"Il Fatto Quotidiano”, 22. XI. 2016

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Non mi pare che i Greci avessero l’idea che gli uomini e gli animali sono fratelli, ma le opere dei filosofi “materialisti” non ci sono giunte perché fatte sparire per il contenuto scandaloso. Tuttavia in Leucippo e soprattutto in Epicuro l’origine di tutte le cose dalla materia atomica presuppone il principio. In Lucrezio e Virgilio l’idea è chiarissima. Il primo attribuisce all’animale sentimenti come all’uomo e postula l’origine del linguaggio comune siccome espressione in ambedue dei sentimenti primarî. Virgilio lo afferma del pari; e in un luogo del Secondo Libro delle Georgiche chiama “empia” la “razza che mangia carne”: “impia quam caesis gens est epulata iuvencis”. Virgilio, come Orazio, era un seguace della filosofia di Epicuro. Dopo, Plinio parla dell’espressione dei sentimenti degli animali considerandola eguale a quella dell’uomo.

   Non sono così estremista da lanciare un interdetto verso coloro che si nutrono di carne sebbene dai miei pasti essa sia quasi sempre assente. Se fossi più coerente forse dovrei; se penso al modo nel quale l’epoca industriale alleva e macella gli animali mi viene un senso di orrore e ribellione, lo stesso che ispira un celebre passo di Max Horkheimer alla fine degli anni Venti. Che cosa sia di spaventoso l’allevamento dei polli può leggersi in uno dei racconti costituenti la meravigliosa e deliziosa raccolta di Patricia Higsmith Delitti bestiali; e non auguro a nessuno di udire il grido umano di un maiale allo scannatoio.

   Una piccola erede della Higsmith è la brasiliana Ana Paula Maia della quale un benemerito editore, “la Nuova Frontiera”, traduce adesso il romanzo del 2013 intitolato Di uomini e bestie. Per meglio dire: siamo alle solite: oggi qualunque novella viene stampata in corpo grande, raggiunge le cento pagine e viene chiamata “romanzo”. Conta, tuttavia, che il breve testo sia bello e coinvolga.

   Di uomini e bestie si svolge in un mattatoio di mucche: appunto, caesi iuvenci, che in breve processo diventano hamburger: per chi non prova schifo a nutrirsi di questi scarti. E’ un luogo di frontiera nel quale il lavoro procede con tale ritmo industriale da privare di ogni sentimento l’umanità ancor più di frontiera che ci lavora. Il protagonista è uno “storditore”, un macellaio addetto a tramortire l’animale prima dell’uccisione. Lo sventurato sottoproletario della Maia ha tuttavia maturato una rudimentale pietà per le sue vittime e ha perfezionato il colpo in modo da far perdere loro effettivamente coscienza e far sì che lo scannamento sia meno doloroso. Tale pietà s’infonde nel lettore, sì da farlo diventare addirittura complice dello storditore allorché questi uccide un compagno di lavoro che, alla catena, prova piacere a far soffrire le bestie uccidendole lentamente e crudelmente.

   La narrazione si fa grandiosamente fantastica là ove s’immagina che d’improvviso le mucche incomincino a fuggire: ma per uccidersi da sé. L’orrore della morte industrialmente pianificata provoca il suicidio dell’animale, paradossale scelta di libertà, per compiere la quale, tuttavia, si deve immaginare una cosa impossibile, la fuga dal mattatoio.  Facile, ma non per questo non veridico, assumere Di uomini e bestie quale apologo dell’umana condizione.

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