“Il Fatto Quotidiano”, 16. XII. 2016.

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La gran parte della carriera di Rossini autore drammatico, che durò dal 1810 al 1829, si svolse a Napoli: dal 1815 al 1822; e per il San Carlo, il teatro di Corte di Ferdinando di Borbone, egli scrisse quasi tutti i suoi capolavori tragici. Ma il 4 dicembre 1816 il San Carlo non c’era: incendiatosi il 13 febbraio, il grande architetto Niccolini lo stava ricostruendo sul progetto che, realizzato al gennaio del 1817, ne avrebbe fatto il più bel teatro del mondo. V’era un’altra sala, più piccola ma dalle dimensioni di un teatro per altre capitali grande, il “Fondo”: in fondo alla piazza San Giacomo, quasi sulla riva del mare, fronteggiato da un bosco. In questo luogo incantato avvenne la prima rappresentazione dell’Otello. L’attuale San Carlo lo ha riallestito per il bicentenario.

   Sol che ci si pensi vengono i brividi. Rossini aveva ventiquattro anni e in Italia quasi mai le Opere serie avevano avuto un finale tragico; mai Shakespeare era stato trasformato in teatro musicale. I rapporti del sommo poeta con il teatro musicale vengono fondati a Napoli da questo ventiquattrenne: e nell’Ottocento i grandi compositori shakespeariani saranno dopo di lui Bellini, Berlioz, Verdi.

   Qui osservo con indignazione che il cinquecentesimo anniversario shakespeariano non è stato celebrato da nessun teatro lirico italiano: salvo questo caso. Nel Novecento vi sono almeno tre capolavori da Shakespeare (a prescindere dal bellissimo Balletto di Prokof’ev) dei quali da noi (e per il secondo e il terzo nemmeno all’estero) si ha idea: il Macbeth di Ernest Bloch, il Re Lear di Vito Frazzi e La Tempesta di Felice Lattuada: Alberto mi voleva un bene dell’anima per esser restato l’unico a ricordarsi del grande papà.

   Nell’Otello di Rossini le grandi forme, delle quali Gioacchino è nell’Ottocento per il teatro il vero legislatore, sono al servizio di una potenza drammatica nuova; e la concentrazione inventiva è tale che non una battuta dell’Opera è superflua. Se la gelosia del Moro viene rappresentata con accenti patologici, al centro della visione drammatico-musicale è il dolore di Desdemona, la vera protagonista. Rossini la configura con statura eroica; per tutta l’Opera dissemina presagi del mortale destino con strumenti musicali raffinatissimi. E alla fine riesce a rendere, con una tempesta durante la quale ella e l’omicida si fronteggiano, la Natura stessa partecipe del dramma. Nella musica italiana egli crea il paesaggio siccome “stato dell’animo”: e per questo altissimo momento del suo Otello vale quel che disse Beethoven della propria Sinfonia “Pastorale”: “Più espressione di sentimenti che pittura”. Commuove, infatti, che in una lettera alla madre Rossini si dica egli stesso stupito “di essere l’autore un’opera tanto classica.”

   Purtroppo a Napoli l’allestimento è stato affidato al regista Amos Gitai, che ha concepito uno spettacolo sciocco, didascalico, pretensioso, colle solite giacche e i soliti cappotti contemporanei. Ma la versione musicale era di alta classe: sul podio la bravura e la consapevolezza stilistica di Gabriele Ferro e fra i cantanti l’ottima Nino Machaidze quale Desdemona e un tenore straordinario per dizione, intonazione, timbro e virtuosismo, Dmitry Korchak (Rodrigo), ben superiore a John Osborn che interpretava Otello.

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