“Il Fatto Quotidiano”, 24. XII. 2016.

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Il Colosso di Rodi, l’immensa statua di bronzo, era una delle meraviglie del mondo antico. Un terremoto un giorno lo distrugge: in pezzi, affonda. I genitali, fallo e scroto, vengono ripescati e, quattro secoli dopo, Tito Cornasidio, procuratore ad Antiochia di Settimio Severo, li acquista per la sua villa sull’Aventino. Il pezzo è “fedele fino all’inverosimile quanto alla rispondenza col vero, eppure libero e sovrano nell’espressione, che era di una forza, di una compostezza, di una maestà del tutto degna del dio.” “Un Pantocratore!” Su di una nave atta a trasportare obelischi egizi giunge a Brindisi: ove le donne sterili e le ragazze da marito vanno a toccare il reperto per l’ augurio che, fausta divinità, rappresenta; e di lì, su di un carro con quattro coppie di buoi, a Roma. Il blocco bronzeo, ornamento della domus del magistrato, gli porta fortuna; tanto che viene nominato proconsole della Gallia Lugdunense. Egli assume la magistratura ma i genitali devono raggiungerlo: e partono alla volta di Lione. Giunto nella zona del Lago Maggiore, il carro si sfascia e il pezzo resta al suolo. Il proconsole muore all’improvviso e nessuno si cura di recuperare il divino reperto: che a poco a poco viene sommerso dalla terra e dimenticato. Èra cristiana, 1692. Ad Arona si sta erigendo una statua gigantesca come il Colosso, quella che il cardinale Federico Borromeo volle in onore del cugino San Carlo. Ma i lavori s’interrompono al momento di fondere la testa del Santo: manca il metallo. Intanto il blocco bronzeo è stato per caso disseppellito. In segreto viene fuso: e il cazzo del Colosso di Rodi diventa la testa di San Carlo.

   Solo un genio poteva inventare una storia così. Questo genio si chiama Piero Chiara e il racconto è Sotto la sua mano. Il 31 dicembre fanno trent’anni che Chiara è morto e sarebbe il caso che gli venisse riconosciuto il posto di uno dei grandi della letteratura italiana degli ultimi settant’anni.

   A Chiara, tipico irregolare delle lettere, l’irregolarità, siccome coniugata al successo, non veniva perdonata. Era uno “scrittore facile”, un “bozzettista lacustre”. La sua penna aveva un’enorme forza nel narrare molteplici ambienti e certi personaggi sovente fatti di un grottesco ai confini del surrealismo. Egli riusciva a far ridere anche dipingendo l’abiezione della natura umana e certi grovigli di una vita sessuale cupa e cieca, senza un barlume di eros. In altre pagine, l’eros era da lui poeticamente trasfigurato. La sua opera è copiosa, mai ripetitiva e oggi più fresca che mai. Non so se la sua descrizione delle torbidezze dell’eros e di certi sordidi ambienti di provincia nei quali contano solo il denaro e la rappresentazione di casta (quindi, ancora, di denaro) che si dà di sé, sia mai stata accostata a quella di Simenon: più grande di lui, certo – e infatti non ebbe il premio Nobel – ma al quale lo stato di grande della letteratura venne a lungo negato per la sua presunta facilità.

   Che Chiara fosse dell’eros anche delicato cantore non deve meravigliare se si tien conto che egli è stato anche un impareggiabile erudito casanovista: oltre che pagine biografiche sul grande avventuriero veneziano ha dato la prima edizione completa e la traduzione dell’Histoire de ma vie ch’è uno dei capolavori della memorialistica settecentesca. E d’un altro campione dell’eros, Gabriele d’Annunzio, del pari ha scritto una – forse sin troppo critica – biografia.

    Lo conobbi, essendo già suo ammiratore, nel 1974 nella splendida casa di Guido Piovene in piazza Belgiojoso, prospiciente quella del Manzoni, che pure era un oggetto d’amore del grande scrittore. Dal Manzoni aveva appreso l’amore per la ricerca erudita e per l’erudito, addirittura virtuosistico, pastiche, sia nelle grandi che nelle piccole cose di storia locale,  dei quali sono intessuti molti racconti: il che lo rende affine allo Sciascia delle Cronachette: in comune con lui, del pari ereditato dal Manzoni, un italiano elegante e perspicuo che oggi s’è perso.  La fonte del suo gusto erudito è la stessa di Sciascia, Anatole France; la descrizione umana lo mostra adepto di Maupassant.

  Da Piovene riusciva a far ridere alle lacrime anche quando narrava – come ha fatto in uno dei suoi racconti – dell’internamento svizzero durante la guerra, quand’egli era fuggitivo della Repubblica Sociale: lui e un compagno costretti a imparare a portare un enorme barile pieno di piscio su due stanghe senza farlo oscillare….

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