Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 22. IX. 2018

Il 22 febbraio 1942, a Petropolis, triste località di villeggiatura a settanta chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zweig si uccise con la moglie. Aveva sessantun anni. Era stanco di fuggire. Viveva a Salisburgo; con l’Anschluss il terrore nazista l’aveva costretto a peregrinare. Inghilterra, Stati Uniti, Brasile. Non ne poteva più. Ancora pareva che la Germania potesse vincere; la morte voleva per il Maestro essere anche un segno di rivolta; ma Zweig era coscienza così alta che, se fosse vissuto, avrebbe parimenti denunciato i bombardamenti alleati, Amburgo, Dresda, Vienna, Hiroshima. Un romanzo che ho appena letto, Gli ultimi giorni di Stefan Zweig, di Laurent Seksik, apparso in italiano per Gremese, ricostruisce in modo preciso e appassionante. L’ultima sua opera, scritta proprio in Brasile e apparsa postuma, è una delle sue più belle: Die Welt von Gestern, Il mondo di ieri (conviene leggerla nella limpida traduzione di Lavinia Mazzucchetti, 1945, traduttrice anche di Mann: non si lavora più così!), è una rievocazione della Vienna avanti la Prima Guerra, ove la Germania, l’Austria, la Boemia, e un finissimo cosmopolitismo ebraico capace di coltivare anche le memorie imperiali, si uniscono in uno dei più affascinanti crogiuoli della morente Europa. Musil, Roth, Mahler, Schönberg, Trakl… Chi ama la civiltà e l’arte non può leggerlo senza commuoversi per la bellezza e la finezza di ricordi personali e universali.

Barbadillo, 18. IX. 2018

Claudio Scimone, scomparso d’improvviso il 6 settembre sulla soglia di compire gli ottantaquattro anni, sono arrisi fama e successo ben più del riconoscimento del livello artistico e culturale. Questo era occultato, solo in piccola parte, dall’attitudine, dirò così, imprenditoriale, colla quale capeggiava I Solisti Veneti: ma far sopravvivere un’orchestra è di questi tempi arduo, e nessuno vorrà imputargli qualche manifestazione di gusto più facile a paragone delle cose altissime da lui fatte nei cinquantanove anni dalla fondazione dei Solisti e nel resto della sua attività.

Alla base del mancato riconoscimento della statura di Scimone un equivoco che si fa sempre più corrivo e volgare: la “Musica Barocca”. Oggi è quella più di moda; ed esistono non centinaia, migliaia di complessini che, richiamandosi a una presunta “prassi esecutiva originale” (non sanno nemmeno l’italiano: dicono “originale” invece di “autentica”) ci affliggono con esecuzioni dilettantesche nelle quali non esistono intonazione, fraseggio, non esistono le basi elementari della lettura musicale. E il concetto di “Musica Barocca” lo estendono come la pelle di zigrino: lo fanno incominciare all’incirca con Josquin e vi comprendono, poco ci manca, persino Beethoven: sovente eseguito, tuttavia, giusta gli stessi (non)principî dispensati a Vivaldi e Bach. Ma l’ignoranza e la decadenza dell’idea stessa di musica, oggi vigenti, rendono una sorta di obbligo religioso l’esecuzione “secondo la prassi esecutiva originale” e condannano all’ignominia quella che vi si discosti. Faccio un solo esempio: dell’ignominia fanno parte il Bach di Karajan di Klemperer, di Jochum, di Richter…

Il Fatto Quotidiano, 4. IX. 2018

Il direttore del Conservatorio di Benevento smentisce “Il Fatto”, e non i giornali e i siti internet che hanno pubblicato la notizia. Evidentemente non gradisce che un importante quotidiano nazionale diffonda qualcosa che forse desiderava gestire a livello locale, in famiglia. Nel suo tono aggressivo e offensivo, egli mi chiama “il suo giornalista” fingendo di ignorare che ero insegnante al Conservatorio di Napoli (non di Benevento) quando egli ancora andava a giocare a palla ai giardinetti; e proprio per la presenza di studenti del suo calibro civile e culturale ho abbandonato spontaneamente una cattedra assunta nel 1971. Tuttavia la lettura del mio articolo non è stata per lui inutile: ha imparato chi è Nicola Sala, al quale il Conservatorio da lui diretto è intitolato.

 

Il Fatto Quotidiano, 2. IX. 2018

Il Conservatorio di Musica di Benevento s’intitola a Nicola Sala. Nato nel 1713 e morto nel 1801, è il più importante sannita fra i grandi della Scuola Napoletana, che di autentici napoletani conta solo Porpora, e di quasi napoletani Jommelli e Cimarosa, aversani, e Durante, di Frattamaggiore; mentre due vertici, Leo e Paisiello, sono salentini. Oggi Sala è noto agli specialisti, perché le sue dotte composizioni sono uscite dal repertorio; gli si deve un bellissimo Stabat mater. Ma nel Settecento e nell’Ottocento Sala, allievo di Leonardo Leo, che con Alessandro e Domenico Scarlatti è il più importante contrappuntista del Settecento, secondo solo a Bach, godeva di grandissima fama quale didatta di contrappunto; i trattati di contrappunto, come allora si chiamavano, erano in fatto trattati sulla stessa arte della composizione. I suoi tre volumi pubblicati nel 1794 sotto il titolo di Regole del contrappunto pratico erano considerati nella prima metà dell’Ottocento il miglior trattato di composizione, superiore allo stesso Gradus ad Parnassum di Johann Joseph Fux. Verdi, ch’ebbe quale solo insegnante di composizione l’altamurano Vincenzo Lavigna, severissimo contrappuntista uscito dal napoletano Conservatorio di Santa Maria di Loreto, si formò su Sala oltre che su Scarlatti e Leo.

La premessa è necessaria a meglio comprendere quanto segue. Mi si segnala che il Conservatorio di Musica di Benevento conferirà la laurea honoris causa al “cantante” Gigi D’Alessio “per aver portato la canzone napoletana nel mondo”. Io sono un insegnante di Conservatorio dimissionario dal 1994 perché il decadimento della paidèia musicale mi aveva disgustato; non posso dare le dimissioni due volte; se fossi insegnante a Benevento, nel nome di Sala mi dimetterei.

Il Fatto Quotidiano, 28. VIII. 2018

Il terzo articolo dedicato ad Arrigo Boito nel centenario della morte tratta del Nerone, l’Opera alla quale egli lavorò per cinquant’anni lasciandola incompiuta. Nel 1901 ne pubblicò il poema drammatico, in cinque atti; ma il quinto non venne posto in musica. Ed è un bene: si tratta di una fantasia teatrale che si avvicina a una sorta di filmaccio dell’orrore, su versi che sono una involontaria parodia della poesia di D’Annunzio. Dei primi quattro Boito lasciò una partitura incompleta, che venne elaborata da Vincenzo Tommasini e Antonio Smareglia sotto la supervisione di Toscanini. Questi considerava il Nerone un inattingibile capolavoro, e la prima esecuzione, da lui capitanata nel 1924, fu uno degli eventi culturali dell’Italia all’alba del fascismo: è noto l’episodio che alla prova generale si rifiutò l’ingresso allo stesso Puccini. E nel 1928 un Maestro ben altrimenti provveduto quanto a cultura, Gino Marinuzzi, dovette inaugurare con esso il Teatro dell’Opera di Roma.

Il Nerone è qualcosa di strano, ardito e insieme convenzionale e deludente. Alla base c’è un immenso studio filologico e archeologico della Roma imperiale: ma proprio in ciò, a onta della profusione erudita (che pure mi sembra una parodia di quel che a D’Annunzio mirabilmente riesce), Boito cade. Nerone, matricida, è ossessionato dal rimorso; è, insieme, poeta e auriga, e si compiace dell’applauso. Cupi personaggi lo circondano, e fra questi Simon Mago, raffigurato giusta la leggenda cristiana, quando nella storia di lui si sa solo che fu il primo fra gli gnostici giunti a Roma. Boito immagina che il famoso incendio dell’Urbe, avvenuto sotto l’impero di Nerone, fosse appiccato da lui. Le parti dell’Opera dedicate al mondo torbido posseggono una forte drammaticità e un acre grottesco. Ma vi sono quelle dedicate ai cristiani; non solo la poesia, la musica, diatonica e “spirituale”, è piena di unzione e falsità storica e artistica.

Il Fatto Quotidiano, 21. VIII. 2018

La creazione artistica di Boito è segnata da tre fatti: audacia d’avanguardia, eccessiva autocritica, e una profondità di cultura che a volte soverchia l’invenzione. Del poeta abbiamo fatto cenno; a completarne l’immagine occorre almeno ricordare il Libretto dell’Amleto di Franco Faccio (Opera assai notevole, e unica del suo Autore, 1865), il mirabile poemetto Re Orso, e la commedia Basi e Bote, in lingua veneziana, con la presenza delle Maschere. Da qui può incominciare il discorso sull’autocritica, giacché Arrigo se l’era scritta per sé, ma non la musicò; lo fece, solo negli anni Venti, Riccardo Pick-Mangiagalli, con un piccolo capolavoro. La partitura di Ero e Leandro, poi intonato da Bottesini e Mancinelli, venne da Boito distrutta; come quella della prima versione del Mefistofele, salvo le parti trascorse nella seconda. A completare il tema dell’autocritica – e dell’eccesso di cultura – vale il caso del Nerone, al quale il Maestro, completatone il poema drammatico, attese per cinquant’anni, senza riuscire a finirlo. Ma l’autocritica di Boito è pur essa contraddittoria e, a volte, inconcludente: avrebbe dovuto esercitarsi sui suoi attacchi a Manzoni. Ricordiamo, piuttosto, che il fratello Camillo, l’architetto progettista della milanese Casa Verdi, è un narratore realista (si dicevano gli “Scapigliati”) di gran livello, e la sua novella Senso è pur essa un capolavoro.

Il Fatto Quotidiano, 7. VIII. 2018

Nel 1863, a ventun anni, Arrigo Boito scrisse un’ode saffica contenente questi versi: “Forse già nacque chi sovra l’altare / Rizzerà l’arte, verecondo e puro/ Su quell’altar bruttato come un muro / Di lupanare.” Alludeva a Verdi? Wagneriano e fautore della “musica dell’avvenire” (espressione che faceva giustamente a Verdi salire il sangue alla testa), poteva avere a bersaglio il sommo Maestro. Certo questi la intese così. “Se anch’io fra gli altri ho sporcato l’altare, come dice Boito, egli lo netti, ed io sarò il primo a venire ad accendere un moccolo.” Verdi covava a lungo il rancore, e nel rancore aveva sempre ragione. Ma quando nel 1913 si celebrò il centenario della sua nascita, Boito, senatore del Regno e fra i dittatori della vita culturale italiana, avrebbe capitanato le onoranze. Sarebbe scomparso nel 1918.

Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2018

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza. Culturale, affettiva.

   Veneziano, era professore di letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961.  Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l’autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

   La casa editrice egli  l’ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l’acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all’angustia dei varî commissarii Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir… Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli. Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso – è cosa dell’ultimo anno – Cesare è riuscito a costituire un’alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.

Il Fatto Quotidiano, 4. VIII. 2018

In questo 2018 si celebrano i novant’anni di Topolino. Nacque direttamente al cinema, primo cartone animato col sonoro sincronizzato all’immagine. Che il personaggio vedesse la luce direttamente come film dimostra il genio avveniristico di Walt Disney. Solo dopo Topolino, e tutta la famiglia gradualmente generata, diventarono un fumetto.  Nelle due forme, la creazione di Disney e tutte le vicende delle figure da lui inventate, sono state fra le cose importanti della cultura del Novecento; e oltre.

   Dai miei cinque anni i fumetti di Disney erano il mio pane quotidiano. Poi ne arrivarono altri, quelli dell’ “Intrepido”, Batman e soprattutto Flash, che mi appassionava di più: ma Flash è di qualche anno posteriore, giacché si coniuga a un’altra mia passione, la fantascienza, la velocità della luce, il viaggio nel tempo. Si aggiunsero, al cinema e come “strisce”, altri prediletti, il coniglio Bunny e il grandissimo Gatto Silvestro. Ma tutto questo nasce dalla prima invenzione di Disney, è un omaggio a lui.  Le “strisce” di Topolino recavano allora un testo, e le avventure s’interpretavano leggendolo attentamente.  Sin dall’infanzia il topo saputello non mi era simpatico, così come m’infastidiva il libro Cuore, che più tardi ero costretto a leggere. Pure un bimbo piccolo poteva avvertire che Topolino è troppo perbene, troppo bempensante. Alleato del commissario Basettoni, è un difensore dell’ordine costituito basato sulla proprietà e sulla discriminazione di classe. Con un po’ di enfasi, possiamo affermare che Topolino è un cantore della triade “Dio-Patria-Famiglia”. È un piccolo borghese e tale è la sua ideologia. L’Italia fascista lo accolse con condivisione.

Il Fatto Quotidiano, 29. VII. 2018

All’inizio dell’ottavo secolo avanti Cristo la penisola italica era abitata da popoli e razze. I greci, gli etruschi, i latini e gli altri italici, oschi di lingua e sannitici, poi i celti, sono i principali. A grado a grado Roma li assoggetta: bellicosamente o pacificamente. Ma lasciando a ciascuno culti e usi. Ne scaturisce un crogiuolo ch’è uno dei miracoli del suo genio politico e della stessa civiltà. Quella che consideriamo la nostra cultura, dall’epoca di Scipione ad Augusto e Tiberio, è il frutto di questa fusione, di tale koinè.

   Andiamo a un tempo nel quale essa si svolgeva. All’inizio del quinto secolo Roma incominciava a conoscere la Magna Grecia. La parte meridionale della Campania, che discende verso lo sbocco marino della Lucania e la prima costa tirrenica della Calabria, è la sede di uno dei sommi esiti religiosi e artistici che la civiltà greca ci abbia lasciato. Si tratta dei tre templi di Paestum, più imponenti e più belli di quelli stessi della Valle sicana; e meno deturpati da speculazione edilizia, a colloquio con l’orizzonte in un’arida pianura. La pietra di tufo assume colori a seconda del giro del sole, dal giallo e arancione fiammeggianti al tenero rosa del tramonto. Dedicati a Nettuno (il primo nome della città è greco, Poseidonia) o, più probabilmente, ad Apollo (o Zeus), a Era, ad Atena. Li contempli da lontano, li raggiungi, cammini entro la chiostra; e ti senti invadere da una enorme forza numinosa. La colonna dorica è affine a quella egizia, come vediamo a Luxor e Karnak; allo stesso modo che Dioniso e Osiride sono affini, e il protagonista del primo poema dell’umanità che ci sia giunto, il sumero Gilgamesh, ha tratti comuni con loro e con Orfeo. Forse queste grandi religioni della Natura, destinate a esser in parte sconfitte da quella giudaico-cristiana, hanno comune origine.