Gli Articoli

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 Libero, 14.VI.2020

  “Io sò io, e voi non siete un cazzo!” Questa è una celeberrima battuta di un capolavoro di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo, opera piena d’invenzione rispetto ai dati storici da noi posseduti sul “vero” Onofrio del Grillo. Albertone vi recita due ruoli, idea già plautina: il ricco e potente Marchese e un povero carbonaio che gli assomiglia come una goccia d’acqua. La battuta riportata testimonia dell’arroganza del personaggio; a seguire tutto il film gli vediamo una fondamentale bonomia che può anche mettere capo a bontà. Tanti personaggi creati da Sordi sono invece improntati a falsità, doppiezza e soprattutto vigliaccheria. Si veda Totò e i re di Roma, la sola volta che i due si siano affiancati. Sordi è insuperabile nel servilismo verso il potente e nella perfidia verso un povero disgraziato, Ercole Pappalardo, Totò. Questi dipende da trent’anni dal Ministero in qualità di archivista capo, e i superiori gli fanno sapere che se non conseguirà almeno la licenza elementare perderà il posto. In commissione Sordi, leccaculo del Direttore Generale, lo manda facilmente a gambe all’aria; al povero bocciato e licenziato non resta che il suicidio. Questo film ha per registi Monicelli e Steno. In tanti altri films Sordi è implacabile nello svelare quale possa essere la cattiveria dei poveri.

 “Che c’entra, Charlie Chaplin è stato un grandissimo attore, ma Totò era un genio!”. Basterebbe questa frase rubata a un’intervista televisiva per capire l’intelligenza e il livello artistico di questo grande artista. Lunedì 15 cade il centenario della nascita. Quando morì, nel 2003, per due giorni una folla immensa sfilò nella sua camera ardente; e alle sue esequie parteciparono 250.000 persone, quasi quanto a quelle napoletane di Totò.

   Sordi ha fatto di tutto: l’attore, il regista, ha cantato, suonato, ballato. Agli esordî, creò indimenticabili macchiette radiofoniche, I compagnucci della parrocchietta, Mario Pio e il Conte Claro. Dopo la rivista e il varieté, è stato nelle mani dei più grandi registi italiani. Il primo che ne comprese le qualità fu un genio, Federico Fellini, con Lo sceicco bianco e I vitelloni: e già in questo il suo è un personaggio insieme comico e tragico: uno sconfitto della vita. Poi Albertone sviluppò i ruoli perfettamente comici, come il Nando Moriconi, fanatico degli Stati Uniti, ne Un americano a Roma, di Steno.

   I grandi registi compresero ben presto di trovarsi di fronte a una personalità complessa; naturalmente, gli intellettuali disprezzavano lui e sovente loro: mi ricordo come era considerato Steno quando avevo vent’anni. Albertone è stato un attore tragico straordinario; in alcune pellicole principia come comico, poi prosegue attuandosi sempre più tragicamente. Per esempio, ne La grande guerra di Monicelli, ne Un borghese piccolo piccolo, dello stesso, in Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy: tre capolavori. Ma se ne andrebbe un intero paginone a fare il solo elenco dei suoi films.

   Sordi aveva una terza chiave, molto originale. Il piccolo borghese o il proletario romano che si “arrangiano”, a volte con esito felice (Il medico della mutua, di Zampa), a volte infelice (Il vedovo, di Risi). Non si tratta di ruoli strettamente comici: li chiamerei di un “mezzo carattere” realista. Questi personaggi posseggono frustrazioni e angosce. La sottigliezza della sua interpretazione, la maschera facciale tanto mobilissima quanto immobile (che si scorderà come si chiude Detenuto in attesa di giudizio?), il suo impareggiabile scrupolo professionale, giustificano la passione provata dal pubblico per lui e le onoranze a un certo punto ricevute in vita e in morte. Era un uomo solitario: mai sposatosi, mai legato da una relazione, la vita privata la trascorse sempre in famiglia. Lo si diceva avaro: basta leggere una sua biografia per conoscere le sue opere di beneficenza, soprattutto in morte. Speriamo che il centenario gliene porti ancora, di onoranze. E io spero che Albertone sia anche nel cuore dei ragazzi, non solo degli anziani come me. Certi caratteri da lui creati, e che ho tentato di ricordare, sono eterni; e ciascuno di noi può, se non deve, in tutto o in parte identificarvicisi.

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 Libero, 09. VI. 2020

Questa storia l’ho letta su Rainews, narrata dalla bravissima giornalista Angela Caponnetto, e documentata da tre fotografie da lei scattate. Però manca un nome, e questa mancanza è per me essenziale.

   Incomincia a Tunisi. Su una riva, c’era un barcone in partenza per l’Italia, portante i reietti verso una clandestina parvenza di speranza. Fra questi un ragazzo. Donde proveniva? Come si chiama?

   Il ragazzo vede sulla spiaggia un cucciolo di gatto: abbandonato. Si toglie il cappello di paglia e ne fa una cuccia per il piccolino. La deposita ai piedi di un albero. Ma il gattino non vuole restare lì. Se n’esce dalla cuccia umana e segue il ragazzo. Questi allora recupera il cappello, ci rimette dentro il piccolo e lo porta con sé sul barcone. Sono arrivati insieme a Lampedusa, e solo lì separati per essere sottoposti a due diverse quarantene. Si ricongiungeranno un giorno?

   “Era stato abbandonato. Non potevo far sì che venisse abbandonato un’altra volta.” Così ha dichiarato questo giovane santo che vorrei conoscere per dirmi suo fratello.

   Non so se la vicenda, oltre che narrata, sia stata da qualcuno commentata. A me, oltre che il sentimento del ragazzo, hanno fatto impressione il sentimento e l’intelligenza del gattino. Che i gatti siano intelligentissimi lo sanno tutti; che non abbiano alcuna vanità di mostrare la loro intelligenza, anche. Ma il cucciolo la sua intelligenza ha dovuto palesare, perché da palesare era la sua volontà. La volontà di non esser lasciato solo su quella spiaggia; e la volontà di restare con quel ragazzo, lui abbandonato, che s’era preso cura di lui. Il ragazzo era un reietto quanto lui. Ma il cucciolo ha manifestato un’affettività che molti ai gatti non riconoscono, e che in quelli domestici è parte essenziale della loro personalità. Chi ne ha uno (una mia amica ne ha cinque che vivono sul suo letto) conosce, fra le loro manifestazioni d’amore, il loro desiderio d’infilarsi sotto le lenzuola per dormire insieme col corpo del padrone. È sì la ricerca ancestrale di una tana, di una grotta; ma è anche una manifestazione di affetto. Il gattino tunisino, così piccolo, ha capito che il suo solo amico doveva partire (come ha fatto?), e ha voluto restare con lui, esponendo un inequivocabile atto di volontà. Purtroppo questa storia (a differenza di tante altre) non è stata conosciuta dal cantore delle gatte amate, Torquato Tasso, il quale l’avrebbe trasformata in una poesia.

   Io invece dedico questa piccola nota a Vittorio Feltri, il sommo gattaro italiano e il più gattaro fra i miei amici del cuore.

Il Fatto Quotidiano, 4. VI. 2020

 

Maria Grazia Ciani, filologa classica, è soprattutto grecista. Le sue traduzioni di Omero sono conosciutissime, e sono apprezzate per la limpidezza che scioglie le difficoltà in apparente semplicità. L’anno scorso ha pubblicato un breve e intensissimo romanzo, La morte di Penelope (Marsilio). È una coraggiosa variante del finale dell’Odissea; Ulisse è duro e spietato, tanto che sembra corrisponder più alla poesia di Virgilio che a quella di Omero. Penelope non ha mai, durante la lunga attesa, tradito lo sposo; pure ha scambiato un paio di sguardi con Antinoo, il più bello e volitivo dei Proci. Forse lo desidera in un segreto che tace anche a se stessa. Per Odisseo è già colpevole di tradimento; e quando tende l’arco nel mégaron e si rivela al fatale banchetto, Penelope muore per prima. Omero con un’elegantissima aggiunta dell’inconscio, ch’egli stesso non sospettava esistere.

   Adesso, sempre per la Marsilio, la Ciani pubblica un altro piccolo libro, Le porte del mito (pp. 138, euro 15). È una raccolta di saggi coordinati fra loro, non una silloge di articoli già scritti. Coniuga ancora una volta, questo libro, la limpidezza e la semplicità con la profondità e la difficoltà. Perché quanto più breve, tanto più difficile è tentare il racconto della civiltà greca, del suo senso, di quel che ha lasciato al mondo. Eppure di quante cose questo libro è ricco, tanto che occorre leggerlo più volte per afferrarlo. L’inizio, ossia l’apertura, è dedicato al tema della porta, ossia delle sette di Tebe e della settima, l’inviolata, ove si uccidono Eteocle e Polinice. E all’azione di Antigone, contro la legge: ma una legge ingiusta. Qui principia la coscienza moderna o, se altri vuole, l’idea del diritto naturale.

   La storia della lingua greca, che incomincia – per noi –, dopo Creta e Micene, con Omero. Intraducibile perché troppo più sottile di noi, afferma Foscolo. Eppure proprio a lui si debbono meravigliosi frammenti dell’Iliade, ampi e meditati, sorti dalle angosce del periodo londinese, l’ultimo. Dall’epica nasce il Dramma, o Tragedia: nella lingua e nelle rimodellate forme. Anche su questo la Ciani scrive assai acutamente, sì che il rapporto di filiazione e contrapposizione tra questi due mari è forse il centro del libro. Un bellissimo capitolo è dedicato alle isole epiche all’interno del Dramma, ossia il racconto del Messaggero. A partire dai Persiani di Eschilo è difficile trovare nella poesia qualcosa che lo pareggi.

   Mi ha colpito molto il capitolo sulla nascita della medicina moderna: da esercizio del sacro, con Esculapio, a esercizio della scienza, con Ippocrate – Galeno è giustamente considerato più filosofo che medico. Non dimentichiamo che Asclepio venne ucciso dagli dèi per aver risuscitato Ippolito, il quale si trasferì presso il lago di Nemi, sacro a Diana, venendo venerato col nome di Virbius, ossia “uomo due volte”. Dal Corpus Ippocraticum la Ciani estrae e traduce, pur avanzando tutte le riserve del caso, una cartella clinica, relativa a un giovane di vent’anni che muore in una settimana di un morbo forse contagioso. Non vi sono preghiere, ma osservazioni sulle urine, le feci, la temperatura, il comportamento dell’ammalato. Le porte del mito si aprono anche alla scienza moderna.

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Libero, 12. V. 2020

Uno dei capolavori della pittura di tutti i tempi è la cosiddetta Tomba del tuffatore. Si trova a Paestum, ed è frutto di un felicissimo intreccio di civiltà: v’è la Magna Grecia, vi sono gli Etruschi come vi sono popolazioni italiche dell’interno, a testimonianza della comune origine indoeuropea. E l’origine degli Etruschi, poi, a quando e dove risale? Prende sempre più piede l’idea che fossero indoeuropei anch’essi. Certo la civiltà romana, fonditrice di popoli e tradizioni, senza gli Etruschi non potrebbe nemmeno concepirsi. Il periodo regio, finito bruscamente con una rivoluzione dell’aristocrazia romana contro la monarchia etrusca! E nessun reato era considerato più grave della adfectatio regni, l’aspirazione al ritorno della monarchia; pure, Virgilio e Mecenate erano etruschi, il che rende il mistero sempre più fitto.

   Il sepolcro affrescato risale all’incrocio fra VI e V dei secoli a. Ch, e venne scoperto, da allora ch’era rimasto sempre chiuso, dal grande archeologo Mario Napoli nel giugno del 1968. Ora la tomba è aperta, è conservata nel Museo della città, in seguito dotata del nome latino Paestum che sostituisce l’originario Poseidonia: non si può contemplare senza un brivido. La fattura è squisita, ti ispira quel pathos della distanza del quale in altro senso parla Nietzsche. In lontananza dallo splendido museo, vedi i resti dei templi giganteschi onde emana comunque una forza numinosa. La tomba è la riproduzione di un convito funebre omosessuale; i convitati giuocano anche al kottabos, una specie di tennis ove le racchette sono i calici e le palle goccie di vino accuratamente dosate, che l’avversario raccoglie nella tazza e rilancia. Ma il dipinto è di carattere, se non misterico, esoterico: sullo sfondo un giovane è sospeso nell’aria. S’è appena gettato da una sorta di trampolino in un liquido rilucente che deve raffigurare la Morte. È, con ogni probabilità, il giovane in onore del quale il banchetto è organizzato. Che cosa raffigura la singola immagine? Un suicidio rituale? Un simbolo del passaggio dal Nulla onde proveniamo a quello ove torneremo? Certo, non si tratta di una manifestazione sportiva.

   (Uno dei migliori vini rossi campani, prodotti da una casa eccellente quanto letterata, si chiama Kottabos. La casa, denominata “Masseria Frattasi”, è sannita, e mi è cara anche per questo: porto, per parte materna, sangue sannita anch’io, il sangue degl’ indomabili.)

   Un tema siffatto, il banchetto rituale con una sola figura femminile, cantatrice o prefica, introdottavi quasi di forza, non poteva non generare immensa bibliografia. Ovviamente, di carattere scientifico. Ma il togatissimo filologo classico Luigi Spina possiede uno spirito da scugnizzo napoletano. Così a tale letteratura aggiunge un breve e delizioso romanzo, firmandolo Gigi Spina – per chi non avesse capito che da uno scugnizzo dell’alta filologia proviene. Si tratta de Il segreto del tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum, Napoli, Liguori, 2020, pp. 63, euro 9,90.

   Di primo acchito, egli possiede tutto per non piacermi: frammenti di canzoni rock, poesia contemporanea inzeppati nella storia. Il fascino della sua scrittura mi fa ammettere tutto ciò, data la coerenza del contesto. Solo l’orrido “recezione” (gergaccio universitario) in luogo di “fortuna” non gli perdonerò mai: la “fortuna” indica la qualità e la quantità, il modo dell’accoglienza di un’opera o di un tema o di un artista in particolare presso una civiltà successiva nel tempo. Spina tenta un rimedio dotto all’orrido anglismo, diacultura, vocabolo di sua creazione: che nemmeno mi persuade.

   La dottrina e la scugnizzeria di Gigi Spina riconoscono plausibilità alla sua invenzione. Gli “interni” sono la casa del Maestro dipintore, il Narratore il figlio di questo, amico del morto. Un suicidio per amore, nell’antica Magna Grecia, continua tuttavia a parermi più accettabile e di trama serrata se commesso da un uomo per un altro uomo. Per un’etera emigratasene, mah! Certo è che tra gli apocrifi infilati nel testo dal geniale scugnizzo ce n’è uno, memorabile, che più gigispinista non poteva essere. Il gigantesco ed eroico Bute, di Velia e poi trasferitosi a Paestum, era uno degli Argonauti; disdegnoso del canto di Orfeo e fidente solo nella sua forza, nel primo incontro con le Sirene (il secondo è quello, celeberrimo, dell’Odissea), si getta a nuoto verso di loro, ne ascolta il canto e, vittorioso, gli resiste e torna indietro. Sceglie il mondo civile rispetto a quello ctonio. Idealmente a lui (o al Narratore) Gigi fa pronunciare, a chiudere il romanzo, il meraviglioso apocrifo nel quale è contenuto anche il Medio Evo europeo nel rapporto con i classici: “Da antico gigante mi sento come un nano appollaiato sulle spalle del nano che sono diventato durante questi secoli…”

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 Libero, 7. V. 2020

 

L’altra notte se n’è andato all’improvviso, sempre per (o “per”) la piaga che ci affligge in questo maledetto 2020, un amico del cuore. Le circostanze della sua fine hanno un carattere di orrore insieme e di sublimità che sconvolge. E ogni volta ci sentiamo più soli. Raffaele Pempinello era stato per anni primario al “Cotugno”, un ospedale per malattie infettive intitolato all’insigne clinico napoletano Domenico. Nato nel 1736 e morto nel 1822, la sua attività scientifica, pubblicata in latino e letta in tutto il mondo, lo rese popolare presso le più alte autorità civili ed ecclesiastiche, le quali felicemente finsero d’ignorare il suo espresso ateismo. Cotugno è uno dei principali fondatori della medicina moderna, avendo dal suo corpo espulso la metafisica. E qui dobbiamo osservare di quali ingegnii fosse allora prodiga la provincia meridionale: di Ruvo di Puglia Cotugno, di Foggia oggi  Giuseppe Conte.  Egli proviene per un lato da Andrea Vesalio (Il De humani corporis fabrica, il primo rivoluzionario trattato di medicina, è del 1543), per l’altro dalla facoltà ragionativa di Galileo. Alla fine del secolo Cotugno aveva affrontato con successo un’epidemia di peste nel contado; e facciamo solo il paragone con quello che la coscienza storica di Manzoni narra di come il morbo s’affrontava un secolo e mezzo prima. Innanzitutto proibendo di ammetterne l’esistenza.  Il maestro di Pempinello era stato Fernando de Ritis, scienziato di fama mondiale e scopritore del nesso patologico tra affezioni epatiche e transaminasi, così facendo compiere passi da gigante alle cure del fegato.

    Le difese naturali del Pempinello s’erano assai affievolite a causa di pregresse malattie, ma egli non esitò un istante a visitare due amici che desideravano un medico “sicuro”. La sua fine fu tanto rapida che le cose andarono così. “Debbo uscire”, disse alla moglie, “ ci vediamo per cena”. Non si ritirava; non si ritirò. La signora Immacolata ne vide ex abrupto al telegiornale regionale il corpo composto su di un letto del “Cotugno” senza che alcuno l’avesse avvertita.

   “Lello” era uomo simpaticissimo, gli occhi percorsi da luci maliziose e da quella che gli pareva una fondamentale sfiducia nell’arte da lui praticata. “Pè mò, vedimmo…. Po’, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, è capace pure ca nce n’ascimmo….”[“Per ora, aspettiamo. Poi, se la vis risanatrix naturae non ha abbandonato questo corpo, forse ce la facciamo… (pensiamo ai clisteri descritti da Molière, grazie ai quali ancor giovane morì Luigi XIII)] Il suo occhio clinico, la sua intelligenza, erano formidabili; ma lo scetticismo napoletano, in braccio al quale nelle ultime ore doveva essersi posto e che rappresentava uno degli elementi fondamentali della sua scienza, non lo abbandonò.

   Faccio un esempio che spiega tutt’e due. Tra la fine del settembre 1983 e l’ottobre 1984 contrassi una severa epatite virale: ed era il mio secondo caso. Pregai lui di visitarmi da solo. Or il caso vuole che io abiti appoggiato alle infime propaggini della collina del Vomero. Per entrarvi da Napoli occorre percorrere una lunga galleria sotterranea e salire in ascensore per decine di metri. Sono ossessionato dalle inopinate visite di scassazazzi e perditempo. Il portiere ha l’ordine rigorosissimo di non consentire l’ingresso a nessuno se costui non si sia qualificato e non sia da casa disposto l’ingrediatur. C’era allora un calabrese sporco, maligno e spione per conto di certi ] faceva “salire” tutti i summenzionati direttamente a casa mia. Verso le 11 del mattino, mentre piangevo nel profondo dell’anima per le splendide giornate di bagni che perdevo, la cameriera mi annuncia “il professore Pempinello”. “Dove sta?” “In sala [“anticamera” ] L’unica visita attesa era “salita” senza ordine. Avevo l’aspetto di un morto: la pelle gialla da far paura. Esplosi in una crisi d’ira: bestemmiando e usando quel che si chiamava “un linguaggio da facchini”. Intanto la faccia di Lello si distendeva in un bel sorriso.

  Avevo una cameriera chiamata Rita, la quale provava per me un odio profondo e malamente celato per esser a da me troppo beneficata, Adesso, salute a noi, pattina sul Cocito. Rivolto a costei, Lello disse: “Nun ve frusciate. Chist’ nun v’o luvate ‘a tuorn’, chist’ nun more!” L’odio glielo aveva letto negli occhi. [“Non fatevi illusioni. (Frusciare, dal latino frustiare. Che begli etimi ha la mia lingua). Questo non ve lo levate di torno, questo non muore!”] L’invincibile ira gli aveva fatto ippocritamente diagnosticare che non abbastanza vis risanatrix naturae s’era ritirata da me per donare l’auspicato miracolo. “Il tuo comportamento contraddice alle analisi….” E lì, una bella risata.

    Una delle sue espressioni predilette alla sua squisita tavola era “mantenimmo  ‘o carro p’ ‘a scesa”: potente metafora, indicante che nulla ci è dato, al medico e al cittadino, se non impedire a un carretto posteggiato su di una discesa, e al quale sono saltati i “fermi”, di precipitare definitivamente. Chi sa quant’è antica la sentenza. Proverrà dalla Grecia e forse, attraverso di lei, dal mondo sumerico. Lello continuerà a  “mantenere ‘o carr’ p’ ‘a scesa”; a me toccherà qualche altro supplizio di Tantalo. Il più brutto è che non potremo nemmeno, ogni tanti milioni di anni, salutarci da lontano. Dice Eraclito, uno dei filosofi che avevano formato Cotugno: “non ci si bagna due volte nella stessa acqua.” Meglio la morte assoluta, Rafè, io pe’ mmò te saluto ccà. Vivrai nel mio ricordo e in quello dei tanti che ti hanno voluto bene; poi, basta, però, non Cocito, il Nulla”

 Libero, 25. IV. 2020

Al leggere le rievocazioni su Alberto Arbasino in occasione della morte ebbi l’impressione che i firmatarî parlassero di Foscolo, Leopardi, Manzoni. La verità è più semplice: non di errore si tratta, ma di conformismo e viltà, come del visconte di Dambreuse dell’Educazione sentimentale che, dice Flaubert, “avrebbe pagato per vendersi”. C’era un patto ad eligendum che durava da decennî, intorno all’apparente ingenuo e disinvolto e veridico e anticonformista, come di certi osti del Manzoni, segnatamente quello che fa arrestare Renzo nel sonno di una troppo intensa sbornia.
Pierluigi Battista, il tremulo, dice che non ignorava alcuno dei poeti latini e greci! Da come Arba, arbae scriveva, al massimo avrà letto il Satyricon direttamente in traduzione italiana. Ma Omero, Pindaro, Teocrito, Nonno, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Tibullo – ove di parla anche di come si trattano i giovani coi quali si desidera un rapporto: ragazzi, un po’ di serietà!
“Eravamo entrambi eccentrici e anticonformisti“(Scalfari dichiara pieno di laica commozione. Parla il campione del conformismo; se gli spiegassero che io, miserrimo, sono qualcuno, racconterebbe che in via Veneto mi teneva sulle ginocchia quando avevo ancora i pantaloni corti e mi offriva il gelato. E per la Arba basta vedere il taglio degli abiti, sia “trasgressivo” sia borghese (da buon vogherese doveva andare da un sarto di Voghera o Lodi trasferitosi senza gran fortuna a Roma, solido (certi tweeddoni che parevano coperte da cavallo) e di costi modesti: idem le camicie: meglio sarebbe stato il vestito su confezione; il primo bottone della manica della giacca sbottonato (“non sono un abito su confezione, appartengo alla upper!”, proclamava il particolare); e quelle POCHETTES MULTICOLORE! Se esistesse l’inferno, Arba ci starebbe anche solo per quelle. Riesco a perdonarle solo a Carlo d’Inghilerra, l’ingrato mestiere del quale lo costringe a fingere di essere eguale ai suoi sudditi…. Idem le grisaglie, quando pontificava nei salotti. Di quel tessuto da noi chiamato “fresco di lana” o “quatre saisons”, con la possibilità, a lui graditissima, della “versione fantasia”, di tristezza di impiegato che vuol passare a capufficio e, sovente, secondo me, abiti di confezione. Era solo un piccolo borghese di Voghera; è facile percepirlo quando si è napoletani….
Se qualcuno avanzasse l’ipotesi di un mio “rancore” per tanta opulenza dovuta al fatto (d) che nell’infanzia per mantenermi agli studi – mio padre, come la mamma di Céline di merletti, era venditore di pennini per stilografiche – io facessi il lavorantino seduto sulla banchetta collegante le gambe del tavolo da un non ancor afffermatosi sarto, indi ‘o guaglione, indi ‘o giovene, indi ‘o primmo jouvene, quello con annesso alla carica il privilegio delle consegne a domicilio: ebbene, come troverei tanta spudoratezza da mentire? E poi (Arba, come non ci hai pensato?), ‘o primmo juovene consegnava sovente a orari morti La Signora riposava spossata, e ‘o Signore era particolarmente generoso verso certe “mezze ore” di silenzio interrotto da qualche grugnito – naturam expellas furca, tamen usque recurret. In fondo non era una cattiva vita: ciascuno aveva “riguardo” verso l’altro.
“Andate a Chiasso!”’ : uno dei suoi manifesti intellettuali. Non del Signore: del Grande Trasgressore Letterario. Perché il fascismo e la DC poi hanno impedito che l’Italia letteraria respirasse aria nuova. Come su Gadda, del quale, va detto, fu uno dei rivelatori, e Satta (Adelphi 79 dopo Cedam 77: uno dei sommi narratori del Novecento mondiale) avessero sentito il bisogno di recarvisi ... Lampedusa frequentava Parigi e Amburgo e di Arba avrebbe provato disprezzo. Hanno fatto molto meno i giornali per Sciascia (strano che Arba non abbia vinto il Nobel!). Sciascia non è stato né Nobel né senatore a vita. Era troppo anticonformista e solitario; chissà quanto dovesse essere odiato dalle Vestali dell’antifascismo come Pertini e Scalfari, e dalle loro pipe. Strano che Nobel e laticlavio alla Arba non siano andati: non era abbastanza buonista, e questo gli fa onore.
Lessi nel 1967 Fratelli D’Italia, seconda edizione, Me lo volli far piacere a forza: sedicenne, m’attirava un libro dove si parlava con tanta libertà della vita omosessuale. Da allora non l’ho più ripreso in mano; me ne resta l’impressione che del lato omosessuale ci sia solo il blaterare di recchie di provincia, dal tono insinuante al gridolino isterico. Un ragazzino che quando s’imbatteva nell’integerrimo Papà aveva tema d’incrociarne il troppo penetrante sguardo, un ragazzino ricco d’una vita erotica già sviluppata in certi luoghi a ciò preposti. Questo ero sedicenne.
I presunti romanzi basati su sillogi di articoli di giornale mi hanno sempre ispirato diffidenza. Ma i colti, gl’intelligenti, dicono che non è più possibile raccontare storie, occorre decostruire e perdere il centro. Ciò è verissimo se consideriamo due fra le sommità del Novecento, L’uomo senza qualità di Musil: e quanto a letteratura omosessuale pensiamo solo a I turbamenti del giovane Törless; e La morte di Virgilio di Hermann Broch. Arbasino viene considerato un esponente del romanzo-saggio, ma pensiamo alle due principali opere di Musil e Broch per ammettere che la differenza con lo scrittore di Voghera non è solo di statura, è anche essenzialmente qualitativa. I due buttano tutto se stesso in opere che sono sfida alla letteratura e alla vita, Arbasino butta sì qualcosa, il fumo negli occhi. E pure Sciascia mescola i generi: è il Maestro incontestato della novella-saggio. Quanto a romanzo-saggio non possiamo escludere, sebbene possegga costruzione artificiosa e “voluta”, Der Zauberberg di Thomas Mann, che andrebbe tradotto La montagna dell’incanto (non incantata). Anche lì, di omosessualità ce n’è finché se ne vuole, come nel successivo, Doctor faustus. Siamo comunque negli alti cieli della letteratura. Io me ne sto a Satta, Musil e Broch.
Poi, non lessi molto di altro. Il SuperEliogabalo: ci cercavo Gibbon, ci trovai Artaud, e tu, Cara Salma, hai voluto metterti in competizione con Artaud….
Poi c’era l’intollerabile peso degli articoli su “Repubblica”. Mai terminata la lettura di uno solo.
Fra i connotati nuovi, volti a decostruire e rovesciare il romanzo, l’enumerazione e la pletora di citazioni che prendono il posto della storia. Or io, a parte i casi sommi sopra citati, dico che un romanzo deve possedere una storia, e rispetto alla Arba valgono assai più gli onesti Agatha Christie e Maurice Leblanc. Ma soprattutto. Proust ne fa un uso un po’ fatuo e compiaciuto: ma stiamo parlando di Proust. L’invenzione assoluta dell’enumerazione e della citazione si deve a Flaubert. Il lettore impaziente salta, ma allora sarebbe bene saltasse l’intero romanzo. In Flaubert i due elementi assurgono addirittura a Weltanschauung, ossia a sentimento del mondo. Non solo contribuiscono possentemente alla costruzione, ma dicono sui personaggi e sulla vicenda in modo possente. Descrivono dall’esterno l’interno della storia e dei personaggi; sono poi un catalogo d’imbecillità costruito per manifestare l’idea (falsi, egoisti, imbecilli) che il sommo narratore si fa degli esseri umani. E si vorrebbe sottrarre a Flaubert una delle sue supreme invenzioni e la sua etica insieme e torbida attrazione per l’imbecille con l’ attribuirla agli squittìi della femmenella di Voghera, piccolo-borghese? Fra parentesi: in Salambbô, il romanzo dal sommo di Croisset dedicato a Cartagine fra la prima e la seconda guerra punica, di omosessualità ce n’è ad abundandum. Ma è di veri uomini, non dei caffè di Voghera, del festival di Spoleto dei primi anni e de’ “salotti” dalla Arba e dai suoi amici praticati. Rispetto ai mercenari di Amilcare la Arba è solo una signorina snob: senza nulla togliere, beninteso, al genio di Franca Valeri.
… Quei perpetui puntini sospensivi …
A me non ha fatti mai del bene, me nemmeno del male: ed è già molto. Una sera lo incontrai alla stazione di Napoli, che arrivava da Roma non so per quale affare, Lo invitai a desinare da me, non aveva impegni. Accettò. A tavola c’era anche un mio amico medico. Non gettò un’occhiata su di un quadro, su di una porcellana, su di un intero servizio cinese da tè acquistato da mio bisnonno. Certo, non ho i saloni del principe Colonnaa: ho delle bellezze disodinateche mi vengono dalla famiglia. Il discorso cadde sulle Guardie Svizzere, “Le Guardie Svizzere sono la panetteria dell’intero Vaticano”, mi scappò detto. Il grande clinico scoppiò a ridere. “Mi scusi, ma non riesco a capire il significato di questa espressione!” E sì che c’era stato nel 1998, l’assassinio del Colonnello e di sua moglie, seguito da suicidio. Il colonnello aveva un rapporto erotico col ragazzino omicida, ma evidentemente a costui non bastava, pretendeva l’esclusiva. Poteva Arbasino ignorare un episodio sul quale avevano scritto i giornali di tutto il mondo? Mi venne il sospetto che la sua omosessualità fosse uno dei tanti mezzi coi quali la Arba si metteva in vista. Magari era un cripto-eterosessuale; ma con tali aspetta da recchia piccolo-borghese che alla fine si trovava un’unità. Non si rese conto che ridevamo di lui. Non era colpa sua. Colpa di coloro che l’avevano fatto credere un genio.
Gran parte della sua produzione fu giornalistica (si veda il libro Marescialle e libertini) Di musica capiva meno dei cazzi che pretendeva aver ricevuti. Andava solo alle “prime” seguite da cene nelle case dell’aristocrazia dove ambiva esser ricevuto, Osò persino fare una regia “trasgressiva” della Carmen, una delle prime. Quanti anni di Purgatorio gli toccheranno per un – facillimo - peccato simile? Io, se esso esistesse, con Origene, crederei che l’Inferno cesserà di esistere alla finis temporum, e tutti verranno perdonati. Chiederei un’eccezione per me: restarvi per sempre con Giordano Bruno piuttosto che vivere in Paradiso con tante Anime Celesti, fra le quali non solo la Arba, che vorrebbe entrare nel loro esclusivo circolo, ma anche i cardinali e santi Santori e Bellarmino, che ottennero la condanna al rogo del filosofo.
Infine: quanto a identificazione fra vita e arte, lasciamola a Byron, Keats e Shelley. Hanno pagato un prezzo altissimo, il più alto, per realizzarla. La Arba, ha pagato un’intervista a Scalfari ove viene incensato per una malafede partita dall’errore e dall’interesse mondano.

 

Libero, 31. III. MMXX

Eduardo Scarpetta è figura dagli aspetti anche sordidi. Cornuto, e se ne vantava: “’E mèe sò corna d’oro!”. Il cornificante era Vittorio Emanuele II. Vero è che a Napoli e Palermo vige l’aureo e realistico proverbio “’O Rrè nun fa corna, Lu Rrè nun faci cuorni!”. Quante lignées gentilizie delle più illustri hanno per fonte corna regie, e il marito cornificato dal Re non solo non deve adontarsene, deve sentirsene onorato. (Poi il concetto si estese. Nei salotti parigini, il ravennate conte Guiccioli soleva presentare la consorte Teresa così: “Ma femme, ancienne maîtresse de l’illustre Byron!” “Mia moglie, che fu amante dell’illustre Byron!”. Medaglia al valore per lui, secondo lui). Attaccato al denaro. Egoista. Infame nella vita famigliare, con figli numerosi di altri letti non riconosciuti. Dalla sessualità anche torbida. Nell’autobiografia Una famiglia difficile Peppino De Filippo, uno dei suoi figli, racconta che bimbo, trovandosi in carrozza con lui, si vide infilare la mano sotto i pantaloncini e masturbare. Però era un genio, che in fondo va considerato una reincarnazione borghese e napoletana di Aristofane (solo in parte), Plauto e Molière. Questo gli venne riconosciuto da alti letterati dell’epoca, e Scarpetta resta fra i più grandi autori di teatro.

   Una famiglia difficile è un libro venato di amarezza. Peppino riesce a trasfondere in modo sommamente espressivo il senso di vera esclusione sociale, la profondissima umiliazione che all’inizio del Novecento provava, e si riteneva dovesse provare, chi portava il cognome della madre. Quella dei tre De Filippo era inoltre nipote della moglie di Scarpetta. Uno dei vantaggi dei tempi attuali è che l’onta di essere “figlio di N.N.” non esiste più. Ma il libro è venato di amarezza anche per essere un resoconto analitico e sismografico crudele nella sua obbiettività della cattiveria di Eduardo verso Peppino, del disprezzo (nascente da invidia?) di continuo manifestato in pubblico verso di lui. Peppino ingoiò fiele pro bono pacis, anche perché riteneva che la compagnia teatrale dei tre fratelli fosse, com’era, cosa troppo preziosa perché venisse distrutta. Ma nel 1944 non ce la fece più. Ognuno prese la sua strada, e quella di Peppino s’incrociò di nuovo con quella di Titina, anche auspice Totò. E Titina era un altro sommo animale di palcoscenico.  Brutta: sapeva trasformare la bruttezza in avarizia e cattiveria sin grottesche. Il suo personaggio in Totò, Peppino e i fuorilegge (alatissima regia di Camillo Mastrocinque) – basta vedere come ella si tocchi i capelli simulando indifferenza – è una delle più grandi interpretazioni femminili che si siano viste al cinema.

   I quarant’anni da che Peppino ci ha lasciato dovrebbero indurre a una nuova valutazione della sua figura. Egli è stato sempre da molta critica, anche per pregiudizio ideologico, tenuto in ombra dal fratello Eduardo, reputato autore e attore “filosofo” di contro a una figura di routinier. È stato a lungo, in un certo dopoguerra, l’idolo del cretino di sinistra. Venne nominato senatore a vita. Totò, il più grande attore del Novecento, non fu senatore a vita, come Borges non ebbe il premio Nobel.  L’autore Eduardo, se si prescinde da certe farse anteguerra scritte per una compagnia della quale i tre fratelli erano l’asse, come il bellissimo Sik sik l’artefice magico, ovvero quando scarpetteggia all’altezza del padre, come nel capolavoro Quei figuri di tanti anni fa, era un Pirandello dei miserrimi. L’attore era diventato sempre più lezioso, manierato, assumendo pur egli pose filosofiche e indulgendo in sempre più lunghe pause d’insoffribile retorica. Eduardo attore era davvero grande non, paradossalmente, nelle opere proprie, quanto in quelle del padre naturale: là egli sa abbandonarsi a fantastiche doti comiche; e si veda Lo curaggio ‘e nu pompiere napulitano o, ancor più, ‘Na santarella. Ma nemmeno sempre: in Miseria e nobiltà non è all’altezza del sommo testo, che attori meno titolati, come Enzo Cannavale e Rino Marcelli, hanno portato alla perfezione; e non parliamo della metafisica del film di Totò. Quando poi ha voluto fare il vero Pirandello, come nel suo adattamento de Il berretto a sonagli, fa cascare le braccia – ed è un eufemismo. Per comprendere uno dei più alti testi del teatro – l’atroce umiliazione sotto velo comico, la vendetta del paradosso filosofico – bisogna vederlo interpretato da Salvo Randone, con lo straordinario Silvio Spaccesi nella parte del delegato Spanò, Anita Laurenzi, Wanda Capodaglio e l’intensissima regia di Edmo Fenoglio …. Che tempi! Povero Eduardo. Non so se Peppino abbia impersonato Ciampa: certo sarebbe stato un grande Ciampa.

   Peppino autore, per cominciare. Gli si debbono garbati o profondi testi di un realismo medio-borghese. La banalità del male (per parafrasare la Arendt), la sofferenza della normalità borghese. Ma un capolavoro assoluto come Don Rafele ‘o trombone (che nella realtà musicale è poi un bassotuba), atroce riflessione su una delle realtà più tenacemente negate e più misteriosamente reali che esistano, la jettatura. Ch’è il risvolto dell’altra realtà chiamata disgrazia, sfortuna. Lo jettatore volontario, contrariamente a quanto gl’indotti affermino, non esiste; lo jettatore può anche essere uomo o donna d’eletto sentire; e solitamente è un disgraziato. ‘O cane muozzeca ‘o stracciato, dice ancora la saggezza millenaria della mia città, il cane morde lo sventurato.  Su simile tragedia Peppino riesce a far meditare e insieme a far irresistibilmente ridere. Questa è opera del genio. Peppino è un compositore incompreso perseguitato dalla disgrazia e jettatore. Per vivere, suona il bassotuba in un complessino. Debbono esibirsi a un matrimonio. Sta vestendosi, è in ritardo, quando entra, terreo, il grande Mario Castellani. “Il matrimonio non si fa più”. “E perché?” “Lo sposo, quel bell’uomo alto, roseo, pieno di salute, ha voluto sapere come si chiama il trombone; e quando gli ho detto Raffaele Chianese è caduto a terra stecchito!” Anche questo è uno dei punti più alti del teatro.

   E le corna subite, ignorate, terribili e godute. In rerum natura credo che il cornuto che non lo sa non esista. Ma quale capolavoro di comico assoluto (e latente tristezza…) ne fa Peppino in Spacca il centesimo!  Capolavoro di autore e di interprete. Ce n’è una registrazione tarda, e il Sommo riesce a trarre profitto anche da certe lentezze prodotte dalla vecchiaia. L’opposto di Eduardo.

   Quando si parla dell’attore si pensa subito alla “spalla” di Totò. Ma pensiamo prima al resto. A una tecnica di recitazione fra le più consumate che si siano viste. Tempi teatrali perfetti. La capacità di far scorgere i più varî, e a volte fra loro contrastanti, stati d’animo, dall’intonazione della voce e da una mimica ch’era una complessa partitura musicale. L’avaro e Il malato immaginario di Molière di Peppino hanno pochi paragoni. Si è misurato anche nel surreale Pinter. Diciamo ancora la verità: altro che Eduardo.

   E veniamo a Totò. Nulla di meno appropriato che definire Peppino “spalla”. “Spalla” di Totò sono stati persino giganti come Nino Taranto, Franca Valeri, Aldo Fabrizi, Ugo D’Alessio, Vittoria Crispo, Mario Castellani, Ave Ninchi, Carlo Ninchi, Luigi Pavese, Raimondo Vianello, Gianni Agus, Guglielmo Inglese, Aroldo Tieri o Teddy Reno. Peppino è stato l’unico capace di tenersi alla stessa altezza del, ripeto, più grande attore del Novecento. I pezzi da antologia non si contano. Sebbene Alberto Anile, autore dei migliori libri su Totò, affermi che nei films l’improvvisazione fosse molto più ridotta che la leggenda non voglia, basta ascoltare il “sonoro” non doppiato di alcuni famosi duetti per rendersi conto che i due concreavano. Peppino creava alla pari con Totò, non gli porgeva le battute. Le due “dettatura della lettera” (la seconda è in Totò, Peppino e i fuorilegge) mostrano la fulminea rapidità con la quale dalla situazione scaturiscono battute inanellate l’una nell’altra per un processo creativo che può definirsi solo miracoloso. Quando in Totò, Peppino e ‘a malafemmena (sempre Mastrocinque!) Peppino cancella col fazzoletto i suoi errori di scrittura e poi, sudando copiosamente, si asciuga collo stesso fazzoletto e si copre la faccia d’inchiostro, ci si può solo inchinare reverenti come di fronte al Padre e allo Spirito Santo. “Tu sei ladro di penne, io ti temo!”, dice in Totò e Peppino divisi a Berlino.  Possiamo mai credere che questa battuta sia della sceneggiatura? Nel capolavoro Totò contro i quattro recita il cornuto che teme l’amante della moglie voglia avvelenarlo: e quale testimone porta il pappagallo Gennarino a Totò commissario di polizia. “Non me lo intimidisca, lo gratti un poco sul pancino…!”. Chi altri potrebbe pronunciare con serietà l’idiozia surreale della battuta? I due erano peraltro fratelli spirituali. Totò venne battezzato col nome della madre, Clemente, stiratrice analfabeta, e venne riconosciuto dallo spiantato marchese de Curtis solo a ventott’anni.

   Peppino aveva un talento particolare per dar volto anche a un tipo italiano abietto e meschino. La fortuna lo fece incontrare con un altro genio supremo, Federico Fellini, che lo comprese e che nel film a più mani Boccaccio ’70 firma Le tentazioni del dottor Antonio. Uno dei capolavori assoluti della storia del cinema, nel quale, oso dire, Fellini rivela un lato kafkiano di Peppino che altri non avrebbe intuito.

   Da che ebbi uso di ragione fui peppinista.

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Libero, 22. III. 2020

Tutti sanno che l’ordine monastico-cavalleresco dei Templari venne sciolto con la violenza e un processo illegale promosso da Filippo il Bello fra il 1312 e il 1314. In quest’anno il Gran Maestro Jean de Molay e il Gran Commendatore vennero arsi vivi, altri membri torturati, uccisi, imprigionati, dispersi. Dal rogo Jacques urlò terribili maledizioni contro la Corona di Francia che si volle avveratesi.  Clemente V, il primo Pontefice a trasferire in Francia la Cathedra Petri, succubo del Re, gli fu in sostanza complice. Il suo successore Giovanni XXII avrebbe da Carpentras preso sede ad Avignone. Sotto colore di eresia, i Templari vennero distrutti perché, pur legati dal voto di povertà e castità, erano depositarî d’ingentissimi beni che facevano gola a Filippo IV e ad altri ordini ai quali vennero in parte trasferiti. Il Papa, condannato per questo anche da Dante, fu particolarmente abietto, giacché i Templari erano stati sempre un incrollabile braccio armato del Soglio. Fra i capi d’accusa che si dettero per dimostrati anche la sodomia, impensabile nel medioevalmente asceticissimo Ordine.

   I “Poveri cavalieri di Gesù Cristo e del Tempio” ebbero sede a Gerusalemme, allocati dal Re latino Baldovino II. Avevano case in tutta Europa. Lo scopo istituzionale era il difendere il Santo Sepolcro e lottare contro i musulmani. A poco a poco persero Gerusalemme, infine Acri dopo un feroce assedio. Su di loro esiste una letteratura scientifica, ma in gran parte si è scritta paccotiglia fantascientifica alla Dan Brown & C. In specie negli Stati Uniti rinascono di continuo società segrete che pretendono di dar nuova vita al Tempio. Non hanno più valore di Scientology. Si è voluto persino vedere nella Massoneria un altro avatar dell’Ordine. Anche per contrastare a tutto ciò, Franco Cardini e Simonetta Cerrini pubblicano per la Utet la Storia dei Templari in otto oggetti (pp. 365, euro 20). Ogni capitolo è dedicato a qualcosa strettamente connesso ai Cavalieri: la campana, la chiave, il cucchiaio, la formula magica, il portale, il reliquiario, il sigillo, la tiara. Gli Autori mostrano come l’elemento esoterico, sul quale tanto si favoleggia, esiste come in tutta la vita del Medio Evo, ma non è predominante. La cosa più interessante è la Regola, di durissimo ascetismo. Oltre che combattere, i Cavalieri dovevano pregare, vegliare, mortificarsi, seguire una frugalissima dieta, badare agli animali. Dovevano mangiare a due e due nello stesso piatto e bere nello stesso bicchiere. Soprattutto, dovevano annullare la propria volontà per obbedire in modo assoluto ai superiori, e persino in battaglia dovevano seguire regole rigide ispirate più che al valore al disprezzo di sé. È difficile immaginare una vita ascetica così dura, pari a quella dei cistercensi (San Bernardo aveva vegliato sulla loro nascita), che seguivano una dieta ancor più frugale e dovevano disprezzare la cultura che distoglie dalla contemplazione di Dio. È difficile conciliare le contraddizioni di un’epoca la quale, se da un lato poteva metter capo a simile bestialità e la cultura la cercava in Sant’Agostino (il quale sostiene che la Vergine venne ingravidata dallo Spirito Santo attraverso l’orecchio), dall’altro venerava religiosamente Virgilio e Ovidio. Il Cristianesimo delle origini era ben altrimenti barbaro e, se non si fosse paganizzato, non avrebbe prevalso: Tertulliano e San Girolamo dichiarano di attendere con gioia il momento nel quale “avrebbero dal Cielo contemplato Platone e Virgilio latrare tra le fiamme eterne”. I due erano talmente ignoranti da non sapere che senza Platone la saggezza della Chiesa successiva non avrebbe potuto dotarsi di un armamentario metafisico; sebbene Platone a uso dei poveri di spirito, come mostra il bizzarro concetto di un Dio personale unito in tre distinte Persone, una delle quali, lo Spirito Santo, ex patre filioque procedit, procede egualmente dal Padre e dal Figlio, che fu generato non fatto prima che il tempo avesse principio, etc. Poveri Templari! Andare a combattere, prima, al rogo, dopo, per tutto questo.

   Il capitolo sulla campana mostra la sfaccettatura del tema. Si vuole introdotta in Europa da San Paolino da Nola. A grado a grado divenne uno strumento liturgico per guidare la preghiera e segnarne le Ore; la Messa in senso stretto non esistette prima del supremo regolatore, Innocenzo III. Proveniva, in realtà, dal mondo antico e orientale, ov’era uno strumento originariamente magico e apotropaico per venir adottato dall’induismo dal buddhismo. Questo carattere primevo non si è mai perduto del tutto, e lo si vede nella liturgia della Messa, almeno quella cantata in Gregoriano e detta in latino. Adesso prevalgono le canzonette. Esoterismo era soprattutto nel simbolo del numero otto e nella pianta ottagonale degli edificî. Sebbene tale simbolo sia stato cristianizzato come tanta parte della cultura antica, è di origine pitagorica. La pianta ottagonale di molti edifici templari, spiegano gli Autori, nulla ha da fare con quella di Castel del Monte, fatto costruire da Federico II, un Re e Imperatore che tutto era fuorché cristiano.

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 Libero, 12. III. 2020.

Per molti anni, nella fase iniziale della sua carriera, il maestro Leone Magiera è stato dai superficiali considerato “il signor Freni”, allo stesso modo che il maestro Richard Bonynge è stato visto come “il signor Sutherland”. Nessuno avrebbe pensato a chiamare Clemens Krauss “il signor Ursuleac”; e questi due musicisti, diversissimi quanto a cultura e caratteristiche, hanno in realtà plasmato le loro grandi allieve e, per processo simbiotico, le hanno poi sposate. Bonynge restò con Joan finché ella è vissuta; Magiera molti anni fa divorziò dalla compianta Mirella per trovarsi un’altra compagna di vita. Dei matrimoni artistici conviene in genere diffidare, il rapporto di coppia potendo essere, in ispecie agli occhi del mondo, sbalestrato. Conta più Galatea di Pigmalione.

   Magiera, ottimo pianista e direttore d’orchestra antidivo, s’è  svincolato dall’immagine della sua più celebre allieva. È stato l’insegnante anche di Luciano Pavarotti, e certo a lui dobbiamo se l’ignorantissimo cantante all’inizio possedesse quel timbro squillante, quell’emissione morbida, quella meravigliosa articolazione della parola: a lui, che ha aiutato la Natura.  Il resto che gli mancava, troppo, glielo avrebbe dovuto dare Iddio e nella sua avarizia non volle. Poiché mi sto occupando di un fresco libro di Magiera (Karajan. Ritratto inedito di un mito della musica, La Nave di Teseo, pp. 265, euro 18), osservo subito che chi venne onorato dall’amicizia di Herbert von Karajan non può essere né un musicista né un uomo qualunque. Magiera appartiene alla vecchia razza dei maestri di canto esperti nella tecnica vocale e soprattutto del rapporto fra parola e parola intonata, ossia musica, che poi nei grandi, secondo l’insostituibile definizione di Verdi, diviene “parola scenica”. Il maestro che, per un’esecuzione operistica, prepara la compagnia di canto, ha un’importanza appena inferiore al direttore d’orchestra. O almeno era così nell’epoca dei grandi: oggi, scomparsi Nello Santi ed Elio Boncompagni, non saprei indicare se non Riccardo Muti, Mark Ekder e Marko Letonja, oltre Gabriele Ferro,  il concertatore atto a sovraintendere alle prove al pianoforte e poi sintetizzare dal podio il tutto. Magiera venne incaricato da Karajan, tanto per spiegare, di preparargli non L’elisir d’amore ma il Siegfried di Wagner. Oggi in genere il direttore d’orchestra si preoccupa di tenere insieme i cantanti e l’orchestra, e il risultato è che i cantanti, se intonano, emettono un mugolio incomprensibile che costringe nell’opera italiana in Italia a seguire coi sottotitoli. Sovente i cantanti non conoscono il significato delle parole che intonano, gli italiani in italiano, dico, e altrettanto sovente sono laureati. Preferisco la beata ignoranza di Piero Cappuccilli, baritono dalla voce possente ma sguaiato, che, racconta Magiera, non riusciva a comprendere la differenza fra un Sol diesis e un La bemolle, perché sulla tastiera del pianoforte corrispondono a un sol tasto nero. Quando il maestro Siciliani, il sommo direttore artistico, preparò Juan Pons per il Falstaff, lo tenne giorni su “Un’acciuga!”. Oggi il cantante, sia chi sia il direttore, emette quello che ha appreso dal suo tapeur, e non cambia nulla.

   Dal libro di Magiera viene fuori, finalmente, non un Karajan gelido, un ego ipertrofico, un essere attaccato al denaro e all’industria discografica. Karajan, uno dei più grandi concertatori e direttori d’orchestra mai vissuti, era un uomo gentile, generoso, ospitale. Certo, aveva poco tempo per le amicizie, assorbito com’era dalla sua incredibile attività, ma il tempo sapeva impiegarlo ed era assai attento nella cernita. Il suo rapporto con Magiera non era solo professionale: la stima reciproca (Magiera lo adora, giustamente) mise capo ad amicizia. È delizioso vedere Karajan a tavola, sorseggiando il Châteauneuf-du-Pape (quanto meglio per lui se avesse conosciuto certi rossi campani vulcanici che battono qualsiasi vino francese!) e divertendosi anche ad ascoltare i pettegolezzi de coulisse, i retroscena teatrali dei quali era ghiotto. Vengono fuori una serie di episodi che ricordo benissimo pur se dall’esterno: ma poi il maestro Siciliani me li raccontò colla massima precisione. Quando Carlos Kleiber (che Magiera, giustamente, non considera affatto accostabile a Karajan, come molti fanno; idem Bernstein….. e quanto sana concezione della musica in questo) protestò il baritono Bruson. Era un famoso Otello, e poche volte s’era visto un Jago più imbarazzato, sfiatato sul “passaggio” e coll’eterno “catarrino” a partire dal Re. Non sapevo delle maniere forti adottate da costui alla notizia della protesta: un “diretto” sferrato al concertatore, da lui schivato e che prende in pieno Placido Domingo; ma non mi meraviglia, giacché molti sanno che il baritono (saranno trascorsi quarantatré anni) tentò di strangolarmi all’Arena di Verona per aver io scritto che ignorava il solfeggio: col direttore d’orchestra Molinari Pradelli che, bianco come un cencio, cercava d’incorporarsi nella parete…

    Nel libro di Magiera assistiamo anche agli ultimi anni di Karajan, ridotto ad appoggiarsi alla parete per giungere lentamente sul podio: così dopo le operazioni terribili alla colonna vertebrale. Ogni gesto doveva essere una fitta, ma il suo eroismo non defletteva. L’ultimo Parsifal, ricordo, dovette dividerlo in due sere. Meglio un Parsifal diviso da Karajan che uno intero diretto da …. Nome a piacere tra i viventi e molti defunti.

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Il Fatto Quotidiano, 7. III. 2020.

 

Tutti sanno che l’ordine monastico-cavalleresco dei Templari venne sciolto con la violenza e un processo illegale promosso da Filippo il Bello fra il 1312 e il 1314. In quest’anno il Gran Maestro Jean de Molay e il Gran Commendatore vennero arsi vivi, altri membri torturati, uccisi, imprigionati, dispersi.  Clemente V, il primo Pontefice a trasferire in Francia la Cathedra Petri, succubo del Re, gli fu in sostanza complice. Il suo successore Giovanni XXII avrebbe da Carpentras preso sede ad Avignone. Sotto colore di eresia, i Templari vennero distrutti perché, pur legati dal voto di povertà e castità, erano depositarî d’ingentissimi beni che facevano gola a Filippo IV e ad altri ordini ai quali vennero in parte trasferiti. Il Papa, condannato per questo anche da Dante, fu particolarmente abietto, giacché i Templari erano stati sempre un incrollabile braccio armato del Soglio.

   I “Poveri cavalieri di Gesù Cristo e del Tempio” ebbero sede a Gerusalemme, allocati dal Re latino Baldovino II. Avevano case in tutta Europa. Lo scopo istituzionale era il difendere il Santo Sepolcro e lottare contro i musulmani. A poco a poco persero Gerusalemme, infine Acri dopo un feroce assedio. Su di loro esiste una letteratura scientifica, ma in gran parte si è scritta paccotiglia fantascientifica alla Dan Brown & C. Anche per contrastare a tutto ciò, Franco Cardini e Simonetta Cerrini pubblicano per la Utet la Storia dei Templari in otto oggetti (pp. 365, euro 20). Ogni capitolo è dedicato a qualcosa strettamente connesso ai Cavalieri: la campana, la chiave, il cucchiaio, la formula magica, il portale, il reliquiario, il sigillo, la tiara. Gli Autori mostrano come l’elemento esoterico, sul quale tanto si favoleggia, esiste come in tutta la vita del Medio Evo, ma non è predominante. La cosa più interessante è la Regola, di durissimo ascetismo. Oltre che combattere, i Cavalieri dovevano pregare, vegliare, mortificarsi, seguire una frugalissima dieta, badare agli animali. Dovevano mangiare a due e due nello stesso piatto e bere nello stesso bicchiere. Soprattutto, dovevano annullare la propria volontà per obbedire in modo assoluto ai superiori, e persino in battaglia dovevano seguire regole rigide ispirate più che al valore al disprezzo di sé. È difficile immaginare una vita ascetica così dura, pari a quella dei cistercensi (San Bernardo aveva vegliato sulla loro nascita), che seguivano una dieta ancor più frugale e dovevano disprezzare la cultura che distoglie dalla contemplazione di Dio.

   Il capitolo sulla campana mostra la sfaccettatura del tema. Si vuole introdotta in Europa da San Paolino da Nola. A grado a grado divenne uno strumento liturgico per guidare la preghiera e segnarne le Ore; la Messa in senso stretto non esistette prima del supremo regolatore, Innocenzo III. Proveniva, in realtà, dal mondo antico e orientale, ov’era uno strumento originariamente magico e apotropaico per venir adottato dall’induismo dal buddhismo. Questo carattere primevo non si è mai perduto del tutto, e lo si vede nella liturgia della Messa, almeno quella cantata in Gregoriano e detta in latino. Adesso prevalgono le canzonette. Esoterismo era soprattutto nel simbolo del numero otto e nella pianta ottagonale degli edificî. Sebbene tale simbolo sia stato cristianizzato come tanta parte della cultura antica, è di origine pitagorica. La pianta ottagonale di molti edifici templari, spiegano gli Autori, nulla ha da fare con quella di Castel del Monte, fatto costruire da Federico II, un Re e Imperatore che tutto era fuorché cristiano.

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