"Il Fatto Quotidiano”, 17. IX. 2016

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Il mio articolo sull’affronto istituzionale fatto da Renzi al sindaco di Napoli De Magistris ha suscitato tanti commenti, e non solo a Napoli. Ho avuto moltissimi  messaggi di consenso; fra questi parecchi contenevano l’interrogativo: “Hai fatto la storia del boss ministeriale Salvo Nastasi che da direttore generale e capo di gabinetto del Ministero dei Beni Culturali ha distrutto il mondo musicale italiano etc; e che ora è stato nominato commissario per la bonifica di Bagnoli: come mai non hai parlato del disastro effettuato da costui quando è stato commissario al Teatro San Carlo di Napoli?”

   Mi è stato insegnato che in un articolo di giornale si deve affrontare un tema alla volta; inoltre lo scandalo, peggio, l’infamia, che adesso vengo a raccontare è oggetto di un capitolo del mio ultimo libro, Altri canti di Marte, uscito da meno di un anno. Però l’argomento va ripreso; e  colla speranza che su di esso si possa ascoltare la voce di Roberto De Simone, di Salvatore Settis, di Nicola Spinosa, di Cesare de Seta, di Tomaso Montanari: che davvero hanno la competenza per dire una parola definitiva.

   Il Teatro San Carlo è il più bello del mondo. L’attuale  risale al 1816, ossia a quando, distrutto da un incendio nel mese di febbraio, venne ricostruito dal Niccolini, uno dei più grandi architetti neoclassici al quale a Napoli si debbono altri meravigliosi edifici. Il Niccolini era anche un genio dell’acustica; onde la sala risonante insieme e frusciante, equilibrata nella fusione e capace di analiticità timbrica, aveva pure sotto questo profilo una rinomanza mondiale.

   Il detto Nastasi nominò se steso commissario al Teatro dal 2007 al 20104ee; e nella qualità effettuò imponenti lavori di restauro, costati, si dichiara, sessantacinque milioni: quelli che gl’indotti chiamano “ristrutturazione”. In effetto di distruzione tali lavori vanno chiamati: giacché, incurante delle voci degli storici dell’arte e degli uomini di cultura che lo supplicavano di non farlo – e secondo me proprio perché tanto autorevolmente s’era tentato di dissuaderlo: per mostrare che solo lui comandava – egli fece distruggere la cassa risonante che si trovava sotto il palcoscenico. Ora sotto di esso c’è il cemento. La sala è diventata sorda. Inoltre i lavori di Nastasi hanno scavato un bar (non lo si crederebbe!) al di sotto del vecchio ingresso: orrendo, moderno; così che l’archivio di uno dei più antichi teatri d’Europa è stato spostato in un magazzino nella zona orientale della città, lontanissimo e praticamente inaccessibile. Il Nastasi è tuttora consigliere di “indirizzo” (oggi dicono così) della Fondazione.

   Il grande Roberto De Simone denunciò e ripetutamente l’infamia. Ma non ebbe l’appoggio d’un altro grande musicista di scuola napoletana, Riccardo Muti, il quale si fece fotografare sul cantiere a fianco del Nastasi coll’elmetto giallo in testa e dichiarò essere l’acustica quella di prima. Non posso credere ci creda.  Il Nastasi, nella sua qualità di direttore generale del Ministero, apriva e chiudeva il rubinetto delle sovvenzioni, e copiosissime ne riceveva il “Ravenna Festival”, la ridicola manifestazione personale della signora Cristina Muti, consorte del direttore d’orchestra. Egli non volle nemmeno schierarsi al mio fianco (allora ero il suo amico del cuore) quando io, che lo scandalo dell’acustica ho compreso per intero grazie a De Simone, feci una campagna affinché, dovendosi rifare ex novo la tappezzeria, si progettasse coi colori originari del 1816, ossia azzurro e argento (violetta la tenda che ricopre il palco reale) invece che i più convenzionali rosso e oro, risalenti agli anni Cinquanta dell’Ottocento. Anche questo disturbava Nastasi; e Muti disturbare Nastasi non voleva.

   Lo scempio non è stato fatto a Napoli: al mondo: per il patrimonio dell’umanità dal San Carlo rappresentato. Non so nemmeno se costosissimi e lunghissimi lavori potrebbero ripristinare la situazione. E ora è il turno dei Campi Flegrei.

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