Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 20. VII. 2018

Uno dei più bei miracoli dell’arte è il nascere di poesia dalla poesia, di figura dalla figura, di musica dalla musica: quel che gli antichi sintetizzano nella sentenza dell’artifex artifici additus. Ennio compone gli Annali quale omaggio insieme ed emulazione di Omero. Lucrezio, autore del più grande poema scientifico mai composto, La natura, rende omaggio a Omero e Ennio e li emula. Virgilio crea l’Eneide quale omaggio insieme ed emulazione a Omero, a Ennio, a Lucrezio. Gran parte della poesia epica successiva è un omaggio ed emulazione a Virgilio, e il conto enorme va da Dante all’Africa di Petrarca (un capolavoro latino sovente sottovalutato), al poemetto Sarca di Pietro Bembo (un capolavoro latino per lo più ignorato), alle due Gerusalemme di Tasso, che di Virgilio si considerava figlio. E così Camoes con la Lusiade.  Di più: Virgilio diviene il modello per ogni tipo di successiva poesia, in ogni lingua; l’ultimo dei grandi poeti latini, Pascoli, ancora da lui rampolla.

   Fra i miei libri di una vita è Virgilio nel Medio Evo di Domenico Comparetti. Quest’opera fondamentale si ferma a Dante. Ma la sua fiaccola venne raccolta e la fiamma arse luminosamente.  Questa storia mostra la ricchezza di una universitas delle lettere e della cultura la quale è il vero seme della fratellanza fra etnie e popoli diversi.  Vladimir Zabughin si laureò a Pietroburgo con una tesi su Simmaco, scritta in latino ciceroniano.  Si trasferì in Italia; poliglotta, s’ inserì nella nostra Università, sotto l’auspicio di grandi come Nicola Festa, Ettore Romagnoli e Remigio Sabbadini. Durante la Prima Guerra Mondiale, lo Stato Maggiore italiano lo inviò nella sua patria con la missione di caldeggiare presso Kerenskij, del quale era amico, una più forte offensiva russa in Galizia, per alleggerire la fronte alpina orientale; ma vi giunse in piena Rivoluzione, dalla quale si salvò a stento. Divenuto italiano, diede alle stampe nel 1921 presso la Zanichelli, che Carducci aveva reso l’editrice elettiva della cultura classica, Vergilio nel Rinascimento italiano. Da Dante a Torquato Tasso. Due anni dopo, quarantatreenne, morì per un incidente alpinistico.

Il Fatto Quotidiano, 13. VII. 2018

L’ultima importante composizione di Rossini è del 1863: si tratta di una grandiosa Messa ch’egli, col gusto per l’antifrasi e l’ironia verso se stesso durato tutta la vita, intitola Petite Messe Solennelle. 1863: cinque anni prima della morte, che fu centocinquant’anni fa, nel 1868. Vi si riconosce la nota somma mano e a un tempo ci s’inoltra in una terra incognita. C’è il dominio del contrappunto dello studioso di Bach; ci sono le armonie di Liszt, Wagner e Franck inserite nel tessuto del suo stile con tali finitura e levigatura da lasciare chi intende quasi sgomento. Il salto stilistico fra il Barbiere di Siviglia, l’Opera sua più nota, e la Petite Messe, non è inferiore a quello che separa l’Oberto, la prima Opera di Verdi, dall’Otello e dal Falstaff. Al 1829 risale l’ultimo capolavoro di Gioacchino per il teatro; quei trentaquattro anni sono occupati da una crisi fisica e psichica spaventosa; da una sola opera “grande”, lo Stabat Mater, scritto fra il 1831 e il 1841; e da studio profondo, riflessione, letture. Poi, da generosità, accoglienza, motti di spirito.

   La Petite Messe ha una dedica “Al buon Dio”. Rossini afferma di “esser nato per l’Opera buffa”: “solo un po’ di dottrina, un po’ di cuore, e tutto è fatto.” In questa dichiarazione è celato un enorme dolore. Quando il Maestro, la musica del quale a Vienna faceva fanatismo, fece visita a Beethoven, questi gli disse sprezzantemente che facesse “solo Barbiere”. Non aveva voluto interessarsi delle Tragedie che Rossini scrisse fra il 1812 e il 1822: alcune con un pathos drammatico quasi insostenibile. Né voleva sapere che già nel 1816 Gioacchino si metteva al pianoforte ed eseguiva alcune Sonate di Ludwig. Quanti altri in Italia le conoscevano e, soprattutto, ne comprendevano l’ineguagliabile altezza?

Corriere del Mezzogiorno, 29. VI. 2018

Caro Paolo, com’è andata l’inaugurazione della Cappella Pignatelli a Piazzetta Nilo?

Si tratta di una cosa molto importante per la nostra Napoli, e sono lieto di parlarne col Direttore del “mio” Corriere, che tanto fa per la nostra cultura. Il monumento è piccolo e di alta arte. Quel che ne resta, dopo sapienti riacquisizioni e restauri, è il documento di una prassi artistica tipicamente italiana: la sovrapposizione di epoche e stili diversi, che produce un dialogo artistico meraviglioso. La lungimiranza di due Rettori di Suor Orsola Benincasa, Francesco De Sanctis e Lucio d’Alessandro, per me anche due carissimi amici, ha fatto sì che l’Università la acquisisse per farne un centro di lezioni di alta cultura europea.

Suor Orsola, la sola Università non statale esistente a Napoli …

Uno dei nostri vanti. La cittadella, dapprima monastica, collega le pendici del Vomero con la sommità. È anche un Paradiso terrestre che non molti napoletani conoscono. Le sue origini, in quanto Università, sono connesse a grandi figure femminili: la principessa di Strongoli Pignatelli, Antonietta Pagliara, le figlie di Benedetto Croce, Elena, Alda, Lidia e Silvia. Signore di una gentilezza impareggiabile, rango culturale a parte. Le incontravo alle cerimonie dell’Ateneo.  Sono amico dei nipoti; e siamo legati anche da un fatto familiare, che i miei bisnonni, come i loro, morirono nel terremoto di Casamicciola. Mio nonno Domenico aveva tre anni e non l’avevano portato in villeggiatura …

Torniamo alla Cappella. A inaugurare la vita culturale di essa sei stato chiamato tu.

Dell’ onore sono conscio. Ne sono profondamente grato a Lucio d’Alessandro e a un altro amico, Ruggero Cappuccio, che di concerto mi hanno officiato.

Il Fatto Quotidiano, 8. VII. 2018

Dalla stazione Termini, il taxi si avvia verso i Castelli. A grado che ci avviciniamo, l’aria si fa fresca e tersa. Un verde delizioso, con le sfumature scure del bosco, rinfranca gli occhi. Si sale. Dal bosco giungono fragranze. Si costeggia l’imponente monumento della Villa Aldobrandini. Era appartenuta al vescovo cinquecentesco Alessandro Rufini. Costui doveva essere ricchissimo, se, continuando a salire verso la sinistra, si arriva a un’altra villa da lui fatta costruire, la Falconieri.

   Passata al cardinale Gian Vincenzo Gonzaga, pervenne subito ai Falconieri, che ne furono proprietarî fino al 1859. Orazio, che l’acquistò, la fece rifare dal Sangallo e da Borromini. Più piccola, più svelta, ma anche più elegante della Villa Aldobrandini, la delizia, secondo quella tradizione dei successivi depositi stilistici dai quali sortono affascinanti risultati, subì interventi settecenteschi. Alcuni affreschi sono di Pier Leone Ghezzi, al quale, come disegnatore, dobbiamo i soli ritratti autentici di Vivaldi e Pergolesi. Gli affreschi di quattro grandi sale sono dedicati al ciclo delle Stagioni e sono densi di riferimenti mitologici. Luigi Miraglia, che con la sua Accademia da due anni la occupa, spiega che nei suoi agi e riposi si riuniva un’altra Accademia, l’Arcadia: e Gravina, Metastasio, Crescimbeni, vi conversavano e discettavano.

Il Fatto Quotidiano, 24. VI. 2018

Certi produttori di abiti di confezione, che si fanno chiamare “stilisti”, sono nell’immaginario collettivo delle vere divinità. Sono terzi fra cotanto senno, venendo dopo solo ai cuochi e ai calciatori. È una delle superfetazioni del nostro tempo. Accade, così, che la gente – soprattutto i ragazzi, spesso privi di strumenti critici – non sappia distinguere un grande couturier, da uno di questi.  Oggi le distinzioni estetiche fra arte “alta” e “bassa” sono cadute; ma non sarebbe nemmeno necessario per riconoscere statuto di grande arte alla creazione di certi disegnatori di abiti, che, essendo artisti, non si vergognano di definirsi “sarti”. Paul Morand ha scritto una geniale biografia di Coco Chanel, L’allure de Chanel, ed è Morand. Roberto Capucci, nato nel 1930, è ancor superiore a Coco; è una vera istituzione, sin da quando esordì ventenne con un defilé nel fiorentino Giardino Torrigiani; e oggi nessuno gli rifiuta il riconoscimento che gli spetta.

   È un uomo schivo, umbratile, di superiore educazione; gli resta quel tratto grande borghese che oggi si trova in pochi. Ha dedicato la vita a sognare e abbellire il corpo femminile. Ma la sua immaginativa non poteva non coltivare anche quello maschile. Col quale egli ha un rapporto solo artistico, non legato alla produzione professionale; e, per conseguenza, sul quale oniricamente proietta le sue fantasie. Ed ecco un avvenimento straordinario: una mostra di suoi disegni di corpi maschili, organizzata da una storica dell’arte aristocratica come Caterina Napoleone. A Palazzo Pitti, a inizio dell’anno; poi a Napoli, alla Fondazione De Filippo, adesso. Con due cataloghi curati dalla Napoleone e corredati da suoi scritti e un’intervista al Maestro: Capucci dionisiaco (Polistampa, Firenze) e Spettacolo onirico (arte-m, Napoli). Due meravigliosi libri figurativi.

Il Fatto Quotidiano, 16. VI. 2018

Uno dei miei più drammatici ricordi è la sera del 10 dicembre 1969. Inaugurazione della stagione lirica del San Carlo col Mosè di Rossini. A metà del primo atto, durante il Duetto Ah, se puoi così lasciarmi, si avverte uno sbandamento; il grande direttore Franco Capuana abbassa la bacchetta, scivola, cade in orchestra a faccia in giù. Lo issarono su di una poltrona, attaccato all’ossigeno. Già non era più cosciente; morì qualche minuto dopo.

   Due giorni prima avevo assistito alla prova generale, e quindi il Mosè l’avevo ascoltato tutto. Il protagonista, che diede i brividi da quando era entrato in scena fino a Dal tuo stellato soglio, si chiamava Bonaldo Giaiotti. Aveva trentasette anni, essendo nato a Ziracco, presso Udine, nel 1932; e ci ha lasciati ieri, l’11 giugno. Difficile, dati i tempi, che qualcuno lo dica: è stato il più grande basso degli ultimi cinquant’anni.

   Certo, se si pensa al ruolo di Boris Godunov di Mussorgskij, meglio di lui l’hanno interpretato Boris Christoph, Nikolaj Ghiaurov, Evgenij Nesterenko. Vengono dall’esempio di Scialjapin e posseggono la tinta slava anche quando cantano in italiano. Ma le grandi parti per la voce, se si eccettua questa e i ruoli wagneriani, sono Mosè, in Verdi Attila, Giovanni da Procida dei Vespri siciliani, Fiesco del Simon Boccanegra, Mefistofele nel Faust di Gounod e, soprattutto, Mefistofele nell’Opera di Boito, per interpretare il quale, diceva Tullio Serafin, ci vuole “una cooperativa di bassi”. E Timur nella Turandot di Puccini. E Filippo II nel Don Carlos di Verdi. In queste figure Giaiotti non ha avuto rivali, e difficilmente ne avrà. Non è entrato a far parte dello star-system, ma su “internet” lo si può ascoltare in queste interpretazioni: e a chiunque è dato capire. Diciamo, il suo omologo potrebb’esser Martti Talvela: quanto a possanza e timbro: ma con minor finezza, senza il dominio della musica italiana.

Il Fatto Quotidiano, 6. V. 2018

Un mese fa è morto Luigi De Filippo. Due anni e mezzo dopo suo cugino Luca. E tredici anni e mezzo dopo un altro cugino, Mario Scarpetta (1953-2004), scomparso prematuramente, dei tre il maggiore talento teatrale della famiglia.

   I De Filippo erano figli di Eduardo Scarpetta. Dal padre avevano ereditato i tratti, la voce, la potente natura. I vecchi napoletani considerano il loro momento d’oro quello nel quale recitarono insieme. Durò fino al 1944. Scarpetta, ch’è stato anche e soprattutto sommo commediografo, aveva fatto fortuna. La sua villa di villeggiatura era al Vomero, finitima di quella Floridiana che Ferdinando IV, divenuto I, aveva eretta per la moglie morganatica, la duchessa di Floridia. La commedia che gli aveva apportato maggiori proventi è La santarella, e la villa si chiama così: in caratteri gotico-liberty egli vi appose l’epigrafe: Qui rido io. In città abitava nella moderna  Chiaja. Non distante, il teatro Kursaal, oggi cinema Filangieri.  Lì  negli anni Trenta si producevano i De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina. Lì avvenne la “prima” del capolavoro di Eduardo, Natale in casa Cupiello, concepito per la triade. L’altro capolavoro di Eduardo è  Sik Sik artefice magico, pure scritto per la triade. Dopo, la sua produzione filosofeggia e pirandelleggia (un Pirandello dei miserrimi) e perde l’ impulso originario. Luca venne messo a recitare sin da ragazzino. Bravo ma volenteroso. Era schiacciato dalla figura paterna. Il talento di attore di Eduardo si può apprezzare assai più quando interpreta Scarpetta: nel suo teatro è manierista di sé medesimo, indulge in pause eccessive, in eccessivi effetti.

Il Fatto Quotidiano, 14. IV. 2018

Felix Mendelssohn Bartholdy proveniva da una ricchissima famiglia ebraica berlinese che s’era fatta protestante da una generazione. Venne educato agli humaniora ma anche a un fervidissimo luteranesimo che nella sua breve vita mai abbandonò. In più, la sua cultura musicale volta verso il passato lo porta a essere uno dei grandi suscitatori del culto ottocentesco di Bach. Il miscuglio delle due cose ne fa un acceso nazionalista germanico: perché tale effetto, come abbiamo visto, produsse la Riforma sui tedeschi, e Bach in chiave nazionalistica veniva soprattutto visto.

Il Fatto Quotidiano, 22. IV. 2018

Da ragazzo Proust provava ogni tipo di insicurezza. Sociale, perché il padre era un medico della media borghesia e nulla più, e la madre era ebrea. Personale, per via dell’insicurezza sociale e per esser un omosessuale che se ne vergognava, in un ambiente che l’obbligava a vergognarsene. S’innamorava degli amici e dei compagni di scuola. Nell’amicizia pretendeva una dedizione esclusiva che non si dà nemmeno nell’eros. La sua generosità metteva capo a invadenza e indiscrezione. Venerava fino all’adorazione un ambiente che tendeva a escluderlo e di lui si faceva beffe: la nobiltà legittimista, l’aristocrazia economica. In quegli anni  ignorava che quel mondo egli lo stava succhiando con penetrazione e crudeltà per trasfigurarlo nella Recherche. Oggi nessuno legge più le poesie di Robert de Montesquiou, in fondo personaggio ridicolo e vanesio; ma tutti amano la sua grandiosa metamorfosi romanzesca, il barone di Charlus.

   Proust coltivò un’asma di natura psicosomatica che a poco a poco gl’impedì la vita. Costretto alla notte, in una stanza tappezzata di sughero, tra puzzolenti suffumigi: espedienti per venire alla luce messi in atto dalla cattedrale della Ricerca del tempo perduto. Quando il processo ancora non s’è perfezionato irrompe nella sua vita un ragazzo, Jean Cocteau. Intelligentissimo, colto, poeta tecnicamente dotato, onnivoro di novità, ebbro di vita. Alto borghese, veniva ammesso dove Proust era rifiutato. La contessa Laura di Chevigné, una discendente della Laura di Petrarca, gli diceva: “Non mi sporchi il cane con la Sua cipria!”. Già, perché il sedicenne Jean camminava a braccetto con attori effeminati quanto lui. Non si vergognava della sua natura, non se ne vergognò mai, nemmeno quando divenne un accademico, quando Stravinsky mise in musica il suo brutto Oedipus rex per farne una delle sue opere peggiori; ma Satie aveva già scritto sul suo soggetto il delizioso balletto Parade, con quel sipario di Picasso ch’è uno dei capolavori della pittura moderna. Oggi i romanzi e i saggi di Cocteau, dopo lunga eclisse, trovano il giusto apprezzamento.

Il Fatto Quotidiano, 23. IV. 2018

Ildebrando di Soana divenne Papa Gregorio VII nel 1073, ma da anni dominava la Curia romana. Il successore di Pietro era stato fin al suo avvento quasi un vassallo dell’Imperatore, e se non da lui veniva eletto dai nobili romani. Con Gregorio, che si emancipa da ambedue, incomincia una serie di Papi, giungente a Bonifacio VIII (morto nel 1303), quasi tutti armati di somma dottrina e invincibile volontà di potenza. La prima è al servizio della seconda nel dimostrare quale verità religiosa che, essendo il Pontefice il vicario di Dio, è anche la fonte del potere politico e della legge, e la sua autorità non ha superiori né pari. Anche l’Imperatore deve sottomettervisi.

   Tra Impero e soglio di Pietro s’  incuneano i regni. In apparenza un fenomeno di disturbo per ambedue. Ma forti di una fatalità storica; e usati dall’uno e dall’altro nel reciproco conflitto. All’epoca di Gregorio la gran parte d’Italia è possesso dei Canossa; ma nasceva il regno normanno. Ruggero I e II liberarono la Sicilia dai Musulmani; il Papa ebbe con loro conflitti e alleanze. Ruggero II si considerava pari agli Apostoli, come l’imperatore d’Oriente: il mosaico nella cattedrale di Palermo lo raffigura incoronato direttamente da Cristo, Re insieme e sacerdote: schiaffo senza pari al Papa. Ed ecco giunger un evento che la Santa Sede non immaginava nemmeno quale incubo. Il rampollo normanno era anche rampollo imperiale: Federico II diviene Imperatore e re di Sicilia, ossia dominus di uno Stato che dal Lazio e dagli Abruzzi giunge ininterrottamente alla Trinacria.