“Il Fatto Quotidiano”, 21. I. 2016.

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Quando Ferdinando IV tornò, nel 1815, sul trono napoletano, il figlio prediletto, Leopoldo, principe di Salerno, viste le straordinarie migliorie apportate da Gioacchino e Carolina Murat ai palazzi reali, disse: “Papà, potevate stare altri dieci anni lontano!”. La coppia regale francese aveva dato anche un grande impulso alla pittura vedutistica e al collezionismo; ma in questo i Borbone non erano né sarebbero stati da meno.

   Le più belle vedute settecentesche napoletane si debbono a Jakob Philipp Hackert, l’amico di Goethe, che da Roma Ferdinando aveva attratto a Napoli. Ma già gli ultimi anni di questo Re vedono affermarsi due grandi pittori ottocenteschi di rovine, paesaggi, sentimento romantico al paesaggio connesso e, nel caso del secondo, persino moderna tecnologia. Si tratta di Gabriele Smargiassi e Salvatore Fergola. Nato nel 1798 e figlio d’arte, Fergola scomparve nel 1874: e la sua copiosissima produzione ne fece il pittore prediletto di due Re, Francesco I e il figlio Ferdinando II. Fino ad aprile potrà vedersi a Napoli una mostra a lui dedicata della quale il bellissimo catalogo, curato ad alto livello scientifico e letterario da Fernando Mazzocca, Luisa Martorelli e Antonio Ernesto Denunzio, è edito dalla Marsilio. E voglio subito fare un lamento: molta parte della produzione di Fergola è allogata presso il Museo di San Martino: ma  questo, all’interno del quale è una delle più belle chiese del mondo, è aperto solo in parte per mancanza di personale: non la pinacoteca: della stessa chiesa da un po’ di tempo non può vedersi la sacrestia, sua naturale prosecuzione. Sto parlando di un “patrimonio dell’umanità”.

   Fergola lavorava quasi industrialmente, possedendo una bottega grande: ma le sue opere sono invariabilmente rifinite. Egli concepisce il paesaggio come stato d’animo ben prima che la letteratura lo teorizzasse; allora l’Italia era il giardino del mondo e la Campania il giardino d’Italia. Paesaggi  di campagna, collina e montagna cantano un silenzio scomparso dalla nostra vita. Per comprenderlo basta contemplare “La Conocchia”, il mausoleo romano presso Capua, rovina ancora imponente coi suoi sfondi lontani: un contributo affatto originale, peraltro, al genere della pittura di rovine. Le sue marine sono di arcana bellezza ma alcune pitture di naufragi aggiungono ai neerlandesi del Seicento nuove immagini sulla terribilità della Natura.

   In Fergola puoi vedere anche la terribilità del Moderno: ed è lo scoppio della “Carlo III”, con fiamme pari quasi a quelle d’un’eruzione del Vesuvio. Fu tale da distruggere i vetri di tutta Napoli; e il povero Ferdinando II, scampato da pochi giorni a due attentati mortali, credette giunta la sua ultima ora. Tuttavia Salvatore dipinge anche una bellezza del Moderno che allora poteva illudere. La marina napoletana era una delle prime del mondo, e i cantieri di Castellammare, all’avanguardia, videro grandi vari finché questo Re non visse. E questo Re, fautore del progresso tecnico, aveva fatto costruire le prime ferrovie italiane, i primi battelli a vapore, i primi ponti metallici. Qui la pittura di Fergola non è solo documento storico, è sentimento d’un’alacre allegria dell’unica metropoli europea di allora che fosse in Italia, sul trono della quale un Re grande e ancor oggi  diffamato per la lotta decretatagli dalla massoneria inglese.

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