“Il Fatto Quotidiano”, 17. II. 2017.

Scarica il file in formato PDF

Dopo La campana sommersa dell’anno scorso, il Teatro Lirico di Cagliari inaugura la nuova stagione con un’altra rarità di Ottorino Respighi, La bella dormente nel bosco, sempre sul podio uno dei migliori direttori nostri, e non solo nostri, Donato Renzetti. Il titolo contiene un errore d’italiano, giacché il participio di “dormire” è “dormiente”; ma non si deve al Maestro, che la sua Opera sempre chiamò La bella addormentata, sibbene al librettista Gian Bistolfi e alla moglie Elsa. Costei, dopo la morte del compositore (1936), divenuta la più terribile vedova del mondo musicale, continuò ad aduggiarlo per ben sessant’anni, scomparendo ultracentenaria; e le sue dichiarazioni d’esser coautrice di alcune opere del consorte, e di avergli insegnato addirittura il canto gregoriano, sono state prese per buone da alcuni cretini. Quanto a canto gregoriano il Maestro è, nel Novecento, quello che più l’ha fatto rivivere in modo non archeologico inserendolo in grandi opere sinfoniche e da camera: per esempio nel Poema sinfonico Vetrate di chiesa, a mio parere superiore alla stessa trilogia romana delle Fontane, dei Pini, delle Feste. Ma per comprendere uno dei più grandi Maestri del Novecento è indispensabile adottare la chiave da me proposta nel mio libro del 2015: Respighi è un poeta doctus. Il linguaggio e lo stile del passato, ma anche del presente, sono per lui oggetto di amorosa rielaborazione storica; il suo rapporto col canto gregoriano, con la musica rinascimentale e barocca, col canto popolare, è dello stesso genere di quello che Virgilio ha con Omero.

   La bella addormentata, favola per bambini dapprima nata come spettacolo per marionette nel 1922, e già concepita durante la guerra, indi rielaborata nel 1934, è in apparenza una piccola cosa ingenua; anche qui si rivela il “poeta dotto”. La mano di Perrault è rievocata con le movenze barocche di continuo presenti; le voci degli animali tornano – è il caso del cuculo – alle uccellerie barocche e settecentesche; ma il canto dell’usignuolo si mostra ispirato alle straordinarie colorature del più bell’usignolo della musica, quello al quale dà vita Stravinskij ne Le Rossignol, del 1914. Il canto d’amore del Principe quando ha risvegliato l’amata ha movenze che richiamano il Tristano di Wagner ma … Ecco una straordinaria sorpresa. La Bella si risveglia dopo secoli: quindi ai tempi in che l’Opera fu composta. Respighi, certo prima di Ravel e insieme con Stravinskij, inserisce il jazz nella partitura, e lo fa colla stessa raffinatezza colla quale altrove adopera la Missa de Angelis. Il libretto è infelice e non so se l’idea del risveglio ai giorni nostri sia del suo autore o non piuttosto di Repighi; credo l’abbia prodotta in lui l’idea di scrivere del jazz. Proprio dell’anno della prima esecuzione è una novella di Anatole France che, sulla storia della Bella addormentata, sviluppa lo stesso paradosso temporale.

   Lo spettacolo è uno dei più belli degli ultimi anni. Il regista Leo Muscato crea, con strepitosa fantasia, una fiaba senza tempo e l’atmosfera cangia di continuo grazie a un uso sapiente e non pleonastico delle proiezioni. I suoi collaboratori sono Giada Abiendi per le scene, Vera Pierantoni Giua per i costumi, Fabio Massimo Iacquone e Luca Attilii per le proiezioni.  Le favole sono in realtà destinate agli adulti; ma la deliziosa semplicità da Respighi simulata ha fatto sì che anche bimbi, in turni loro destinati, applaudissero la compagnia vocale, della quale ricordo Claudia Urru, Angela Nisi, Antonio Gandìa, Shoushik Barsoumian, Veta Pilipenko, Laura Rotili, Vincenzo Taormina.

www.paoloisotta.it