Gli Articoli

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Libero, 27. XI. 2020

   Questo articolo è dedicato al libro di Alberto Mattioli uscito nei presenti giorni: Pazzo per l’Opera. Istruzioni per l’abuso del Melodramma (Garzanti, 2020, pp. 207, euro 16). Per comprendere le mie parole e il libro, occorre sottoporsi a una preliminare narrazione.

   Sono stato critico musicale del “Corriere della Sera” dal 1979 al 2015. Ero il più famoso critico italiano, se non europeo. Me n’è restata una misera pensioncina Inpgi. In cambio di questo, ho affrontato serate di un tedio per me insopprimibile. Quel pubblico dalle facce di mele rancide, quelle melo-recchie urlanti in falsetto, quelle sciure della borghesia milanese, quei loggionisti bercianti, quei patiti dell’Avanguardia, di Abbado e Luigi Nono… Dopo il licenziamento, ho ricominciato a vivere, a studiare, persino a scrivere libri. Sono un risorto. Il mio posto è stato, in punto di fatto, abolito; c’è un povero disgraziato al quale, verso tre centesimi, concedono lo spazio di un francobollo per (non) esprimere opinioni.

   Alberto Mattioli, modenese che scrive sulla “Stampa”, ha diciannove anni meno di me. Adesso il più famoso è lui. Habent sua fata libelli.  Da meno di un anno, siamo diventati carissimi amici. Le sue posizioni, in fatto di musica e di esecuzione musicale, sono l’esatto opposto delle mie. Potremmo pigliarci a coltellate; ma su tutto il resto andiamo d’accordo e fra noi vige persino una grande simpatia umana.

   Qual è la tattica, supervincente, di Mattioli? L’astutissima tattica di chi, essendo coltissimo e intelligentissimo, si finge un cretino. (In parentesi: una non gliela posso perdonare, il rimpianto e la venerazione per Alberto Arbasino, che quanto a cretino, lo era al quadrato.) Alberto (Mattioli) si traveste, dandola a bere, da bravo ragazzo e poco più che ingenuo loggionista, il quale ha una smodata passione per il teatro d’Opera e trova sempre motivi per entusiarmarsene. Tiene il conto delle migliaia di recite operistiche alle quali in tutto il mondo ha assistito. Là ove io sentivo una cappa di depressione e noia cadermi sul capo per tutte le stonature, gli errori, le improprietà, di cantantucci, registucoli e direttorucoli, egli riesce a trasformare qualsiasi difetto in eccelsa qualità. Alberto è un idolo delle melo-recchie: “Lui sì, che la cianta chiara!” Riesce anche a simulare, con un raffinatissimo gusto per l’apocrifo, il loro stile orante e (ahimé!) scrivente. Perché hanno i loro fluviali blog: avete mai inteso parlare de “Il Corriere della Grisi” o de “La voce del loggione”? Nemmeno Flaubert potrebbe concepirli, e nemmeno in bocca a Homais, col misto di rancore, di fare La maestrina dalla penna rossa e odium humani generis di che ridondano.

   Però. È molto più facile a un cretino fingersi intelligente che a un intelligente fingersi cretino. C’è sempre una falla. E faccio un esempio – fra i tanti. Il primo capitolo di un volume che fortemente incito a leggere, è dedicato ai registi d’Opera: una delle tabe del nostro tempo, e che naturalmente Alberto, quanto più “trasgressivi” siano, adora. Potrebb’esser considerato un capitolo aggiunto a Bouvard et Pécuchet di Flaubert. Mattioli si dedica a una pseudo-descrizione di coloro che alle loro vergogne si oppongono con veemenza. Egli crede di aver fatto un “grottesco” in stile Arbasino: il quale in neppur mille anni ci sarebbe arrivato. E debbo invocare anche il fatto personale: solo che io non m’indigno più, ho smesso di frequentare i teatri, le Opere me le ascolto a casa  e me ne proietto una regia ideale. Mattioli fa una descrizione di un bilioso, rancoroso, protestatario spettatore, appunto in stile Bouvard e Pécuchet, che per la metà pare un ritratto mio. (In parentesi: ve lo vedete Isotta, in un intervallo della Scala, dove manderebbe a stare e che cosa farebbe fare all’asmatico abbonato reduce della Guerra di Libia che scaracchiando gli si avvicinasse per dirgli che “così non si può andare avanti”?). Ma il ritratto mio è così eccessivo, così caricato nel grottesco, che il primo a scompisciarsene sono stato io stesso. La mescolanza di verisimile e di falso è così abile da cogliere, non solo la realtà in centinaia di casi, ma di rappresentare me stesso per metà. Questo non significa essere un critico musicale: molto di più: un narratore di autentico talento. Io sarò morto ma quel personaggio mi sopravviverà.

   E poi: le interminabili liste di cantanti e direttori d’orchestra. Ce ne fosse uno, da lui apprezzato, che io non disprezzi. Mette sullo stesso piano Erich Kleiber, ch’era un genio, e il figlio Carlos, un povero infelice; nonché una delle audacissime truffe del Maestro Siciliani nella quale caddi anch’io. Potrei continuare con tutto l’indice dei nomi. La punizione per uno così l’ho trovata solo io, e qui la rivelo: farlo diventare il fidanzato segreto della signora Cristina Mazzavillani Muti, e magari, simultaneamente, della figlia e del virilissimo genero.

   Ora viene la lista dei però. Il primo: si capisce che la sua passione per l’Opera e il suo allestimento è sincera, e molto per ciò gli verrà perdonato. La seconda: così come non gli riesce di simulare la cretinaggine, allo stesso modo non gli riesce di dissimulare la sua fondamentale bontà d’animo. Amiamo ambedue i gatti; ma mentre io mi limito ad adorare in silenzio la mia Isaura, ch’è altezzosa e tiene le distanze, lui ha scritto un libro – commovente è dir poco – Il Gattolico praticante. Esercizi di devozione felina. Chissà che il merito accumulatone non gli valga l’esenzione dai varî accoppiamenti con i Signori di Ravenna. Non da una pena accessoria: dover assistere, l’anno venturo, l’anno dantesco, a un’esecuzione della Sinfonia Dante di Liszt diretta dal Padre e declamata dalla Figlia. Ci sarò anch’io: a guardare lui. Mattioli, s’intende; al Padre spetta la maiuscola, Lui.

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 Il Fatto Quotidiano 22. XI. 2020

   Non mi metto a fare la storia della Rivoluzione Francese. Altrimenti direi: “Leggete il Gaxotte e incominciate da lì.” Una constatazione mi pare obbligatoria. Proviamo a guardare i ritratti dei suoi protagonisti, a cominciare da Robespierre. Hanno tutti una tabe fisica: chi gobbo, chi ex prete con tutte le stigmate, chi obeso… C’è n’è uno solo veramente bello, Louis-Antoine de Saint-Just, detronizzato per il suo appoggio a Robespierre e ghigliottinato, a ventisei anni, il 9 Termidoro (27 luglio) del 1794 e ghigliottinato, con Robespierre, il giorno successivo. Ma André Malraux dice “è la sua bellezza a nascere dalla leggenda”, ossia dal martirio e dalla fedeltà. Egli è peraltro il più amato dei rivoluzionarî dagli uomini dell’estrema destra francese: caso limite Drieu La Rochelle, non indenne lo stesso Camus, che non era di destra né di sinistra.

   Una delle scrittrici che amo, Marguerite Youcenar, sostiene che non potesse essere casto, giacché la carne va sempre soddisfatta. Fosse così semplice. Basta ricordare l’affermazione di Nietzsche, nella Genealogia della Morale: esser l’ascetismo la forma suprema di volontà di potenza. Infatti era soprannominato “l’Arcangelo della Morte”.

   In realtà, Saint-Just era un enigma. Affrontato nel bellissimo libro di Stenio Solinas: Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione (Vicenza, Neri Pozza, 2020, pp. 163, euro 18).  La sua crudeltà, la sua ansia a che gli altri salissero i gradini del patibolo, il disprezzo verso la natura umana accompagnato da un finto amore per l’Uomo, non nasceva da secondi fini, quali che fossero: era una missione attuante un desiderio soterico (verso la Patria), nascente da una insensata lettura degli Antichi, da Livio a Cicerone, a Plutarco. Tale desiderio soterico, psichicamente di carattere ossessivo, comporta quale parva res il sacrificio di sé. Il 9 Termidoro gli tolsero con insulti e grida la parola: egli restò immobile e insensibile al suo seggio. Per cinque ore, mentre quelli bestialmente berciavano. Dopo la notte di detenzione salì sulla carretta con la stessa fredda eleganza del giorno prima. Può darsi che in cuor suo desse ragione ai suoi assassini: forse possedevano un senso della Patria che a lui sfuggiva. Così era stato fra i promotori di un atto infame: la condanna a morte di Luigi XVI, “perché chi regna non può esser innocente.”

   Altro enigma: un uomo di così alti, e confusi, ideali, possedeva qualità pratiche – legislative, amministratrici, militari – che nessuno avrebbe in lui supposte. Combattette, riorganizzò armate quasi disperse sul fronte del Nord: egli, che cavalcava magnificamente ma che non aveva mai svolto il servizio militare. C’è, in questo libro di Solinas una grande lezione sul “guazzabuglio del cuore umano”. Per il suo stile così agile nel raccontare fatti molto complicati, e per la profondità che dietro v’è nascosta, questo Saint-Just potrebbe portare la firma di Stefan Zweig: il quale, onnisciente com’era, conosceva tutti i segreti e gli orrori della Rivoluzione. Consiglierei di legger parallelamente la sua straordinaria biografia di Maria Antonietta.

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 Il Fatto Quotidiano, 12. XI. 2020.  

   Tra la fine del Settecento, specie in periodo rivoluzionario, e l’Ottocento, v’era a Parigi una miriade di teatri. Farne la storia richiederebbe volumi. C’interessa ora il Théâtre des Italiens (“degli Italiani”), in gergo detto “les Italiens”, ove si recava una certa società aristocratica e alto-borghese, dai gusti, per lo più, rivolti al “Bel Canto”, e quindi a Rossini, che ne fu Direttore e poi, a lungo, direttore occulto. Pensiamo solo che les Italiens ospitò la prima esecuzione assoluta de I Puritani di Bellini, proprio sotto l’egida di Rossini, che l’amava moltissimo e lo istruì, per l’occasione, nei segreti dell’orchestrazione.

   Gli “Italiani” vennero inaugurati con un decreto di Napoleone – “Primo Console” – del 1801, Chiusero definitivamente nel 1878, dopo la disfatta del nipote Imperatore, Napoleone III. Il loro fine era quello di rappresentare Opere italiane, per lo più in lingua originale, in uno stile esemplare, con una generazione di ritardo. Vi passarono tutti, dai sommi (Rossini, Donizetti, Bellini, Mercadante), a ogni genere di minori. Si capisce, perché Parigi era considerato il centro del mondo, persino sotto un Re despota, incapace, furbastro e ignominiosamente deposto come Luigi Filippo. Naturale che un altro Sommo, Verdi, ne venisse attirato. Ne tratta un libro di grande importanza: Verdi e il Théâtre Italien di Parigi (1845-1856) di Ruben Vernazza (Libreria Musicale Italiana, 2019, euro 25). Ma Verdi era un’altra cosa. Aveva per culto l’assolvere le proprie obbligazioni; ed era inesorabile nel pretendere l’assolvesse la controparte. Di più: la sua altezza quale compositore venne così presto e così unanimemente riconosciuta (a parte il critico Fétis, che verso di lui occupò lo stesso ruolo di “cretino ufficiale” che Sainte-Beuve tenne verso Flaubert): che Verdi poteva permettersi di trattare simultaneamente anche con un teatro assai più grande degli Italiens, ritenuto il primo del mondo e detto in gergo l’Opéra, ossia l’Académie Royale (poi Imperiale) de Musique. Infatti agli Italiens non piaceva. Fino al trionfo del Trovatore del 1854, mentr’egli ne preparava un’edizione in francese per l’Opéra.

   Or quello di Vernazza non è solo un bel libro di storia della musica. L’Autore si è dovuto immergere nel fango di ricerche defatiganti e umilianti, fatte sui luoghi. S’è occupato di strozzini, di cessioni del credito e del debito, di ufficî esercitati per interposta (talora incerta) persona, di corridoi ministeriali, e simile lordura. Balzac morì assai presto, nel 1850; ma non solo le sue opere anteriori, anche quelle successive al 1840, dipingono un mondo: per capire il quale, prima di leggere il libro di Vernazza, occorrerebbe conoscere tutta la sua opera, come certo il mio giovane collega Ruben ha fatto. Il quale s’è dovuto anche procurare un’istruzione tecnica su di una materia allora (e per molto) fluttuantissima come il Diritto d’Autore.

   Anche stavolta Verdi fa la grandissima figura di chi possiede tutti i pregi degl’Italiani senza averne i difetti. Una roccia, come Virgilio e Michelangelo. Al Théâtre des Italiens tutti, nell’alternanza dei ruoli, dovettero maledire il giorno che l’avevano conosciuto. Eseguivano le Opere secondo il gusto dei cantanti e del pubblico: ti arriva uno che pretende un’interpretazione precisa del suo testo, a volte costretto a dirigerlo di persona, perché a Parigi nessuno era capace. Altro che Rivoluzione del 1789!

   Una confessione: con quest’articolo tento di sgravarmi la coscienza, dal momento che il mio Verdi a Parigi era in terze bozze quando quello di Vernazza uscì. Non potetti farne menzione e nemmeno leggerlo. Mi sarei chiarificato la vista come con un miracoloso collirio. Mi son dovuto accontentare di Balzac e Flaubert.

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Libero, 10. XI. 2020

 

Sono assai perplesso. E desidererei tanto che qualche anima buona mi aiutasse a trovare una risposta a quel che mi pare un mistero, inspiegabile.

   La settimana scorsa ho pubblicato, su “Il Fatto Quotidiano”, un articolo su di un avvenimento che mi pare al centro degli interessi degli italiani. Parlo di fatti che in apparenza sono irrelati ma in piena sostanza posseggono uno stretto nesso. Sua Santità, in un’intervista che, quanto a valore canonico, conta meno di zero, ha annunciato che gli omosessuali, rei, ricordo, di peccato mortale, quanto a dottrina ecclesiastica, peccano assai meno se, stretti da un vincolo d’amore, convivono quale coppia matrimoniale nel senso della carità cristiana. Un tempo la Chiesa professava opposta dottrina: esser meno grave il peccare occasionalmente, seguito dalla Confessione e dal suo Sacramento, rispetto a un vincolo fisso, al qual peccato s’aggiungeva la pertinacia: dunque esso diventava irredimibile portando direttamente all’Inferno. I ricchioni “sposati”, che oggi ispirano tanta tenerezza quando li si vede la domenica mattina nei supermercati scegliere tra il “pacchero” e la “linguina” per tutta la settimana, ispirano tenerezza e indulgenza: dal Santo Padre alla Casalinga. C’è il Vincolo dell’Amore.

   E lì venivo a trattare di un caso pratico. C’è un quarantottenne attore, popolarissimo presso le ragazzine, che personalmente giudico assai attraente, il quale per decennî ha dovuto fingere focosissime storie d’amore femminili perché – egli ha dichiarato – glielo imponevano i suoi padroni: produttore, uffici stampa et similia. Essendo egli, Gabriel Garko (nome d’arte) di Casale Monferrato, al suo posto mi sarei consultato con don Gonzalo Fernandez di Cordoba e Alessandro Manzoni. Posto che fossi stato in grado di capire la grammatica dei Promessi sposi. Li hai mai letti, Gabriel?

   Ma egli è stato costretto dai suoi padroni (ufficio stampa, produttore, agente e non so che altro) a fingersi eterosessuale: tanto che io, gravemente errando, lo sfottevo di continuo, parendomi assai difficile che un bel ragazzo, dai tratti così spiccatamente – e vorrei dire ultroneamente – effeminati, avesse intense storie d’amore con improbabili e, per me, racchissime donne.

   Or che va a capitare: le azioni di Gabriel erano purtroppo in ribasso; i suoi padroni l’hanno capito: ed egli ha effettuato in diretta televisiva un coming out nel quale dichiarava la sua vera natura, piacergli solo i maschi, e intrattenere al momento un focoso rapporto d’amore (vincolo familiare, s’intende) con un ragazzo ventitreenne di Torre Annunziata, residente dalle parti della Malpensa perché ivi impiegato nello spostare i bagagli o qualcosa di simile: Gaetano Salvi: niente di che, se vedete le innumeri fotografie su Wikipedia.

   Di ciò s’è parlato moltissimo, specie nelle trasmissioni televisive e sui settimanali. Lagrimevoli confessioni (omnibus perpensis) di Gabriel. Beh, da coglione ho ritenuto di aggiungere anche la mia. Mi dichiaravo fortemente pentito per avere sfottuto un ragazzo palesemente fragile. Gli chiedevo perdono per averlo preso in giro su di un fatto così delicato che doveva causargli (credevo; e ancora oso credere) profondi traumi psichici. E dichiaravo che questo Gabriel, da qualche tempo in ribasso, fosse stato costretto dai suoi padroni a fingere un dolorante coming out televisivo per dolorosamente (o dolosamente, visto il fine per che l’avevano mandato?) proclamare la sua identità erotica: in realtà, per far parlare, comunque, di sé.

   I suoi padroni debbono avergli detto: “Non rendi più come velata, adesso tu ti dichiari in televisione, noi ti troviamo un fidanzato fisso, a posto, bruttino e sottoproletario, tu dichiari di aver incontrato il grande amore della tua vita, e tutto va in regola.” E così è andata avanti la ridda televisiva e dei settimanali. Nel mio articolo sul “Fatto” dichiaravo tutto ciò: beninteso, la mia – secondo me inconfutabile – ragione dei fatti. Ma guai a voler postulare una ragione! Che volete, mi piace trattare anche di quisquilie…

   Ora, è vero o non è vero che Garko è al centro degl’interessi nazionali? È vero o non è vero che dove mette, o se lo fa mettere, il cazzo, è cosa da superare per importanza tutta la nostra politica estera? E che il lavoratore della Malpensa è un personaggio d’interesse e importanza patriottiche, quasi maresciallo Badoglio? Infine, anche per la mia età, è vero che io sia uno scrittore di un qualche rilievo sul terreno italiano? Il mio articolo si concludeva, peraltro, con le scuse per averlo preso in giro nel passato, Garko, e con l’espressione di tenerezza e pietà perché un essere umano, quale egli è, fosse privato dai suoi padroni del minimo della libertà personale? Allora, o egli è un essere moralmente inqualificabile o, come propendo a credere, un essere reificato, trasformato in una mera res, ossia di una cosa fungibile alla quale ogni diritto è sottratto?

  La risposta è facile. E qui viene la mia perplessità. Su di Garko appaiono servizî anche quando acquista un nuovo cavallo: che, evidentemente, gli sta a cuore – buon per lui – più di Salvi Gaetano? Eppure, non un giornale, non una trasmissione radio- o televisiva, ha raccolto quel che mi pareva una argomentata riflessione. Volta, ora, a tentare di far capire a un mio sventurato fratello ch’è giunto il momento di viversela in proprio, la vita, quali che fossero le conseguenze: pure quelle di mettersi per istrada e “battere”, ma liberamente. Acchiappa dieci ragazzi al giorno, tanto sei bello e te lo puoi permettere!

   Ma, a quel che pare evidente, l’ufficio stampa di Gabriel esercita in fatto più potere di quello della Presidenza del Consiglio? E che, per riprendere l’aforisma in campo filosofico di Wittgenstein, “di ciò di che non si può parlare, parlare non si deve?”

   Partivamo da un piccolo gossip di ricchioni e siamo arrivati a una questione etica: e profonda. A me di Garko non importa nulla; ma ch’egli possa esercitare una libertà di uomo, diciamolo pure, importa per ragioni di principio. E, alla fine, ciò investe tutti noi.

   Mi aiuti, amato Direttore Vittorio, a capirci qualcosa? Sono incorso nel Sacrilegio? Verrò scomunicato, per “offesa alla sacralità della Famiglia”, donec aliter provideatur: ossia, quel rogo che per tanti motivi mi merito…

   Qualche tempo fa, il Sommo Pontefice ha reso noto che la Chiesa guarderebbe con occhio clemente un legislatore il quale attribuisse alle coppie omosessuali una tutela (quale?) così così come la garantisse alle cosiddette “coppie di fatto” eterosessuali. I divorziati non trascorsi per un annullamento rotale, e così via. Lo ha fatto non attraverso un documento, ma un’intervista a un settimanale: che dal punto di vista giuridico vaticano altro non è che l’espressione di un parere di uno, pur pregistosissimo, dei tanti.

   Questi preti sono bravissimi nel girare la frittata giusta convenienza. Solo pochi decennî fa i più saggi e più dotti dei Monsignori sostenevano: l’omosessualtà è un peccato mortalissimo, imperdonabile, soprattutto se inquadrato in un’unione la quale al peccatore facesse manifestare il proposito della fermezza e della durata nel tempo. L’omosessuale che invece fosse (per istrada e simili) caduto una tantum in tentazione, per poi pentirsi – e ripentirsi con il Sacramento della Confessione – cadeva in un peccato, nella scala, di minor gravità. La condanna di tale comportamento risale, peraltro, nemmeno al Vangelo, quanto piuttosto dalle veementissime prese di posizione delle Epistole paoline, di San Giovanni Crisostomo e di Santa Caterina, che decretano la consumazione dell’atto contro natura il più grave della scala dei crimini contro Dio. Adesso si propende per la via opposta: ma i buoi sono già scappati dalla stalla e di clienti ne restan pochi, per lo più in provincia.

   Vengo ora a un caso attualissimo e popolarissimo, quello dell’attore Gabriel Garko. Premessa: non lo conosco come non conosco nessuno del suo ambiente. Procedo per quelle che il Diritto chiama presunzioni. E ho anche colpe nei suoi confronti. Negli anni del passato ho scherzato su di lui, tanto mi pareva ridicolmente improbabile che non appartenesse al vasto ambito dei maschi attratti dagli altri maschi – cosa, che a mio vedere, non appartiene affatto all’ambito di ciò ch’è contro natura. Era difficile, pur se ribadisco di aver sbagliato, non sfottere un così palese ed effeminato omosessuale che ribadiva di avere profondi amori femminili.

   Glieli avevano procurati, questi amori, e imposti,  i suoi padroni, agente, produttori, ufficio stampa. Ai quali doveva obbedire – per un complesso di motivi non solo di carattere economico – perinde ac cadaver. Or Garko fa un’accorata confessione televisiva, fa il suo coming out: commosso e commovente, pur se diciamo, come un annuncio a tumulazione avvenuta. È omosessuale, lo è sempre stato, e ora ha un profondo legame d’amore con un ragazzo di Torre Annunziata che scarica i bagagli alla Malpensa. Le mie presunzioni dicono: i padroni dello sventurato Garko hanno deciso che il loro tutelato (ossia la loro cosa) era un po’ in ribasso, che come prodotto rendeva meno, e che serviva dunque creare un fatto clamoroso che lo riportasse al centro dell’attenzione. Hai fatto la “velata”? basta, devi essere l’eroe del coming-out. Ma non limitarti a questo: creati una vera storia d’amore (pur essa fabbricata da noi) che t’inquadri nella categoria piccolo-borghese dell’omosessuale che ha famiglia e vincolo basato sull’amore. Il Papa e la Casalinga già si estasiano all’idea della coppietta che al supermercato fa la domenica la spesa per tutta la settimana. Garko è stato dunque, per la seconda volta, reificato, reso una cosa alla quale si negano volontà e sentimenti. Peccato d’incomparabile gravità, se Dio esistesse. Non so se abbia Garko la forza di vergognarsene, pur non potendo impedirla, la reificazione. Ma non ci scherzo più sopra. Se fossi in lui, direi: sono omosessuale, vado per istrada, e mi scelgo dieci ragazzi al giorno come mi piace. Ma non può. Si tratta, invece, di uno sventurato privato dello stato di essere umano da parte d’interessi, in teoria opposti, di fatto coincidenti. Non voglio esprimermi sul cosiddetto “fidanzato”: tutti dobbiamo campare. Ma per lui, Gabriel Garko, provo solo tenerezza e pietà.

  . Il Fatto Quotidiano, 24. X. 2020.

Trent’anni fa, il 27 ottobre 1990, ci ha lasciati Ugo Tognazzi. E ci ha lasciati male. Era piombato nel baratro del “male oscuro”, quella depressione alla quale non c’è rimedio e alla quale, sovente, non c’è causa. Più facile curarla quando alla radice c’è un motivo esistenziale; ma quando, come ormai s’è capito, è una malattia di per sé, è

un castigo di Dio. Dalla vita aveva avuto tutto. Il suo ego sessualmente ipertrofico s’era soddisfatto. Era meritamente riconosciuto come uno dei nostri grandi; e glien’erano venuti guadagni corrispondenti. Aveva soddisfatto la passione per la cucina, la sua più grande. Era rimasto fedelissimo, e ricambiato, alla sua Cremona, benché abitasse presso Roma. Dopo la generazione di Totò e Peppino, che li precedeva, e dopo quella di Sordi, che ancora aveva precorso i loro passi, faceva parte di un gruppo che allora chiamavano “i bravi attori della commedia all’italiana”. Se ora li enumeriamo ci pare d’aver da fare con un trio di giganti: e dove li troveremo più? Gassman, Manfredi, Tognazzi: in fondo potremmo persino dire un quartetto, se si pensa che Tognazzi era del 1922 e Sordi solo del 1920.

   Aveva incominciato anche lui con la rivista, addirittura con Wanda Osiris. Ma non gli andò bene. Il primo film al quale partecipò è I cadetti di Guascogna, del 1950, in mano a un regista disprezzato generalmente e che a me pare un genio, Mario Mattoli. Poi il grandissimo successo televisivo con la trasmissione Un due tre, in coppia con Raimondo Vianello; che dal 1954 al 1959 attirava tutti gli italiani. Ma andò male, fu interrotta e proibita d’improvviso per aver “ecceduto nella satira politica.”

   Ci fu la valanga di films. Come gli altri del trio (o quartetto), Tognazzi non fu un attore esclusivamente comico. Certo, c’è il conte Mascetti, della serie Amici miei di Monicelli, il quale fa ridere partendo dalle tragedie della miseria e, poi, della malattia. Vogliamo i colonnelli (1973), di Monicelli, ti fa addirittura scompisciare per la dipintura d’ambiente e il suo generale tono grottesco: ma è la storia di un gruppo di poveri disgraziati, falliti, residuati, i quali sostituiscono alla vita un sogno, appunto, grottesco, che per la pena ti lascia l’amaro in bocca. Il registro grottesco è pure quello di Splendori e miserie di Madame Royale (1980), di Vittorio Caprioli: ma alla fine è la storia d’uno sventurato omosessuale, del tutto solo, che muore assassinato perché un cinico commissario di polizia l’ha ridotto a confidente, non l’ha “coperto” e l’ha abbandonato al suo destino. La marcia su Roma (1962), di Risi, è la storia di due miserabili braccianti che, nella loro miseria, s’illudono nel Fascismo, fanno la Marcia su Roma e si ritrovano più poveri di prima. Si ride, ma amaramente.  A ancor più ne Il federale (1961), di Luciano Salce. Ne Nell’anno del Signore (1969), di Luigi Magni, egli recita il ruolo di uno spietato cardinale di fine Settecento che senza freni mette mano alla ghigliottina.

   Poi c’è un Tognazzi assai più grottesco, che vediamo ne I mostri (1963), di Risi, e I nuovi mostri (1977), di Monicelli, Risi e Scola. E c’è un Tognazzi sottile, il quale non è perseguitato né persecutore ma ambo le cose: La bambolona (1968), di Franco Giraldi, nel quale vediamo un gran borghese, uomo di successo, che cade nella trappola d’una famiglia dell’infima borghesia e ci lascia le penne: sono turpi da ambo le parti; solo ch’essi sono così abietti ch’egli, di fronte a quel che per lui è l’ignoto assoluto, resta inerme.

   Quanti altri esempi potrei fare della sua cangevole personalità. Ci resta da dire che, come tutti i veri grandi, Ugo è stato un attore e basta, senza che noi si tenga conto di categorie e sottospecie.

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Libero, 24. X. 2020

   Un gruppo di miei fraterni amici milanesi ha fondato una nuova casa editrice che s’intitola Settecolori. Una di quelle scelte possibili, a questi lumi di luna, solo ai pazzi e ai santi: tanto più che a guardarne il catalogo, a partire dal 2021, si resta pieni d’ammirazione sia per il coraggio che per la raffinatezza delle scelte. Il nome della casa editrice, prima francese che italiano, richiede una spiegazione storica, anche perché così si arriverà al motivo di questo intervento. Robert Brasillach è stato uno dei più geniali e avanguardisti scrittori francesi tra le due guerre e fino al 1945. Era di estrema destra e ammiratore del Terzo Reich: ma per estetismo, non per convinzione politica criminale. Infatti ebbe il privilegio di essere condannato a morte e, pertanto, di divenire un martire: condannato non perché avesse commesso alcun crimine, ma solo per aver espresso idee: poi risultate sconfitte. Ben vero, tutti gl’intellettuali francesi, con un nutrito tasso di antifascisti – il che la dice lunga sulla differenza fra gli antifascisti francesi e i nostri, ai quali occorre mettere sempre le virgolette – insorsero contro tale condanna. La risposta di chi lo mandava a morte fu agghiacciante, perché da sola esprime il marchio della tirannide: si agisce non in nome del Diritto, in nome della Giustizia. Neanche sotto la civiltà sumerica si sarebbe osato pronunciare un siffatto principio.

   Or Les sept couleurs è un geniale romanzo proprio di Brasillach, che stravolge sia i generi che gli strumenti letterarî, adopera la tecnica del cinema nella narrazione, passa dall’epistolografia al racconto. Il romanzo ha un sol difetto, e non lieve. Tratta di travolgenti amori: non so se l’Autore avesse mai toccato una donna, ma tutti sanno che a Brasillach piacevano i maschi: nel suo coraggio, non ne faceva mistero alcuno, onde spiaceva anche a quella parte politica che avrebbe dovuto essere la sua. E se si facesse il catalogo degli omosessuali di destra ed estrema destra non la finiremmo più; ma perché, ripeto, l’estrema destra li attirava per motivi estetistici. (Beninteso, il caso Brasillach non va così banalizzato: egli ha scritto anche un bellissimo saggio su Virgilio che ha tutta la severità del vero classico.) Ma, certo, se rivediamo Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con tutti quei ragazzi biondi che si spogliano e si immergono nelle acque ghiacciate per le loro abluzioni, e poi le adunate del Congresso di Norimberga, un povero ricchione che poteva fare? Già lo condannavano quelli dello schieramento Dio-Patria-Famiglia, almeno il neo-paganesimo gli consentiva d’essere se stesso…

   Dunque, una casa editrice in omaggio a Brasillach. Benissimo; e coraggioso. Ma qui entro io con un tutt’altro discorso, che riguarda il cognato del martire. Si chiamava Maurice Bardèche ed era anche suo intimo amico; professò le medesime sue idee, e lo fece fino al 1998, non essendogli toccata la fortuna della condanna a morte. E fu anch’egli, sia chiaro, un grande scrittore. Adesso mi assumo la parte dell’advocatus diaboli e consiglio ai miei amici di non tradurre per le loro edizioni un titolo di Bardèche che, peraltro, sorprende non sia stato volto nella nostra lingua da qualcun altro. Attesone il valore intrinseco, l’unica spiegazione di una traduzione mancata è una damnatio all’Autore di carattere ideologico.

   Parlo del valore di uno Scrittore e di un suo libro, e al tempo stesso sconsiglio di tradurlo? Ho il dovere di spiegarmi.

   Il volume in questione, assai ampio (390 pagine in ottavo grande) è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 da – guarda caso – Les sept couleurs, poi, in edizione rivista, nel 1988, da una casa editrice dal nome del pari fatidico, La Table Ronde. E s’intitola Flaubert. Ora qualcuno dei miei lettori può darsi sappia che nel campo della narrativa ho tanti amori ma una sola adorazione bipartita: Manzoni e Flaubert. Ho scritto, per esempio, di Thomas Mann, che giudico inferiore ai due giganti; ma non oserei mai poggiare le zampe su di loro. Però di Flaubert so tanto da poter spiegare la diffidenza ispiratami dal libro di Bardèche, e anche da lodarne i pregi.

   Sovente gli Autori di destra scrivono di getto; manca loro la rifinitura; e cadono talora in errori materiali dovuti a superficialità di documentazione. Bardèche è un prodigio nel senso contrario. Non c’è carta, o pagina di taccuino, che ignori. Di ogni opera spiega la genesi e ne racconta le versioni scartate, talune delle quali possibili e pregevolissime. Di più, racconta con una vastità non posseduta, a mia scienza, da altri Scrittori tutte le opere che il genio di Croisset progettò senza mai scrivere. Le analisi delle singole opere posseggono gran tratti d’intelligenza e di finezza letteraria. A un certo punto del libro mi sono accorto ch’esso non è stato concepito come un’introduzione al Sommo, bensì per lettori smaliziatissimi che del Sommo posseggono perfettamente le opere. Ma questo non è un difetto; è solo una caratteristica che fa del libro un’opera di autentica critica.

   Quanti anni avrà messo Bardèche a scrivere il Flaubert? Credo molti, non fosse che per la incredibile mole degli studî documentarî, che comprendono anche lo sterminato epistolario (in Italia credo di essere uno dei pochi che l’ha letto per proprio piacere). Ma non si spendono anni di fatiche, non si spandono fiumi d’intelligenza, per dedicarsi a qualcuno che ci è fondamentalmente antipatico. Bardèche è sempre all’erta, come un insonne cane da guardia. Oserei dire che, più di analizzare le opere del Normanno, le dissezioni, animato da un freddo furore di trovarvi ogni volta la tabe nascosta. Lo accusa di magniloquenza, enfasi, incapacità di trovare caratteri invece che solo manichini, effettacci, in Salammbô: ch’è, secondo me, il più grande romanzo storico mai scritto insieme, o, se vogliamo, dopo, I promessi sposi. Hérodiade è il terzo dei Tre racconti, ma la prospettiva ond’è contemplato il mondo antico è parimenti precisa e al tempo stesso vertiginosa. Gli sfugge invece, in quest’epopea ispirata da Polibio e svolgentesi a Cartagine tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, quel che salta agli occhi di tutti: Flaubert è stato sì un grande puttaniere, ma la sua ossessione – segreta eppur ostesa in queste pagine – è il corpo maschile concepito in modo sadomasochistico. Le battaglie, e ancor più la scena del banchetto dei Mercenarî nei giardini di Amilcare, con che si apre il romanzo, lo dichiarano nel modo più palese. A Brasillach certo non sarà sfuggito; ma forse i due cognati avevano pudori nei loro dialoghi.

   Flaubert era lentissimo nel lavoro ed era ossessionato dallo scrupolo della precisione nei particolari: L’educazione sentimentale si svolge sotto Luigi Filippo ma fu scritta negli ultimi anni di Napoleone III; ond’egli si documentò storicamente allo stesso modo che aveva seguito coi Cartaginesi di un’epoca favolosamente lontana: e sì che sotto Luigi Filippo egli era vissuto. Ciò induce Bardèche a sminuire i due grandi romanzi “borghesi” siccome creature un po’ stentate, scritte faticosamente pagina dopo pagina, senza quel getto unitario che caratterizza, secondo lui, Stendhal e Balzac. E invece, Madame Bovary e L’educazione non sono solo tra i più grandi documenti storici mai scritti: c’è dentro un’intera epoca; sono anche fra le più potenti insieme e sottili analisi del cuore umano mai concepite.

   Bouvard e Pécuchet può avere i suoi difetti, anche per essere un’opera incompiuta che non sapremo mai quale via avrebbe intrapreso. Bardèche ha giuoco facile a demolire l’ultimo romanzo; chissà quale meraviglia sarebbe stato quello sulle Termopili, che Flaubert aveva sognato. L’unica creazione del Normanno che il nostro critico ami fino in fondo è La tentazione di Sant’Antonio; e, ciò che favorevolmente sorprende, nelle tre diverse versioni, là ove la critica giudica la prima poco più di una fantasticheria puerile. Ebbene, non ci si crederà, ma questo capolavoro non è oggi disponibile da noi sul mercato: si trova solo, usato, su internet, perché qualche decennio fa una piccola casa editrice fece il generoso tentativo di tradurne la terza versione, e solo quella. Agli amici della Settecolori dico allora: non pretendo che pubblichino in volume le tre versioni, ma almeno la terza, la più breve. Ma solo a condizione che trovino un traduttore confessato e comunicato, il quale, oltre al francese e all’italiano, conosca le sottigliezze della barbarica teologia del IV secolo, la filosofia antica, la mitografia e abbia letto il Gibbon – capolavoro dal quale imparerà chi fosse il vero Sant’Antonio Abate, feroce capobandito egiziano. Tra i ragazzi, dal marasma della generalizzata imbecillità, sorgono ogni tanto sorprendenti talenti. Chi sa se ne trovassero uno in grado di far contenti sia Bardèche che me.

   

Libero, 24. X. 2020

   Un gruppo di miei fraterni amici milanesi ha fondato una nuova casa editrice che s’intitola Settecolori. Una di quelle scelte possibili, a questi lumi di luna, solo ai pazzi e ai santi: tanto più che a guardarne il catalogo, a partire dal 2021, si resta pieni d’ammirazione sia per il coraggio che per la raffinatezza delle scelte. Il nome della casa editrice, prima francese che italiano, richiede una spiegazione storica, anche perché così si arriverà al motivo di questo intervento. Robert Brasillach è stato uno dei più geniali e avanguardisti scrittori francesi tra le due guerre e fino al 1945. Era di estrema destra e ammiratore del Terzo Reich: ma per estetismo, non per convinzione politica criminale. Infatti ebbe il privilegio di essere condannato a morte e, pertanto, di divenire un martire: condannato non perché avesse commesso alcun crimine, ma solo per aver espresso idee: poi risultate sconfitte. Ben vero, tutti gl’intellettuali francesi, con un nutrito tasso di antifascisti – il che la dice lunga sulla differenza fra gli antifascisti francesi e i nostri, ai quali occorre mettere sempre le virgolette – insorsero contro tale condanna. La risposta di chi lo mandava a morte fu agghiacciante, perché da sola esprime il marchio della tirannide: si agisce non in nome del Diritto, in nome della Giustizia. Neanche sotto la civiltà sumerica si sarebbe osato pronunciare un siffatto principio.

   Or Les sept couleurs è un geniale romanzo proprio di Brasillach, che stravolge sia i generi che gli strumenti letterarî, adopera la tecnica del cinema nella narrazione, passa dall’epistolografia al racconto. Il romanzo ha un sol difetto, e non lieve. Tratta di travolgenti amori: non so se l’Autore avesse mai toccato una donna, ma tutti sanno che a Brasillach piacevano i maschi: nel suo coraggio, non ne faceva mistero alcuno, onde spiaceva anche a quella parte politica che avrebbe dovuto essere la sua. E se si facesse il catalogo degli omosessuali di destra ed estrema destra non la finiremmo più; ma perché, ripeto, l’estrema destra li attirava per motivi estetistici. (Beninteso, il caso Brasillach non va così banalizzato: egli ha scritto anche un bellissimo saggio su Virgilio che ha tutta la severità del vero classico.) Ma, certo, se rivediamo Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con tutti quei ragazzi biondi che si spogliano e si immergono nelle acque ghiacciate per le loro abluzioni, e poi le adunate del Congresso di Norimberga, un povero ricchione che poteva fare? Già lo condannavano quelli dello schieramento Dio-Patria-Famiglia, almeno il neo-paganesimo gli consentiva d’essere se stesso…

   Dunque, una casa editrice in omaggio a Brasillach. Benissimo; e coraggioso. Ma qui entro io con un tutt’altro discorso, che riguarda il cognato del martire. Si chiamava Maurice Bardèche ed era anche suo intimo amico; professò le medesime sue idee, e lo fece fino al 1998, non essendogli toccata la fortuna della condanna a morte. E fu anch’egli, sia chiaro, un grande scrittore. Adesso mi assumo la parte dell’advocatus diaboli e consiglio ai miei amici di non tradurre per le loro edizioni un titolo di Bardèche che, peraltro, sorprende non sia stato volto nella nostra lingua da qualcun altro. Attesone il valore intrinseco, l’unica spiegazione di una traduzione mancata è una damnatio all’Autore di carattere ideologico.

   Parlo del valore di uno Scrittore e di un suo libro, e al tempo stesso sconsiglio di tradurlo? Ho il dovere di spiegarmi.

   Il volume in questione, assai ampio (390 pagine in ottavo grande) è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 da – guarda caso – Les sept couleurs, poi, in edizione rivista, nel 1988, da una casa editrice dal nome del pari fatidico, La Table Ronde. E s’intitola Flaubert. Ora qualcuno dei miei lettori può darsi sappia che nel campo della narrativa ho tanti amori ma una sola adorazione bipartita: Manzoni e Flaubert. Ho scritto, per esempio, di Thomas Mann, che giudico inferiore ai due giganti; ma non oserei mai poggiare le zampe su di loro. Però di Flaubert so tanto da poter spiegare la diffidenza ispiratami dal libro di Bardèche, e anche da lodarne i pregi.

   Sovente gli Autori di destra scrivono di getto; manca loro la rifinitura; e cadono talora in errori materiali dovuti a superficialità di documentazione. Bardèche è un prodigio nel senso contrario. Non c’è carta, o pagina di taccuino, che ignori. Di ogni opera spiega la genesi e ne racconta le versioni scartate, talune delle quali possibili e pregevolissime. Di più, racconta con una vastità non posseduta, a mia scienza, da altri Scrittori tutte le opere che il genio di Croisset progettò senza mai scrivere. Le analisi delle singole opere posseggono gran tratti d’intelligenza e di finezza letteraria. A un certo punto del libro mi sono accorto ch’esso non è stato concepito come un’introduzione al Sommo, bensì per lettori smaliziatissimi che del Sommo posseggono perfettamente le opere. Ma questo non è un difetto; è solo una caratteristica che fa del libro un’opera di autentica critica.

   Quanti anni avrà messo Bardèche a scrivere il Flaubert? Credo molti, non fosse che per la incredibile mole degli studî documentarî, che comprendono anche lo sterminato epistolario (in Italia credo di essere uno dei pochi che l’ha letto per proprio piacere). Ma non si spendono anni di fatiche, non si spandono fiumi d’intelligenza, per dedicarsi a qualcuno che ci è fondamentalmente antipatico. Bardèche è sempre all’erta, come un insonne cane da guardia. Oserei dire che, più di analizzare le opere del Normanno, le dissezioni, animato da un freddo furore di trovarvi ogni volta la tabe nascosta. Lo accusa di magniloquenza, enfasi, incapacità di trovare caratteri invece che solo manichini, effettacci, in Salammbô: ch’è, secondo me, il più grande romanzo storico mai scritto insieme, o, se vogliamo, dopo, I promessi sposi. Hérodiade è il terzo dei Tre racconti, ma la prospettiva ond’è contemplato il mondo antico è parimenti precisa e al tempo stesso vertiginosa. Gli sfugge invece, in quest’epopea ispirata da Polibio e svolgentesi a Cartagine tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, quel che salta agli occhi di tutti: Flaubert è stato sì un grande puttaniere, ma la sua ossessione – segreta eppur ostesa in queste pagine – è il corpo maschile concepito in modo sadomasochistico. Le battaglie, e ancor più la scena del banchetto dei Mercenarî nei giardini di Amilcare, con che si apre il romanzo, lo dichiarano nel modo più palese. A Brasillach certo non sarà sfuggito; ma forse i due cognati avevano pudori nei loro dialoghi.

   Flaubert era lentissimo nel lavoro ed era ossessionato dallo scrupolo della precisione nei particolari: L’educazione sentimentale si svolge sotto Luigi Filippo ma fu scritta negli ultimi anni di Napoleone III; ond’egli si documentò storicamente allo stesso modo che aveva seguito coi Cartaginesi di un’epoca favolosamente lontana: e sì che sotto Luigi Filippo egli era vissuto. Ciò induce Bardèche a sminuire i due grandi romanzi “borghesi” siccome creature un po’ stentate, scritte faticosamente pagina dopo pagina, senza quel getto unitario che caratterizza, secondo lui, Stendhal e Balzac. E invece, Madame Bovary e L’educazione non sono solo tra i più grandi documenti storici mai scritti: c’è dentro un’intera epoca; sono anche fra le più potenti insieme e sottili analisi del cuore umano mai concepite.

   Bouvard e Pécuchet può avere i suoi difetti, anche per essere un’opera incompiuta che non sapremo mai quale via avrebbe intrapreso. Bardèche ha giuoco facile a demolire l’ultimo romanzo; chissà quale meraviglia sarebbe stato quello sulle Termopili, che Flaubert aveva sognato. L’unica creazione del Normanno che il nostro critico ami fino in fondo è La tentazione di Sant’Antonio; e, ciò che favorevolmente sorprende, nelle tre diverse versioni, là ove la critica giudica la prima poco più di una fantasticheria puerile. Ebbene, non ci si crederà, ma questo capolavoro non è oggi disponibile da noi sul mercato: si trova solo, usato, su internet, perché qualche decennio fa una piccola casa editrice fece il generoso tentativo di tradurne la terza versione, e solo quella. Agli amici della Settecolori dico allora: non pretendo che pubblichino in volume le tre versioni, ma almeno la terza, la più breve. Ma solo a condizione che trovino un traduttore confessato e comunicato, il quale, oltre al francese e all’italiano, conosca le sottigliezze della barbarica teologia del IV secolo, la filosofia antica, la mitografia e abbia letto il Gibbon – capolavoro dal quale imparerà chi fosse il vero Sant’Antonio Abate, feroce capobandito egiziano. Tra i ragazzi, dal marasma della generalizzata imbecillità, sorgono ogni tanto sorprendenti talenti. Chi sa se ne trovassero uno in grado di far contenti sia Bardèche che me.

   

Il Fatto Quotidiano, 17. X. 2020

   Alberto Anile, di nascita catanese, è uno dei migliori storici del cinema che vi siano. Accede con grande pazienza alle fonti, che sono archivî, archivî privati che per lui si aprono, epistolarî editi e inediti, ricordi confidatigli da vivi o defunti. Cultura e memoria gli sono concesse in modo non consueto. È Autore, tra l’altro, di due libri su Totò (1998 e 2017), che mi sono stati utilissimi e mi hanno donato gioia, vista la mia adorazione per il Sommo: sebbene ogni tanto i nostri giudizî non collimino. Adesso, per il centenario della nascita di Alberto Sordi, ne pubblica uno su Albertone: Alberto Sordi, Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, pp. 303, euro 30. Edizione di lusso, in carta patinata, con un imponente apparato iconografico. E c’è da credere che tale volume Anile da lunga pezza preparasse, vista la profondità e l’acribia dei riferimenti storici; e non solo, perché il libro non è una semplice biografia, ma contiene un discorso estetico e sociale profondo e complesso.

   Gli inizî di Sordi! Naturalmente, furono teatrali, come quelli di Totò, sebbene Alberto provenisse dalla successiva generazione. Come i suoi, furono segnati dalla più nera fame. “Un cappuccino e una brioche, ecco il nostro sostentamento quotidiano.” Tali inizî sono rievocati in Polvere di stelle, un film meraviglioso ancorché girato sotto la stessa regia di Albertone. E qui si apre un discorso ove Anile funge da medico severo. La diffidenza di carattere lo portò, a un certo punto, a voler liberarsi dai registi: e sì che ne aveva avuti di grandissimi. I films suoi girati sotto la sua direzione, specie quelli dell’ultimo periodo, sono mediocri insieme e velleitarî. Non s’immagina con quanto dolore ciò debba ammettersi, specie da parte degli ammiratori di un vero e proprio genio quale egli è.

   La parte sugli esordî e poi le prime affermazioni dimostra non solo la difficoltà che anche un talento palese, si dovrebbe dire, agli occhi di tutti, incontra; contiene una parte assai spassosa sugli scherzi, sovente pesantissimi, ch’egli infliggeva ad amici e sconosciuti. Diciamo che cominciarono a prenderlo in considerazione con I Vitelloni: e, si faccia caso, in un ruolo terribilmente tragico, non in quello del vero o fittizio cordialone. Gli scherzi, a loro volta, testimoniano di un lato, dirò così, sadico, della sua personalità: il quale, combinandosi con la sua diffidenza e la sua pretesa avarizia, ha portato i più a credere che l’uomo Sordi non differisse dalla gran parte dei suoi personaggi.

   Incominciamo col dire che la sua avarizia era una odiosa leggenda: praticava la carità ampiamente, ma in forma anonima. Il discorso intorno al suo essere o meno come i suoi personaggi, molto discorde, è quello più complesso affrontato da Alberto Anile. Un’analisi sociologica dell’Italia del dopoguerra, e anche degli Anni Sessanta e Settanta, porta il nostro Autore a concludere che Sordi si fabbricasse un personaggio su misura per un pubblico piccolo-borghese in ascesa, o ch’era ossessionato dal terrore di discender dal grado sociale al quale era pervenuto. Un catalizzatore d’un non nobile sentimento collettivo, Alberto.

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Libero, 15. X. 2020

L’Alberto Sordi uomo era, in fondo, un buono. Spendeva poco. “Che compro a fà, se ho già tutto?” Come vuoi contraddirgli? A parte le case fuori Roma, che progressivamente smise di frequentare, c’era la sua principesca, ma non volgare nel lusso, quella di via Druso. Ammetteva pochi ospiti perché, questo sì, era diffidente. Ma oggi è una Fondazione, e persino aperta al pubblico, nel centenario della sua nascita. Un libro, con pregevoli contributi e una silloge di ottime fotografie, celebra questo evento: Alberto Sordi. 1920-2020, a cura di Alessandro Nicosia, con Vincenzo Mollica e Gloria Satta, Milano, Skira, pp. 255, euro 35. La sua avarizia era proverbiale, ma pur essa una leggenda. Certo, amministrava oculatamente il suo. Ma compiva cospicui atti di generosità verso i bisognosi, oggi lo sappiamo per certo, in forma rigorosamente anonima.

 Tanti personaggi creati da Sordi sono invece improntati a falsità, doppiezza e soprattutto vigliaccheria. Si veda Totò e i re di Roma, la sola volta che i due si siano affiancati. Sordi è insuperabile nel servilismo verso il potente e nella perfidia verso un povero disgraziato, Ercole Pappalardo, Totò. Questi dipende da trent’anni dal Ministero in qualità di archivista capo, e i superiori gli fanno sapere che se non conseguirà almeno la licenza elementare perderà il posto. In commissione Sordi, leccaculo del Direttore Generale, lo manda facilmente a gambe all’aria; al povero bocciato e licenziato non resta che il suicidio. Questo film ha per registi Monicelli e Steno. In tanti altri films Sordi è implacabile nello svelare quale possa essere la cattiveria dei poveri.

   Povero, anzi poverissimo, era stato egli stesso agli esordî, come documenta il meraviglioso Polvere di stelle. È uno dei pochi films ben riusciti girati sotto la sua regia. Diffidente, ripeto, per natura, possedeva il complesso che i registi lo prevaricassero. Così tanti films mediocri, specie negli ultimi anni. Come paragonarli ai capolavori assoluti girati sotto Risi e Monicelli? Basterebbero i tre episodî de I nuovi mostri, sapientemente diversi a mostrare la latitudine delle espressioni del nostro genio, a garantirne l’immortalità.

   Quanto fosse povero, al punto che la sussistenza quotidiana si limitava a un cappuccino e una brioche – e doveva lavorare come un negro, i tempi del cinema non erano ancor giunti – lo documenta un altro ottimo libro or uscito, Alberto Sordi, di Alberto Anile (Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, pp. 303, euro 30). Anile, catanese di origine, è uno dei nostri migliori storici del cinema: in particolare gli si deve una serie di volumi su Totò, dei quali due corposissimi, che si situano fra i migliori della bibliografia sul Sommo. Questo libro, ricchissimo di documenti, oltre che d’immagini ben selezionate, è una sorta di biografia scientifica di Albertone che sfata tutte le leggende e aggiunge notizie sconosciute e dimenticate; ed è una preziosa silloge d’immagini. Irresistibile il racconto degli scherzi, anche crudeli, da Alberto sugli amici esercitati. L’Autore, peraltro, non rinuncia affatto alla sua funzione critico-estetica: e dà un giudizio equanime, talvolta giustamente severo, di uno dei più grandi attori del secolo. In lui, a grado che gli anni passavano, si faceva strada subdolamente quell’ipocondria propria di tutti gli attori comici; fino a quella degli ultimi anni, presente la malattia.

   Ché poi, Sordi solo attore comico non era per nulla. Il film che gli aprì la strada del successo, dopo Lo sceicco bianco, pure di Fellini, che andò malissimo, I vitelloni, manifesta di lui un vero personaggio tragico, un giovane votato irrimediabilmente al fallimento. Così Una vita difficile, di Risi, nel quale da ridere c’è ben poco. Anche Il vedovo, sempre di Risi, fa ridere: ma è un riso amaro, anche qui presentandosi la tragedia del fallimento di un uomo che, umiliato, vorrebbe ma non può: finché il destino glielo certifica nel modo più aperto. (Che dire poi, in questo capolavoro, dell’interpretazione di Franca Valeri?). E Un borghese piccolo piccolo, di Monicelli? Nella prima parte, quella dedicata alla vita quotidiana di un Ministero, si ride a nostro malgrado, tanto meschino e squallido è l’ambiente. Nella seconda il film acquista una tensione tragica, incentrata sull’insondabilità dell’interrogativo metafisico sul Male, e tutto parte dall’interpretazione di Albertone, non più tale, quasi irriconoscibile quale uomo distrutto che diviene.

 “Che c’entra, Charlie Chaplin è stato un grandissimo attore, ma Totò era un genio!”. Basterebbe questa frase rubata a un’intervista televisiva per capire l’intelligenza e il livello artistico di questo grande artista. Quando morì, nel 2003, per due giorni una folla immensa sfilò nella sua camera ardente; e alle sue esequie parteciparono 250.000 persone, quasi quanto a quelle napoletane di Totò. E non parliamo di altre tragedie, come La grande guerra di Monicelli e Detenuto in attesa di giudizio, di Loy. A bilanciare tanto orrore, c’è il Nando Moriconi de Un americano a Roma, di Stenio, dove si ride tanto che dobbiamo essergli grati come lo si è verso un Santo.

   Sordi non è stato solo uno dei più grandi attori. È un fustigatore di quel che noi Italiani siamo nel peggio; del meglio, pare che vogliamo dimenticarci. Per questo non dobbiamo limitarci a vedere e rivedere i suoi films, ma anche a leggere i libri buoni a lui dedicati.

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