“Il Fatto Quotidiano”, 29. XII. 2016.

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La Romanza per canto e pianoforte, italiana e francese, solo in parte corrisponde al tedesco Lied.  È tuttora aduggiata dalla valutazione che sia un “genere” di consumo, facile e commerciale: e le si nega l’accesso ai piani alti dell’Estetica. È la sventura delle cosiddette “arti minori”; ai giorni nostri questa dissennata gerarchia continua, se si pensa ch’è considerato un grande della musica contemporanea un Luigi Nono mentre ai Beatles il rango è negato.

   A dicembre è caduto il centenario della morte di Francesco Paolo Tosti, nato a Ortona nel 1846: e sebbene sia fra i più noti nostri compositori, non sempre lo si vede riconosciuto  fra i più grandi. Più noti, perché non c’è tenore che non infili in un recital una sua Romanza: e sebbene i Carreras, i Pavarotti, i Domingo lo cantino bene – quando i testi non sono napoletani – certo non raggiungono la sovrana eleganza espressiva di Tito Schipa e Carlo Bergonzi.

   Ma guai a giudicare Tosti da quella decina di titoli più noti, pur bellissimi. Di Romanze ne ha scritte circa quattrocento: anche in inglese e francese, oltre quelle in dialetto abruzzese. Si formò al Conservatorio napoletano e fu allievo di Saverio Mercadante, che lo dirigeva, ossia del più raffinato, del più aristocratico, fra gli operisti italiani dell’Ottocento dopo Rossini. Sul suo genio nativo l’insegnamento dell’Altamurano lasciò un’impronta decisiva. Tosti è un miracoloso creatore di melodie: la sua ispirazione, l’infallibile bellezza di ognuna di esse, ne fanno il vero Schubert italiano; ma nessun melodista possiede la sua eleganza, la sua, ripeto, aristocrazia. E le melodie sono armonizzate con un’arte così consumata che i veri musicisti, ascoltandole, sono ogni volta presi d’ammirazione: semplicità, asciuttezza, colori pungenti; mai un tratto facile, un “effetto”; l’armonia guida il taglio della frase adeguandosi al senso della poesia, come si vede da un’arte dell’enjambement nella quale nessuno supera Tosti. Armonie wagneriane s’insinuano nel tessuto di gusto italo-francese con tale eleganza da passar quasi inosservate.

   Tosti divenne, a partire dal 1880, un vero dominus della vita musicale londinese: e rimase compositore di Corte fino al 1910.  Tutti i grandi cantanti, da Caruso a Nellie Melba, si facevano un punto d’onore di tenere un concerto di sue musiche accompagnati da lui al pianoforte. Puccini si onorava della sua amicizia. Ma lo stesso anno segnò qualcosa di più importante per lui: conobbe il diciassettenne Gabriele d’Annunzio, che diventò suo sodale per la vita. Col grande pittore Francesco Paolo Michetti diedero vita a una triade artistica abruzzese con sede in uno dei principali luoghi dannunziani, Francavilla a Mare, triade di grande forza creativa. Tosti musicò trentatré poesie del conterraneo che sono fra le gemme della nostra arte lirica; le ultime due risalgono all’anno della morte e si lasciano alle spalle ogni piacevolezza del salotto per accedere a un’aspra prosa musicale parente  di Hugo Wolf e dei Lieder di Richard Strauss; mentre la produzione ottocentesca del Maestro s’apparenta a Massenet e Henri Duparc. Le canzoni abruzzesi di Tosti sono un documento etnofonico importantissimo: se le accostiamo ai quadri di Michetti come Il voto o a novelle e a Il trionfo della morte di d’Annunzio, ne abbiamo un trattato storicamente impareggiabile di antropologia.

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