“Il Fatto Quotidiano”, . III. 2017.

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Il passeggero che, discendendo dalla strada di Posillipo, imbocchi Mergellina, si trova a mano destra la maestosa fontana costruita nel 1635 su disegno del dio del Barocco napoletano, Cosimo Fanzago. Al centro un florido vecchio; sopra due tritoni; sotto due mostri marini ch’eruttavano acqua. La fontana raffigura il Sebeto, il fiume che allora, e nemmeno quando Boccaccio fu a Napoli, esisteva più. Ma era sita, la fontana, in altro luogo, e precisamente ai piedi della collina di Pizzofalcone, sede del primo insediamento greco chiamato Palepoli per distinguerlo dalla nuova Neapoli: e proprio lì sfociava a mare il fiume, nato sul Monte Somma, ossia il vulcano (solo dopo l’eruzione di Pompei il Vesuvio si scisse in due montagne). Virgilio, Stazio e Columella parlano del corso d’acqua alla memoria mitica del quale Angelo Gilardino scrive (2013) un Concerto per due chitarre e orchestra intitolato Concerto del Sepeithos, il nome greco di Sebetho; il quale esce in questi giorni in disco insieme con la Sonata Riviera di Chiaia. Passeggio reale per due chitarre.

Gilardino non è napoletano; è un illustre chitarrista vercellese, musicista completo e uomo di cultura (“Ho fatto la scuola dell’obbligo”, si vanta; e noi pensiamo alla moltitudine di cretini laureati) che nutre per Napoli un amore diviso in due. Da un lato è mitico e letterario; dall’altro va alla gente, ai luoghi, alla lingua. Nella bella premessa all’incisione (edita dal Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino) egli precisa di non scrivere musica “pittoresca”, e addirittura di credere che la musica “di paesaggio” sia un’invenzione dei grandi compositori che vi si sono dedicati. È vero; ciò non toglie che l’ultimo tempo del Concerto, una astratta ma trascinante danza, sia un omaggio al Saltarello (in realtà una Tarantella napoletana) dell’ultimo tempo della Sinfonia Italiana di Mendelssohn; e che il terzo movimento (“Allegretto”) sia l’ultima delle Tarantelle scritte in ordine di tempo da un compositore cosiddetto “colto”. L’una e l’altra, nel rigore della scrittura, posseggono qualcosa di inquietante e non semplicemente di gioioso; sono invase dal demone meridiano e ci ricordano che la danza, precedente alla discesa degl’Indoeuropei nella penisola, era un rito magico implicante la possessione. Lo si vede dai “pedali” di La, l’unica nota attribuita al timpano per l’intera opera.

Ho detto che il Concerto di Gilardino non è musica pittoresca. È frutto di una magistrale tecnica compositiva ed è l’elaborazione del medesimo nucleo tematico per il giro dei cinque movimenti. Le parti per chitarra s’inseriscono nella struttura e, pur essendo di grande soddisfazione tecnica per gl’interpreti, non sono meramente virtuosistiche. Questo pezzo, che mi pare idealmente ispirato nello stile a uno degli ultimi capolavori di Stravinskij, Agon, riesce a una cosa rara nella musica dei nostri giorni, di coniugare rigore compositivo a piacevolezza dell’ascolto: onde mi auguro possa entrare nel repertorio perché il successo sarebbe garantito.

Due notissimi chitarristi, Aniello Desiderio e Lucio Matarazzo, napoletani, hanno mostrato di esser, oltre che virtuosi di alto livello, intelligenti e coraggiosi: per aver commissionato il Concerto al maestro Gilardino invece di ripercorrere le strade solite e facili. Meritano il plauso insieme coll’orchestra del Conservatorio diretta da Massimo Testa.

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