“Il Fatto Quotidiano”, 5. I. 2016.

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Da un po’ di tempo avevo dimenticato il piacere che si prova perdendo un paio d’ore in libreria: guardare il bancone delle novità, sfogliarle, farsi tentare, vincere la tentazione, ripensarci, comprare… Oziare … Per quanto si seguano le recensioni sui giornali, altro è prendere fisicamente in mano l’oggetto del desiderio, aprirlo e farne dei saggi. La musica è l’amore della mia vita e anche colei che mi ha fatto campare; la lettura è il mio vizio. E il libro, se non lo tieni in mano, non appaga il vizioso: altro che tablet …  Proprio per questo ho preso l’abitudine di fare attraverso internet i miei voracissimi acquisti: sono diventato impaziente dell’ordine, dell’attesa, spesso protratta. Ma ne faccio ammenda: dopo un pomeriggio trascorso alla Feltrinelli palermitana, reduce dalla mia annuale visita al Duomo di Monreale, ho riscoperto una gioia ch’era mia dall’adolescenza, sin da quando facevo “filone” a scuola e m’infilavo nella libreria Macchiaroli di via Carducci, prospiciente il liceo che tradivo, o la Deperro di via dei Mille. Mi facevano credito per anni.  Non esistono più, come quasi tutte quelle napoletane, e tante romane, milanesi, torinesi: la meravigliosa Fògola in piazza Carlo Felice, ch’era frequentata da Fruttero e Lucentini, da Luigi Firpo, da Norberto Bobbio, da Sandro Fuga, occasionalmente da Leonardo Sciascia (mi dice Marco Travaglio, anche da lui). Su questa libreria e sul suo titolare Mario, ex concertista di violino, ch’era anche coraggioso editore, dovrò scrivere una pagina di ricordi.

   Ho fatto un lungo preambolo perché il libro del quale scrivo l’ho preso nel pomeriggio palermitano, essendomene la notizia sfuggita.  Poi l’ho incominciato a leggere dopo cena e la mattina l’avevo finito.  Esistono scrittori capaci di darti una gioia quasi fisica per le storie che inventano e per come le raccontano. L’emblema di questa categoria è per me Mario Soldati. Maio Vargas Llosa è un grande della letteratura mondiale e ha dato grandi prove della sua profondità tragica, oltre che della sua finezza di pensatore. È un politico coraggioso e amante della libertà. Ha ricevuto il premio Nobel ma non è colpa sua. Ma è straordinario che a ottant’anni si possa scrivere un romanzo come questo Crocevia (uscito nel 2016 e subito tradotto da Einaudi: il titolo originario è Cinque angoli) nel quale vicende politiche anche tragiche relative al Perù sotto la dittatura di Alberto Fujimori vengano narrate con una leggerezza piena di gioia di vivere e di divertimento. E la storia principia intorno a un fatto privatissimo: due giovani donne della buona società di Lima, amiche del cuore e sposatissime, a un certo momento incominciano ad avere furiosi amplessi fra loro senza provarne il minimo senso di colpa. Uno dei mariti è sottoposto a ricatto da un torbido giornalista al servizio di Vladimiro Montesinos, il capo dei servizi segreti (oggi anch’egli in prigione): ma coinvolto dalle due si eccita talmente da avere una sorta di resurrezione erotica. L’altro marito, lo scopriremo alla fine, austero e riserbato, s’è accorto di tutto fingendo d’ignorare e alla fine entra nel giuoco trasformando il triangolo in quadrilatero.

   Il quadro del  Perù di pochi anni fa, stretto fra terrorismo e dittatura, è foschissimo ma Vargas Llosa ha il dono di una grazia narrativa per la quale riesci a divertirti anche leggendo dei rapimenti e delle torture della polizia segreta. Questa levità da “tardo stile” ha lo stesso ductus di un miracolo di un artista ottantenne, il Falstaff di Verdi.

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