“Il Fatto Quotidiano”, 27. I. 2016.

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Da sempre Napoli ha due anime. Era sede di culti misterici e della scuola di filosofia epicurea di Filodemo, ove Lucrezio imparò la scienza della natura e l’atomismo. È fortissimamente irrazionalista: Carlo Gesualdo, il più grande polifonista italiano, colla sua musica ora cupa ora piena d’un pathos quasi morboso; e scientifica nella razionalità filosofica: Giovambattista Vico. Pagana e misterica: San Gennaro, Pulcinella, Giordano Bruno e Giovan Battista Basile. Illuminista nel Settecento. Introduttrice, coll’Opera buffa, del realismo della vita quotidiana nella musica. Capitale dell’effimera, generosa ma troppo mitizzata, Repubblica giacobina del 1799. Capitale dell’hegelismo italiano. Patria ideale e luogo eletto, per una vita, di Benedetto Croce. Gerardo Marotta, illuminista, faceva parte della seconda anima di Napoli; e tuttavia il furore col quale perseguiva il suo ideale di cultura, la forza nell’abbattere – almeno fino a un certo punto – gli ostacoli, la dedizione assoluta al suo progetto, il sacrificio dell’intera sua stessa posizione economica al fine di dotare Napoli e l’Italia di un poderoso strumento culturale, hanno anche qualcosa di dionisiaco.

   Io non sono un filosofo e non ho, per ricordarlo, titolo se non l’ammirazione e l’amicizia. Altri meglio di me lo faranno.

   Marotta era un avvocato amministrativista di grandi qualità e successo. Possedeva, sebbene fosse uomo d’assalto, la cortesia del napoletano di antico stampo. Sarebbe diventato un mammasantissima di questa materia. Ma alla vocazione non si resiste. Così il suo sodalizio con altri grandi, Elena Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli – la filosofia e la filologia classica, orgogli napoletani – lo portò nel 1975 alla fondazione dell’ “Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”. La sede, che lo Stato gli acquistò, è significativa sebbene non ampia tanto da ospitare la biblioteca: nella collina del Monte di Dio, il palazzo della famiglia Serra di Cassano, ove abitava Gennaro Serra, uno dei martiri della Repubblica. Il grandioso scalone parla dei fasti d’una delle capitali europee.

   L’Istituto svolse un’attività notevolissima per intensità acquisendo un prestigio planetario. La grande intuizione, che poi è stata ripetuta da un’altra bella realtà campana di livello europeo, il Biogem di Ariano Irpino, fu di creare un organismo nel quale la cultura scientifica prosperasse, quasi sorella, insieme, con quella umanistica. La scuola di Filodemo, che la poesia di Lucrezio ha reso immortale, rinasceva. I programmi di corsi, lezioni e seminarî erano tanti che il seguirli era difficile: non so come l’”Avvocato” (lui sì, non quello falso di Torino) facesse a occuparsene. Distribuiva importanti borse di studio. I più grandi nomi della cultura mondiale si facevano un vanto di leggere al Monte di Dio; non ne darò l’elenco. La pecca che vedo nell’attività dell’Istituto è solo quella di aver ignorato la musica, senza di che la cultura italiana dal Cinquecento al Novecento non si comprende: e della musica Napoli è il centro.

   Marotta partecipava anche alla vita civile di Napoli, uno dei donchisciotte che tentano di arrestarne il declino: oggi accusati di remare contro e disturbare il manovratore. Fece tante battaglie; mi piace ricordarne una. Dopo il terremoto del 1980, gli sventurati rimasti senza casa vennero messi nella Biblioteca dei Gerolomini: un’insania demagogica alla quale tentò di opporsi. Costoro avevano tutti i diritti: ma di avere una vera casa. Così incominciò la distruzione di una delle più importanti biblioteche del mondo, e ciò rese possibili anche le recenti spoliazioni delle quali ho già scritto.

   Fino a un certo punto il mondo politico ha compreso l’importanza dell’Istituto. Ma una sede per la biblioteca non è stata mai trovata: e siccome buona parte di essa è fatta di quella personale dell’Avvocato, immensa e donata all’Istituto, ecco ch’essa è tristemente allocata in containers donde forse non uscirà più. Gli ultimi presidenti della Repubblica non hanno rinnovato le generose sovvenzioni dei predecessori. Nemmeno l’essere di sinistra è bastato a Marotta per esser assunto, fuor delle chiacchiere, al rango dei protetti: di sinistra, sì, ma vero propugnatore della cultura, quindi un alieno e un nemico. Le lacrime di coccodrillo che vedremo nei prossimi giorni non ingannino nessuno. L’Istituto è morente; la politica ha altro da fare.

   Il 5 dicembre del 2015 partì verso il Quirinale un appello promosso da “Italia Nostra” affinché l’Avvocato venisse nominato senatore a vita. Guido Donatone, il presidente, mi dice che non hanno nemmeno risposto. Forse è un bene: eleggendolo, il potere si sarebbe salvato l’anima con infima spesa. Non è stato nemmeno una demi-vierge.

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