“Il Fatto Quotidiano”, 3. XII. 2016.

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Il bel nuovo romanzo di Ruggero Cappuccio La prima luce di Neruda (Feltrinelli, pp.170, euro 15) incomincia con l’espulsione del poeta dall’Italia annunciatagli a Napoli nel 1952. Una levata di scudi del partito comunista e di molti uomini di cultura l’impedì. In quell’occasione Neruda conobbe a Roma Matilde Urrutia, che gli sarebbe stata moglie e, a suo modo, ninfa egeria. Il romanzo prosegue a Capri: ad Anacapri la coppia abitò la villa “Il rosaio” di Edwin Cerio, ove prima della guerra Ottorino Respighi aveva scritto il Concerto gregoriano. Indi si sposta in Cile, la patria del poeta. Oppositore dell’oppressione sempre, gli toccò di vivere gli ultimi tempi col colpo di stato contro Salvador Allende e l’inizio della dittatura militare. Pronto a esulare ancora una volta, Neruda morì in clinica, ov’era ricoverato per un tumore: ora pare certo, avvelenato da un sicario del potere.

   Chi lo fece uccidere sbagliò i calcoli. Un poeta in esilio, sia pure premio Nobel, provoca minori danni che un poeta morto trasformatosi subito in simbolo. Ma il caso di Neruda fa riflettere sul rapporto fra arte e potere.

   L’arte di regime del Novecento si vuole ottimista e realista; il suo fine è infondere nelle masse fiducia e valori etici: Patria, Famiglia, Dio: anche se Dio in un primo tempo (non così durante la guerra) non fa parte dell’arte sovietica. E’ sorprendente che l’arte comunista e quella nazista coincidano nei principî e nei risultati. Esse attuano meglio che in ogni altra epoca i precetti estetici da Platone predicati nella Repubblica: l’arte va accolta dallo Stato solo se allo Stato è utile; e il filosofo spiega addirittura come dev’essere il linguaggio artistico utile allo Stato. Ma l’arte propagandistica è intrinsecamente di bassa qualità; e forse questo finisce col toglierle una parte dell’efficacia nell’indottrinare le masse. La più grande promotrice delle arti è stata la Chiesa; e in linea di principio l’arte, da quella figurativa all’architettura alla musica alla poesia, per la Chiesa ha il solo scopo d’infondere la sua verità e di persuadere il mondo a lei. Ma la grandezza della Chiesa sta in ciò: gli artisti che le hanno servito hanno sempre trasformato il racconto biblico e la dottrina teologica in mito, con un sincretismo che fonde tale mito con quello pagano classico facendone una cosa sola. La Chiesa ne era consapevole e l’ha consentito.

   Credo che la poesia, ossia, in senso etimologico, tutta l’arte, sia per sua natura nemica del potere quand’anche chi la crea non ne abbia l’intenzione. Perché il suo mitico contenuto di verità costringe colui che la contempla a guardare a verità eterne di per sé opposte all’utilità politica. Un genio politico come Augusto non poteva non capirlo; eppure egli promosse le Georgiche e l’Eneide di Virgilio e le Odi di Orazio che solo in apparenza sono uno strumento per ottenere il consenso al suo programma ideologico. Forse non ottenne il consenso ma ottenne immortalità ancor più che con l’Ara pacis.

   Che l’arte sia intrinsecamente nemica del dispotismo e del potere si comprende anche solo leggendo due fra i più bei romanzi mai scritti: Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov e La morte di Virgilio di Hermann Broch, che il tema addirittura teorizza. Il primo poeta fu perseguitato dal comunismo, il secondo dal nazismo: le tirannie si equivalgono.

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