Gli Articoli

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Libero, 06. IX. 2020

Federico il Grande suonava per diletto il flauto, ma nella sua intelligenza e cultura era un appassionato intenditore di musica.  Pensiamo che aveva al suo servizio uno dei più grandi pianisti vissuti nel Settecento, il quinto figlio di Johann Sebastian, Carl Philipp Emanuel Bach. Ma forse anche senza questo rapporto il Re sarebbe stato un conoscitore e un estimatore del sommo fra i compositori, appunto Johann Sebastian. Questi se ne stava a Lipsia battagliando col Consiglio Comunale, pur se dal 1735 il titolo di compositore della Corte elettorale e regia di Sassonia lo aveva posto al di sopra di tante meschinità. Federico II voleva conoscerlo di persona. Il Maestro, forse in carrozza – aveva anche l’abitudine di viaggiare a piedi – giunse a Potsdam la sera del 7 maggio 1747. Quando il Re ebbe notizia dell’arrivo, non gli diede nemmeno il tempo di togliersi l’abito da viaggio e indossarne uno di corte: ordinò che venisse condotto subito alla sua presenza.

   Gli fece visitare Sanssouci; nella reggia vi erano molti strumenti musicali, i cembali e i fortepiani di Silbermann; come racconta il primo biografo del Sommo, il Forkel, che lavora anche di prima mano per le notizie ricevute dai figli, il Re volle che il Sommo si fermasse presso ciascuno di tali strumenti e suonasse su di esso. Poi avvenne un fatto eccezionale: o che Bach lo chiedesse al Re, o che questi lo chiedesse al Maestro, ecco Federico dettare a Bach un tema, lungo, cromatico e complesso, sul quale improvvisare una Fuga. Il che Bach fece; ma questo è solo l’inizio di un’avventura. Pubblicò infatti una somma opera teorica che si congiunge all’altra, L’arte della Fuga: tale opera s’intitola Musicalisches Opfer, e più avanti ne darò la traduzione. Sul frontespizio l’Autore appose l’acrostico RICERCAR, che si scioglie: Regis Iussu cantio et reliqua Canonica arte resoluta; ossia Tema e altre cose, risolti con arte canonica per comando del Re. Il Ricercare è il termine arcaico per designare la Fuga ovvero un’opera contrappuntisticamente complessa; l’arte “canonica” è quella, proveniente dal Quattrocento fiammingo, dedita all’imitazione delle voci tra loro – che non sempre è letterale, al contrario – e agl’intrecci che dal loro moto scaturiscono. L’opera contiene una serie di Canoni, una monumentale Fuga a sei voci e una Sonata a tre, la più bella che mai sia stata scritta. È musica della più sofisticata dottrina ma anche, come solo a Bach poteva riuscire, della più celestiale bellezza. Venne pubblicata a stampa; un esemplare, a noi giunto, era stato acquistato dal grande teorico bolognese del contrappunto, padre Giovan Battista Martini.

   Opfer significa anche offerta; ben vero, l’opera venne da Bach al Re offerta. Ma la traduzione Offerta musicale, che troviamo in italiano e in altre lingue (Offrande, Offering), non è la più appropriata. Il vocabolo ha un significato religioso, e va volto piuttosto come sacrificium. Un sacrificio rivolto a Federico, il quale, probabilmente ateo come il suo amico Voltaire, era tuttavia la suprema autorità religiosa del suo Regno. E come sarebbe bello immaginare l’Opfer come un sacrificio da Bach rivolto alla musica e a se stesso! Certo, è un rito. Purtroppo sappiamo ch’egli non potette ascoltarla intera; se si eccettuano la Fuga e la Sonata, gli altri pezzi dovevano esser intesi solo quale insegnamento teorico; che fossero anche divina musica da suonare credo non si sia pensato prima del Novecento.

   Il grande musicologo tedesco (e mio carissimo amico) Hans Eberhard Dentler ha pubblicato, e ve n’è la traduzione italiana, sia un libro sull’Arte della Fuga, sia un libro sull’Opfer. (Quando ne scrissi sul “Corriere della Sera” il giornalista addetto a impaginare gli articoli mi diceva con la sua abituale cortesia: “Ma che cazzo hai scritto? Non si capisce un cazzo!”). Ora vi torna con una splendida pubblicazione (stampa d’impareggiabile nitidezza): Johann Sebastian Bach Musicalisches Opfer dell’editore Schott di Magonza. Possiamo leggere una paginetta introduttiva di Alberto Basso e uno studio riassuntivo del Dentler; indi ci troviamo di fronte alla partitura del capolavoro. Guardando questa stampa, e senza farla neanche suonare, viene in mente la conclusione dell’epitaffio di Poussin presso la tomba in San Lorenzo in Lucina: mirum est in tabulis vivit et eloquitur, ossia: mirabile, nei dipinti vive e parla.

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 Il Fatto Quotidiano, 30. VIII. 2020

Ho letto un libro affascinante. L’autore è Marco Risi, il bravissimo regista di, tra l’altro, Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Tre tocchi (2014). Il libro s’intitola Forte respiro rapido (Mondadori, pp. 253, euro 18). È un racconto della sua vita col papà Dino, uno dei genî del nostro cinema, nato nel 1916 e morto nel 2008. Un rapporto lungo – si sono visti anche il giorno della morte di Dino, subitanea – e caratterizzato da una legge dal papà imposta al figlio, che la manifestazione dell’affetto doveva essere minimizzata, passata sotto understatement, quanto più esso fosse profondo.

“Questo era tipico suo ed è anche tipico mio: a qualcosa di serio, di pensoso, mai dar seguito con qualcosa di ancora più serio e pensoso, ma alleggerire con uno sberleffo, con una battuta. Non, come si potrebbe pensare, per accantonare, per allontanare, ma per rendere questo pensiero, proprio nel contrasto, ancora più profondo.” E battute di Dino il libro ne riporta formidabili.

   Ricordiamo intanto alcuni dei principali films di Dino; almeno i miei preferiti. Il vedovo (1959), con Alberto Sordi e Franca Valeri; Il mattatore (1960), con Vittorio Gassman; Una vita difficile (1961), con Alberto Sordi; Il sorpasso (1962), intensamente tragico,  con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant; La marcia su Roma, con Gassman e Ugo Tognazzi; I mostri (1963), con Gassman e Tognazzi; Il gaucho (1964), con Gassman; Operazione San Gennaro (1966), con Totò e Nino Manfredi; In nome del popolo italiano (1971), con Tognazzi e Gassman; Profumo di donna (1974), con Gassman; La stanza del vescovo (1977), con Tognazzi e Ornella Muti; episodî di films a più voci, tra i quali I complessi (1965) e I nuovi mostri (1977). La semplice, e parziale, enumerazione, è probante.

   Marco Risi non si limita al racconto del papà: vario, ampio, complesso: per esempio, di quando, negli anni tardi, Dino incominciò a venir scambiato per Gianni Agnelli, e di come giuocava sull’equivoco. Narra di Alberto Sordi, del quale smentisce la leggendaria avarizia, rivaluta l’umana sensibilità e che giustamente giudica, dopo Totò, il più grande di tutti. Fa un vero ritratto della storia del cinema degli ultimi decennî. Per esempio, parla di Anita Eckberg, del suo amore col papà poi finito male. Poi dice della mamma, rampolla della nobiltà svizzera, la quale negli ultimi anni si ammalò di demenza senile e non riconosceva nemmeno i figli. Dino, grande donnaiuolo, la tradiva spessissimo: ella lo scacciò di casa e Dino abitò per trent’anni in un residence. Racconta degl’incubi infantili, della sua stessa vita erotica, dello zio Nelo, del fratello Carlo…

   L’ho letto due volte, questo libro, tanto piacere mi dà.

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  Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2020

   Franca Valeri si chiamava in realtà Norsa. Era ebrea, come Medea Norsa, la sventurata papirologa che alla morte del suo maestro Girolamo Vitelli venne perseguitata e morì sola e miserabile. Il nome d’arte Valeri le viene dalla sua ammirazione per Paul Valéry, il sommo poeta e saggista autore del Cimetière marin: e ciò basta a dare idea dell’altezza della sua cifra. Franca era nata nel 1920; il trentun luglio ha compiuto cento anni; e pochi giorni dopo, il 9 agosto, ci ha lasciato. Una cosa commoventissima che si è appresa dalla figlia adottiva è la seguente: ella ha disposto un forte lascito a favore di un ospizio per cani abbandonati. Come Totò, che ne aveva creato e coltivato uno. Con Totò il rapporto più intenso è Totò a colori.  In questo film Franca campeggia: nell’episodio caprese interpreta la Signorina Snob e il suo Teatro dell’Assurdo trapassa nel surrealismo e nella metafisica: solo Ionesco ha fatto di meglio. Il diario della Signorina Snob, ripubblicato da Lindau nel 2003, è del 1951: primo libro della Franca, è illustrato da Colette Rosselli, la moglie di Indro Montanelli di origine napoletana, donna d’intelligenza ed eleganza straordinarie, in uno stile arieggiante Novello, il più grande caricaturista italiano: tra lui e Grosz non c’è che un passo. Una reincarnazione, pur essa milanese, della Signorina Snob, che non riesce nemmeno a far ridere, è Ilaria Borletti Buitoni, degno sottosegretario di Franceschini.

   La Signorina snob è una silloge di tutte le sciocchezze, le fissazioni, le ridicolaggini, le prepotenze, della borghesia milanese in particolare e italiana in generale. Quanto più Totò si manifesta ridicolo, tanto più le piace; porta un cagnolino di pezza attaccato al braccio destro e quando lei lo contraria lui esclama: “Ti faccio moddere, sai!” Lei dà l’accenno a un canto corale blues e Totò ne assume la guida, piange e fa piangere suonando una campanella e invocando “Babbo! Babbo!” come a un’esequia.

   La Valeri ha creato altre inimitabili macchiette, delle quali le più importanti sono la Sora Cecioni e Cesira la manicure. Queste sono invece un emblema di uno strato fra il proletario e l’infimo borghese, il quale pure possiede fisime e illusioni, e di fronte a se stesso si identifica meglio, il pallone essendo meno gonfiato. Le sue espressioni e maschere facciali, i suoi toni di voce, sono irraggiungibili. Sono certo che nessuno abbia interpretato meglio di lei La voix humaine di Cocteau: il dramma della donna abbandonata, sia tragico che ridicolo, risuona nelle sue corde.

   Di Franca Einaudi ha pubblicato l’aforistico La vacanza dei superstiti (e la chiamano vecchiaia), pur esso concentrato d’intelligenza. Dal Diario: “Ieri mentre scrivevo giacendomi annoiatissima mi telefona un’ignota di mia conoscenza: ‘Senti, vieni assolutamente, siamo tutti in casa di una ragazza balcanica, facciamo una seduta spiritica’. Mi sono precipitata lingua a terra; cos’è stato di bello, da torcersi. (…) Ci siamo piazzati tutti intorno a un tavolino al buio, facendo sforzi orrendi per farlo ballare.”  È sempre la Signorina snob che torna; sto accorgendomi che io in primis, e forse tutti noi, più o meno, siamo Signorine snob. Chi non se ne accorge è un cretino. Di questa donna coltissima, che negli Anni Cinquanta fece anche del cabaret di eccelso livello insieme con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, il cretino sembra essere un nemico: ella ha come un imperativo teologico a combatterlo. Insomma: è stata un genio, e il mondo con la sua morte è diminuito di valore.

   Il Fatto Quotidiano, 04. VIII. 2020

La rag. Rosanna Purchia è stata a lungo soprintendente del San Carlo di Napoli. Non sapeva nulla di Bach e di Beethoven, di Rossini e di Richard Strauss. Nella primavera di quest’anno è stata sostituita da Stéphane Lissner, sostituzione ancora più funesta: costui, già alla Scala e all’Opéra di Parigi, è ignorante quanto lei e ancora più arrogante. Lo ha voluto quell’allocco del sindaco De Magistris, pagandogli uno stipendio stratosferico: poi voglio vedere come finirà di fronte alle spese eccezionali alle quali il Comune dovrà far fronte. Nel maggio 2019 il Presidente della Repubblica, con un’iniziativa che definire improvvida è un eufemismo, la nominò Grande Ufficiale della Repubblica. Io gli scrissi una lettera aperta, pubblicata sul “Fatto Quotidiano” e ripresa da molti organi, nella quale dichiaravo che non avrei accettato alcuna onoreficenza mi venisse eventualmente offerta (finora, in settanta anni di vita, non ne ho ricevuta alcuna): meglio essere un quivis de populo che essere decorato con la Purchia.

   Adesso ci siamo trovati di fronte a un altro enorme scandalo. La Purchia è in posizione favorita per la nomina a direttore del Piccolo Teatro di Milano; o magari, speriamo, lo era. Costei ha già lavorato al Piccolo: come dattilografa e poi come contabile. Ma è successa una cosa imprevedibile. A onta delle fortissime spinte che le dava Franceschini, la Purchia non è stata nominata. Due consiglieri di amministrazione che rappresentano la Regione Lombardia per ben due volte non si sono presentati alle riunioni del Consiglio, così facendo mancare il numero legale e perciò impediendo la nomina. Beninteso, la Purchia, così come sconosce Bach e Beethoven, ignora chi siano Eschilo, Shakespeare, Calderòn e Schiller, poi anche Pirandello e D’Annunzio. Or è accaduto che, dovendo i candidati presentare un programma scritto che configurasse la loro eventuale azione da direttore, la Purchia ha presentato una pagina piena di errori di italiano: nemmeno dirò di sintassi, di grammatica. Questo ha ulteriormente offeso il Consiglio. Peraltro ci si domanda come potrebbe costei essere nominata quando la legge Madia fissa un limite di età per i dipendenti pubblici, e il Piccolo, viste le erogazioni di Ministero, Comune e Regione, è un teatro di Stato a tutti gli effetti.  P ochi giorni fa un fatto impreveduto: il Sindaco di Milano, Sala, si è sfilato dal mazzo dei sostenitori della ragioniera napoletana. Ha rimandato la riunione del Consiglio “in attesa che vengano esaminate altre autorevoli candidature”. Se la Purchia non passasse, sarebbe una tremenda cattiva figura per lei (che a quel punto diventerebbe impresentabile e politicamente morta) e per i suoi dante causa. Dal ministro Franceschini non mi attendo nulla; ma il Segretario generale del Ministero, Salvo Nastasi, è un uomo intelligente e spregiudicato: sono certo che in cor suo l’abbia abbandonata al suo destino, e che presto lo farà pubblicamente. Una sconfitta alla Purchia passi, ma non una sconfitta personale. A questo punto mi auguro sia per valere il detto “Ognuno per sé e Dio per tutti”!

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 Il Fatto Quotidiano, 19. VII. 2020

Posillipo ha un etimo greco che significa “pausa dal dolore”. Questo significato è stato autentico fino a qualche decennio fa. Ora la principale attrattiva di bellezza napoletana, e una delle prime del mondo, non esiste più. Provate a fare un giro per la parte alta di via Petrarca, per via Boccaccio, per via Lucrezio. Ovunque cocci di bottiglia, bottiglie vuote, cartacce schifose, lattine piegate, polvere da non dirsi, pietre divelte, immondizia non gettata nei cassonetti, che pure abbondano. E, anche all’interno del Parco della Rimembranza (dopo la guerra ribattezzato Parco Virgiliano: lì il sommo dei poeti abitava, ma la casa non l’abbiamo trovata), pini tagliati. I pini tagliati sono trecento!

   Il degrado è precipitato durante gli anni nei quali De Magistris, che lo è ancora, è stato sindaco. L’ex magistrato con la bandana arancione, capace unicamente di concionare, e avente quale solo interesse il popolo (alcoolizzato e tossico) dei cosiddetti “baretti”, luogo di sfogo della cosiddetta “movida” delle fine settimana, e i criminali dei centri sociali…

   Perché ha fatto tagliare i trecento pini? Si vuole a scanso di responsabilità, per evitare di avere noie nel caso un ramo si fosse staccato e fosse caduto su di un passante. Ora quei tronchi sono nient’altro che povere bocche mute, come Marco Antonio, nella tragedia di Shakespeare, definisce le ferite sul corpo di Cesare dopo l’assassinio. A De Magistris, in quanto sindaco, spetterebbe di far ripiantare i trecento alberi. Non lo farà mai; né credo che il suo successore, specie se sortito dalla sua nidiata, se ne occuperà.   Credo che le povere bocche mute resteranno in eterno tali.

   E mi viene fatta una riflessione. Posillipo era una bellezza imparagonabile. Ma la sinistra ignorante e cialtrona, come quella di De Magistris, nutre anche una sorta di odio ideologico per la bellezza. La considera un mezzo per stabilire e mantenere le distanze sociali: laddove è vero l’esatto contrario, giacché essa sgorga per tutti. Certo, i poveri non abitano a Posillipo; ma possono arrivarci con i mezzi di trasporto pubblico. O meglio, avrebbero potuto arrivarci finché tali mezzi di trasporto funzionavano alla buona; oggi anch’essi sono in crisi, e spettacolo frequentissimo è il vedere torme di disgraziati che attendono ore sotto la pioggia o sotto il sole bollente che un autobus passi.

   Insomma, a Napoli è tutto finito. I grandi alberghi del lungomare (“liberato” da De Magistris) sono chiusi; e per via Partenope vedi solo piste ciclabili vuote, venditori abusivi, roulottes con la carne di porco e i panini. Questa era la più bella città del mondo. Goethe la definì “un paradiso abitato da diavoli”, ma oggi direbbe “un inferno abitato da diavoli”.

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 Libero, 14.VI.2020

  “Io sò io, e voi non siete un cazzo!” Questa è una celeberrima battuta di un capolavoro di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo, opera piena d’invenzione rispetto ai dati storici da noi posseduti sul “vero” Onofrio del Grillo. Albertone vi recita due ruoli, idea già plautina: il ricco e potente Marchese e un povero carbonaio che gli assomiglia come una goccia d’acqua. La battuta riportata testimonia dell’arroganza del personaggio; a seguire tutto il film gli vediamo una fondamentale bonomia che può anche mettere capo a bontà. Tanti personaggi creati da Sordi sono invece improntati a falsità, doppiezza e soprattutto vigliaccheria. Si veda Totò e i re di Roma, la sola volta che i due si siano affiancati. Sordi è insuperabile nel servilismo verso il potente e nella perfidia verso un povero disgraziato, Ercole Pappalardo, Totò. Questi dipende da trent’anni dal Ministero in qualità di archivista capo, e i superiori gli fanno sapere che se non conseguirà almeno la licenza elementare perderà il posto. In commissione Sordi, leccaculo del Direttore Generale, lo manda facilmente a gambe all’aria; al povero bocciato e licenziato non resta che il suicidio. Questo film ha per registi Monicelli e Steno. In tanti altri films Sordi è implacabile nello svelare quale possa essere la cattiveria dei poveri.

 “Che c’entra, Charlie Chaplin è stato un grandissimo attore, ma Totò era un genio!”. Basterebbe questa frase rubata a un’intervista televisiva per capire l’intelligenza e il livello artistico di questo grande artista. Lunedì 15 cade il centenario della nascita. Quando morì, nel 2003, per due giorni una folla immensa sfilò nella sua camera ardente; e alle sue esequie parteciparono 250.000 persone, quasi quanto a quelle napoletane di Totò.

   Sordi ha fatto di tutto: l’attore, il regista, ha cantato, suonato, ballato. Agli esordî, creò indimenticabili macchiette radiofoniche, I compagnucci della parrocchietta, Mario Pio e il Conte Claro. Dopo la rivista e il varieté, è stato nelle mani dei più grandi registi italiani. Il primo che ne comprese le qualità fu un genio, Federico Fellini, con Lo sceicco bianco e I vitelloni: e già in questo il suo è un personaggio insieme comico e tragico: uno sconfitto della vita. Poi Albertone sviluppò i ruoli perfettamente comici, come il Nando Moriconi, fanatico degli Stati Uniti, ne Un americano a Roma, di Steno.

   I grandi registi compresero ben presto di trovarsi di fronte a una personalità complessa; naturalmente, gli intellettuali disprezzavano lui e sovente loro: mi ricordo come era considerato Steno quando avevo vent’anni. Albertone è stato un attore tragico straordinario; in alcune pellicole principia come comico, poi prosegue attuandosi sempre più tragicamente. Per esempio, ne La grande guerra di Monicelli, ne Un borghese piccolo piccolo, dello stesso, in Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy: tre capolavori. Ma se ne andrebbe un intero paginone a fare il solo elenco dei suoi films.

   Sordi aveva una terza chiave, molto originale. Il piccolo borghese o il proletario romano che si “arrangiano”, a volte con esito felice (Il medico della mutua, di Zampa), a volte infelice (Il vedovo, di Risi). Non si tratta di ruoli strettamente comici: li chiamerei di un “mezzo carattere” realista. Questi personaggi posseggono frustrazioni e angosce. La sottigliezza della sua interpretazione, la maschera facciale tanto mobilissima quanto immobile (che si scorderà come si chiude Detenuto in attesa di giudizio?), il suo impareggiabile scrupolo professionale, giustificano la passione provata dal pubblico per lui e le onoranze a un certo punto ricevute in vita e in morte. Era un uomo solitario: mai sposatosi, mai legato da una relazione, la vita privata la trascorse sempre in famiglia. Lo si diceva avaro: basta leggere una sua biografia per conoscere le sue opere di beneficenza, soprattutto in morte. Speriamo che il centenario gliene porti ancora, di onoranze. E io spero che Albertone sia anche nel cuore dei ragazzi, non solo degli anziani come me. Certi caratteri da lui creati, e che ho tentato di ricordare, sono eterni; e ciascuno di noi può, se non deve, in tutto o in parte identificarvicisi.

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 Libero, 09. VI. 2020

Questa storia l’ho letta su Rainews, narrata dalla bravissima giornalista Angela Caponnetto, e documentata da tre fotografie da lei scattate. Però manca un nome, e questa mancanza è per me essenziale.

   Incomincia a Tunisi. Su una riva, c’era un barcone in partenza per l’Italia, portante i reietti verso una clandestina parvenza di speranza. Fra questi un ragazzo. Donde proveniva? Come si chiama?

   Il ragazzo vede sulla spiaggia un cucciolo di gatto: abbandonato. Si toglie il cappello di paglia e ne fa una cuccia per il piccolino. La deposita ai piedi di un albero. Ma il gattino non vuole restare lì. Se n’esce dalla cuccia umana e segue il ragazzo. Questi allora recupera il cappello, ci rimette dentro il piccolo e lo porta con sé sul barcone. Sono arrivati insieme a Lampedusa, e solo lì separati per essere sottoposti a due diverse quarantene. Si ricongiungeranno un giorno?

   “Era stato abbandonato. Non potevo far sì che venisse abbandonato un’altra volta.” Così ha dichiarato questo giovane santo che vorrei conoscere per dirmi suo fratello.

   Non so se la vicenda, oltre che narrata, sia stata da qualcuno commentata. A me, oltre che il sentimento del ragazzo, hanno fatto impressione il sentimento e l’intelligenza del gattino. Che i gatti siano intelligentissimi lo sanno tutti; che non abbiano alcuna vanità di mostrare la loro intelligenza, anche. Ma il cucciolo la sua intelligenza ha dovuto palesare, perché da palesare era la sua volontà. La volontà di non esser lasciato solo su quella spiaggia; e la volontà di restare con quel ragazzo, lui abbandonato, che s’era preso cura di lui. Il ragazzo era un reietto quanto lui. Ma il cucciolo ha manifestato un’affettività che molti ai gatti non riconoscono, e che in quelli domestici è parte essenziale della loro personalità. Chi ne ha uno (una mia amica ne ha cinque che vivono sul suo letto) conosce, fra le loro manifestazioni d’amore, il loro desiderio d’infilarsi sotto le lenzuola per dormire insieme col corpo del padrone. È sì la ricerca ancestrale di una tana, di una grotta; ma è anche una manifestazione di affetto. Il gattino tunisino, così piccolo, ha capito che il suo solo amico doveva partire (come ha fatto?), e ha voluto restare con lui, esponendo un inequivocabile atto di volontà. Purtroppo questa storia (a differenza di tante altre) non è stata conosciuta dal cantore delle gatte amate, Torquato Tasso, il quale l’avrebbe trasformata in una poesia.

   Io invece dedico questa piccola nota a Vittorio Feltri, il sommo gattaro italiano e il più gattaro fra i miei amici del cuore.

Il Fatto Quotidiano, 4. VI. 2020

 

Maria Grazia Ciani, filologa classica, è soprattutto grecista. Le sue traduzioni di Omero sono conosciutissime, e sono apprezzate per la limpidezza che scioglie le difficoltà in apparente semplicità. L’anno scorso ha pubblicato un breve e intensissimo romanzo, La morte di Penelope (Marsilio). È una coraggiosa variante del finale dell’Odissea; Ulisse è duro e spietato, tanto che sembra corrisponder più alla poesia di Virgilio che a quella di Omero. Penelope non ha mai, durante la lunga attesa, tradito lo sposo; pure ha scambiato un paio di sguardi con Antinoo, il più bello e volitivo dei Proci. Forse lo desidera in un segreto che tace anche a se stessa. Per Odisseo è già colpevole di tradimento; e quando tende l’arco nel mégaron e si rivela al fatale banchetto, Penelope muore per prima. Omero con un’elegantissima aggiunta dell’inconscio, ch’egli stesso non sospettava esistere.

   Adesso, sempre per la Marsilio, la Ciani pubblica un altro piccolo libro, Le porte del mito (pp. 138, euro 15). È una raccolta di saggi coordinati fra loro, non una silloge di articoli già scritti. Coniuga ancora una volta, questo libro, la limpidezza e la semplicità con la profondità e la difficoltà. Perché quanto più breve, tanto più difficile è tentare il racconto della civiltà greca, del suo senso, di quel che ha lasciato al mondo. Eppure di quante cose questo libro è ricco, tanto che occorre leggerlo più volte per afferrarlo. L’inizio, ossia l’apertura, è dedicato al tema della porta, ossia delle sette di Tebe e della settima, l’inviolata, ove si uccidono Eteocle e Polinice. E all’azione di Antigone, contro la legge: ma una legge ingiusta. Qui principia la coscienza moderna o, se altri vuole, l’idea del diritto naturale.

   La storia della lingua greca, che incomincia – per noi –, dopo Creta e Micene, con Omero. Intraducibile perché troppo più sottile di noi, afferma Foscolo. Eppure proprio a lui si debbono meravigliosi frammenti dell’Iliade, ampi e meditati, sorti dalle angosce del periodo londinese, l’ultimo. Dall’epica nasce il Dramma, o Tragedia: nella lingua e nelle rimodellate forme. Anche su questo la Ciani scrive assai acutamente, sì che il rapporto di filiazione e contrapposizione tra questi due mari è forse il centro del libro. Un bellissimo capitolo è dedicato alle isole epiche all’interno del Dramma, ossia il racconto del Messaggero. A partire dai Persiani di Eschilo è difficile trovare nella poesia qualcosa che lo pareggi.

   Mi ha colpito molto il capitolo sulla nascita della medicina moderna: da esercizio del sacro, con Esculapio, a esercizio della scienza, con Ippocrate – Galeno è giustamente considerato più filosofo che medico. Non dimentichiamo che Asclepio venne ucciso dagli dèi per aver risuscitato Ippolito, il quale si trasferì presso il lago di Nemi, sacro a Diana, venendo venerato col nome di Virbius, ossia “uomo due volte”. Dal Corpus Ippocraticum la Ciani estrae e traduce, pur avanzando tutte le riserve del caso, una cartella clinica, relativa a un giovane di vent’anni che muore in una settimana di un morbo forse contagioso. Non vi sono preghiere, ma osservazioni sulle urine, le feci, la temperatura, il comportamento dell’ammalato. Le porte del mito si aprono anche alla scienza moderna.

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Libero, 12. V. 2020

Uno dei capolavori della pittura di tutti i tempi è la cosiddetta Tomba del tuffatore. Si trova a Paestum, ed è frutto di un felicissimo intreccio di civiltà: v’è la Magna Grecia, vi sono gli Etruschi come vi sono popolazioni italiche dell’interno, a testimonianza della comune origine indoeuropea. E l’origine degli Etruschi, poi, a quando e dove risale? Prende sempre più piede l’idea che fossero indoeuropei anch’essi. Certo la civiltà romana, fonditrice di popoli e tradizioni, senza gli Etruschi non potrebbe nemmeno concepirsi. Il periodo regio, finito bruscamente con una rivoluzione dell’aristocrazia romana contro la monarchia etrusca! E nessun reato era considerato più grave della adfectatio regni, l’aspirazione al ritorno della monarchia; pure, Virgilio e Mecenate erano etruschi, il che rende il mistero sempre più fitto.

   Il sepolcro affrescato risale all’incrocio fra VI e V dei secoli a. Ch, e venne scoperto, da allora ch’era rimasto sempre chiuso, dal grande archeologo Mario Napoli nel giugno del 1968. Ora la tomba è aperta, è conservata nel Museo della città, in seguito dotata del nome latino Paestum che sostituisce l’originario Poseidonia: non si può contemplare senza un brivido. La fattura è squisita, ti ispira quel pathos della distanza del quale in altro senso parla Nietzsche. In lontananza dallo splendido museo, vedi i resti dei templi giganteschi onde emana comunque una forza numinosa. La tomba è la riproduzione di un convito funebre omosessuale; i convitati giuocano anche al kottabos, una specie di tennis ove le racchette sono i calici e le palle goccie di vino accuratamente dosate, che l’avversario raccoglie nella tazza e rilancia. Ma il dipinto è di carattere, se non misterico, esoterico: sullo sfondo un giovane è sospeso nell’aria. S’è appena gettato da una sorta di trampolino in un liquido rilucente che deve raffigurare la Morte. È, con ogni probabilità, il giovane in onore del quale il banchetto è organizzato. Che cosa raffigura la singola immagine? Un suicidio rituale? Un simbolo del passaggio dal Nulla onde proveniamo a quello ove torneremo? Certo, non si tratta di una manifestazione sportiva.

   (Uno dei migliori vini rossi campani, prodotti da una casa eccellente quanto letterata, si chiama Kottabos. La casa, denominata “Masseria Frattasi”, è sannita, e mi è cara anche per questo: porto, per parte materna, sangue sannita anch’io, il sangue degl’ indomabili.)

   Un tema siffatto, il banchetto rituale con una sola figura femminile, cantatrice o prefica, introdottavi quasi di forza, non poteva non generare immensa bibliografia. Ovviamente, di carattere scientifico. Ma il togatissimo filologo classico Luigi Spina possiede uno spirito da scugnizzo napoletano. Così a tale letteratura aggiunge un breve e delizioso romanzo, firmandolo Gigi Spina – per chi non avesse capito che da uno scugnizzo dell’alta filologia proviene. Si tratta de Il segreto del tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum, Napoli, Liguori, 2020, pp. 63, euro 9,90.

   Di primo acchito, egli possiede tutto per non piacermi: frammenti di canzoni rock, poesia contemporanea inzeppati nella storia. Il fascino della sua scrittura mi fa ammettere tutto ciò, data la coerenza del contesto. Solo l’orrido “recezione” (gergaccio universitario) in luogo di “fortuna” non gli perdonerò mai: la “fortuna” indica la qualità e la quantità, il modo dell’accoglienza di un’opera o di un tema o di un artista in particolare presso una civiltà successiva nel tempo. Spina tenta un rimedio dotto all’orrido anglismo, diacultura, vocabolo di sua creazione: che nemmeno mi persuade.

   La dottrina e la scugnizzeria di Gigi Spina riconoscono plausibilità alla sua invenzione. Gli “interni” sono la casa del Maestro dipintore, il Narratore il figlio di questo, amico del morto. Un suicidio per amore, nell’antica Magna Grecia, continua tuttavia a parermi più accettabile e di trama serrata se commesso da un uomo per un altro uomo. Per un’etera emigratasene, mah! Certo è che tra gli apocrifi infilati nel testo dal geniale scugnizzo ce n’è uno, memorabile, che più gigispinista non poteva essere. Il gigantesco ed eroico Bute, di Velia e poi trasferitosi a Paestum, era uno degli Argonauti; disdegnoso del canto di Orfeo e fidente solo nella sua forza, nel primo incontro con le Sirene (il secondo è quello, celeberrimo, dell’Odissea), si getta a nuoto verso di loro, ne ascolta il canto e, vittorioso, gli resiste e torna indietro. Sceglie il mondo civile rispetto a quello ctonio. Idealmente a lui (o al Narratore) Gigi fa pronunciare, a chiudere il romanzo, il meraviglioso apocrifo nel quale è contenuto anche il Medio Evo europeo nel rapporto con i classici: “Da antico gigante mi sento come un nano appollaiato sulle spalle del nano che sono diventato durante questi secoli…”

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 Libero, 7. V. 2020

 

L’altra notte se n’è andato all’improvviso, sempre per (o “per”) la piaga che ci affligge in questo maledetto 2020, un amico del cuore. Le circostanze della sua fine hanno un carattere di orrore insieme e di sublimità che sconvolge. E ogni volta ci sentiamo più soli. Raffaele Pempinello era stato per anni primario al “Cotugno”, un ospedale per malattie infettive intitolato all’insigne clinico napoletano Domenico. Nato nel 1736 e morto nel 1822, la sua attività scientifica, pubblicata in latino e letta in tutto il mondo, lo rese popolare presso le più alte autorità civili ed ecclesiastiche, le quali felicemente finsero d’ignorare il suo espresso ateismo. Cotugno è uno dei principali fondatori della medicina moderna, avendo dal suo corpo espulso la metafisica. E qui dobbiamo osservare di quali ingegnii fosse allora prodiga la provincia meridionale: di Ruvo di Puglia Cotugno, di Foggia oggi  Giuseppe Conte.  Egli proviene per un lato da Andrea Vesalio (Il De humani corporis fabrica, il primo rivoluzionario trattato di medicina, è del 1543), per l’altro dalla facoltà ragionativa di Galileo. Alla fine del secolo Cotugno aveva affrontato con successo un’epidemia di peste nel contado; e facciamo solo il paragone con quello che la coscienza storica di Manzoni narra di come il morbo s’affrontava un secolo e mezzo prima. Innanzitutto proibendo di ammetterne l’esistenza.  Il maestro di Pempinello era stato Fernando de Ritis, scienziato di fama mondiale e scopritore del nesso patologico tra affezioni epatiche e transaminasi, così facendo compiere passi da gigante alle cure del fegato.

    Le difese naturali del Pempinello s’erano assai affievolite a causa di pregresse malattie, ma egli non esitò un istante a visitare due amici che desideravano un medico “sicuro”. La sua fine fu tanto rapida che le cose andarono così. “Debbo uscire”, disse alla moglie, “ ci vediamo per cena”. Non si ritirava; non si ritirò. La signora Immacolata ne vide ex abrupto al telegiornale regionale il corpo composto su di un letto del “Cotugno” senza che alcuno l’avesse avvertita.

   “Lello” era uomo simpaticissimo, gli occhi percorsi da luci maliziose e da quella che gli pareva una fondamentale sfiducia nell’arte da lui praticata. “Pè mò, vedimmo…. Po’, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, è capace pure ca nce n’ascimmo….”[“Per ora, aspettiamo. Poi, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, forse ce la facciamo… (pensiamo ai clisteri descritti da Molière, grazie ai quali ancor giovane morì Luigi XIII)] Il suo occhio clinico, la sua intelligenza, erano formidabili; ma lo scetticismo napoletano, in braccio al quale nelle ultime ore doveva essersi posto e che rappresentava uno degli elementi fondamentali della sua scienza, non lo abbandonò.

   Faccio un esempio che spiega tutt’e due. Tra la fine del settembre 1983 e l’ottobre 1984 contrassi una severa epatite virale: ed era il mio secondo caso. Pregai lui di visitarmi da solo. Or il caso vuole che io abiti appoggiato alle infime propaggini della collina del Vomero. Per entrarvi da Napoli occorre percorrere una lunga galleria sotterranea e salire in ascensore per decine di metri. Sono ossessionato dalle inopinate visite di scassazazzi e perditempo. Il portiere ha l’ordine rigorosissimo di non consentire l’ingresso a nessuno se costui non si sia qualificato e non sia da casa disposto l’ingrediatur. C’era allora un calabrese sporco, maligno e spione per conto di certi ] faceva “salire” tutti i summenzionati direttamente a casa mia. Verso le 11 del mattino, mentre piangevo nel profondo dell’anima per le splendide giornate di bagni che perdevo, la cameriera mi annuncia “il professore Pempinello”. “Dove sta?” “In sala [“anticamera” ] L’unica visita attesa era “salita” senza ordine. Avevo l’aspetto di un morto: la pelle gialla da far paura. Esplosi in una crisi d’ira: bestemmiando e usando quel che si chiamava “un linguaggio da facchini”. Intanto la faccia di Lello si distendeva in un bel sorriso.

  Avevo una cameriera chiamata Rita, la quale provava per me un odio profondo e malamente celato per esser a da me troppo beneficata, Adesso, salute a noi, pattina sul Cocito. Rivolto a costei, Lello disse: “Nun ve frusciate. Chist’ nun v’o luvate ‘a tuorn’, chist’ nun more!” L’odio glielo aveva letto negli occhi. [“Non fatevi illusioni. (Frusciare, dal latino frustiare. Che begli etimi ha la mia lingua). Questo non ve lo levate di torno, questo non muore!”] L’invincibile ira gli aveva fatto ippocritamente diagnosticare che non abbastanza vis risanatrix naturae s’era ritirata da me per donare l’auspicato miracolo. “Il tuo comportamento contraddice alle analisi….” E lì, una bella risata.

    Una delle sue espressioni predilette alla sua squisita tavola era “mantenimmo  ‘o carro p’ ‘a scesa”: potente metafora, indicante che nulla ci è dato, al medico e al cittadino, se non impedire a un carretto posteggiato su di una discesa, e al quale sono saltati i “fermi”, di precipitare definitivamente. Chi sa quant’è antica la sentenza. Proverrà dalla Grecia e forse, attraverso di lei, dal mondo sumerico. Lello continuerà a  “mantenere ‘o carr’ p’ ‘a scesa”; a me toccherà qualche altro supplizio di Tantalo. Il più brutto è che non potremo nemmeno, ogni tanti milioni di anni, salutarci da lontano. Dice Eraclito, uno dei filosofi che avevano formato Cotugno: “non ci si bagna due volte nella stessa acqua.” Meglio la morte assoluta, Rafè, io pe’ mmò te saluto ccà. Vivrai nel mio ricordo e in quello dei tanti che ti hanno voluto bene; poi, basta, però, non Cocito, il Nulla”