“Il Fatto Quotidiano”, 5. I. 2016.

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Il più grande di tutti i grandi vecchi della direzione d’orchestra, Georges Prêtre, che ci ha lasciato il 4 gennaio, era nato nell’estremo Nord della Francia ma non aveva nulla della rigidità della sua razza. Era simpatico, spiritoso e gentile e possedeva l’innata signorilità di chi proviene dal popolo. Aveva fatto una gavetta molto dura: in questo era l’opposto di Pierre Boulez, sopravvalutatissimo come direttore d’orchestra, al quale tutto era stato regalato. Proveniva dalla tromba; e per pagarsi gli studi di composizione al Conservatorio di Parigi  suonava la tromba e il pianoforte nei night-clubs. In un’indimenticabile serata dal suo vero scopritore, il Maestro Siciliani, al Lungotevere Flaminio, a metà degli anni Settanta, passammo in rivista il repertorio di Edith Piaf, di Trenet e Brel: lui cantava e si accompagnava al pianoforte. La sua cultura musicale e la sua preparazione erano profonde ma non ostentate. E la sua natura musicale era così potente che, provando, correggeva col fischio l’intonazione dell’orchestra.

   La mia amicizia con lui mi permise di comprendere il fondo di amarezza del suo animo, sebbene fosse uno dei direttori d’orchestra più celebri al mondo. Nulla gli era stato facile e molto non gli è stato mai riconosciuto.  Veniva considerato un interprete istintivo, un colorista, buono per Debussy e Ravel e, soprattutto, per Gounod: ma Debussy e Ravel come grandi rivoluzionarî del Novecento, questo non era alla sua portata, era roba per Boulez. Chi non ha ascoltato il dittico de L’enfant et les sortilèges e L’heure espagnole sotto la sua direzione ha perduto per sempre un’insuperabile lezione di analisi timbrica congiunta a senso del teatro. E chi non ha ascoltato il suo addio al teatro musicale, quel Pelléas et Mélisande all’Opéra Comique così asciutto e severo, così fasciato di mistero, ha perduto una delle esecuzioni rivelatrici del capolavoro di Debussy. Il fatto è che il gesto di Prêtre era considerato intemperante e ultroneo per il suo continuo desiderio di suggerire attraverso di esso un determinato timbro all’orchestra: se si paragona all’austerità di quello di Karajan, Knappertsbusch, Santini, Votto, Patanè ultroneo poteva apparire: ma gli stessi tempi conoscevano quello clownesco di Bernstein e Carlos Kleiber; oggi che sul podio vediamo quasi solo o ciarlatani o burocrati ci rendiamo conto di quanto erronei e, come si dice, “datati”, discorsi siffatti siano.

   L’amarezza di Prêtre nasceva dal fatto che in Francia lo si giudicava circoscritto al “colore” e non gli si riconosceva la statura d’interprete di Wagner e Strauss: e nemmeno di Berlioz. Ma senza questi tre compositori (e aggiungiamoci Poulenc e Stravinskij) il ritratto di Georges sarebbe incompleto, anzi impossibile. E furono l’Italia e Vienna a consentirgli di dare conto completo di sé.  La sua Valchiria, il suo Cavaliere della rosa - e poi il suo inarrivabile Capriccio, l’ultimo capolavoro del genio monacense – posseggono un’eleganza e un lirismo che sovente manca agl’interpreti tedeschi: Karajan eccettuato, com’è ovvio. Nell’ultimo decennio Prêtre ha diretto molti concerti con la Staatskapelle (ossia l’Orchestra di Stato) di Dresda, una compagine ancor oggi meravigliosa, e il suo Strauss era infinitamente superiore a quello del direttore titolare della medesima, Christoph Thielemann: il quale in questi due compositori tedeschi se la cava giacché la loro musica “viene” quasi automaticamente ma quando affronta Beethoven o Verdi mostra tutta la modestia del suo talento.

   Sul podio Prêtre, come molti – salvo Karajan – sudava assai: ma era l’unico che si cambiasse fra un atto e l’altro. Negli ultimi anni era accompagnato, invece che dall’agente o la segretaria, da un nipote: educatissimo e vestito con un’eleganza senza affettazione, come pochi ragazzi oggi.

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