“Il Fatto Quotidiano”, 12. I. 2016.

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   Non solo nel teatro musicale, anche in quello di prosa non si riesce più ad assistere a un allestimento fedele al testo. Non Shakespeare, non Molière, non Pirandello, non Cechov. Quasi sempre mettono in scena non un dramma “di” Shakespeare ma un polpettone”da” Shakespeare. E almeno questo genio è protetto dalla lingua, onde in Inghilterra e in America ancora se ne danno allestimenti esemplari, e divi del cinema si fanno un vanto di salire sul palcoscenico ed umilmente essergli fedeli. Ma da noi?

    Penso a due Molière messi in scena dal sommo Peppino De Filippo, Il malato immaginario e L’avaro: non solo interpretazioni rivelatrici ma elette compagnie ove le parti di fianco erano mammasantissima come Angela Luce, Gigi Reder, Franco Scandurra, Franco Sportelli, Giuseppe Porelli … E c’era la compagnia de “I giovani”! Ricordo un Malato immaginario al festival di Spoleto, protagonista Romolo Valli: discussi per due ore con Cesare Garboli su di un particolare della sua traduzione che giudicavo imperfetto. I loro Così è se vi pare, Sei personaggi, Giuoco delle parti ….

   La vittima numero uno è proprio Pirandello. Pur essendo il più grande drammaturgo del Novecento il suo essere italiano lo rende periferico persino da noi. I registi preferiscono percepire diritti d’autore che far parlare i suoi testi ove l’inferno della vita e il cristallo della filosofia si mescolano in un miracolo irripetibile.  Non riesco, dopo Salvo Randone e Turi Ferro, a vedere un Berretto a sonagli fatto come si dovrebbe, dopo Tino Carraro un Questa sera si recita a soggetto. È ben triste: ho sessantasette anni e se qualche giovane mi legge penserà che sono un maniaco che pensa solo alle neiges d’antan.

   Questa premessa vale a render più forte ciò che ora dico. Qualche mese fa ho parlato di Pirandello in via incidentale, discorrendo di un esemplare Eduardo: Questi fantasmi. Ora sono riuscito ad assistere a un Pirandello confessato e comunicato, come si dice a Napoli: ma proprio confessatissimo e comunicatissimo. È una messinscena dello “Stabile” di Catania colla regia di Antonio Calenda: Il piacere dell’onestà: approdato nella mia città al teatro Mercadante. Calenda, un salernitano trapiantato a Trieste, lo avevo già ammirato per regie liriche di singolari cultura e rispetto per la musica. Qui allestisce il teorema pirandelliano non omettendo una virgola e restituendo al testo il senso della parola e anche quello dell’interpunzione e delle pause: ariosamente, sapientemente. E quale meraviglia gl’interpreti: tutti. Debora Bernardi è un’Agata statuaria. Francesco Benedetto un Setti pacatamente ragionatore. Fulvio D’Angelo un Colli sapientemente antipatico. Salvo Pennisi un parroco da cammeo. E il protagonista è Pippo Pattavina. Questo settantottenne catanese è per lo più conosciuto per le scenette d’avanspettacolo con Tuccio Musumeci: invero, è l’ultimo grande vecchio del nostro teatro tragico. Composto, dolente, in apparenza sotto tono: fa uscire le parole in modo antiretorico onde facciano più male. Dona un’interpretazione opposta a quella d’un altro gigante, Alberto Lionello, ma non lo fa rimpiangere. Occupa il palcoscenico per intero.  Guidati da lui, torniamo a scoprire uno schema costante nell’arte del Girgentano: la società opprime; qualcuno, grazie al potere che gli nasce da due cose dalla società non riconosciute, intelligenza e cultura, riesce a farsi oppressore dei suoi oppressori. Si chiama La stanza della tortura ed è un libro di Giovanni Macchia.

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