“Il Fatto Quotidiano”, 9. XII. 2016.

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   Come napoletano ho assistito con forte interesse a Robinù, il documentario girato da Michele Santoro nei luoghi più disperati della mia città e nel carcere minorile di Airola.  Ha spinto  il giornalista all’indagine, credo, lo sgomento di fronte al fatto che le cronache criminali si riempiono di nomi di adolescenti i quali non si esercitano più in quella che con eufemismo ridicolo insieme e odioso si chiama la “microcriminalità” ma fanno cruente rapine e uccidono nel corso di esse ma anche su commissione e persino solo per passarsi il piacere di togliere di mezzo un coetaneo antipatico: il che succede soprattutto nelle fine settimana dopo alterchi nei locali notturni, discoteche e bar. Sono diciassettenni ma anche quindicenni, quattordicenni e tredicenni. E il lavoro di Santoro è eloquente in ordine a tale realtà sì da assumere un valore pedagogico. Ma non consiglierei di proiettarlo nelle scuole dell’obbligo: i protagonisti a scuola, beninteso, non vanno, ma troppi ragazzini proverebbero desiderio di emularli invece che schifo per la loro vita e il loro destino.

   Un quindicenne dai denti marci – come quasi tutti, perché si drogano della stessa immondizia che spacciano – dice che possedere una pistola (‘o fierro, il ferro) significa essere qualcuno: requisito per essere rispettati nel rione. Ma quando ha potuto tenere in mano un kalashnikov (‘o kalàsh) ha avuto la più grande ebbrezza – ebbrezza erotica, ci tiene a precisare – della sua vita. E spiega che occorre uccidere in anticipo per non essere uccisi.

   Una giovane mamma, elegante e truccata, racconta che il giorno che, quattordicenne, ha occupato nel vicolo un posticino di spacciatrice, ha principiato a essere rispettata. “’O spacciatore, tutti ‘o considerano, ‘o rispiettano e ppure ‘o vonno bbene. Pecché po’, ’e sorde, mica s’e ttene ‘nt’ ‘a sacca, s’’e spenne e ffa stà bbuono pure ll’ate….”  (“Lo spacciatore tutti lo considerano e lo amano. Perché poi, i soldi, mica se li tiene in tasca, li spende e fa stare bene anche gli altri”). Altre mamme si commuovono su figli uccisi o condannati a lunga carcere: e nel loro dolore, Dio mi perdoni, vedo anche enfasi e teatro; ma la miseria in che vivono ha pochi eguali.

   I ragazzi ritratti parlano e si narrano. In una lingua spuria, bassa, che col napoletano ha ormai pochi contatti.  A me paiono affetti da una forma di autentica psicopatia, che si riverbera nelle spaventose feste di piazza incentrate su cantanti detti neomelodici: questi non sono contigui alla delinquenza, ne sono parte; mi si dice abbiano guadagni incredibilmente ingenti. La psicopatia non sta solo nel non possedere tali adolescenti alcun valore se non quello del rispetto loro dovuto se se lo sanno conquistare: soprattutto, nel non possedere essi il senso del rapporto che c’è fra un’azione e le sue conseguenze. Non esiste in loro pensiero alcuno all’azione preesistente: esiste la mera azione: onde chiamarli “animaleschi” è errato e riduttivo, giacché nell’animale un pensiero o almeno un’organizzazzione degl’istinti che all’azione presiede ben esiste. Con la conseguenza che in loro adolescenti non c’è nemmeno il senso del tempo: il tempo è solo quello  intercorso tra un’esecuzione e un’altra, o quello che manca loro prima di tornare in libertà. Non il tempo come deposito di memoria e memorie collettive e comunitarie, non il tempo come futuro individuale e comunitario. Solo gli schiavi nelle galee, incatenati al remo, facevano un’esistenza eguale: ma soffrivano e tentavano di ribellarsi.