“Il Fatto Quotidiano”, 1. III. 2017.

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Sovente mi vien fatto di pensare al rapporto fra vita e arte nei creatori, a come noi storici dell’arte e delle arti dobbiamo guardarvi. “Vi è solo biografia”, dice Nietzsche: e certo lo storico ha da conoscere la biografia dell’artista che studia in ogni particolare oltre che nelle grandi linee, e l’artista deve poi inquadrare nella storia del tempo e in quel che si chiama il Zeitgeist, lo spirito del tempo. Ma un nesso troppo stretto tra vita e arte può condurre a mal comprendere questa, la sola cosa che alla fine conti. E penso a Čaikovskij. Questo gigante della musica visse solo cinquantatré anni, e li trascorse lasciando una produzione imponente e di eccelsa qualità; era un uomo ipersensibile, morboso, che tentò anche di “guarire” dall’omosessualità che lo possedeva con un eros appassionato, tenero insieme e violento. Ma il compositore è d’una sicurezza di segno, d’una fermezza di stile, impressionanti. Tutti i demonî li ha scatenati sulla vita per lasciare intatto il recinto creativo. Se non si è consci di questo non si comprende Piotr IlyČ

Or Čaikovskij è anche uno dei più grandi autori di teatro musicale del suo secolo. Non solo per l’Eugenio Onegin e La donna di picche, ma per tutto il resto della sua produzione. E se questi due titoli una qualche popolarità da noi ottengono, gli altri sono fatti qualche volta con animo compunto a titolo di curiosità o ingrato dovere; e questo vale in realtà per tutto il teatro musicale russo, a cominciare dall’altro gigante Nikolaj Rimskij-Korsakov. La prova di quel che dico si può avere adesso che il San Carlo di Napoli ha allestito l’unico capolavoro drammatico di Piotr IlyČ ancora ineseguito in Italia, che risale al 1888 e dunque precede di soli cinque anni la scomparsa del Maestro. Questa Čarodejka si traduce abitualmente siccome Maliarda, e al San Carlo hanno lievemente modificato il titolo; ed è una leggenda del Medio Evo che s’appartiene a un Romanticismo talmente outré ed eccessivo che solo il sovrano equilibrio artistico che sopra dico poteva, grazie al suo Autore, farne qualcosa di potentemente drammatico ed esteticamente alto. Le voci della natura vi si fondono con una scolpita caratterizzazione psicologica; e melodie indimenticabili, che da noi sono popolari in ispecie perché si ritrovano nei tre grandi Balletti, s’alleano a un’armonia classica e insieme audace e a un’orchestrazione magistrale. La sera della “prima” napoletana dell’Incantatrice è stata per me quella d’una meravigliosa scoperta.

L’allestimento si deve al regista David Pountney il quale, portando la vicenda all’epoca dell’Autore, la priva del suo aspetto mitico; e tuttavia, in senso teatrale stretto, il suo è uno spettacolo perfettamente riuscito. In questo vanno lodati tutti i cantanti, anche quelli che interpretano i più piccoli ruoli: essendo russi, hanno il teatro nel sangue, e guardarli recitare è una gioia artistica. Ricordo Marija Bajankina e Liubov’ Sokolova, forti soprano e contralto; il tenore Nikolaj Emcov, il baritono Jaroslav Petrjanik, il basso Aleksej Tanovickij; e poi Ljudmila Gradova, Grigor Werner, Denis Beganskij, Anna Barhatova, Artëm Melihov, Savva Hastaev. Sul podio un direttore molto giovane, Zaurbek Gugkaev, un talento musicale e drammatico, che conosce i tempi drammatici e s’immedesima nell’illusione teatrale dandole vita. Da ultimo mi è caro ricordare il maestro del coro Marco Faelli: giunto da poco al San Carlo ha donato un prezioso apporto artistico; e mi sono accorto che dietro le quinte dà gli attacchi a memoria, anche nelle opere meno conosciute.

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