"Il Fatto Quotidiano”, 2. IX. 2016

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Erranti alla ricerca del luogo ove i fati impongono di ricostruire la patria, i Troiani guidati da Enea si lasciano l’Epiro alle spalle. Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, / cum procul obscuros collis humilemque videmus / Italiam. “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, /quando vediamo oscuri colli e bassa / l’Italia.” “Già rosseggiava l’aurora, in fuga si erano volte le stelle, / quando di lontano vediamo le nere colline e bassa / sull’orizzonte l’Italia.” E’ bassa la costa o si tratta della parte più meridionale, il “tallone d’Italia”? La traduzione di Luca Canali e quella di Francesco Della Corte per l’Enciclopedia virgiliana sottilmente confliggono con Dante, che intende il secondo significato là ove dice l’umìle Italia. (L’ Enciclopedia virgiliana dedica peraltro un’ampia voce a humilis, ove il tema è disquisito.) E’ il promontorio Japigio. Crebrescunt optatae aurae portusque patescit / iam propior templumque apparet in arce Minervae: “Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre / ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.” Livio che non erra, dice Dante; ancor più dobbiamo dire noi Virgilio che non erra. A Castro il tempio di Minerva è stato ritrovato e gli scavi sono in pieno svolgimento; una statua bronzea della Dea la raffigura col berretto frigio. I Messapi e gli Japigi erano d’origine greca, illirica e anatolica, non autoctoni come un tempo si credeva; e uno dei nomi coi quali Virgilio chiama i Troiani è Phryges, “i Frigî”. Patria il monte Ida, sacro a Cibele. I Troiani e Japigi  e Messapii erano entrambi Frigi ma nemici: perché all’origine delle origini i Troiani dall’Italia provenivano. A Butroto nell’Epiro il re e indovino troiano Eleno aveva profetizzaro a Enea: Has autem terras Italique hanc litoris oram, / proxima quae sorti perfunditur aequoris aestus / ecfuge: cuncta malis habitantur moenia Grais. “Invece queste terre e contrade della riva italica, / che prossima bagna l’onda del nostro mare, / fuggile; malvagi Greci abitano tutte le città.”

 

    Roma non sarebbe sorta nel Salento, la Terra d’Otranto. Esso resta greco: Lecce venne fondata dal cretese Idomeneo: et Sallentinos obsedit milite campos / Lyctius Idomeneus: sempre il Libro III dell’Eneide, poco più sopra: “e il lizio Idomeneo occupa con soldati le piane / salentine.”. Reduce dalla guerra di Troia, il re di Creta era stato espulso dalla patria dopo aver sacrificato il figlio a Nettuno: e la sua vicenda è l’oggetto del capolavoro tragico di Mozart ventiquattrenne, l’Idomeneo, ch’egli stesso non supererà. Altri vogliono che Lecce fosse fondata dal cretese Malennio; Rudiae e Lupiae sono le due città onde trae origine. A Rudiae, più antica e presto decaduta, nacque Ennio, il poeta epico e sacrale predecessore di Lucrezio e Virgilio: questi morì a Brindisi, nella parte settentrionale della stessa regione, che i romani chiamavano Calabria; reduce da un viaggio in Grecia affrontato per dare maggior precisione a particolari dell’Eneide, a soli cinquantun anni.  Venne romanizzata ma il fondo messapico permane: nella mia recente visita una cortese famiglia mi ha aperto il giardino, sito nel centro storico, per mostrarmi un ipogeo messapico che sprofonda nelle viscere della terra.  Il Salento ha per simbolo un delfino; la splendidissima Lecce un lupo e un albero di leccio, un elce; ch’è arcanamente connesso alle origini di Roma. Sempre nel Terzo Libro, Eleno profetizza a Enea il vero approdo italico alla foce del Tevere: secreti ad fluminis undam / litoreis ingens inventa sub ilicibus sus, “vicino all’onda d’un fiume / remoto, vedrai sotto gli elci della riva una grande /scrofa”. Visto quel segno, Enea saprà d’esser giunto. Tutta la poesia di Virgilio è percorsa di presagi e auspici fatti da animali, ch’egli sente nostri fratelli: presagi e auspici testimoni d’un’armonia fra uomo e natura che non esiste più.

       Dai Japigi e dai Messapi ai Bizantini, la continuità greca della Terra d’Otranto è fortissima. Intorno a Lecce alcuni paesi sono restati, almeno in bocca ai vecchi, ellenofoni. Ho visitato uno di questi, Martano, guidato da Gilberto Scordari, nemmeno quarantenne, organista di elevatissime qualità, clavicembalista, teologo. Ha studiato al Conservatorio napoletano sotto la guida della mia amica Anna Maria Robilotta, organista di vaglia. Ha insegnato anche a Basilea ma il Conservatorio italiano non l’ha ritenuto idoneo: ha testè pubblicato un prezioso libro sui Fiori musicali di Frescobaldi, la raccolta organistica senza la quale lo stesso Bach non sarebbe, corredata da un disco nel quale interpreta con grande arte una delle tre Messe del sommo ferrarese: stampato su carta prodotta a mano da un raffinatissimo artigiano del paese. Il suo bel gatto rosso si chiama Bach, e Gilberto, come tutti gli organisti,  vive nel culto del Sommo di Eisenach. Nel meriggio assolato, silente, palazzetti in pietra bianca, in quella particolare declinazione del Barocco che Mario Praz m’insegnò denominarsi plateresco, protendono balconi in ferro battuto. Tutto è bianco nella pietra di Lecce. Questi taciti meriggi assolati in Campania, Salento, Sicilia, invitanti a una parca mensa e al sonno ristoratore, sono per me un vero luogo dell’anima; e non so se chi non è nato in questi luoghi possa abbeverarsene.

   Gilberto m’accompagna a Soleto per visitare una straordinaria testimonianza del mondo greco. I bizantini persero il Salento nel 1071, vinti dai Normanni che seppero, come il loro successore Federico II, ereditarne la cultura e farla propria; ma i Normanni, su impulso di Roma, vollero cattolicizzare la regione colla forza; l’ultima estirpazione dell’“eresia” avvenne tuttavia sotto Ferdinando IV di Borbone. La forzata cattolicizzazione continuò cogli Angioini: signori della zona furono gli Orsini del Balzo, franco-napoletani. La piccola chiesa di Santo Stefano è affrescata a pareti contrapposte: quella destra riflette la teologia della chiesa greca: il Cristo è Sapienza, Sophia, ed è raffigurato in sembianze femminili; Gesù nel deserto viene tentato da un demonio i piedi forcuti del quale spuntano da un saio di monaco francescano. Mi fa da guida un simpatico ragazzo di straripante cultura, Francesco Manni.

  Testimonianze greche le incontri a ogni passo in tutto il Salento; armonicamente vi si connette il Romanico, poi il Gotico. Lecce è un trionfo di Barocco, o plateresco, che dalla solennità e bellezza assoluta di certi monumenti, come Santa Croce e il convento dei Celestini e la Cattedrale, può giungere a un delirio, come in certi luoghi della Sicilia: ma il delirio leccese è bianco, quello catanese e trapanese nero di pietra lavica. Ogni scorcio ha la sua bellezza, ogni angolo è caratteristico, dal Barocco trapassi ai teatri romani, vaste cavee aperte nell’abitato. Lo scirocco non toglie la gioia di girare a piedi sebbene a volte spezzi le gambe. Ci si rifugia a  Otranto, Gallipoli e Porto Cesareo, là ove, salso, ti fa respirare mentre contempli le onde dello Jonio, così differente dall’Adriatico; e a ogni istante cambia di colori, come il cielo. Il dio del Barocco napoletano, Cosimo Fanzago, si spinse fino a Gallipoli e lasciò l’altare di Sant’Agata, simile a quello della napoletana Certosa, quale testimonianza della sua arte. La Cattedrale è mirabile, fra le più belle: si trova sull’isola, che assomiglia alla posillipina Nisida.  Il massacro di Otranto, avvenuto nel 1480 a opera dei Turchi, oltre che alla meravigliosa cattedrale ha dato origine a uno dei più bei romanzi del dopoguerra, L’ora di tutti della milanese Maria Corti, il tema del quale è la santità involontaria, addirittura indesiderata, ma fortissima.

   Alla Scuola musicale napoletana la Terra d’Otranto ha fatto doni insigni. La Puglia le ha dato, fra l’altro, i baresi Piccinni e Westerhout e l’altamurano Mercadante; la Terra d’Otranto il nobile gallipolense Giuseppe Tricarico (1623-1693),  fra i primi compositori d’Opera e Autore di meravigliose Cantate: dal 1656 al 1662 compose a Vienna per la cesarea Cappella: Imperatore era allora Leopoldo I, fine intenditore come il figlio Carlo VI e compositore egli stesso. Tarantino è Nicola Fago (1677-1745), alto contrappuntista e fra i migliori insegnanti del napoletano Conservatorio della Pietà dei Turchini. Egli fu maestro di Leonardo Leo, nato a San Vito degli Schiavi, che con Domenico Scarlatti è il più grande dei  Maestri settecenteschi della Scuola Napoletana; e Taranto Giovanni Paisiello, che quasi li eguaglia e fa un volo prodigioso, da Napoli a Pietroburgo all’incoronazione imperiale di Napoleone.

   Gli abitanti della Terra d’Otranto sono franchi e insieme cortesi, d’un’amicizia profonda: di tutt’altro stampo dai pugliesi, fra i quali sovente ho incontrato soggetti gretti, commercianti, infedeli: come quasi tutti gli uomini. Da Bari, Molfetta, Monopoli, Martina Franca, ho ricevuto tradimenti per viltà e inutile cupiditas serviendi; ma baresi sono gli amici del cuore Daniele e Graziella Amoruso, grande medico ed eletta francesista. Baresi sono l’eletto direttore d’orchestra Rino Marrone, l’eletto musicologo Pierfranco Moliterni, l’eletto giovane  organista Carlo Maria Barile.

    Il dialetto è diversissimo dal barese e affine in parte al napoletano e al palermitano: coi leccesi io napoletano mi piglio. A Galatone di Lecce è nato, e vi risiede invece che a Milano o Nuova York, come gli converrebbe per la carriera, uno dei miei amici del cuore, Francesco Libetta, quarantaseienne: uno dei più grandi pianisti viventi: quando per la prima volta lo ascoltai eseguire le ineseguibili Variazioni e Fuga di Godowskij, venticinque anni fa, provai un’emozione che il ricordo rinnova; e giunsero Bach, Händel, Leo, Mozart, Beethoven, Liszt, Chopin, Rachmaninov, Webern…. Leccese è la musicologa Luisa Cosi, gran dama. Pochi giorni del mio ultimo soggiorno leccese sono bastati a trasformare una conoscenza in un’amicizia del cuore: con Pierluigi Portaluri, che insegna Diritto Amministrativo ma ch’è soprattutto un innamorato delle lettere classiche, della poesia di d’Annunzio, degli animali: e della Costituzione: e con lui ora è tutto un traffico di messaggi latini in whatsapp, a dimostrazione che i mezzi della tecnica sono neutri e assumono significato a seconda di chi li usa.   

   In Assemblea Costituente, nel febbraio 1947,  per tre voti il Salento non venne eretto regione distinta dalla Puglia: fra i voti contrari mi duole ricordare quello di Aldo Moro, nato a Maglie ma di famiglia pugliese; e questa, di elevare la Terra d’Otranto a Regione, sarebbe riforma costituzionale giusta.

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