Gli Articoli

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 Il Fatto quotidiano, 30. VII. 2019

 

Ogni pagina di Flaubert è immortale, né ad alcuna sarebbe possibile aggiungere una virgola. Tranne una sua opera, il Dictionnaire des idées réçues, ossia il Dizionario dei luoghi comuni. Il Sommo era, più che fasciné, come dice, ossessionato par la bêtise, dalla cretinaggine. Anche il suo ultimo romanzo incompiuto, Bouvard et Pecuchet, è una sorta di catalogo della cretinaggine. Ma il Dizionario è superato perché i luoghi comuni e la cretinaggine hanno fatto tali passi avanti dai tempi del genio di Croisset che occorrerebbe una nuova loro enciclopedia. Purtroppo di Flaubert non ce ne sarà più un altro.

   Il caso che commento non mi è chiaro. Nel senso che non capisco se il soggetto che l’ha scatenato sia una furbastra che vuol far parlare di sé grazie all’altrui e generalizzata bêtise, che nel caso di specie si chiama politically correct, ovvero una cretina in buona fede della serie golden. Il risultato non cambia.

   Uno dei capolavori del teatro musicale di tutti i tempi è l’Aida di Verdi. La protagonista è una principessa etiope, dunque non di razza caucasica ma scura, a non dir negra, di pelle. Ciononostante, incarnando ella il fascino, la bellezza, la bontà, la dedizione, il condottiero Radamès, della nazione egizia che tiene a corte Aida, s’innamora di lei, e per lei perde l’amore della principessa figlia del Re, Amneris, trono e vita. Aida, schiava in quanto prigioniera di guerra, è a corte umanissimamente trattata; né – mi correggano gli egittologi – nell’Oriente antico esisteva alcuna forma di razzismo. Esso venne inventato dagli ebrei verso tutti gli altri popoli, e dai greci verso coloro che consideravano barbari.

    Or un soprano americano, che in questi giorni interpreta Aida all’Arena di Verona, essendo di razza caucasica si rifiuta di dipingersi il volto di nero, come è costume da quasi centocinquant’anni. Per non praticare il razzismo, ella afferma. Se facessimo un elenco di Opere liriche sulle quali vi sono in scena negri andremmo lontano. Mozart, Meyerbeer, Bizet, Gomez, Reyer, Casavola, Phénelon, fino al bellissimo Mulatto di Jan Meyerowitz, un geniale ebreo che conobbi negli anni Settanta. E Porgy and Bess; e West side Story… Come metterla nel caso più delicato de La Juive di Halévy? occorrerebbe togliere ai protagonisti i simboli della loro religione e della loro stirpe?

   Non vorrei essere nei panni di Cecilia Gasdia, un grande soprano che ora è sovraintendente dell’Arena di Verona. La legge e il buon senso le consentirebbero di “protestare” l’americana e sostituirla. Ma ne farebbe una martire del politically correct a favore della quale si schiererebbero i cretini di tutto il mondo. Fargliela passare liscia costituirebbe un precedente pericolosissimo. Ricordo, in via incidentale, che Elaine Ross, Shirley Verrett, Grace Bumbry, Martina Arroyo e Jessye Norman, negre, sono state fra le più grandi cantanti degli ultimi decennî. Pittarle di bianco quando interpretano Isolde, Valentine, Dalila, la principessa Eboli, Amneris stessa, etc?

   Un titolo può esser aggiunto a quelli di Flaubert. Opera di due grandi amici il rapporto con i quali mi manca sempre più. Sono Fruttero e Lucentini. Il libro è, ovviamente, La prevalenza del cretino.

Alle tre e mezzo del pomeriggio “Il Fatto Quotidiano” mi rende edotto che il soprano statunitense ha presentato certificato medico onde non partecipare alla odierna recita. Da quale malattia sarà l’eletta artista affetta? Penso da una di quelle che rendono gialla la faccia, colore col quale ben potrebbe apparire in scena. È quello del manto indossato da Giuda negli affreschi padovani della Cappella degli Scrovegni.

 

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 Libero, 30. VII. 2019.

 

Spero non scandalizzi nessuno il racconto della mia vita privata. Ho un pubblico
ménage à trois: siamo due uomini e una donna. Dapprima abitavamo insieme la donna e io. Ella si chiama Isaura. Mi dicono i cretini: “Ah, dal nome della schiava?”. Pare sia un personaggio di una telenovela. Isaura è invece la protagonista di Jacquerie di Gino Marinuzzi, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento. È una certosina dal carattere altero e riserbato, capace di affetto quieto, a volte espansivo: ma chi passa per casa mia lo valuta in una frazione di secondo, e se non le piace scompare. Io ho un grande terrazzo e due balconi che guardano il Golfo; ma più che una casa la mia è una biblioteca con casa annessa. Isaura ha subito concepito amore per i libri, e ama sonnecchiare, per esempio, sulle pagine della Treccani (prima edizione) aperte. Giunse da me, minuscola, nei giorni di maggio 2015, quando si preparava la mia uscita dal “Corriere della sera”; io m’infastidivo delle telefonate dell’avvocato che seguiva la pratica essendo tutto concentrato sul fatto che Isaura si trovasse bene nella sua prima casa. Dal terrazzo, attraverso una scala, si discende in un grande giardino condominiale, abitato da merli, corvi, gazze e gatti senza proprietario. Isaura, col suo carattere indipendente, va e viene giorno e notte; per affetto, viene a mettersi sul mio letto quando dormo (d’inverno, sotto le coperte); ma la sua notte è misteriosa e vagabonda. Alle 4 del mattino mi sveglia perché vuole il bocconcino. Poi se ne va e io mi riaddormento un’oretta.

   Tutto cambiò il 25 giugno del 2017. Arrivai da Lecce col piccolo Ochs, un bassotto di sessanta giorni. (Incredibile. In Campania non esistono allevamenti di bassotti se non nani, quegli orrori genetici simili a topi!) Il viaggio – quale fausto omen – lo fece in braccio a una delle più affascinanti donne napoletane, la grande attrice Lara Sansone. Già la prima notte Ochs, ch’era un po’ spaurito, dormì sul cuscino a fianco del mio.

    Isaura scomparve. Per sei giorni nessuno la vide più.  Compresi che il fatto era serio. Alle cinque del mattino scesi nel giardino chiamandola in tono implorante. Si mostrò un istante, e sparì. Il giorno dopo scesi con la ciotola della sua colazione. Non la toccò. A poco a poco si degnò di giungere al confine, di assaggiare qualche boccone. Dopo non meno di un mese rientrò in casa. E si accorse che la presenza che aveva scatenato un moto, non dirò di gelosia, ma di autentico dolore per un creduto tradimento, era di un cucciolo molto intelligente che aveva bisogno di una mamma. In questi termini sottomessi, sorridenti, le si avvicinava. Isaura incominciò a coccolarlo, a farlo giuocare, a tirargli la pallina. Ci mancava poco che lo leccasse. Adesso convivono affettuosamente, e dormono sul mio letto; ma un bassotto, pur se intelligentissimo, non può arrivare a comprendere che una gatta s’infastidisce di troppe effusioni. In certi momenti, ella le accetta; ma solo in certi momenti. Per fortuna hanno gli stessi gusti musicali: Les Troyens di Berlioz, Ravel, Johann e Richard Strauss.

   Vittorio Feltri avrà da darmi, in fatto di psicologia felina, infinite lezioni, essendo egli il patriarca dei nostri gattolici. Ma mi fa piacere di parlare di un libro delizioso scritto da un gattolico assai più giovane di noi. Si tratta de Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina di Alberto Mattioli (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). L’autore (non può farla a un altro vizioso) è dedito anche al vizio della lettura: la sua erudizione non la ostende ma essa lo tradisce.

   Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, Come farebbe, se non avesse il vizio, a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima; il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio. E il Cardinale forse dalla loro intelligenza ricevette il consiglio su come far cadere l’imprendibile fortezza de La Rochelle.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino lo eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017  edito da Marsilio Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già cinque edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali. È così interessante da poter offrire spunti anche a un eventuale odiatore del gatto o a lui indifferente.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti: un mio amico, un grande medico napoletano, è incominciato a deperire da quando due anni fa perdette Henriot; la recente morte della compagna Becky l’ha reso inavvicinabile e quasi intrattabile. Due persiani che aveva mandato a prendere a Nuova York, del culto dei quali era un sommo pontefice! Il fatto che loro vivano meno di noi è una tragedia; ma se la cosa fosse inversa, se un gatto o un cane dovesse sopravvivere al padrone, si scatenerebbe in loro un dolore cosmico, per noi inimmaginabile. Sono certo che Mattioli la pensi così.

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 Il Fatto Quotidiano 24. VII. 2019.

 

Ho ripetuto ad nauseam che la musica è la mia passione e insieme la mia professione, ma il mio vizio è la lettura. Con un libro in mano non mi accorgo nemmeno se la Freccia Napoli-Roma fa dodici ore di ritardo. Alcuni uomini sono più attaccati ai proprî vizî che alle proprie passioni. Io faccio parte della razza. Quando un vizioso s’incontra con un altro che condivide lo stesso vizio, anche non si sono mai visti in faccia, si riconoscono immediatamente. Ho provato questa sensazione leggendo in meno di un giorno un delizioso libro di Alberto Mattioli, Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, che non ostende l’erudizione ma la tradisce. Come si fa a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima: il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino le eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017 Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già tre edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti, a cominciare da Vittorio Feltri.

   La gatta di Mattioli si chiama Isolde, come la protagonista dell’Opera di Wagner; la mia Isaura, come la protagonista di Jacquerie di Marinuzzi. Ma fra me e l’autore vi sono pure differenze. Io ho un vasto serraglio: un bassotto, Ochs (che dorme sul mio letto insieme con Isaura: hanno gli stessi gusti musicali: Berlioz, Ravel, Johann e Richard Srauss), due tartarughe, Fana e Spanò, e una decina di merli che vivono liberi nel vasto giardino sotto il mio terrazzo ma si raccolgono su di esso a beccare il cibo che quotidianamente ammannisco loro. Spero che anche i panteisti vengano ammessi nel paradiso gattolico.

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Libero, 20. VII. 2019.

 Lo confesso. I romanzi di Montalbano sono stati per anni una delle mie droghe. Come ne usciva uno, ero il primo a prenderlo. E lasciavo qualsiasi altra lettura, qualsiasi altro lavoro, finché non l’avessi finito. Poi mi restava un amaro in bocca. Come quando sei nel down della droga.

    I limiti me ne erano, e sono, palesi. Trame un po’ cervellotiche. Un sotteso manifesto politico non sempre degno di un grande scrittore. Ma il piacere di narrare, il piacere di farsi leggere. In Camilleri c’è qualcosa di Soldati, uno dei sommi narratori degli ultimi decennî, che ancora non è stato riconosciuto da tutti per tale. E poi: costruire i cicli è da pochi. Il ciclo narrativo ti dà la rassicurazione di trovare luoghi e personaggi familiari sempre lì, immobilizzando l’edax tempus, e dà anche a te l’illusione di non invecchiare. Ma per costruire un ciclo senza renderti ridicolo o stucchevole, devi essere un grande scrittore. Devi essere Dumas e Balzac. Camilleri è stato il Balzac di Porto Empedocle. E poi, non è nemmeno vero che i romanzi di Montalbano siano solo cosa commerciale: come il ciclo televisivo avente a protagonista il bravo e antipatico Zingaretti. Ci sono finezze psicologiche nelle figurette dei comprimarî; c’è l’acre ironia con la quale vengono descritti il Questore, il suo capo di gabinetto, i magistrati. Or, senza in nulla ledere Girgenti, dove ha sede la Valle dei Templi, uno dei più importanti, monumenti archeologici del mondo, dove fiorirorono scuole filosofiche tuttora vive: ma dire “il Balzac di Porto Empedocle” non ha alcunché di limitativo? Camilleri non è stato il nostro Balzac, ma solo un onesto tentativo di esserlo.

   Camilleri ha lavorato tutta la vita da uomo di cultura, e anche da eccellente regista. Il successo gli è arriso tardi; chi potrebbe rimproverargli di aver voluto arrivare anche al successo commerciale? Il vero punto debole del ciclo Montalbano è una finta lingua, che non è siciliano e non è italiano, un’esca lanciata al lettore sprovveduto per far colore locale a buon mercato. In questo, Camilleri ha tradito la sua terra. I non siciliani s’illudono d’entrare nella lingua siciliana (la più antica fra le letterarie italiane), i siciliani o i meridionali che la lingua conoscono non possono dire altro: “Ma costui a chi vuole prendere per il culo?”

   Montalbano muore con lui. Ma vivrà il resto della sua produzione, quella “alta”, che i romanzi commerciali hanno messo in ombra. Innanzitutto: c’è il grande indagatore di Pirandello e Sciascia, che meriterebbe subito un’edizione a parte. La Biografia del figlio cambiato (2000) è un’opera squisita ed erudita che da sola farebbe la grandezza di uno scrittore. Poi c’è un romanzo atrocissimo, basato su ricerche storiche e dedicato al clero siciliano. Esso è stato sempre il più corrotto, il più materialista, il più colluso con la mafia, il più interno alla gestione del potere e degli affari. Leggete La setta degli angeli (2011) e trasecolate di orrore e ammirazione. Leggete La bolla di componenda (1993). Dante occupa uno dei più sottili episodî teologici dell’Inferno, quello di Guido di Montefeltro, per spiegare il complessissimo meccanismo dell’assoluzione: onde un peccatore, divenuto santo penitente, va all’Inferno per un vizio di procedura. Il condottiero Guido da Montefeltro, dopo una vita di espiazione quale monaco francescano, viene richiesto da Bonifacio VIII di un consiglio fraudolento: il Papa gli garantisce l’assoluzione preventiva. Morto Guido, il diavolo tiene e San Francesco una lezione di diritto canonico, spiegando che senza la contritio cordis – successiva alla commissione del peccato – l’assoluzione è nulla. E si porta Guido all’inferno, sfottendo il Santo. Ma i preti siciliani vendevano le assoluzioni, bollate: col peccato e la data della sua commissione in bianco, da riempirsi dall’acquirente. Ognuno poteva ammazzare chi voleva e quando voleva. La teologia e il diritto canonico del clero siciliano si riducono alla Roba: e in questo Camilleri è un genuino erede di Pirandello: si veda l’atroce novella I fortunati.

   E poi ci sono tanti altri romanzi meravigliosi. Ripeto: la capacità di Camilleri di inventare trame è straordinaria, e il piacere di narrare è degno di Soldati. Insieme con un’immaginazione di un grottesco loico ch’è al mille per mille siciliano, e lo fa, ripeto, erede di Pirandello e Sciascia; ma anche in parte dei siciliani orientali, Verga e De Roberto.  Inoltre: la comprensione della mafia come fenomeno eterno e radicato alla terra siciliana, che poi è diventata telematica e finanziaria,  la si deve a lui in modo anticipatore. Il birraio di Preston (dove si mostra persino musicologo di vaglia), La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il figlio del Negus, La scomparsa di Cutò. Questo è il grande Camilleri.  Che, nel rievocarlo, il meglio non venga schiacciato dal peggio. Ovviamente, è un auspicio retorico. Già me ne sto accorgendo, a leggere i primi necrologî, quelli in gergo detti “Coccodrilli”. Davvero coccodrilli sono, di quelli buoni a fare borsette per donne parvenues e scarpe per uomini parvenus.

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Il Fatto Quotidiano, 20. VII. 2019

Sul “Fatto” ho espresso più volte la mia opinione sul Maggio Musicale Fiorentino e la sua gestione. Dal momento che oggi l’amico Tomaso Montanari la commenta, vorrei ripetere la mia valutazione dei fatti.

   Il soprintedente Cristiano Chiarot era alla Fenice da anni ove aveva accumulato un grande debito di bilancio e, peraltro, acquistato azioni della Banca Popolare di Vicenza. È stato nominato al Maggio della primavera del 2017: quando Salvo Nastasi era onnipotente in tutto il mondo dello spettacolo. Ch’egli dichiari di non aver buoni rapporti con costui è ridicolo, a Nastasi dovendo egli tutto.

   Il Chiarot, cattocomunista veneto, fu persona umile e gentile finché rimase direttore marketing della Fenice. Da soprintendente, incominciò a credersi qualcuno, e soprattutto un grande direttore artistico, la reincarnazione di Francesco Siciliani e Roman Vlad. Con la sua cultura da wikipedia, si è circondato di direttori d’orchestra e registi di quarta categoria che ritiene, grazie al suo insegnamento, migliori di Karajan e Toscanini. Un esempio: il direttore coreano Chung (una Sinfonia di Mahler riesce bene a chiunque) viene incaricato di importanti produzioni di Verdi, l’ultima delle quali è il Don Carlos: ch’è in francese. Costui, oltre che il coreano, conosce solo l’inglese. Come fa ad affrontare Verdi? Ascoltai il Boccanegra alla Fenice restandone basito.

   Al Maggio è proseguito l’identico andazzo. Tomaso cita Esa-Pekka Salonen, effettivamente uno dei migliori direttori d’orchestra oggi esistenti. Quando si spara nel mucchio, a volte si fa centro.  Sugli altri … Dio liberi! E si guardi l’attuale stato d’indebitamento della Fondazione.

   Il punto è che tutto ciò che di deplorevole è ora avvenuto al Maggio è avvenuto all’interno di una (non dirò cosca) simpatica associazione di amici Nastasi, Renzi, Nardella, nella quale Chiarot era stato inserito come utile idiota. Il direttore d’orchestra Luisi (che stimo modestissimo) ne faceva pure parte. Si sono scannati i componenti della stessa banda. Non esistono i buoni e i cattivi, non si possono distinguere. Sono tutti eguali: per motivi che io non posso conoscere all’improvviso hanno incominciato a scannarsi.

  La legge Madia, che mette Chiarot (e con lui rende non più nominabili la Purchia e Biscardi, altri del clan Nastasi) in pensione a dicembre, è secondo me non solo iniqua ma incostituzionale. Come mai se ne accorgono solo adesso? Come mai non hanno fatto un’azione di gruppo affinché la Corte si pronunciasse?

   Secondo me, perché fino a quindici giorni fa il terremoto accaduto non lo immaginavano nemmeno. Erano sicuri di sé nei loro posti locupletatissimi. La superfetazione dell’ego di Chiarot che, mi ripeto, darebbe lezioni anche al maestro Karajan, lo faceva sentire il più sicuro di tutti. Dà lezioni pure ai compositori su come si scrivono le opere: se non gli sta bene, le cambia. Vedi il caso Carmen. “Così si parlerà di me in tutto il mondo!” E, vedrete, lo faranno senatore a vita. Lì farà meno danni alla cultura che da soprintendente del Maggio.

   La mia vecchia idea è sempre la stessa. Bisognerebbe prima chiudere le Fondazioni per qualche anno – tutte -; e poi fare una vera legge che le faccia gestire come musei della cultura musicale e non sfogo per nullafacenti e occasione per agenti e soprintendenti e segretari artistici e dirigenti per essere superpagati.

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Libero, 18. VII. 2018.

Mi auguro che mentre scrivo queste righe l’orso trentino detto “M49” non sia stato catturato; o, se raggiunto, non sia stato ucciso. Quando è stato preso per la prima volta aveva un collare elettronico avente la funzione di consentire di conoscere dove in ogni momento fosse; ma i dipendenti della provincia di Trento gliel’hanno, con grande inaccortezza, tolto. Tanto erano certi che le sbarre entro le quali l’orso era rinchiuso fossero invalicabili. Adesso il presidente della Provincia, Fugatti, parla di “animale pericolosissimo e da abbattere”. A me questo pare un discorso demagogico volto verso il suo elettorato di allevatori. Gli orsi, i lupi, le volpi, da sempre per vivere si spingono nei pollai, talvolta nelle stalle. È una legge di natura alla quale i rimedî esistono da tempo immemorabile, e talora sono cruenti. Ma la straordinaria intelligenza dispiegata da questi animali per giungere là ove l’uomo abita e superare le barriere che egli pone a difesa della proprietà è uno dei miracoli della Natura. Trapassa nel mito. Vi ho dedicato un libro uscito nel 2017, Il canto degli animali. I nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e in poesia (mi scuso se parlo di me), che ha incontrato grande favore da parte della Lipu (della quale sono membro), ma è stato ignorato dagli “animalisti” in genere: essi sono benemeriti ma non hanno l’abitudine di leggere.

   Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, persona intelligente e specchiata, si sta adoperando per salvare la vita di M49. A parte il fatto che al pericolo credo poco (a Trento ne parlano come se fosse King-Kong), vorrei esporre le mie ragioni per le quali la bellissima bestia non solo dev’essere tenuta in vita, ma dev’essere posta in condizione di generare una numerosa prole. Chi vorrà accusarmi di essere un sostenitore dell’eugenetica faccia pure.

   Innanzitutto togliamogli questa orrenda sigla, che tanto fa pensare e un lager sovietico o a Guantanamo. Dev’essere individuato, l’orso, con la lettera M? Chiamiamolo Mercurio. Così entriamo trionfalmente nel mito. Leggiamo i versi iniziali del meraviglioso Inno omerico A Ermes (adopero l’edizione accuratissima di Filippo Càssola, 1975). “allora ella [Maia, la madre di Mercurio, congiuntasi con Zeus] generò un figlio dalle molte arti, dalla mente sottile, predone, ladro di buoi, ispiratore di sogni, vigile nella notte, che sta in agguato alle porte; egli ben presto avrebbe compiuto gesta famose al cospetto degl’immmortali”.

   L’antichissima divinità micenea, poi olimpica, era venerata del pari dagli Etruschi e dai Romani. Nato all’aurora, la sua prima impresa fu d’inventare la lira tendendo corde nel guscio d’una tartaruga; simbolo stesso della musica, la donò ad Apollo, che la fece sua. E subito dopo (aveva poche ore di vita!) rubò il gregge delle sacre vacche di Apollo stesso. Psicopompo, ossia annunciatore della morte e colui che accompagna i defunti all’Ade, e messaggero degli dei. Questo è Mercurio.

   Lasciamo da banda le funzioni misteriche e metafisiche. Parliamo dell’astuzia (Omero, o per dir meglio, l’Autore dell’Inno, lo chiama polytropos, lo stesso aggettivo che adopera per Ulisse: dalle molte arti; e aggiunge: dalla mente sottile). Ladro, è Mercurio; e addirittura divinità dei ladri protettrice: come ladri per necessità sono lupi, orsi, volpi. Ma dio dall’ingegno impareggiabile. È anche, infatti, colui che spinge l’uomo verso l’intelligenza: sia essa la scienza, sia l’arte degli espedienti.   

  Or quello che solo Ermes poteva fare, e dunque Mercurio è il nome dell’orso, è il modo com’è fuggito. Stando a quel che si legge, egli “ha scavalcato il recinto elettrificato della zona 1”: come ha potuto? Chiedetelo al suo dio, Ermes. Giunto in zona libera, “è entrato nel recinto dov’è rinchiusa una femmina; ha scavalcato un’altra recinzione elettrificata; indi si è trovato di fronte a un muro alto quattro metri, anche questo elettrificato con corrente a 7000 volt; e lo ha oltrepassato.”

   Ci troviamo di fronte a un prodigio non solo d’astuzia, ma d’intelligenza allo stato puro. I guardiani sono stati i primi esterrefatti. L’orso Mercurio-Ermes possiede un’intelligenza molto superiore a quella dell’uomo: almeno quanto a essere “dalle molte arti e dalla mente sottile”. E noi vogliamo ucciderlo? Non solo ucciderlo sarebbe un sacrilegio verso il suo dio, che ce lo farebbe pagare. Ma una simile intelligenza va preservata attraverso le generazioni. Mercurio 49 deve creare una razza alla quale trasmetterla. Quando poi la biologia sarà giunta (pare traguardo non lontano) alla possibilità d’incrociare l’uomo con l’animale, il DNA di Mercurio 49 dev’essere instillato nella gran parte degli esseri umani. C’è caso migliorino.

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Libero, 16. VII. 2019

   Herbert von Karajan era nato nel 1908: a Salisburgo, città inscritta nel suo destino. Il Festival, fondato da Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, venne da lui ripreso in mano dopo la tragedia della guerra, e dopo che, alla morte di Furtwängler, egli divenne anche il direttore a vita dei Filarmonici di Berlino. C’era stata un’imbarazzante vicenda, negli anni seguiti al 1945. Furtwängler era stato “denazificato”. Dopo la sua morte la vedova è andata piagnucolando in giro per il mondo: asseriva che il defunto era antinazista e che restava al suo posto per proteggere i musicisti ebrei. Tanto era antinazista da dirigere ogni anno, il 20 aprile, compleanno del Führer, la Nona Sinfonia di Beethoven in suo onore, con tutto lo stato maggiore del Partito schierato ad applaudirgli. Karajan al Partito s’era iscritto nel 1935. Non ha cercato giustificazioni, non si è ricostruito postume verginità. Forse la pensava come la maggioranza dei tedeschi. Ma vorrei aggiungere che l’iscrizione, come il matrimonio, erano una necessità difensiva per un omosessuale. Non voglio dire ch’egli lo fosse esclusivamente. Ebbe anche una vita eterosessuale, con un terzo matrimonio e la nascita di due figlie, che desiderava ardentemente.

   Finché il Festival lo resse lui, fu la più prestigiosa manifestazione artistica mondiale. Egli vi aggiunse le appendici raffinatissime del Festival di Pasqua e di quello di Pentecoste. Sui quali conviene soffermarsi anche per toccare uno dei più diffusi luoghi comuni sul Maestro. Si dice ch’egli vivesse solo per l’industria discografica, che fosse un industriale e basta. In genere si realizzava un disco dopo esecuzioni di successo. Mai si è visto il caso di un direttore che prima incide un’Opera, poi incomincia ad eseguirla dal vivo, perfezionando l’incisione grazie anche al contatto col pubblico. Mai prima di Karajan, mai dopo. Posso aggiungere che dopo la sua morte il Festival mi parve svuotato di significato. Ci sono tornato sempre più malvolentieri; ora che sono libero dai vincoli della critica musicale, non metterò più piede in quella città piovosa e torrida, dove fanno di tutto per dimenticarlo. Uno dei suoi principî era che il teatro musicale dovesse essere fedele alla didascalia d’autore. Divenne regista anche per questo; certe sue regie sono memorabili, come quella della Salome di Strauss.  Si liberò persino di Strehler – ed ebbe ragione – dopo le superfetazioni che il grande regista aveva fatte al Flauto magico di Mozart. L’unico suo collega che condivide il principio è James Levine, e si sa come l’hanno ringraziato al Metropolitan.

 Morì nella sua casa di Anif, presso Salisburgo, la mattina del 16 luglio 1989. Quel giorno avrebbe dovuto dirigere la prova generale di Un ballo in maschera, lo spettacolo inaugurale del Festival. Il Festival s’inaugurò regolarmente, e l’Opera di Verdi venne diretta da Georg Solti: the show must go on. Trovai sorprendente e scandaloso che la recita non venisse dedicata alla sua memoria. Poi, a Salisburgo, il Maestro è stato commemorato nel modo più degno da Riccardo Muti, che non ha dimenticato il suo debito di gratitudine verso chi, solo per averne ascoltato alcune esecuzioni, lo aveva invitato telefonandogli direttamente, senza conoscerlo. Muti diresse in memoria di Karajan una splendida Messa da Requiem di Verdi e un ancor più splendido Requiem tedesco di Brahms.

   Quando si nomina Karajan, uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, una sorta di riflesso condizionato porta ad associarlo a Beethoven, a Wagner, a Brahms, a Strauss; e a Bach, a Mozart, a Haydn. L’interprete verdiano e pucciniano è di primissima grandezza. La Messa da Requiem e l’Aida da lui dirette non hanno trovato mai un paragone possibile. Vi è una lontana Traviata della Scala, del 1964, la più struggente di tutte. Un Trovatore di Vienna. Meno bene ha fatto egli il Don Carlos: in quattro atti (ch’è una versione facilitata rispetto a quella autentica in cinque, scaturita dalla disperazione di Verdi che vedeva il suo capolavoro massacrato dai tagli), e con troppi tagli, ancora. E il Falstaff: dove allo splendore sinfonico egli unisce un’acquiescenza verso gli arbitrî di Tito Gobbi che ha una sola spiegazione: il disprezzo dei tedeschi verso la cultura italiana. Se avessero toccato una croma del Fidelio o del Crepuscolo degli dei avrebbe fatto l’inferno. In Verdi, che pure egli ha capito più di ogni altro connazionale, indulgenza.

   Ho detto “uno dei più grandi direttori” e non “il” più grande direttore di tutti i tempi: come molti non illegittimamente affermano. I più grandi sono stati Giuseppe Martucci e Gino Marinuzzi; poi, non dimenticando noi Toscanini, dobbiamo menzionare almeno Fritz Reiner, che di Karajan non è stato meno grande. Resta che il ruolo sociale e pubblico del direttore d’orchestra, oggi ridottosi quasi a quello di macchietta, è stato rivoluzionato nel Novecento da Karajan. Il non essersi compreso il senso di tale rivoluzione è la principale fonte di equivoci sul Maestro. Egli è accusato di essere una star massmediale, di essere un gelido produttore di dischi, di aver sottoposto la musica alle esigenze discografiche, di essere un uomo spietato e senza scrupoli.

   Incominciamo dalla fine.  Non l’ho conosciuto di persona. Ho raccolto sufficienti testimonianze sulla sua generosità e sulla sua gentilezza. Basta guardare il filmato della Missa solemnis di Beethoven con i Filarmonici di Vienna e cogliere il sorriso di squisita gratitudine che rivolge al primo violino dopo l’ “a solo” del Benedictus per comprendere l’uomo.  Un altro particolare mi colpisce. A Salisburgo un ascensore privato collegava il suo camerino al garage aziendale del Festival. Finita ogni recita, egli dal camerino scendeva direttamente in garage e dopo un quarto d’ora era davanti alla sua minestrina di verdura a casa. Di complimenti, abbracci, autografi, se ne fotteva.

   Aggiungo due cose che mi paiono importanti. Arrivò tardi a Mahler; lo accusavano d’insensibilità verso la musica del Novecento, e a un certo punto incise i pezzi sinfonici della triade viennese, Schönberg, Berg, Webern. Incisioni imparagonabili. Nell’un caso e nell’altro, egli dà una lettura totalmente classica che riporta questi compositori nell’alveo onde scaturiscono. L’opposto di quella abituale, fatta per metter in rilievo la “rottura d’Avanguardia”. Fin che gli si contrappone il sommo Mitropoulos, è giusto; ma se ci si riferisce a Bernstein, per non dire ai poveracci oggi osannati, cadono le braccia…

   Poi: uno dei documenti più commoventi che sia dato di vedere. L’ultima sua incisione. Il Finale del Tristano e Isolda con Jessye Norman. Quasi non aveva più forze, salvo quella morale. La sua delicatezza, il rispetto religioso suo verso la musica e della grande artista verso di lui. Aiuta a capire chi sia Karajan. Negli ultimi anni, fiaccato da un male alla spina dorsale: era passato per dolorosissime operazioni, e ogni gesto sul podio era una fitta di spasimo.

   Veniamo al disco. Gli si contrappone, quale opposto modello, la “purezza” di Furtwängler, che Adorno aveva soprannominato “il custode della Musica”. Karajan ai suoi tempi ha inciso più di chiunque altro. Ma le sue incisioni sono, sempre e comunque, modelli di profondità interpretativa: è colpa sua se egli è stato capace di splendori di timbro e fraseggio che nessuno aveva prima di lui scoperti? In realtà, il rapporto di Karajan con la riproduzione tecnica della musica ha qualcosa di faustiano: nel senso ch’egli è stato il solo a scoprire quale sfida la tecnica della modernità alla musica ponesse. Tale sfida della tecnica egli, unico, ha affrontato, e vittoriosamente. Il problema posto da Heidegger. Se n’è accorto qualcuno?

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Libero, 12. VII. 2019  

In questi giorni ho riletto L’educazione sentimentale di Flaubert. Dovrei dire: ho letto. Dal 1971 non so dire quante volte ho riattraversato l’immenso romanzo. E sempre è come se fosse la prima. Tale è la sorpresa che di fronte a tanta arte si prova, la gratitudine verso chi l’ha creata per donarcela. Di fronte a poche altre narrazioni si prova lo stesso sentimento. Naturalmente, al primo posto sono I promessi sposi; beninteso, nelle due versioni. Giovanni Macchia afferma addirittura la superiorità del cosiddetto Fermo e Lucia sul romanzo del 1827 e del 1840. Io non posseggo l’autorità per pronunciarmi: dico solo che ne leggo ad anni alterni l’uno e l’altro. Certo un legame fra il capolavoro di Flaubert e quello di Manzoni sta in ciò: la descrizione della matta bestialità della folla nella seconda parte della rivoluzione parigina del 1848, quella propriamente volta a instaurare il comunismo, è la sola degna di esser accostata alla rivolta dei forni di Manzoni. Poi, la sfiducia nella democrazia, ch’è oggetto di terribile sarcasmo nelle scene dei clubs, è una sfiducia nella possibilità che l’uomo ragioni: ancora Flaubert è fratello minore di Manzoni. Quanto il Normanno conoscesse il Milanese, non so. Figuratevi che l’epistolario (un altro dei suoi capolavori) nella pomposissima edizione della Pléiade manca, non dico dell’indice analitico, dell’indice dei nomi.  Mi sono cascate le braccia: e mi sono arreso.

   Or un altro crimine spaventoso compì la folla. Sempre a Milano: ma nel 1814. Caduto Napoleone, e con lui il Regno d’Italia, la marmaglia filoaustriaca, per costituirsi un’anticipata benemerenza, andò a casa del conte Prina, il ministro delle finanze, lo buttò dalla finestra, lo straziò per tre ore. Tanto durò il linciaggio, prima che la morte pietosa non facesse cessare il tormento dello sventurato. Prina abitava a pochi passi dalla casa di Manzoni. Il quale, presente, non manifestò alcuno sdegno per il delitto. Ma nel romanzo si emenda con l’assalto al palazzo del Vicario di provvisione. Su quel “chilo agro e stentato” del Vicario Sciascia ha costruito una delle mirabili Cronachette, scoprendo una torbidissima sottostante vicenda. 

   Ho affermato più volte che uno dei culti della mia vita è Leonardo Sciascia. L’estate del 2017, mentre attendevo alla correzione di un impegnativo libro, l’ho dedicata a rileggere l’intera opera di questo genio. L’avevo anche conosciuto, seppur poco. Ricordo, a tavola, lunghissimi silenzî, quegli occhi pazienti che ti scrutavano da lontananze difficili da calcolare, la ceneriera sempre accanto al piatto: un boccone, una boccata. Sciascia non è soltanto il narratore che sappiamo, il saggista che sappiamo. Ricorda Salvatore Silvano Nigro che nella sua narrazione c’è sempre il saggio, che nel suo saggio c’è sempre la narrazione. L’induzione a interrogarsi, che ti viene anche solo da un inciso. Nel mio piccolo, lo considero anche il mio modello di prosa.

   La ricerca storica di Sciascia è di quelle fatte per appassionare i viziosi della lettura, quale sono io. L’amore per i cosiddetti petits faits. La capacità archivistica alla ricerca di quella carta da far parlare, e parlare sì che un sol particolare cambia il piano d’insieme. L’esempio massimo sono, appunto, le ricerche manzoniane del Sommo di Racalmuto. Con l’occasione debbo ribadire quanto egli, e Nigro con lui, dichiarano: la Storia della Colonna Infame è parte integrante dei Promessi sposi, e che le edizioni correnti del Romanzo dei Romanzi la omettano mostra ancora che l’Italia e la cultura in genere con Manzoni non sono stati all’altezza di fare i conti. A partire da Goethe.

   Dunque, a leggere La funesta docilità (Sellerio, pp.210, euro 15), l’ultimo libro di Salvatore Silvano Nigro, uno dei nostri grandi manzoniani e grandi sciasciani, si apre davvero il cuore. E non solo ai viziosi della lettura. Questa splendida opera letteraria è un dialogo con Manzoni attraverso Sciascia (in parte anche Natalia Ginzburg): è dedicata a costringere Manzoni a confessioni che non vuol fare attraverso dubbî che già Sciascia insinuò. Le parti generali sono impressionanti. In quale misura Manzoni è davvero cattolico? Come mai un paese che cattolico si dichiara lo respinge? Qual è l’autentica funzione del cardinale Federico? Come può conciliarsi il totale pessimismo storico di Alessandro con la sua dichiarata fede nella Provvidenza? E chi è il vero vincitore, alla fine del romanzo? C’ero arrivato persino io, da solo: Don Abbondio. Che è anche colui al quale Alessandro commette di dire le verità, la verità.

   Nigro parte proprio dall’assassinio di Prina. Sciascia e Nigro leggono spettrograficamente il romanzo per trovare l’eco di un tardivo rimorso a tanto egoismo, ch’è poi la funesta docilità provata anche dai buoni nei confronti del crimine. E rileggono l’assalto al palazzo del Vicario di Provvisione, il terribile sadismo della folla. Nessuno come Manzoni (e, ripeto, Flaubert: neanche Tolstoj) descrive la violenza della massa; e quella del potere, nel caso degli “untori”. E nessuno come Nigro, che si muove in Manzoni guidato da Sciascia come Dante è guidato da Virgilio, sa far confessare la prosa del Sommo. (Sia chiaro, e senza offesa: Virgilio è poeta superiore a Dante).

   A questo libro difficile come tutte le cose a lungo pensate e che fanno pensare auguro gran fortuna. Posso permettermelo. Nigro e io siamo insieme nella terna di un importante premio, il “Napoli”. Non posso augurarmi ch’egli mi superi. Ma se ciò avvenisse, non potrei dire che si tratta di un atto d’ingiustizia, e di esser superato da lui sarei comunque fiero.

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26.VI.2019

 “Cecilia Bartoli non canterà più alla Scala per solidarietà con il soprintendente uscente Alexander Pereira.” Te la presentano come quando Maria Callas interruppe la recita della Norma all’Opera di Roma. Costei è una cantantuccia che sostiene di esser specializzata nel repertorio barocco, ha per voce la punta di uno spillo e i suoi fans sono le più disperate recchie liriche. Una delle colpe di Pereira è proprio lo spazio che le ha attribuito. Questo è il livello della discussione: si parla della Bartoli.

   La successione a Pereira è una farsa con tratti turpi. Il 28 giugno verrà nominato (non si sa se dal 2020 o dal 2022) Dominique Meyer, un colto e onesto alsaziano, fin qui soprintendente a Vienna. Poteva essere la soluzione naturale. Ci si è giunti, invece, solo perché i genî della strategia, che volevano mettere le zampe sulla Scala, hanno fatto una tale serie di errori da portare alla designazione di Meyer per eterogenesi dei fini.

   Pereira non è il mostro che è stato descritto. È un esperto amministratore che da Zurigo a Salisburgo si è fatto un curriculum importante. Soprattutto, è un essere umano: non proviene dall’impazzito sistema italiano nel quale l’odio per bande ideologiche è l’unica legge. Ha allestito molte cose furbe, molte cose per la massa: oggi credo sia impossibile regolarsi diversamente: se mi dessero un milione al giorno per fare il soprintendente direi di no.  Ma ha prodotto molte cose belle, di ampio respiro internazionale. Il confronto col suo predecessore Lissner non si pone.  Gli hanno dato la croce addosso per la sua capacità di trovare finanziamenti. Pecunia non olet: perché quella araba dovrebbe far schifo?

    Per sostituirlo, come se si dovesse nominare il capo del personale di una ditta di calcestruzzo, hanno affidato la scelta a una società di “cacciatori di teste”. Non sto scherzando. Il soprintendente del più importante teatro italiano, di uno dei produttori di cultura principali del nostro paese, fatto valutare da burocrati aziendali. È cominciata la girandola dei nomi. Tutti intercambiabili. Perché tutti i soprintendenti italiani (tranne Pereira) sono stati nominati da Nastasi, l’ex boss giannilettiano-renziano del Ministero dei Beni Culturali, l’ex Commissario a Bagnoli (dove non ha spostato nemmeno una pietra), l’ex vicesegretario della Presidenza del Consiglio. E siccome posseggono solo il riflesso condizionato obbediscono a Nastasi anche se non comanda più. Dal San Carlo (Rosanna Purchia), al Petruzzelli (Massimo Biscardi), all’Opera di Roma (Carlo Fuortes), al Maggio Musicale Fiorentino (Cristiano Chiarot). Quest’ultimo avrebbe – nastasianamente -  avuto più titoli di tutti. Da direttore marketing della Fenice era diventato soprintendente: e aveva abbassato la programmazione oltre ogni dire, convinto di averne fatto la nuova Atene. A Nastasi, Nardella e Renzi serviva un pollastro al quale imputare l’inevitabile (e prossimo) fallimento del teatro più indebitato del mondo: se poi San Giovanni Evangelista avesse fatto l’impossibile miracolo, il merito era loro. Eccoti il cattocomunistello della provincia veneta. Gli hanno dato, fra il 2017 e il 2019, somme che ci permetterebbero di scavare da capo Pompei, Ercolano e Oplonti. Ciò non ostante, debiti restano stratosferici: le centinaia di milioni sono finite in un ”black hole”. Ma siccome in Italia basta avere un posto di guardacessi per sentirsi qualcuno, il povero Chiarot, che aveva sviluppato la sindrome sin da Venezia, ora si crede la reicarnazione del maestro Siciliani e del maestro Vlad. Spiega ai direttori d’orchestra come si tiene la bacchetta in mano, come si concertano le opere, quali sono i tempi giusti nell’Otello di Rossini e nel Cortez di Spontini. Spiega ai compositori defunti (Wagner, Bizet….) come si scrivono le opere, e gliele rifà se non sono politically correct. Non scherzo. Ha trasformato la Carmen, che finisce nel modo più tragico, con l’uccisione di Don Josè da parte di lei: invece che con la morte di Carmen, ammazzata disperatamente da don Josè. La tragedia dell’eros come maledizione: trasformata nel femminismo che prevale pressi i cretini, come la vendetta della sigaraia oppressa dal maschio. Un mio conoscente, regista di prima sfera, gli ha chiesto: “Ma come hai potuto farlo?” Egli ha risposto: “Non capisci che tutti i giornali del mondo parleranno di me?” Questo è il soprintendente che, se la Purchia è stata fatta Grande Ufficiale, va nominato almeno capo dello Stato.  Negli spazi liberi dagli ordini di scuderia.

   I “cacciatori di teste” hanno invece designato un furbastro levantino dai capelli tinti, questo Fuortes, che già s’era illustrato come commissario nastasiano a Bari e all’Arena: quale unico possibile e meraviglioso salvatore della Scala.  Stava particolarmente a cuore, oltre che a Nastasi, a Francesco Micheli, che alla sua età vuol fare il soprintendente per interposto levantino. Era a un millimetro dalla nomina.  Solo che, a quanto si è appreso, tale società di “cacciatori” appartiene a un taluno del quale lo stesso Fuortes è dipendente. Così la somma di tante turpitudini ha prodotto Meyer, uno che potrà essere, se non, come ci auguriamo, un grande soprintendente, di certo un soprintendente normale. Gli altri, quelli che ho nominati e anche i non nominati, sono dei mostri.  Monstrum significa prodigio della natura.  Capaci, infatti, di arrivare a un locupletatissimo posto pubblico per il quale mai avrebbero trovato concorrenti peggiori di loro.

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Libero, 27. VI. 2019

   Ho da raccontare una storia tristissima e bellissima.

   Alcuni dei miei amici del cuore risiedono a Milano; e sono per lo più milanesi. C’è un nucleo storico risalente agli Ottanta. Ho lavorato nella città di Sant’Ambrogio dal 1974 al 2015: nella cosiddetta professione non ho avuto amicizie, e persino poche solidarietà, se si eccettua Vittorio Feltri e qualche defunto. Il nucleo storico si formò per cooptazione. Dapprima una diade: Stenio Solinas e io. Attorno a essa gli altri si raggrupparono: Roberto Zavaglia, Angelo Cassanelli, Francesco Bergomi, Luciano Pignatelli, indi, più tardivi, Roberto Giussani e Luigi Corbani. Diversissimi fra noi, eppure dotati d’un affetto, una reciproca comprensione, uno spirito di corpo, che posso definire solo meravigliosi. Ci vedevamo, ci vediamo e ci vedremo, al ristorante, giustificazione per gl’incontri. Ma le riunioni più intense avvenivano nella bellissima casa di via Rossini di Gabriele Ghezzi. Gabriele se n’è andato questa notte dopo una lunga malattia che abbiamo vissuta tutti con angoscia.

   Era un industriale, il tipico laborioso milanese dotato d’inventiva e qualità di leader: nel suo ramo, lo era. Ma era uno degli uomini più spiritosi che abbia conosciuti. In queste ore rievoco le sue battute: si affollano alla memoria talmente che traboccano. Mi pare di rivivere i singoli momenti di quest’amicizia, che nel ricordo sono innumerevoli e tutti compresenti.  Perché i milanesi d’antico ceppo posseggono uno straordinario senso dell’umorismo oggi inimmaginabile dato il melting pot che questa città è diventata. Gabriele sapeva fare tutti i dialetti, anche quelli del sud, cogliendo la differenza tra Napoli, Castellammare, Torre Annnunziata, Pontecagnano, Bari, Foggia, Palermo. Ci telefonavamo di continuo per passarci le ultime barzellette. Più di trent’anni fa frequentavamo un festival musicale a Salerno (da lui ribattezzato “Salierno festivàl”) e una notte, per l’imitazione che dava dell’organizzatore, tornando a Napoli in macchina, Roberto Zavaglia s’intese male per il troppo ridere. Un’altra sua specialità era l’imitazione del nostro (meraviglioso) sarto Michele Siano, originario di Fisciano (sempre Salerno) con l’àtelier in via Cerva, che tentava di toscaneggiare, e non riusciva né nell’italiano né nel napoletano. Come il m° Muti.

   Gabriele non era un “intellettuale”: altrimenti non l’avremmo frequentato, nessuno di noi essendolo e anzi avendo per tratto comune il disprezzo per l’”intellettuale” di professione. Ma era un uomo colto e, soprattutto, dotato d’una fortissima spiritualità. Tuti ricordiamo il duro periodo quando s’innamorò perdutamente di Laura, che non lo voleva. Egli la seppe corteggiare con una pazienza, una cortesia, un à propos, tali, che alla fine ella cedette. Non per stanchezza, come dopo i lunghi assedî, ma perché con la sua intelligenza e finezza, capì chi fosse Gabriele. Dal loro matrimonio è nato Stefano; e loro gli hanno voluto dare un fratello minore, adottato in Sudamerica, il più delizioso monello che conosca, Daniel. Poi, e per noi importantissimo, Laura è diventata la sorella di ognuno di noi.

   Ho visto Gabriele l’ultima volta a settembre, a Santa Margherita. Era stato operato due volte. Non ho mai incontrato tanta serenità (non dirò stoicismo) di fronte a una morte certa e prossima. Faceva finta di niente; e finché ha potuto, anche paralizzato a letto, si faceva raccontare barzellette dagli amici che non l’hanno lasciato un giorno. Ma ciò che hanno compito per lui Laura e i figli è di questi tempi incredibile. Non hanno voluto che morisse in ospedale. Non hanno voluto venisse assistito da pur pietose mani di estranei. L’hanno assistito giorno e notte per quasi un anno: loro, e solo loro. Di fronte a un caso siffatto s’impara a rispettare gli esseri umani; a riconoscere che ce ne sono di migliori di noi. Perché l’amore esiste: e questo ne è una prova.

   Gabriele era profondamente religioso.  Lui è riuscito a dare a modo suo un senso a tanta sofferenza. Io posso solo ricordare quel che Maeterlinck mette in bocca ad Arkel nel Pelléas et Mélisande: “Si j’etais Dieu, j’aurais pitié du coeur des hommes.” Ossia: “Se fossi Dio, avrei pietà del cuore degli uomini”. E se Dio esistesse, Gabriele avrebbe diritto ora di vederlo.

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