"Il Fatto Quotidiano”, 24. IX. 2016

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Vi sono bibliofili animati da un amore feticistico per il libro: che può prescindere dalla lettura. Vi sono innamorati – o, com’è il caso mio, viziosi – della lettura per i quali conta solo il testo e sono capaci di godere Boccaccio pure in paperback. L’amore per la cultura a volte ha bisogno di passare per begli ambienti. Ne La casa della vita Mario Praz dice di un professore universitario dalle labbra del quale egli ragazzo pendeva; una visita allo squallido appartamentino piccolo-borghese dell’insegnante lo lasciò di stucco e lo disamorò. L’edificazione da parte del Maestro della Casa della Vita, un museo neoclassico superiore persino al parigino Marmottan, fu uno dei capolavori del sommo scrittore. A mia volta ragazzo vi venni ammesso giacché egli mi aveva concesso il privilegio d’una paterna amicizia: venivano visitatori da tutto il mondo ma io ero accolto in deliziosa semplicità.

   I territorî estetici percorsi da Praz negl’incipienti anni Trenta erano per la cultura italiana così estravaganti che i seguaci di Benedetto Croce, dogmatici quanto arioso e libero – salvo che in certi giudizi sulla poesia - il Maestro era, considerarono Praz un corpo estraneo da espellere: e il Grande per avere una cattedra dovette rifugiarsi a Manchester. Croce amava in egual misura i libri e la lettura: l’esperienza di visitare la sua casa napoletana a Calata Trinità Maggiore, oggi sede dell’Istituto di Studi Storici, è privilegio che non tutti sono in grado di capire. Il grande erudito che leggeva il tedesco come io parlo il napoletano s’accompagnava al curioso cultore di storia locale: e chi non ha letto le pagine del Senatore dedicate alle storie e leggende napoletane o alle vite di avventura, di fede e di passione non conosce forse i tratti stilistici più avvincenti d’uno scrittore che, dopo Manzoni e Borges e insieme con Marcel Schwob e Sciascia9, eleggo a modello. La casa d’un grande borghese, senatore per censo dal 1910, è elegante e al tempo stesso del tutto priva di pompa e ostentazione, quella cosa disprezzabile che in napoletano si chiama ofanità, caratteristica degli arricchiti e della nobiltà clericale e ignorante. La cultura era un pane quotidiano e, come tutti sanno, il Senatore quasi lo spezzava in pubblico ricevendo amici e seguaci: i vecchi come Gino Doria mi raccontavano cinquant’anni fa ch’egli era capace di scrivere saggi per “La Critica” mentre conversava in napoletano.

   Quest’anno che si celebra il centocinquantenario della nascita del filosofo vorrei venisse presa in maggior considerazione di quanto, inspiegabilmente, non accadde due anni fa, la bellissima biografia – ch’è anche un’attenta biografia intellettuale e ricostruzione del pensiero – di Giancristiano Desiderio Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, pubblicata nel 2014 dalla “liberilibri”: degna erede e necessario aggiornamento di quella classica di Fausto Nicolini; e libro nel quale campeggiano sia la natura appassionata di Croce che la sua statura politica e il suo amor di Patria. La biografia si apre con le pagine sul terremoto di Casamicciola, sull’isola d’Ischia, il 28 luglio 1883, “nel quale”, scrive il filosofo, “perdetti i miei genitori e la mia unica sorella, e rimasi io stesso sepolto per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo.” Sia lecito aggiungere alla circostanza una che riguarda la mia famiglia: nel cataclisma perì  la mia bisnonna Luigia Isotta, che soleva pur ella recarsi in villeggiatura lì. Mio nonno Domenico era nato proprio a Casamicciola tre anni e otto giorni prima; il destino non volle che quell’estate la madre lo conducesse seco: onde io posso raccontarlo.

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