Gli Articoli

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Italia Oggi, 23. IV. 2018

Ricorre un mese da che Piero Ostellino se n’è andato. La sua scomparsa resta un dolore per tutti quelli che amano la libertà, l’onestà intellettuale, la chiarezza delle idee, lo scrivere limpido, e anche il tratto civile nei rapporti professionali e personali. Vittorio Feltri ne ha steso allora un mirabile ritratto: da testimone privilegiato, oltre che da alta intelligenza. Non pretendo di gareggiare con lui.

   Ostellino divenne direttore del “Corriere della Sera” nel 1984. Fra le prime cose, pubblicò un articolo di fondo di Giuliano Zincone. Quest’altro grande giornalista e grande amico era stato dal “Corriere” prestato al quotidiano genovese “Il Lavoro”, che stava a cuore a Sandro Pertini. Nel 1980 le Brigate Rosse avevano rapito un magistrato e, per rilasciarlo, richiesero che i giornali pubblicassero un loro comunicato. Il PCI aveva dettato la “linea della fermezza”: nata col rapimento di Aldo Moro, più da necessità politiche interne ed esterne del Partito Comunista che da un’ampia visione di politica nazionale. Tutti vi si attennero, salvo Zincone, il quale contribuì a salvare la vita del giudice D’Urso. Ben sapeva che avrebbe perduto il posto; ma aveva il diritto, garantitogli dalla legge, di riprendere il lavoro a via Solferino, ove era restato un dipendente quale inviato e fondista. Non gli venne consentito dal direttore Alberto Cavallari, sotto tutela del PCI e dei “Salotti” milanesi.

Il Fatto Quotidiano, 5. III. 2018

Prosegue la serie degli articoli che ho promessa sul rapporto che la Riforma di Lutero ha con la musica.

   Il distacco dell’Inghilterra dal Cattolicesimo avvenne per cause contingenti, legate alle vicende personali di Enrico VIII. Era stato nondimeno da lunga pezza preparato dall’aspirazione nazionalistica insulare. E mise capo a quella Chiesa inglese la quale non ha in tutto caratteri protestanti ma di certo, senza la Riforma luterana, non avrebbe potuto prefiggersi una prospettiva politica. Il vero e proprio protestantesimo inglese, quello puritano, è di matrice calvinista e non ama la musica. Al nostro effetto, interessa anche la liturgia della nuova Chiesa d’Inghilterra, non più in latino ma in inglese. La Bibbia di re Giacomo rappresenta il completamento culturale del processo. E anche la nuova confessione mette al centro mitico l’Antico Testamento, con una identificazione della nazione insulare con Sion e Israele che riporta all’indietro la coscienza storica e culturale. Si credeva alla lettera al Vecchio Testamento, persino alla Genesi – e ci crede ancora la gran parte degli statunitensi.

   Se nel Quattrocento e nel Cinquecento l’isola aveva avuto una grande scuola di polifonia cattolica, nel Seicento la musica sacra ha rilievo soprattutto quanto a cerimonie di Corte. Il più grande compositore inglese del Seicento, nonché il più grande in assoluto, morì a trentasei anni: e la fine precoce di Henry Purcell nel 1695 è stata una delle somme sventure della musica. Egli sarebbe stato degno di sostenere il confronto con Scarlatti e Händel. La sua musica sacra è sgargiante e sontuosa; per il suo sfarzo, congiunto però a finitura stilistica impareggiabile, è parente più di quella romana e di quella della Corte del Re Sole che non sia prossima all’ascetismo protestante. La musica per le esequie della regina Maria, del 1695, possiede, oltre una celebra marcia funebre, tre Mottetti polifonici intrisi di un tale pathos e dolore che lo stesso Bach non riesce a superarli.

Il Fatto Quotidiano, 22. II. 2018

Un anno fa ho scritto sulla mirabile interpretazione del Piacere dell’onestà di Pirandello, regia di Antonio Calenda per lo “Stabile” di Catania: protagonista Pippo Pattavina. Più di recente, di un altro ammirevole Pirandello: i Sei personaggi in cerca d’autore, nell’allestimento del napoletano “Teatro Nazionale”, regia di Luca De Fusco. I due articoli scaturiscono dalla mia religione pirandelliana; e avevano per comune tema il fatto che quasi non si riesce più a veder messo in scena un dramma del filosofo girgentano col rispetto della didascalia e dello spirito; addirittura, del testo stesso. Ciò vale ormai, ben vero, per Shakespeare, Racine, Molière, Goldoni, Cechov; il caso di Pirandello è aggravato dalla presenza di cretini i quali teorizzano esserne il linguaggio, oltre che il concetto, vecchio e improponibile; doversi quindi “svecchiare” tale linguaggio, per “renderlo attuale” e quindi, in sostanza, render così Pirandello proponibile. E Pattavina di questa teorizzazione è stato vittima; perché lo “Stabile” della sua città ha preferito privarsi di lui piuttosto che di un regista, tale Michele Placido, che i Sei personaggi ha allestito; “svecchiando”, appunto, il testo.  Pattavina non ha accettato e ha rinunciato a lavorare; e nessuno lo ha trattenuto. Ciò mi ha particolarmente ferito, giacché speravo che almeno l’orgoglio siciliano intervenisse a difendere il suo sommo drammaturgo; e anche l’orgoglio catanese, essendo la città  patria di Angelo Musco, il primo e grande interprete del Berretto a sonagli; e di Turi Ferro, che, con Salvo Randone, è stato il miglior Ciampa degli ultimi decennî.

Il Fatto Quotidiano, 17. II. 2018

Molti considerano Beethoven il culmine dell’arte della musica e del suo sviluppo storico; altri vedono tale apice in Wagner; certo con pari fondamento tale culmine può essere reputato Bach. Ma del pari Johann Sebastian è considerato il vertice della musica sacra luterana, e del rapporto fra il luteranesimo e la musica. Nella trattazione che, per i cinquecento anni della Riforma, ho promessa del tema, eccoci al punto capitale.

   Che la fama di Bach si fosse oscurata nel Settecento oggi sempre meno si crede. La sua opera per tastiera, atta al clavicembalo ma ancor più al moderno pianoforte, e in particolar modo Das wohltemperierte Clavier, venne da subito vista come il testo capitale per la formazione pratica e di altissima teoria musicale del pianista, e del compositore; e  direi,  insieme con le Sonate del coetaneo Domenico Scarlatti. Pure, la rivendicazione che di Bach si fece sin dal primo Ottocento ha il doppio carattere del nazionalismo tedesco e del nazionalismo luterano: che poi sono una cosa sola. La biografia del Maestro incoraggia a vederlo l’aedo principe della Riforma. Ebbe varî impieghi, ma a un certo punto fu dipendente della città di Lipsia nella qualità di Cantor. Doveva provvedere al servizio di musica liturgica, nonché all’insegnamento.

Il Fatto Quotidiano”, 13. II. 2018

 “La migliore morte è quella che giunge inavvertita”. Lo dice Cesare, il modello del coraggio.   È capitata a Giuseppe Galasso; e la meritava, perché non era solo il più illustre napoletano vivente, ma un uomo grande e buono, di straordinaria generosità intellettuale e affettiva.

   Il 20 novembre avevamo festeggiato i suoi 88 anni. Il suo allievo prediletto Luigi Mascilli Migliorini aveva organizzato un convegno nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria con illustri storici italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, perché fossero presenti i principali ambiti della sua ricerca. L’occasione erano anche la Storia della storiografia italiana. Un profilo, e Storiografia e storici europei del Novecento, i suoi ultimi libri.  Aveva detto: “Oggi è possibile festeggiare due volte i quarant’anni, anche i cinquanta, spesso. Ma ottantotto, si può una volta sola.”  E, con l’eloquio accattivante e la napoletana arguzia che gli erano propri, aveva ripercorso le tappe della sua ricerca, della sua passione. Nessuno, come lui, era in grado di palesare la più ardua materia con la semplicità dei grandi. Poi una cena in riva al mare. Racconti, battute di spirito. Di fronte al ricordo della pervicace ostilità di Arnaldo Momigliano verso chi di gran lunga gli era superiore, Santo Mazzarino, “don Peppino” raccontò che all’inizio degli anni Cinquanta un suo fratello, manovale, era morto cadendo da un’impalcatura; e Momigliano gli inviò un assegno di sessantamila lire per la vedova. 

   Le sue lezioni erano trascinanti. Non ho l’età per aver ascoltato quelle di Benedetto Croce ma sono certo che le sue ne derivassero. Con Croce il legame di Galasso è fortissimo; è facile dire che egli ne fosse il principale erede. La somma dottrina li apparenta, ma anche la sprezzatura intellettuale e quella nel rapporto umano; e la passione civile, che si faceva passione politica. Nella casa di Croce Galasso teneva lezione, oltre che all’Università di Suor Orsola Benincasa. Si era formato lì, vi aveva trascorso una vita.  Quelle sale, ora Istituto Italiano per gli Studi Storici, conservano il tratto della dimora ospitale di un grande borghese.

Il Fatto Quotidiano”, 4. II. 2018

Nelle prima battute del Tabarro Puccini dipinge l’acqua torbida e limacciosa della Senna come a nessun francese è riuscito. Il Trittico fu composto durante la Grande Guerra; e fatto trionfare da Gino Marinuzzi dopo la prima esecuzione, alla quale il capolavoro in tre atti unici cadde. Ancora Parigi, e ancora Marinuzzi a concertare nel 1917 la prima esecuzione a Montecarlo, per l’opera meno compresa del Maestro: si continua a guardarla con diffidenza; La Rondine è la sua invenzione più delicata, più elegante.  Né Toscanini né De Sabata avrebbero posseduto la raffinatezza, la trasparenza di Marinuzzi. Diretta da Gianluigi Gelmetti, che firma anche l’esemplare regia, il raro titolo apre ora a Catania la stagione del Teatro Massimo Bellini.

   Quando, pochi anni prima, era apparso Il cavaliere della rosa di Strauss, alcuni cretini lo condannarono sostenendo trattarsi di un’Operetta travestita da Dramma musicale. Il “genere” conta più della res; e lo stesso capitò alla Rondine, con l’aggravante che l’originario progetto, una commissione viennese, era appunto quello d’un’Operetta. Le stigmate originarie vengono a Puccini rinfacciate, e a nulla vale che quest’altro capolavoro sia percorso da un fitto sistema tematico che, in un suo particolarissimo modo, assicura alla vicenda borghese uno sfondo mitico. Tutta la storia è percorsa dal ritmo del Valzer, e i Valzer di diversa specie – da quello viennese a quello francese a quello espressionista – Puccini conosceva Schönberg e, se non lo amava, lo rispettava – potrebbero esser ridotti a Suite sinfonica, da accostarsi al Poema di Ravel. Ravel il Valzer canta in modo tragico e terribile; il passo di Puccini è sommesso: la sua vicenda tragica viene narrata con stilistica attenuazione: resta tragica.

Il Fatto Quotidiano”, 28. I. 2018

Gastone Breccia è uno storico militare. Tuttavia il suo recentissimo Scipione, pubblicato dalla Salerno nella collana diretta da Giuseppe Galasso (pp. 349, euro 21) non è solo un libro di storia militare. Nella ricostruzione della parte avuta dal sommo condottiero nella fine di quel cancro chiamato seconda guerra punica egli apporta una sintesi efficace e aggiornata che si affianca degnamente a quella, insuperata, di Gaetano De Sanctis nella Storia dei romani; e forse la sua spiegazione tecnica, chiara e minuziosa, della tattica e della strategia di Annibale e dell’Africano nel fronteggiarsi da titani, è ancor più utile di quella dello storico novecentesco: almeno per il lettore attuale, essendo il suo linguaggio meno dotto e più piano. Ma questa biografia dell’Africano è, sempre per il lettore attuale, rivelatrice nella sua capacità di mostrare che Scipione non è un soldato e basta, ma un politico con una visione profonda e lungimirante della storia e della politica, il quale comprende che la guerra è l’unica via per attuare la sua visione politica: la guerra, s’intende, com’egli la concepisce; e il condottiero è un tutt’uno col politico.

Il Fatto Quotidiano”, 18. I. 2018

Continua con questo articolo la trattazione da me promessa del rapporto fra la musica e la Riforma di Lutero, nel cinquecentesimo anniversario.

Abbiamo visto in scorcio prospettico la nascita delle grandi forme strumentali legate, nel Cinque e nel Seicento, al Corale cantato nella liturgia riformata. Vediamo ora la musica, liturgica e spirituale, connessa alla parola sacra.

Nel Cinquecento il dominio franco-fiammingo-borgognone nella musica polifonica gradualmente arretra per dar luogo a quello italiano. E si crea una koinè stilistica comune, dalla penisola iberica all’Inghilterra alla Germania. I polifonisti germanici applicano alla musica liturgica protestante le tecniche e lo stile del Mottetto e del Madrigale italiano, dopo che il più importante polifonista, non tedesco ma in Germania abitante, Orlando di Lasso, era stato di questi tecnica e stile eccelso rappresentante. Ed ecco la musica di Michael Praetorius (1571-1621), di alti qualità e rilievo: e nei suoi titoli vediamo la commistione fra un Antico Testamento risuscitato e il gusto umanistico: Musae Sioniae, in nove volumi.

Il Fatto Quotidiano”, 4. I. 2018

 

Due concerti di Capodanno, due grandi direttori. Italiani. In caposaldi della musica tedesca. E, prima di parlare dei concerti, spiego il concetto.

La grande forma nasce da uno sforzo congiunto dell’Italia e della Germania. Dal concetto di elaborazione tematica che il Barocco eredita dal Rinascimento musicale adattandolo dalla polifonia vocale a quella strumentale. Tutto passa per Bach, compositore vissuto nell’età del Barocco il quale l’estetica del Barocco sente ed esprime ma che è, con Alessandro Scarlatti, il padre della Musica Classica. Onde considerarlo un musicista “barocco” è un abbaglio purtroppo frequentissimo. Nel Classico, da Domenico Scarlatti, Carlo Filippo Emanuele Bach e Haydn in poi, le grandi forme strumentali divengono tedesche.

Gl’interpreti della grande forma alla fine dell’Ottocento della grande forma avevano perduto la concezione. In Beethoven, Schubert, Schumann, Wagner, Brahms, Liszt, le loro versioni appaiono informi e rapsodiche, una specie di mosaico di pezzi irrelati. E il fraseggio è sovente enfatico, così come il rispetto della dinamica e delle relazioni di tempo sparito. Ci vollero Martucci, Toscanini e Marinuzzi, col latino senso della forma, per restituire alla Germania il vero accento dei suoi classici. Durò per qualche generazione; oggi questo è di nuovo dimenticato.

l Fatto Quotidiano”, 31. XII. 2017

Abbiamo tanti motivi per esser grati a Massimo Giletti per la sua trasmissione L’Arena, che poi ha dato troppo fastidio, e per l’attuale, Non è L’Arena, che ne riprende linea e contenuti su di una rete che ha avuto l’intelligenza di farla nascere. Io di solito non guardo la televisione, ma quando il 25 aprile il mio amico .6\7\Gian Marco Chiocci mi avvisò che ci sarebbe stata una puntata dedicata alla ripugnante vicenda di Gianfranco Fini e dei suoi cari, alla quale partecipava anche lui, non me la persi. Chiocci è pieno di forza, e manifesta una calma olimpica che io non avrei: mi sono accorto, per esempio, che un giornalista di “Repubblica”, Giannini, piuttosto che riconoscergli il coraggio e il merito di aver fatto, da semplice inviato, l’indagine sulla casa di Montecarlo, dalla quale incominciò la rovina politica di Fini, avrebbe preferito di Fini prendere le parti. In quell’occasione conobbi Giletti. Anche lui olimpico, salvo quando si tratti di puntare i piedi. Fini, altrove intervistato in modo quasi protettivo, affannava, aveva una faccia gialla segnata da macchie di paura, s’imbarcava in penose contraddizioni. E allora venne fuori l’avvocato Michele Sarno, da Scafati. Egli rappresenta Fini e lo difende. Giletti snocciolò i versamenti per sei milioni di euro che dall’imprenditore del giuoco d’azzardo Corallo erano arrivati alla famiglia Tulliani. L’avvocato affermò, all’incirca, che non si poteva pretendere da uno Statista, inteso a perseguire gli Alti Destini della Patria Nostra, di conoscere se, sul conto corrente di una Gentildonna che abita con lui, qualcuno abbia versato dei soldi. Nacque quella sera uno dei genî comici degli ultimi decennî.