“Il Fatto Quotidiano”, 15. III. 2017.

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Il 16 luglio 1997 una signora novantenne morì d’improvviso in una strada parigina. Usciva pochissimo ed era ridotta in miseria. Aveva forti disturbi psichici e Jacques Lacan, che negli anni Cinquanta l’aveva avuta quale paziente, aveva incoraggiato la sua mania religiosa ritenendo che potesse fare da diga al dilagare della follia. La donna mandava continue lettere a Picasso invitandolo a cambiar vita e redimersi; ma nel 1997 Picasso era morto da ventiquattro anni e la donna non poteva più tormentarlo. La casa dove la signora viveva senza far entrare nessuno era a poco a poco divenuta un antro rovinato; e l’antro era protetto da porte di ferro e molteplici catenacci. Alla morte della novantenne ella risultò senza eredi giacché un testamento a favore d’un monastero benedettino, che pareva esser stato vergato, non si trovò. Lo stato francese fu il successore. La vendita all’incanto dei 418 lotti di opere di Picasso contenute nell’appartamento gli fruttò 214 milioni di franchi.

Dora Maar avrebbe voluto fare da Commendatore a quel Don Giovanni che non si voleva pentire; dopo esserne stata la Donna Elvira. Una delle compagne di Picasso s’era impiccata e l’ultima moglie sparata. Lei, gran dama, a sua volta artista, gli era stata accanto per anni e aveva tollerato con altezzoso silenzio i continui tradimenti del genio. Era stata ritratta in molte opere e in Guernica la donna piangente che contempla dall’alto l’orrore riproduce il suo volto. Statuario, da bellezza classica; e quasi sempre dolente, come vediamo in altre opere da lei ispirate. In tutti quegli anni, assillata dai mercanti d’arte, aveva sopportato la povertà senza vendere nemmeno un foglio, nemmeno una bustina di fiammiferi su cui pure il grande disegnava.

Quel volto si trovava e si trova presso la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, precisamente in square Laurent-Prache. Lì il comune di Parigi volle erigere un monumento a uno dei suoi grandi poeti, Guillaume Apollinaire. Apollinaire di Picasso era stato intimo amico e ne era stato ripagato col tradimento: non certo il solo. Quando si chiese all’artista una scultura in onore del poeta il comitato rifiutò il progetto non figurativo da lui presentato; Picasso rifilò allora il bronzo della sua ex amante e compagna di vita. Per anni gl’ingenui lo presero per il ritratto di Guillaume.

Nel libro or uscito per “Il Saggiatore” La testa scambiata. Apollinaire fra Picasso e Dora Maar, Enzo Restagno ricostruisce la storia; ma l’operetta (156 pagine) è occasione di riflessioni sull’arte, sul rapporto fra arte e mito, sull’inconscio collettivo, su eros e thanatos, sull’eros della donna adolescente, sulla natura del processo creativo: poste delicatamente, quasi in via incidentale: ma così profonde da essere fonte di godimento e insieme di riflessione. Infine, è un luminoso contributo per comprendere Picasso. Restagno, torinese, è uno storico della musica: ha scritto, da ultimo (2009), il più bel libro su Ravel che io conosca e (2014) un racconto-meditazione su di uno dei rapporti fondamentali sull’arte del Novecento, quello fra Schönberg e Stravinsky. Ma non ha uno spirito accademico; ama la flânerie, il passeggiar curioso e senza meta; il libro principia colla flânerie giungente alla piazzetta dove il busto è collocato. E siccome egli se ne sta a suo agio tra la Francia, Vienna, Monaco e Berlino, ha scelto un titolo echeggiante quello (Le teste scambiate) d’una meravigliosa novella di Thomas Mann che racconta un mito di amore e morte dell’antica India. Tanta arte nasce ispirata da altra arte, e in questo libro la mano dell’autore è d’artista ancor più che da storico.

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