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 Il Fatto Quotidiano, 19. V. 2019

 

Metà degli anni Ottanta. Il direttore d’orchestra Giuseppe Patanè provava a Roma l’Eroica di Beethoven con un’orchestra inglese. Non l’avevano mai visto. Ricordo dietro la britannica imperturbabilità professionale un’espressione di disprezzo. Il disprezzo aumentò quando il Maestro, senza partitura né leggio, eseguì l’intera Sinfonia non fermandosi nemmeno una volta. Italiano fannullone, si leggeva nelle loro facce. Dopo l’ultimo accordo, immaginavano di essere messi in libertà. Patanè fece uno di quei sorrisi napoletani che gli erano proprî: “And now, we begin the work!”. Incominciò, a memoria, a richiamare ogni singolo errore o di tutti o di ogni singolo strumento. Citava a memoria il numero di pagina, il numero di battuta, la lettera indicante la sezione. Ma non della partitura del direttore: delle singole parti di ogni strumento: che hanno una numerazione diversa. La prova successiva andò malissimo: erano paralizzati dal terrore. Disse loro: “Adesso basta provare, ci vediamo domani sera al concerto.” Fu un’Eroica come ne ho ascoltate poche.

   La morte di Patanè sul podio del Nationaltheater di Monaco di Baviera avvenne trent’anni fa, il 29 maggio 1989. Aveva solo cinquantasette anni. Altri Maestri l’avevano preceduto in questa fine da soldato: Joseph Keilberth, il più grande wagneriano del secolo, sullo stesso podio durante il II atto del Tristan und Isolde; Hermann Scherchen, durante un pezzo di Malipiero – ognuno ha la morte che si merita; e Dimitri Mitropoulos, mentre provava alla Scala la Terza Sinfonia di Mahler, l’Autore del quale è stato il più grande interprete in assoluto. Patanè cadde durante Il barbiere di Siviglia: morte atta a un uomo ironico, instancabile coniatore di battute. Era uno dei miei amici del cuore: il dolore che ne provai è stato fra i grandi della mia vita: la perdita di mia madre, di Dino Ciani, del mio Maestro Vincenzo Vitale, del Maestro Siciliani, di Franco Mannino, del mio bassotto Ochs: e di “Pippo”.

   Nella sua carriera era stato fottuto dalla troppa bravura. Conosceva a memoria, e a memoria poteva concertare allo stesso modo che ho descritto, 120 Opere liriche, ossia l’intero repertorio; oltre tutta la letteratura sinfonica. Mozart, Rossini, Donizetti, Wagner, Verdi, Saint-Saëns, Musorgskij, Ciaikovskij, Sciostakovic, Puccini… Al pianoforte, da Beethoven a Liszt a Chopin, eseguiva qualsiasi pezzo: e suonava da padreterno. Lo presero per un facilone. “Dicono che provo poco!”, mi raccontò. “Ma ci sono cose che già so che otterrò col gesto, altre che, con quest’orchestra, non otterrò mai!”. Il suo gesto. Circolare, sintetico, inimitabile. Era impossibile non esser trascinati dal suo magnetismo. Conosceva ogni dettaglio della tradizione, i cantanti, quando c’era lui, si sentivano sicuri come con alcun altro. Nella villa di Dumenza, l’unico patrimonio restatogli dopo una vita scialacquata dietro troppe donne che lo spennarono, possedeva una delle più belle e ampie biblioteche musicali che abbia viste. Aveva calcato tutti i podî del mondo: ma non era considerato rispetto al suo profondo valore: piuttosto, il più brillante dei direttori di routine. Negli ultimi due anni le cose incominciarono a cambiare. Siciliani gli spiegò chi era e gli disse che se si fosse impegnato, riducendo l’eccessivo numero delle recite operistiche anche con modesti cantanti, gli avrebbe costruito la figura artistica che gli spettava. Un concerto con Mendelssohn e Brahms a Santa Cecilia suggellò il nuovo corso. Gridarono al miracolo.  La sua morte fu pianta da tutto il mondo musicale, tanto era amato. Fu la più grande fortuna per Abbado e Muti, allo stesso modo che quella di Dino Ciani fu la più grande fortuna di Pollini.

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Libero, 12. V. 2019

Nel mio ultimo articolo parlavo dell’otium, inteso dai Romani come qualsiasi attività che non attinesse alla cura dello Stato: quindi anche la filosofia, la poesia, la storia. E ricordavo che, nella prefazione alla Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano, Edward Gibbon dice che quest’opera, uno dei veri monumenti della cultura, è stata “la più gradevole occupazione delle mie ore d’ozio”. Understatement quale un gentiluomo inglese del Settecento può possedere. Ricorderò brevemente come la Storia, scritta con erudizione e bellezza letteraria incomparabili (il solo suo ritmo è una lezione di stile) viene ancora ritenuta come frutto della mentalità illuminista. È sottovalutarla. Gibbon dedica molti capitoli all’origine e ai progressi della religione cristiana. Con finta compunzione piena di sarcasmo dimostra l’inesistenza storica della figura di Cristo, mette in chiaro le invenzioni e le incoerenze dei quattro Vangeli, ricostruisce l’inanità culturale dei primi secoli del Cristianesimo, il fanatismo onde era affetto, e infine ritesse con minuziosa ironia tutta la storia delle varie sette, denominate “eretiche” giacché sconfitte, le quali fino a tutto il VI secolo si combattettero ferocemente. In realtà, lungi dall’essere un illuminista, a me pare il più importante precursore di Ludwig Feuerbach e di Federico Nietzsche – nella critica religiosa del filosofo. Non è un caso, peraltro, che le edizioni americane del Decline and Fall, destinate a un paese nel quale milioni di persone credono alla Bibbia quale verità rivelata, i capitoli XV e XVI li omettono direttamente.

   Or parlerò del più importante libro di questo genio fuor della Storia: ed è un modo per assolvere una mia colpevole ignoranza. Il Decline and Fall lo leggo di continuo da quarant’anni, ed è una delle opere che più potentemente hanno formato il mio spirito. Negli ultimi anni egli pubblicò i Memoirs of my Life, che nel 2014 la Aragno di Torino ha editi (Memorie della mia vita) curati e tradotti da Giovanni Bonacina. Li ho appena goduti. Un lavoro di traduzione da definirsi solo perfetto, atto a ricostruire il ritmo dell’originale e le sfumature dell’ironia. Note eruditissime. Infine, un lungo e profondo saggio storiografico sull’Autore incomparabilmente superiore a quello del Momigliano premesso alla migliore edizione italiana (Einaudi, 1968) del Decline and Fall.

   Il ragazzo Gibbon, persa presto la madre, fu poco amato dal padre, donnaiolo e scialacquatore. Era un ribelle nei collegi ove lo rinchiudevano. Il suo interesse per la natura della religione lo portò, in adolescenza, a farsi cattolico. In Gran Bretagna non poteva restare: era un’onta sociale, questa conversione. Venne inviato a Losanna, presso un sacerdote calvinista, brav’uomo di modeste intelligenza e cultura. Doveva riportarlo sulla retta via religiosa. Ma Gibbon si vaccinò da sé. Ecco che cosa racconta dei suoi sedici anni: “Non appena fui in possesso di una provvista di nozioni come quelle che sono richieste a un ecclesiastico, il nostro primo libro fu il Vangelo di San Giovanni; ed è probabile che avremmo finito per tradurre l’intero Nuovo Testamento se non avessi fatto presente al mio maestro l’assurdità di aderire al dialetto corrotto degli Ebrei ellenisti. Su mia seria richiesta osammo aprire l’Iliade, e così ebbi il piacere di contemplare, sebbene oscuramente e attraverso uno specchio, la vera immagine di Omero”, da lui definito “la Bibbia degli Antichi.” Per comprendere l’atroce ironia del passo, occorre ricordare ch’è una parafrasi di un passo della Prima Epistola ai Corinzi di San Paolo: “Videmus nunc per speculum in enigmate, tunc autem facie ad faciem”: ossia, oggi intravvediamo Dio “oscuramente e attraverso uno specchio”, un giorno, nella Vita Eterna, lo contempleremo direttamente in faccia. Il Dio di Gibbon è il padre della poesia, non quello giudaico-cristiano.

    Il povero pastore di Losanna non era in grado d’insegnargli davvero il latino e il greco. E il ragazzo inventò un suo sistema per apprenderli a fondo. Sceglieva lunghi passi di orazioni e lettere di Cicerone, e lunghi passi di Senofonte: e li traduceva in francese, lingua che allora dominava meglio della nativa. Fatto passare un conveniente lasso di tempo affinché l’originale gli sortisse dalla memoria, ritraduceva i luoghi dal francese in latino e in greco: poi confrontava la sua debole traduzione con l’originale. Nel corso autodidattico di tali esercizî, diventò il dominatore delle due lingue che tutti sappiamo. La cultura si conquista con lo sforzo, il tempo e, mi ripeto, la coltivazione della memoria.

   Or questo episodio me ne fa tornare a mente un altro, così simile da fare impressione. Rossini, che pure ebbe un rinomatissimo insegnante di contrappunto, il padre Mattei della grande scuola bolognese, racconta però la sua paideia autodidattica: il contrappunto era solo il possesso di una tecnica, presupposto per la composizione, non l’insegnamento della composizione stessa. A quell’epoca, saggiamente, essa si lasciava apprendere dall’esempio dei classici. Fra i dodici e i sedici anni, il Cigno prendeva pezzi vocali o Quartetti di Haydn e Mozart. Tenendo coperta l’intera composizione, ne copiava soltanto la linea di canto. Poi s’ingegnava a scrivere come poteva l’armonia e il moto delle altre parti. Indi confrontava il suo lavoro infantile con quello dei Maestri. E a poco a poco li eguagliò nell’arte. Ciò dimostra che, a volte ma non sempre, i genî – dico i genî, non i talenti - posseggono tratti comuni. Che i due si assomigliassero, si vede anche dal senso dell’umorismo: Rossini, ironico sempre e sarcastico, capace di scherzare anche sulla propria morte e sulle proprie malattie, è stato uno dei più forti battutisti mai vissuti. Un solo esempio: diciottenne aveva già contratto la blenorragia, vulgo “scolo”. La sola donna che avesse davvero amata fu la madre; aveva con lei confidenza assoluta. In una lettera le annuncia così una recrudescenza della malattia venerea: “Nuovi fermenti nei Paesi Bassi”.

   Torno al sarcasmo di Gibbon con un’altra citazione. “Se mai avessi creduto che la maggioranza dei lettori inglesi fosse così teneramente attaccata persino al nome e all’ombra del cristianesimo, se mai avessi previsto che i pii, i timidi e i prudenti potessero sentire, o almeno affettare di sentire, con una sensibilità così squisita, forse avrei potuto ammorbidire quei due spiacevoli capitoli, i quali mi avrebbero creato molti nemici e conciliato pochi amici. Ma ormai il dardo era scagliato …”

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Il Fatto Quotidiano, 5. V. 2019

   Quando Hector Berlioz morì centocinquant’anni fa, aveva sessantasei anni. Neanche per quell’epoca poteva considerarsi un vecchio. Ma aveva trascorso gli ultimi anni nell’amarezza e nella solitudine; la salute era minata da un’infiammazione al colon di origine certamente nervosa e della quale soffriva sin da giovane. E poi, era distrutto nel fisico e nel morale da due cose: aveva vissuto molte vite, ed era stato un lottatore come ce ne furono pochi. Lottatore per i suoi ideali artistici, che anteponeva alla stessa sua opera di compositore; e lottatore per le sue composizioni. Fu uno dei sommi genî della musica; taluni glielo riconobbero in vita, a cominciare da Liszt, che quanto a penetrazione e generosità verso l’arte altrui non aveva rivali. Ma in realtà morì da sconfitto. I suoi successi, molti e forti, vennero superati dalle sconfitte e da una diffidenza nei suoi confronti che pare inspiegabile. Oggi la situazione non è molto diversa, a prescindere da quel che dicono le enciclopedie. Sommo compositore, sì; ma nella vita musicale posposto a un’infinità che non valgono la millesima parte di lui. E faccio un esempio per farmi subito capire. Tra le sue Opere teatrali, la più alta è Les Troyens, finita nel 1858. È una vertiginosa vicenda ch’egli, anche poeta, trasse dal II e dal IV libro dell’Eneide. La distruzione di Troia, con i foschi bagliori dell’incendio. L’amore di Didone per Enea, vietato dagli dei, e il suicidio dell’eroina. Virgilio ha avuto tanti melodrammi tratti da Metastasio, ma questo è unico. Il solo omaggio degno del più grande poeta mai vissuto. Berlioz non ascoltò mai in vita Les Troyens. La prima esecuzione avvenne nel 1890 a Karlsruhe sotto la direzione di Felix Mottl: ironia della storia, un seguace di Wagner, il quale a sua volta disprezzava Berlioz pur avendo appreso moltissimo dalla sua musica. Ancor oggi, quanti possono dire di aver ascoltato il capolavoro a teatro? O anche solo in esecuzioni concertistiche? Che poi sarebbero ormai preferibili. Vedere Enea in abito da tupamaro e Didone vestita da Marina Berlusconi … Quando Berlioz, innamorato della Salammbô di Flaubert, gli si rivolse per consigli sulla storia e la vita di Cartagine …

   Nell’Ottocento molti compositori erano dotati di vasta cultura generale. Sovente, la filosofia la inquinava impedendo loro di goderne con libertà. Berlioz di filosofia s’intrigava poco; eppure è anche uno dei più eleganti scrittori francesi del secolo, con una vena, persino, di narratore surreale (Les Grotesques de la Musique, Les soirées de l’orchestre) che meriterebbe miglior fortuna di molti romanzi di Dumas. Egli ha coltivato Byron, dedicandogli una meravigliosa Sinfonia, Harold en Italie; ma al vertice del suo amore sono Shakespeare e Virgilio, adorati con assoluta equanimità. Poi viene Goethe. E per quanto tocca Shakespeare, insieme con Verdi è stato il più grande di tutti i compositori shakespeariani.

   Ma la sua cultura era diversa. Era un latinista. Quando, in ritardo perché per quattro volte era stato bocciato (con composizioni ancor oggi ammirevoli) vinse il Prix de Rome, invece di fare i compiti che gli spettavano se ne girava per la Campagna Romana pensando alle vestigia dell’antica grandezza. E Roma è anche l’oggetto di un altro suo capolavoro teatrale. La Roma del Rinascimento. Nel Benvenuto Cellini la scena più terribile e commovente è quella della fusione della statua di Perseo: mancandogli il metallo, Cellini getta nella fucina tutto quel che ha, il suo oro, persino altre sue opere. È uno dei più bei simboli della creazione artistica trasformati in teatro.

   Quando tornò a Parigi, compose La Sinfonia fantastica, che fu uno scandalo memorabile. È purtroppo l’unica sua opera effettivamente in repertorio. E dico purtroppo giacché serve a perpetuare di Berlioz la falsa immagine, sempre prevalente sulla vera. È un pezzo di pseudo autobiografia, o meglio di pseudo automitografia. Vorrebbe rappresentare i delirî di un giovane artista in preda all’oppio (la gran moda degli anni Trenta dell’Ottocento: si pensi a Quincey), il quale si perde dietro all’immagine fantastica di una donna amata, impersonata da una melodia ricorrente. Al poeta viene tagliata la testa. Indi si ritrova all’inferno, in mezzo alla ronda del Sabba, ritrova la sua melodia orribilmente sconciata e infine si disperde nel Sabba del quale fa parte anche la melodia liturgica del Dies irae. Naturalmente, venne e viene classificato come l’esponente di un Romanticismo estremo e caduco. Non si comprese che la Sinfonia fantastica è scritta del tutto a freddo, che ogni effetto è studiosamente calcolato, e che dietro il pandemonio si cela una perfetta forma classica.

   Solo partendo dal fatto che l’aspetto letterario, a partire da un nuovo tipo di venerazione per Shakespeare, di Berlioz, è romantico, ma quello musicale classico, si può inquadrare la sua figura. Riesce a trasformare Romeo e Giulietta non in un banale melodramma, ma in una Sinfonia che sintetizza il dramma e usa il coro come narratore da Tragedia greca. Compone un Requiem al quale Verdi si è ispirato per il suo e che gli è persino superiore. Nelle ultime battute le parole di speranza sono contraddette da un accordo di Sol maggiore fatto da tre timpani soli, l’immagine del Nulla.

   Ha rinnovato l’idea stessa del timbro orchestrale: tutti i compositori gli debbono qualcosa, da Wagner a Verdi a Liszt a Rismkij-Korsakov a Ravel e Debussy. Il suo Trattato di orchestrazione venne tradotto in tedesco da Richard Strauss: è un monumento di dottrina e di gusto che aiuterebbe moltissimo i direttori d’orchestra. Salvo che ormai la gran parte dirige a orecchio. Il Grande Sconfitto contempla dal Nulla il Nulla della civiltà.

  

Libero, 5. V. 2019

Dalla stazione Termini, il taxi si avvia verso i Castelli. A grado che ci avviciniamo, l’aria si fa fresca e tersa. Un verde delizioso, con le sfumature scure del bosco, rinfranca gli occhi. Si sale. Dal bosco giungono fragranze. Si costeggia l’imponente monumento della Villa Aldobrandini. Era appartenuta al vescovo cinquecentesco Alessandro Rufini. Costui doveva essere ricchissimo:  continuando a salire verso la sinistra, si arriva a un’altra villa da lui fatta costruire, la Falconieri.

   Passata al cardinale Gian Vincenzo Gonzaga, pervenne subito ai Falconieri, che ne furono proprietarî fino al 1859. Orazio, che l’acquistò, la fece rifare dal Sangallo e da Borromini. Più piccola, più svelta, ma anche più elegante della Villa Aldobrandini, la delizia (giusta il lessico di allora), secondo quella tradizione dei successivi depositi stilistici dai quali sortono affascinanti risultati, subì interventi settecenteschi. Alcuni affreschi sono di Pier Leone Ghezzi, al quale, come disegnatore, dobbiamo i soli ritratti autentici di Vivaldi e Pergolesi. I dipinti a muro di quattro grandi sale sono dedicati al ciclo delle Stagioni e sono densi di riferimenti mitologici. Sono un piccolo sunto, simbolico ed emblematico, che va da Omero a Ovidio e finisce con Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, poeta greco d’Egitto della Tardo Antico: l’ultimo enciclopedista del Mito prima della Rinascenza, e con un ductus così appassionatamente romantico che consiglio a tutti gli amanti della poesia di leggere questo poema, lungo quanto l’Iliade e l’Odissea sommate. Luigi Miraglia, che con la sua Accademia da tre anni la occupa, spiega che nei suoi agi e riposi si riuniva un’altra Accademia, l’Arcadia: e Gravina, Metastasio, Crescimbeni, vi conversavano e discettavano.

   Era un’idea della cultura che sarebbe sopravvissuta fino al tempo di Leopardi, sebbene Giacomo, per via della vita angusta alla quale lo sottopose l’avarizia della famiglia, potette condividerla solo quando fu ospite a Napoli di Antonio Ranieri. L’otium. In senso stretto (quante parole occorrono a noi per volgerne una latina!) significa: “tutto ciò che non attiene alla cura dello Stato”. Persino Virgilio chiama il suo comporre Le Georgiche (sempre a Napoli: dulcis alebat Parthenope, “mi nutriva la dolce Partenope”, ricorda negli ultimi quattro versi) ignobile otium. È un ossimoro. Otium è lo studio della filosofia, la poesia, la stessa storia: sono le Muse. Ma gli Arcadi, come molti latini, sapevano combinarlo con godimento giudizioso d’un luogo ameno, perché la cultura può essere sacrificio dello spirito (e innanzitutto del nostro tempo), ma non è necessario lo sia del corpo. Anche Edward Gibbon, alla fine del Settecento, afferma la stessa cosa. L’Autore di una delle più monumentali opere mai scritte, la Storia della decadenza e della caduta dell’Impero Romano, nella prefazione a un lavoro durato vent’anni (la migliore edizione italiana si estende per 2915 pagine in ottavo grande), dichiara trattarsi di “un’opera, che per quanto possa sembrare faticosa, è la più gradevole occupazione delle mie ore d’ozio”.

   Miraglia, negli occhi del quale vedi un fuoco sacro con una venatura di disperazione, ha creato una delle imprese più utopiche, più folli – e più belle. Il Vivarium Novum: per insegnare ai ragazzi il latino (e, mi sono accorto, pure il greco). Si tengono corsi universitarî: giovani di tutto il mondo, lì soggiornanti, imparano la più bella lingua che l’uomo abbia avuta. Non solo a leggerla, a possederne la letteratura: fra loro debbono parlare latino, diventata, sempre per loro, sola lingua comune. Come per due millennî, per la grandezza di Roma: che da militare e civile si fece culturale e di straordinaria capacità di accogliere tutto quel che fosse diverso da lei. Lo parlano in modo così fluente, che io resto sbalordito. Quando si tengono convegni o seminarî, a vicenda uno di loro, ascoltata una lezione in italiano, o inglese, o francese, o tedesco, sale sul podio e ne fa una sintesi (talvolta addirittura una parafrasi), senza nessun appunto, in latino. Perché sono anche esercitati alla memoria, quella che i loro coetanei non posseggono più. La memoria è una delle ricchezze dello spirito: continua ad agire anche mentre ne siamo inconsci (oggi la scienza ce lo spiega con la vita delle sinapsi), e stabilisce nello scrigno delle mente nessi fra cose che a un certo punto ci si palesano, e ci parevano lontane. La memoria è uno strumento che crea. Infatti, nel Mito le Muse sono tutte figlie di Mnemosyne, la Memoria.

   A che serve lo studio del latino e del greco? È una ginnastica mentale, si diceva un tempo. Troppo facile; e nemmeno vero. Fra le tante risposte, la mia è semplicemente questa. Chi li ha studiati ha un accesso alle cose fra le più grandi che il genio umano abbia create: da Omero a Platone, da Pindaro ad Aristofane, ai Tragici; da Plauto e Terenzio a Lucrezio a Livio a Virgilio a Orazio a Tacito. Possiede quindi un mezzo per comprendere la realtà, e anche per affrontarla, assai più ricco di chi non ha avuto lo stesso privilegio. E ripeto una vecchia idea. La cultura, che incomincia con quella classica, è il modo per essere cittadini e non sudditi; per essere davvero liberi. In un mondo nel quale la barbarie prevale, è un mezzo di difesa, e anche di attacco: ma per pochi privilegiati. Al Vivarium Novum vengono persino ragazzi cinesi, e parlano latino con la dolce pronuncia italiana. Due giorni fa sono stati cinquecento anni dalla morte di Leonardo, genio universale se mai ve ne furono. Basta lui ad asseverare quanto dico.

   In questi giorni si tiene un convegno dal titolo Communis hereditas. Vi partecipano alcuni nomi fra i più prestigiosi della cultura mondiale. E non solo letterati: anche un grande medico come Lamberto Maffei, già presidente dei Lincei. La speranza: far dichiarare le lingue classiche patrimonio dell’Unesco. Utopia? Incredibilmente, in controtendenza, il nostro Senato ha votato all’unanimità una mozione che impegni il governo a sostenerla in sede internazionale. Persino io, con le mie povere forze, lotto con loro. Se ci si riuscisse, sarebbe forse una vittoria in articulo mortis: ma sarebbe egualmente uno dei giorni più belli della nostra vita.

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Libero,  30. IV. 2019  

Qualche sera fa ero a Roma, per l’inaugurazione della mostra fotografica di Ortensio Zecchino. Questo democristiano dei bei tempi è di professione storico, e nessuno conosce quanto lui Ruggero re di Napoli e suo nipote, Federico II imperatore. Ha fondato a presiede ad Ariano Irpino il Biogem, ossia Biologia e genetica molecolare, un istituto di ricerche genetiche all’avanguardia mondiale: 30000 metri quadrati di laboratorî e aule d’insegnamento onde sono già sortiti risultati importanti anche per la lotta contro i tumori. Si diletta di fotografia. Le sue foto bellissime sono o i residui di quella civiltà contadina che un tempo eravamo tutti noi, o di animali. Un ciclo è sulle Georgiche: capre, api, ragni, asine che partoriscono, scrofe che allattano, una nidiata di corvi nutrita dalla madre, un cavallo appena nato che tenta di mettersi in piedi, i cigni lungo le anse del Mincio… L’altro è di rapaci. Egli ha edito qualche anno fa l’opera di Federico II De arte venandi cum avibus, L’arte di cacciare con gli uccelli, e i più bei falchi del mondo, insieme con aquile e gufi, sono stati da lui ripresi. Mi ha spiegato, e l’ho constatato leggendo le pagine dell’Imperatore, che nella descrizione delle abitudini e dei caratteri degli uccelli, fatta di propria esperienza, lo Svevo anticipa l’etologia di Konrad Lorenz.

   Abbiamo cenato insieme con la mia famiglia. Uno dei due miei cugini Jacoangeli, Fabrizio, è un clinico di straordinario livello – tra l’altro, nove anni fa mi ha guarito dalla depressione – ma è soprattutto un medico delle anime e un lettore di esse. Giorni dopo, gli ho chiesto: “Che cosa te ne pare di Ortensio?” Egli sa che è per me un fratello maggiore; e mi ha risposto: “Vi assomigliate molto; la differenza è che lui pratica l’arte della pazienza, tu quella dell’insofferenza e del disprezzo verso gli altri.” Nessuno, così laconicamente, è stato capace di descrivermi in modo più preciso.

   L’insofferenza. Se sono al ristorante, e il cameriere, o, dio liberi, il trattore, portandomi il piatto incomincia a tentare di spiegarmi gl’ingredienti di che è composto, lo scaccio in malissimo modo, da fargliene passare la voglia per sempre. Se qualcuno per strada mi dicesse “Lei è cornuto”, non farei una piega, essendo la cosa fra le umane possibilità. Ma quando, specie a Milano, qualche zelante mi si avvicina e con sorriso complice mi fa “Maestro, quanto ci mancano le sue critiche musicali sul Corriere….!”, tiro fuori la pistola. Se taluno mi vuole raccontare che cosa ha ascoltato alla Scala, o a Santa Cecilia, il mitra. Se qualcuno, che non sia un intimo, mi chiede che cosa penso di certi direttorucci di nuova leva, del genere dei “barocchisti” o del nuovo astro dei cretini, Theodor Currentzis, non ho abbastanza saliva per sputargli in faccia. È solo qualche esempio. La benevolenza di un cretino m’infastidisce più dell’avversione di un nemico. Quanto al disprezzo: noi uomini proviamo per lo più indifferenza verso i nostri simili. È una salvaguardia di sopravvivenza escogitata dal genio della Natura. Poi proviamo affetto e stima: io per pochi, ma in modo intenso, e divento una tigre quando qualcuno li tocca. Mi è difficile provare odio. Sono così superbo che trovare qualcuno che riconosca all’altezza del mio odio mi riesce di rado. Il disprezzo lo esercito a piene mani, e il profilo umano precede sempre quello professionale. Poi, questo non è neanche vero. In genere, quelli degni di disprezzo lo sono sotto i due profili.

   Così si spiega che me la faccia poco con la cosiddetta “gente comune”. Il mio massimo piacere è leggere e studiare; esco di rado; quella deliziosa bonomia napoletana che cinquant’anni fa ti incantava, e avresti passato ore a chiacchierare con un passante, è quasi scomparsa. Così, se per caso mi trovo su qualche mezzo pubblico, la vita quotidiana mi meraviglia e sovente mi disgusta. Racconto un caso occorsomi su di un treno regionale Roma-Foligno. Bisognerebbe fare di queste esperienze, per vedere com’è davvero la “gente”. Sale una coppietta di ventenni. Non brutti, non sporchissimi. Lui, un biondino di un metro e ottanta, aveva addosso del vestiario per il quale avrei calcolato 40 euro tutto compreso. Dalla tasca destra tira fuori l’ultimo modello di cellulare Apple (circa 900 euro), dalla sinistra lo stesso modello. Lei tira il suo, idem. In tre, 2700. Si sono messi a “chattare”. Solo che lui “chattava” simultaneamente con la destra e con la sinistra. Il suo, a dir così, cervello, riusciva a sdoppiarsi, dando due comandi diversi alle due mani. È una vera mutazione antropologica, magari notissima a chi mi legge, che mi ha lasciato senza parole. Non ho osato fotografarlo per paura di trovarmi bucata la pancia da un coltello. Lei pure “chattava”. Probabilmente lui, con una delle mani, “chattava” con lei. Non hanno detto una parola per tutto il viaggio. Ma io so anche per chi votano, e non c’è bisogno che lo spieghi.

   Al ristorante, si vedono coppie borghesi del tipo medio-alto che fanno lo stesso. Non parlano. Stanno col telefonino in mano e “chattano” ciascuno per conto proprio. Forse soffrono per la disperazione della solitudine di coppia, e vanno dallo psicanalista; forse sono felici. Mi basta riflettere su casi siffatti per comprendere quanto io sia un privilegiato.

   Non sono per principio un nemico di Internet. In mano a una persona dotata di intelligenza e cultura, può essere comodo e facilitare e accelerare il lavoro. Ma in mano a costoro? Il tempio di Gobekli Tepe, risalente a 9500 anni prima di Cristo, è stato costruito dagli extraterrestri, come le Piramidi. Lo sbarco sulla luna non è mai avvenuto. La terra è piatta, oppure cava. Et coetera. Quando quasi tutti erano analfabeti, il contadino credeva alla Madonna, ai Santi, all’influsso della luna, alla magia e alla medicina delle erbe. Così, egualmente, in tutto il mondo. Non era molto meglio? Questi, purtroppo, non sono analfabeti. E siccome usano internet, credono agli extraterrestri. Forse addirittura l’istruzione è di per sé un male: aiuta i cretini a diventarlo di più. Il dottissimo cardinale Federico, tanto caro al Manzoni, era convinto che la peste di Milano fosse opera di untori pagati dal demonio: e sappiamo come finì, con la Colonna Infame.  Trovò quale solo oppositore Don Ferrante, che dimostrava doversi alla congiunzione di Giove con Saturno,

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Il Fatto Quotidiano, 27. IV. 2019

Nel mese di marzo è stata diffusa la notizia che il sito archeologico di Gobekli Tepe, del quale si temeva fosse per essere chiuso o distrutto, sarà invece aperto alle pubbliche visite. È uno dei luoghi che più desidero visitare. Si trova in quella che attualmente è la parte sud-orientale della Turchia; secondo la geografia del mondo antico, apparteneva alla regione mesopotamica. E non deve meravigliare. La scoperta del tempio al centro dell’area è, per i tempi dell’archeologia, relativamente recente. Si deve all’archeologo tedesco Klaus Schmidt e risale al 1993. La storia, insieme con le sue dotte teorie cultuali, è raccontata dallo Schmidt, nel frattempo scomparso, in uno straordinario libro del 2007 che una piccola e benemerita casa editrice, “Oltre Edizioni”, ha tradotto nel 2011, Costruirono i primi templi. E il tempio al centro dell’area ha completamente cambiato le nostre nozioni non solo sull’archeologia, ma sulla stessa storia dell’uomo.

   La città organizzata in quanto tale, con “nozze, tribunali ed are”, nasce sempre in Mesopotamia attorno al 4000 a. Ch. Si deve alla civiltà dei Sumeri, dei quali sappiamo non essere di stirpe semitica, come i loro successori Assiri, ma provenire dalla valle dell’Indo prima della discesa degli Indoeuropei. Erano astronomi, ingegneri idraulici, legislatori e inventori della scrittura cuneiforme; e furono i primi a praticare scientificamente l’agopuntura. Ma il tempio di Gobekli Tepe è sicuramente datato al 9500 a. Ch. È una struttura di 300 metri quadrati con enormi blocchi di pietra scolpiti con arte raffinata e persino delicata. Il primo mistero è sulla tecnica della costruzione: come facevano quegli uomini, i quali giusta la storia “normale” erano ancora cacciatori nomadi, a tagliare, trasportare ed erigere massi di tale grandezza? Eppure sono lì. A questo si aggiunge la tesi, avanzata dallo stesso Schmidt, che le sculture di animali non abbiano una funzione ornamentale, ma siano simboli astronomici – dico astronomici, non astrologici. Più di recente, un astrofisico del politecnico di Milano, Giulio Magli, ha compiuto uno studio affascinante. La posizione delle stalle varia, dalla nostra prospettiva, per i moti dell’asse terrestre. Egli ha ricostruito quale doveva essere la visione del cielo da quel luogo e, appunto, verso il 9500 prima della nostra era. E si è accorto che la stella Sirio, la più brillante di tutto il cielo, è divenuta visibile proprio allora. Poi è scomparsa, e due volte è tornata nella prospettiva. Il tempio era dunque dedicato al culto di Sirio. Verso l’anno 8000 venne ricoperto di terra, evidentemente dagli stessi che l’avevano costruito, erigendo una collina alta 150 metri.

   La storia della civiltà, sempre rinnovantesi, ci costringe a spostare sempre più indietro l’epoca dell’origine; o delle origini. Pensiamo che l’Anatolia è anche il luogo di una delle più grandi civiltà antiche, quella degli Ittiti, indoeuropei, dei quali fino a cento anni fa non si sospettava nemmeno l’esistenza. Ebbero relazioni diplomatiche e guerre con l’Egitto, e nei loro archivi leggiamo anche ch’erano in rapporti diplomatici con la città-stato di Ilio, ossia la Troia donde proviene Enea. La cosa terribile è che l’avanzare della scienza, specie grazie alla libertà di blaterare creata da internet, fornisce argomenti a quelli sicuri che noi discendiamo dagli “alieni”: e si danno la mano con i fedeli dell’idea che la terra sia piatta. In fondo, negli Stati Uniti milioni di persone credono alla Bibbia e quindi situano la “Creazione” seimila anni fa. Il cardinale Federico Borromeo, tanto caro a Manzoni, era certo che la peste fosse operazione diabolica degli untori; e si urtava con Don Ferrante, che la attribuiva alla congiunzione di Giove e Saturno. L’accanimento nella follia è una delle forze dell’umanità.

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Il Fatto Quotidiano, 17. IV. 2019

Quarant’anni fa se n’è andato Nino Rota. Federico Fellini gli sarebbe sopravvissuto per altri quattordici, ma rimase, alla sua scomparsa, come privo d’una parte di se stesso. Tale era la fratellanza artistica tra un sommo regista e un sommo compositore.

    Rota era stato un bambino prodigio; la sua prima composizione, un impegnativo Oratorio, venne personalmente diretta da lui a undici anni. Ma quanti bimbi prodigio si perdono per strada! Rota non poteva perdersi. A metà dell’Ottocento, Liszt aveva definito Saint-Saëns “un musicienissime”, “un musicistissimo”. Il neologismo superlativo sembra coniato per Rota. Conosceva tutto, aveva una memoria musicale paragonabile a quella di Giuseppe Patanè e Franco Mannino; era dottissimo e direttore di Conservatorio, oltre che esser stato insegnante di Composizione di livello eccelso. In un secondo articolo, parlerò della sua attività di musicista “in proprio” e del suo rapporto con Eduardo De Filippo.

 Oggi lo si ricorda soprattutto quale autore di colonne sonore per il cinema. In quanto tale, è stato il più grande del Novecento: ed è impegnativa affermazione, se si pensa che a fondare quest’arte negli Stati Uniti era stato un compositore del livello di Erich Korngold, in proprio importantissimo operista e sinfonista, e che già nel 1925 una colonna sonora (per il film muto Salammbô di Pierre Marodon), era stata composta da un mammasantissima quale Florent Schmitt. Or non affronterò nemmeno il discorso di natura estetica: se la colonna sonora sia un genere di arte inferiore rispetto alla musica cosiddetta pura. La teoria qui non arriva da nessuna parte: occorre, ripeto, guardare alla qualità artistica.

   Rota alle colonne sonore si era sistematicamente dedicato. Se si guarda il suo catalogo si resta sbalorditi per il numero. Più dovrebbe restarsi sbalorditi per la qualità. Per fare un elenco limitato ai soli principali registi con i quali ha collaborato, ecco Soldati, Zampa, Monicelli, Lattuada, Comencini, Bolognini, King Vidor, Zeffirelli (uno dei suoi films migliori: La bisbetica domata), Visconti (nel Gattopardo ha dato un contributo indispensabile), Steno, Coppola. Gli venne negato l’Oscar per Il padrino, ma lo vinse con Il Padrino – Parte seconda.

   Ma con Fellini, il genio assoluto, la simbiosi fu totale. Rota possedeva una natura complessa: era come una di quelle bambole aperta la quale ne trovi un’altra, e altre ancora. In lui v’era una vena di surrealismo e grottesco, fin di crudeltà, con improvvisi squarci verso l’etere e di pietà verso tutto ciò ch’è vivente, natura inanimata come animata, che mi pare sia la stessa cifra stilistica di Fellini. Dai Vitelloni a La strada, da La dolce vita a Boccaccio ’70. Mi fermo un attimo su questo film perché l’episodio di Fellini è un tributo alla grandezza, pur essa somma, di Peppino De Filippo quale attore surreale e tragico. Poi 8 e ½, Giulietta degli Spiriti, Satyricon, Roma, Amarcord. Una serie impressionante di capolavori, di veri monumenti della civiltà per un trentennio. È l’intero ritratto dell’Italia: non quella del dopoguerra, dell’Italia eterna. Di tutti noi. Fossero vissuti nel Rinascimento, Fellini sarebbe stato Bronzino, Rota insieme Luca Marenzio e Adriano Banchieri. La “rivoluzione vicissitudinale” ha portato l’arte figurativa e la musica “forte” ai margini della vita artistica e sociale. Restava il cinema. Rota è stato non il collaboratore, il co-autore delle opere del nostro più grande regista.

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Libero, 10. IV. 2019

Nel 2018 si celebrarono i novant’anni di Topolino. Nacque direttamente al cinema, primo cartone animato col sonoro sincronizzato all’immagine. Che il personaggio vedesse la luce direttamente come film dimostra il genio avveniristico di Walt Disney. Solo dopo Topolino, e tutta la famiglia gradualmente generata, diventarono un fumetto.  Nelle due forme, la creazione di Disney e tutte le vicende delle figure da lui inventate, sono state fra le cose importanti della cultura del Novecento; e oltre.

   Dai miei cinque anni i fumetti di Disney erano il mio pane quotidiano. Poi ne arrivarono altri, quelli dell’ “Intrepido”, Batman e soprattutto Flash, che mi appassionava di più: ma Flash è di qualche anno posteriore, giacché si coniuga a un’altra mia passione, la fantascienza, la velocità della luce, il viaggio nel tempo. Si aggiunsero, al cinema e come “strisce”, altri prediletti, il coniglio Bunny e il grandissimo Gatto Silvestro. Ma tutto questo nasce dalla prima invenzione di Disney, è un omaggio a lui.  Le “strisce” di Topolino recavano allora un testo, e le avventure s’interpretavano leggendolo attentamente.  Sin dall’infanzia il topo saputello non mi era simpatico, così come m’infastidiva il libro Cuore, che più tardi ero costretto a leggere. Pure un bimbo piccolo poteva avvertire che Topolino è troppo perbene, troppo bempensante. Alleato del commissario Basettoni, è un difensore dell’ordine costituito basato sulla proprietà e sulla discriminazione di classe. Con un po’ di enfasi, possiamo affermare che Topolino è un cantore della triade “Dio-Patria-Famiglia”. È un piccolo borghese e tale è la sua ideologia. L’Italia fascista lo accolse con condivisione.

   La mia simpatia andava a Paperino e alla sua famiglia. Paperino, idealista e sfortunato, eversore come Silvestro, la sua personalità messa sempre in ombra da altri tre cantori dei Buoni Sentimenti, i nipotini, infallibili e sapienti, grazie al loro manualetto tascabile. Anche Zio Paperone, grandioso mostro di avarizia, reincarnazione d’un tipo nato con Plauto e giunto allo Scrooge di Dickens, mi piaceva molto. Che delizia vederlo tuffarsi nella piscina il liquido della quale sono dollari e non acqua, farsi la doccia con le monete! La qualità dei disegni degli ateliers artistici di Disney era strepitosa; nell’ infanzia il mio culto mi consentiva di distinguere addirittura le differenti mani dei disegnatori: avevo i miei preferiti. L’esser condotti al cinema per poter godere le avventure di Topolino e della famiglia dei paperi era allora un raro premio.

   Dovevo avere sei anni quando con una zia mi mandarono a vedere Fantasia. È uno dei capolavori della storia del cinema, e l’ incanto non nasce solo dal suo essere un film musicale, con grandi opere classiche, e in eccelse esecuzioni dirette da un Maestro come Leopold Stokowski. Topolino pure vi partecipa, interpretando il delizioso episodio del Poema Sinfonico di Dukas L’apprendista stregone, che deriva da una Ballata di Goethe. Tanto per dichiarare il livello culturale al quale il topino, qui non saccente, era portato dal suo creatore. Fantasia è dall’inizio alla fine una serie d’immagini squisite, partorite dal più alto gusto figurativo. Il connubio di esse con la musica a volte è racconto di una storia, a volte è pura astrazione simbolica. Presupponeva troppo dallo spettatore, non si dice infantile, anche dall’adulto. Di allora. Figuriamoci oggi quest’astrazione chi può afferrarla.   Una infantile mente vergine ne sarebbe educata al pensiero.

   Ma quest’anno la festa è italiana. All’inizio del 1949 il fumetto incominciò a essere prodotto da noi nel formato “striscia” e con la copertina gialla, oggetto di culto di quelli che hanno all’incirca settant’anni, poco più, poco meno; e poi di tutti quelli venuti dopo. E vi si vede il genio artistico nazionale. Alla Mondadori si producevano storie nuove e nuovi disegni. Le storie avevano una logica pari, se non superiore, a quelle create dal genio Disney; e i disegnatori, anche questi riconoscibili uno per uno per un ductus stilistico pur nel ductus generale erano ancor più bravi di quelli americani. A un certo punto il successo del fumetto italiano fu tale che il nostro Topolino diventò da esportato esportatore. Egli, ma tutti i personaggi, da Gastone a Qui. Quo, Qua (anch’essi troppo perbene per i miei gusti) a Paperina a Ciccio e Pluto, s’irradiò dall’Italia in decine di paesi esteri. Tuttora l’industria topolinia è fiorente, come se non dovesse fermarsi mai. E torno al nostro genio artistico. Dal sommo vorrei fare un paragone all’arte cosiddetta “piccola”: parlo in senso di valori assoluti, non di storia sociale. Andiamo all’ Autunno del Medio Evo. Cosa c’è di più perfetto, quanto a composizione architettonica e insieme pathos della Deposizione di Rogier var der Weyden? O di più grandioso nella concezione d’insieme e nella meravigliosissima finitura dei particolari del Trittico di Gand di Jan van Eyck? O di più dolcemente intimo nel Ritratto dei coniugi Arnolfini dello stesso pittore, con lo specchio anamorfico sullo sfondo? Ma provate a contemplare un sol quadro del loro allievo italiano, Antonello: il San Girolamo nello studio. La stessa finitura è superata dalla sua arte; il giuoco delle prospettive architettoniche si fa un’immagine del cosmo. Paesaggi misteriosi s’intravvedono sullo sfondo. L’idea della bellezza e dell’armonia, ch’è nostra, vi si afferma con una forza che non ha confronti.

    Non sembri che faccio della retorica. Ma i ragazzi che ancora realizzano il Topolino italiano sono, sia pur minimi, eredi di quella qualità nazionale che nell’arte ci ha fatto, fino a un certo punto della storia, i primi del mondo. Qualunque cosa ci venga da una cultura straniera, abbiamo saputo farla nostra portandola a un grado più alto.

    Poi sono venuti i barbari. In parte dall’estero, in parte generati da noi. Perché nel nostro genio nazionale c’è anche l’odio verso noi stessi e una libidine di autodistruzione che forse prevarrà in modo definitivo.

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Il Fatto Quotidiano, 6. IV. 2019

 Quirino Principe mi toglie il non invidiabile privilegio di essere il decano fra gli storici italiani della musica. Mi auguro continui a lungo a togliermelo. È scrittore di cultura sterminata: non solo nella musica, ma nella germanistica e nella classicità greca e latina. Fu, tra l’altro,  lui, molti decenni fa, a scoprire e introdurre in Italia Tolkien, riaprendo, soprattutto ai giovani, quella dimensione verso il fantastico e la fiaba, che poi si chiama il Mito, senza di che la nostra vita sarebbe schiacciata nelle contingenti preoccupazioni e nell’esercizio di una politica bassa.

   Adesso la Jaca Book, non più portavoce editoriale di “Comunione e Liberazione”, pubblica il suo ultimo libro, firmato il 14 dicembre scorso: Il fantasma dell’Opera. Sognando una filosofia (pp. 363, euro 30). Già le dobbiamo un ringraziamento per il pubblicare (e con un’attenzione editoriale rara: ho controllato le citazioni greche, latine, tedesche, castigliane – Borges non può mancare!) un libro così contrario alle idee correnti. Dirò di più: un libro costruito in modo così extravagante, con apparente divagare alla Sterne, che mi piace indicarne qualche linea guida alla vasta schiera dei cultori dell’autore. “Though this be madness, /Yet there is method in ‘t”, dice Polonio di Amleto nel secondo atto di Shakespeare: “Sebbene questa sia follia, pur in essa c’è una logica”. Se ne accorgerà a sue spese: si trattava, come qui si tratta, di metodo ferreo nascosto nel divagare.

    Il primo capitolo è il più arduo filosoficamente, quasi l’autore volesse allontanare dapprincipio i lettori non all’altezza. Parte dalla sentenza delfica, notissima nella traduzione Conosci te stesso, pur se d’interpretazione molto complessa. La più semplice, e a me la più vicina, è in un sepolcro romano con mosaico oggi conservato alle Terme di Diocleziano: vi si vede uno scheletro e l’agghiacciante motto. Principe affronta invece un discorso filosofico sull’identità autentica dell’anima dell’Occidente, e parte, com’è ovvio, da Eraclito. Egli ritiene, come non molti, che a quest’anima l’identità giudeo-cristiana si sia sovrapposta senza realmente mutarla. Ricercatala, ne individua un aspetto precipuo: il Teatro d’Opera, che, come tutti sanno, nasce nel Cinquecento dall’aspirazione umanistica a ridar vita, attraverso dapprima la Favola Pastorale, alla Tragedia Greca: ch’era musicata e non in prosa.

   Poi si lancia in una ricognizione di Faust, dell’anima faustiana – ch’ è sempre quella – e della sostanziale sua identità, più che alterità, con il Demonio. Il Finale in cielo del Faust II, l’estremo capolavoro di Goethe, viene interpretato in una chiave panteista e non cristiana: lettura originale ma, alla fine, conosciuto Goethe, per nulla improbabile. Infine, la peroratio: un’appassionata difesa di quella che Principe chiama la musica forte (non “classica”) contro la debole, un’apologia che mette capo alla difesa dell’Opera come segno dell’identità culturale dell’Occidente. Difesa contro i suoi nemici: l’ignoranza di pubblico, interpreti, soprintendenti, malvolere, oltre che ignoranza, delle cosiddette autorità culturali.

   Ha ancora possibilità di essere esercitata, questa difesa? Guardate al destino di Giuliano detto l’Apostata, un filosofo e sommo combattente in trono. Pochi anni dopo la sua morte, Teodosio cominciò a mandare al rogo gli ostinati credenti in Apollo e Giano; mentre i cristiani si mandavano al rogo fra loro stessi, e lo fecero per ben più di mille anni.

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Il Fatto Quotidiano, 2. IV. 2019

 Ho già commentato il caso dei tre adolescenti che hanno violentato una donna nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano: le porte si aprivano a chiudevano scandendo turpemente il ritmo. Ora è accaduto un caso analogo a Catania.

   Vorrei tentare di entrare nella testa di soggetti che commettono atti del genere. Evidentemente la coesione del “branco” rafforza l’infame istinto. Non si tratta di una esplosione deviata dell’eros: oggi i rapporti sessuali tra adolescenti sono così comuni che costoro non avrebbero bisogno della violenza per ottenerne. Si tratta di un istinto criminale specifico, del quale l’eros è soltanto un pretesto, quello che San Tommaso definisce “causa efficiente” per distinguerla dalla “causa finale”.

   In genere questi soggetti non hanno frequentato la scuola, non lavorano, si trascinano da un bar all’altro; ma possono permettersi l’ultimo tipo di cellulare e l’altra sommità delle loro aspirazioni, i “capi firmati”. L’ambiente familiare onde provengono condivide gli stessi (non)ideali. E ho fatto un’altra osservazione: nel compiere questo tipo di crimine, e forse sempre, costoro sono del tutto privi del possesso del rapporto fra causa ed effetto. Non si rendono conto che verranno acchiappati, essendoci le telecamere onde sono ripresi. Di più: filmano essi stessi coi telefonini lo svolgimento del crimine, e fanno orgogliosamente circolare su facebook il filmato a sodali conosciuti e sconosciuti.  Si denunciano da sé; e non se ne rendono conto.

   Facebook è lo sfogo di tutti i frustrati, i mitomani, gli anonimisti. Lo considero uno strumento pericolosissimo. Ma torno al “nesso causale”. In genere, le dichiarazioni emesse dal retore di turno affermano che i violentatori sono “non uomini, ma bestie”. E dunque. La violenza come atto gratuito esiste forse negli animali? L’eros delle bestie è regolato dalla natura in base al fine della procreazione; e anche del mero piacere: non è mai violenza di per sé. Inoltre: la mente degli animali, che si mostra vieppiù complessa quanto più la scienza progredisce, il rapporto fra causa ed effetto lo possiede. Non solo in base a meccanismi dell’istinto regolati da milioni di anni di selezione. Gli animali sanno acquisire nuove esperienze e trasmetterle. Sono addirittura capaci di pensiero astratto. Gli scimpanzè, mandati in avanscoperta nella savana, emettono un grido di allarme diverso a seconda se scorgono un predatore felino, un serpente, un’aquila. Quindi sanno trasmettere un concetto a chi è in grado di percepirlo colla mente.  Quelli del “branco” sono molto al di sotto di loro.

   L’uomo crea la lingua, ma a sua volta la lingua crea l’uomo. Come parlano, quelli del branco? Ignorano l’italiano; ignorano il napoletano – ormai quasi scomparso. Si esprimono in una non lingua, mutuata dai programmi delle televisioni locali, dalle canzoni dei “neomelodici”, dal gergo del gruppo. Mancano le elementari strutture grammaticali e sintattiche. Non posseggono alcuna identità culturale, come la possedeva a modo suo la plebe agricola o urbana dei secoli scorsi. La scuola è distrutta, gl’insegnanti sono mandati allo sbando, le autorità sono sostanzialmente conniventi con i familiari che prendono a pugni e calci quegli sventurati che tentano di fare il loro dovere. I membri del “branco” vivono in un eterno presente, incapaci come sono di rappresentarsi che esiste un futuro. E quale sarà il loro futuro? Su quello della società, sono del tutto pessimista; ma pensando a quello loro, se non mi facessero schifo, mi farebbero pena quanto le loro vittime.

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