"Il Fatto Quotidiano”, 11. X. 2016

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Rossini era nato in un anno bisestile, il 1792: fortunatissimo per la musica, a smentire una superstizione. Dunque il 20 febbraio del 1816 gli mancavano nove, non otto, giorni, a compiere i ventiquattr’anni.  Al Teatro romano dell’Argentina vi avvenne la prima rappresentazione d’un’Opera che avrebbe cambiato la storia del teatro musicale, Almaviva ossia l’inutile precauzione. Ben presto essa avrebbe riassunto il titolo della commedia francese onde Cesare Sterbini ricavò il meraviglioso Libretto e che, per rispetto all’Opera scritta da Paisiello a Pietroburgo nel 1782, Rossini e il suo poeta in un primo momento non avevano eletto, Il barbiere di Siviglia.

  La prima rappresentazione fu uno dei più celebri fiaschi della storia; ma Rossini era imperturbabile; e scrivendo alla madre una delle lettere di un deliziosissimo epistolario familiare, pieno di confidenza nel narrare delle avventure erotiche e persino delle malattie veneree, parla, dopo la seconda, di “applausi di un genere tutto nuovo”: aveva capito anche questo. Sul Barbiere cessano le dispute fra Hegel e Schopenhauer, il Barbiere piace a Beethoven, Schubert, a Wagner: e Verdi, dal giudizio difficillimo fra tutti, è lapidario: “Per abbondanza di vere idee musicali, per verve comica e per verità di declamazione è la più bella opera buffa che esista.”

   Attorno a Rossini v’era a Roma un ottimo clima: nel dicembre dell’anno precedente vi si era rappresentato il Torvaldo e Dorliska; l’anno dopo, al Valle, vi sarebbe stata la “prima” della Cenerentola, capolavoro dal Barbiere diversissimo e a lui non inferiore. Fra i responsabili di tale clima il più dotto musicofilo romano, il Segretario di Stato, il cardinale Ercole Consalvi, grande ammiratore di Cimarosa. S’inserisce in un mondo tutto romagnolo: Rossini era nato a Pesaro ma il suo sangue era di Lugo (“non Cigno di Pesaro ma cignale di Lugo”, soleva scherzare); sul soglio Pio VII, di Cesena come il predecessore. Anche in questo la storia di Rossini s’intreccia con quella di Paisiello: la Missa defunctorum dal Tarentino scritta per Papa Braschi, di Napoleone martire, contiene un vero “scartiloffio”, la Sinfonia funebre introduttiva essendo già stata venduta a Napoleone per le esequie di Lazare Hoche, il macellaio della Vandea; e  Pio VII, che dopo esser quasi morto per i maltrattamenti francesi era tornato in cattedra, aveva da deportato dovuto celebrare in Notre-Dâme l’incoronazione imperiale del Corso mentre risonavano la Messa e il Te Deum da Paisiello composti. Le seicento pagine della partitura del Barbiere vennero scritte in ventisei giorni; e il trionfo fu l’ultima amarezza dell’acido Tarentino restato a Napoli senza pensione dopo la restaurazione del Borbone da lui tradito.

   Nel Barbiere c’è tutto: il coraggio e l’intelligenza di una ragazza capace di emanciparsi, la bassezza umana di Bartolo, interessato al denaro della pupilla e pertanto desideroso di sposarla, l’untuosità di Basilio, la grandiosità (parlo dell’ultima Aria, Cessa di più resistere, oggi sovente omessa per la difficoltà) di un Grande di Spagna dotato tuttavia d’umorismo, geniale improntitudine, grazia; e la personalità elettrica di Figaro, straordinaria cura contro la depressione. Ma se questo attiene alla più viva attualità storica e fin sociale, il Finale del primo atto è una tale ventata dionisiaca nella quale l’essere umano è trascinato e annullato dal flusso della musica, che la stessa psicologia cede all’affermazione di qualcosa di più misterioso e alto.

  Oggi il Barbiere è l’emblema medesimo del suo Autore. Ma la maggior parte della sua produzione è tragica, a drammaturgo tragico egli si considerava. Pochi giorni dopo la prima rappresentazione sarebbe tornato a Napoli, ove risiedeva, e sarebbe stato per mesi apparentemente inoperoso mentre nella sua testa, una volta tanto lentamente, andava componendosi l’Otello: 4 dicembre 1816, alla fine, autentica sfida drammatica. Duplice anniversario rossiniano capitale, quest’anno.

    Del bicentenario del Barbiere scrivo solo ora per cogliere la concomitanza con l’Otello, del quale mi occuperò. Ma nei prossimi mesi celebrerò anche un altro anniversario che l’ignoranza e il cattivo gusto italiani e, duole dirlo, napoletani, hanno lasciato sotto silenzio: quello di Francesco Paolo Tosti, scomparso il 2 dicembre 1916, abruzzese di scuola napoletana, intimo di d’Annunzio: le sue Romanze, elegantissime, aristocratiche, d’una vena melodica straordinaria, ne fanno lo Schubert italiano.

www.paoloisotta.it