2018

Vittorio Feltri ha ancora una volta ricordato in un’intervista che gli uomini di pelle scura vanno chiamati negri e non neri, come oggi impone il politically correct. Dire neri è un eufemismo; e l’eufemismo nasce sempre da cattiva coscienza e da ipocrisia. Chi dice nero si fotte dalla paura di esser considerato razzista, quasi che una res facti, l’appartenere a una razza africana, sancita da un antichissimo vocabolo italiano, sia di per sé infame. È l’ipocrita che nella sua sporca coscienza considera il negro un inferiore e, per tema di scoprirsi, ricorre all’eufemismo. Il conformismo nel quale viviamo automatizza il processo. Un ricordo personale: l’unica volta che in quarantun anni di esercizio della critica musicale ho scritto un testo per la Scala, sull’Aida (i cosiddetti critici musicali cadono tutti per pochi centesimi in questa forma d’indiretta corruzione), il mio citare la danza degli schiavi negri venne cambiato: il vocabolo non poteva esser pronunciato nel Tempio Milanese. Corressero Verdi, non me.

Roma, repubblicana e imperiale, ignorava il razzismo. I negri erano servi come altri uomini di tutte le razze, a partire dagli stessi latini, e i servi potevano tutti essere emancipati. Il vocabolo schiavo è italiano, e deriva dalla gentile usanza veneziana di fare servi gli schiavoni, ossia gli albanesi, di ceppo epirota, più biondi di loro e che parlavano una lingua più antica e nobile, il greco. In genere i negri di oggi, salvo gli spacciatori nigeriani, sono più puliti ed educati di moltissimi italiani e di altri europei. Una certa aristocrazia negra delle professioni ha negli Stati Uniti la puzza sotto il naso verso molti bianchi che non raggiungono il suo stato.

Libero, 7. X. 2018

Guardo “Rainews” e leggo che a Pompei è stata scoperta una nuova casa, o almeno una nuova stanza. Dedicata al culto dei Lari, gli dei del più geloso culto familiare. Dieci fotografie mostrano un affresco d’incanto. Da quel che scorgo, oltre uccelli, dipinti con una delicatezza commovente, quella che mi pare una testa di cavallo, ma così affusolata che nella miniatura del Medio Evo diverrà, con la sola aggiunta del segno della fecondità, quella del liocorno. Un policromo pavone ad ali chiuse. Due leoni che azzannano alla caccia un cinghiale. La Natura, contemplare la quale è gioia: per l’Antico. Un sentimento panico che rinasce a volta a volta anche nel Medio Evo, e che il cristianesimo non riesce a reprimere. Alcuni Santi appartengono alla corrente, e fanno eccezione: Francesco, certo, ma sorprende più che tale sentimento esprima un ferreo uomo di potere come Sant’Ambrogio, quando la Chiesa si preparava a sostituire nell’imperio il vacillante Impero.

Il Fatto Quotidiano, 7. X. 2018

 

Qualche volta Montserrat Caballè si presentava impreparata. Ce n’è un esempio: l’incisione del Turco in Italia di Rossini diretta da Riccardo Chailly. Canta in modo supremo la grande Aria, Squallida veste bruna; nel resto si percepisce che quasi legge a prima vista. “Vedi”, mi disse al riguardo il maestro Siciliani, “quando un direttore d’orchestra non ha la preparazione né l’autorità per imporre il rispetto della musica, i cantanti fanno il cazzo che vogliono!”

Ho voluto citare il solo difetto di questa sublime artista. Per farne l’elogio come merita. E per fortuna, anche quando il ricordo di chi l’ha vista in scena svanirà con le loro persone, le registrazioni prese durante le recite, e le incisioni – la Caballè ha lavorato con grandissimi direttori: Patanè, de Fabritiis, Prêtre, Mannino, Boncompagni, Gelmetti – restano fra le testimonianze musicali più alte del Novecento. Ha lavorato anche con direttori esperti se non grandissimi, che sapevano sopperire a qualche sua défaillance di memoria senza avvilire la musica.

Il Fatto Quotidiano, 3. X. 2018

Ho fatto per quarantuno anni il critico musicale: ho smesso e penso come a un incubo alla – affatto ipotetica - eventualità che dovessi ricominciare. Attorno a me non vedo che desolazione, rovine, e un livello artistico e culturale così abietto da toglierti per sempre la voglia di andare all’Opera. Infatti non vado quasi più né a teatro né al concerto. Le cosiddette Fondazioni lirico-sinfoniche sono, secondo il ridicolo escamotage giuridico che le istituì, nella forma soggetti di diritto privato. In fatto, soggetti pesantissimamente sovvenzionati dallo Stato, dai Comuni e dalle Regioni. Come i musei, le gallerie, i monumenti. Ma questi sono tenuti in vita per preservare e offrire al pubblico il più ricco patrimonio artistico mondiale, quello della civiltà italiana. L’essenziale fisionomia di questo patrimonio d’arte e di cultura si completa solo con la musica. La sola ratio per la quale le Fondazioni ricevano le centinaia di milioni di euro loro destinati sarebbe che fossero i musei della civiltà musicale, italiana in primis, mondiale poi. Tutto il sistema della musica e della prosa italiane è oggi frutto delle nomine del satrapo Salvo Nastasi, che ha spadroneggiato per anni e distrutto l’acustica del teatro più bello del mondo, il San Carlo di Napoli: con ciò sfregiando il patrimonio artistico del pianeta. I teatri servono in gran parte per le demenziali masturbazioni dei registi (Michieletto, De Rosa, etc), lodati da quei marchettisti dei cosiddetti critici musicali che nessuno legge più e hanno a disposizione spazi irrisori su giornali che nessuno legge più. Lo scopo museale dei teatri (e delle istituzioni sinfoniche), il diffondere la cultura musicale e in particolare il nostro patrimonio che va da Monteverdi a Puccini, Alfano, Respighi, Petrassi, Maderna, Togni, ricco quanto quello delle arti figurative, è completamente mancato.

Il Fatto Quotidiano, 22. IX. 2018

Il 22 febbraio 1942, a Petropolis, triste località di villeggiatura a settanta chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zweig si uccise con la moglie. Aveva sessantun anni. Era stanco di fuggire. Viveva a Salisburgo; con l’Anschluss il terrore nazista l’aveva costretto a peregrinare. Inghilterra, Stati Uniti, Brasile. Non ne poteva più. Ancora pareva che la Germania potesse vincere; la morte voleva per il Maestro essere anche un segno di rivolta; ma Zweig era coscienza così alta che, se fosse vissuto, avrebbe parimenti denunciato i bombardamenti alleati, Amburgo, Dresda, Vienna, Hiroshima. Un romanzo che ho appena letto, Gli ultimi giorni di Stefan Zweig, di Laurent Seksik, apparso in italiano per Gremese, ricostruisce in modo preciso e appassionante. L’ultima sua opera, scritta proprio in Brasile e apparsa postuma, è una delle sue più belle: Die Welt von Gestern, Il mondo di ieri (conviene leggerla nella limpida traduzione di Lavinia Mazzucchetti, 1945, traduttrice anche di Mann: non si lavora più così!), è una rievocazione della Vienna avanti la Prima Guerra, ove la Germania, l’Austria, la Boemia, e un finissimo cosmopolitismo ebraico capace di coltivare anche le memorie imperiali, si uniscono in uno dei più affascinanti crogiuoli della morente Europa. Musil, Roth, Mahler, Schönberg, Trakl… Chi ama la civiltà e l’arte non può leggerlo senza commuoversi per la bellezza e la finezza di ricordi personali e universali.

Barbadillo, 18. IX. 2018

Claudio Scimone, scomparso d’improvviso il 6 settembre sulla soglia di compire gli ottantaquattro anni, sono arrisi fama e successo ben più del riconoscimento del livello artistico e culturale. Questo era occultato, solo in piccola parte, dall’attitudine, dirò così, imprenditoriale, colla quale capeggiava I Solisti Veneti: ma far sopravvivere un’orchestra è di questi tempi arduo, e nessuno vorrà imputargli qualche manifestazione di gusto più facile a paragone delle cose altissime da lui fatte nei cinquantanove anni dalla fondazione dei Solisti e nel resto della sua attività.

Alla base del mancato riconoscimento della statura di Scimone un equivoco che si fa sempre più corrivo e volgare: la “Musica Barocca”. Oggi è quella più di moda; ed esistono non centinaia, migliaia di complessini che, richiamandosi a una presunta “prassi esecutiva originale” (non sanno nemmeno l’italiano: dicono “originale” invece di “autentica”) ci affliggono con esecuzioni dilettantesche nelle quali non esistono intonazione, fraseggio, non esistono le basi elementari della lettura musicale. E il concetto di “Musica Barocca” lo estendono come la pelle di zigrino: lo fanno incominciare all’incirca con Josquin e vi comprendono, poco ci manca, persino Beethoven: sovente eseguito, tuttavia, giusta gli stessi (non)principî dispensati a Vivaldi e Bach. Ma l’ignoranza e la decadenza dell’idea stessa di musica, oggi vigenti, rendono una sorta di obbligo religioso l’esecuzione “secondo la prassi esecutiva originale” e condannano all’ignominia quella che vi si discosti. Faccio un solo esempio: dell’ignominia fanno parte il Bach di Karajan di Klemperer, di Jochum, di Richter…

Il Fatto Quotidiano, 4. IX. 2018

Il direttore del Conservatorio di Benevento smentisce “Il Fatto”, e non i giornali e i siti internet che hanno pubblicato la notizia. Evidentemente non gradisce che un importante quotidiano nazionale diffonda qualcosa che forse desiderava gestire a livello locale, in famiglia. Nel suo tono aggressivo e offensivo, egli mi chiama “il suo giornalista” fingendo di ignorare che ero insegnante al Conservatorio di Napoli (non di Benevento) quando egli ancora andava a giocare a palla ai giardinetti; e proprio per la presenza di studenti del suo calibro civile e culturale ho abbandonato spontaneamente una cattedra assunta nel 1971. Tuttavia la lettura del mio articolo non è stata per lui inutile: ha imparato chi è Nicola Sala, al quale il Conservatorio da lui diretto è intitolato.

 

Il Fatto Quotidiano, 2. IX. 2018

Il Conservatorio di Musica di Benevento s’intitola a Nicola Sala. Nato nel 1713 e morto nel 1801, è il più importante sannita fra i grandi della Scuola Napoletana, che di autentici napoletani conta solo Porpora, e di quasi napoletani Jommelli e Cimarosa, aversani, e Durante, di Frattamaggiore; mentre due vertici, Leo e Paisiello, sono salentini. Oggi Sala è noto agli specialisti, perché le sue dotte composizioni sono uscite dal repertorio; gli si deve un bellissimo Stabat mater. Ma nel Settecento e nell’Ottocento Sala, allievo di Leonardo Leo, che con Alessandro e Domenico Scarlatti è il più importante contrappuntista del Settecento, secondo solo a Bach, godeva di grandissima fama quale didatta di contrappunto; i trattati di contrappunto, come allora si chiamavano, erano in fatto trattati sulla stessa arte della composizione. I suoi tre volumi pubblicati nel 1794 sotto il titolo di Regole del contrappunto pratico erano considerati nella prima metà dell’Ottocento il miglior trattato di composizione, superiore allo stesso Gradus ad Parnassum di Johann Joseph Fux. Verdi, ch’ebbe quale solo insegnante di composizione l’altamurano Vincenzo Lavigna, severissimo contrappuntista uscito dal napoletano Conservatorio di Santa Maria di Loreto, si formò su Sala oltre che su Scarlatti e Leo.

La premessa è necessaria a meglio comprendere quanto segue. Mi si segnala che il Conservatorio di Musica di Benevento conferirà la laurea honoris causa al “cantante” Gigi D’Alessio “per aver portato la canzone napoletana nel mondo”. Io sono un insegnante di Conservatorio dimissionario dal 1994 perché il decadimento della paidèia musicale mi aveva disgustato; non posso dare le dimissioni due volte; se fossi insegnante a Benevento, nel nome di Sala mi dimetterei.