Il Fatto Quotidiano”, 18. VIII. 2016.

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VIALE MONZA 101, 14 MAGGIO 1983

 

Era nato a Pettorazza Grimani, in provincia di Rovigo, il 28 ottobre 1936: lo  battezzarono Benito in onore della Rivoluzione Fascista.  Barin Mirco, zio paterno, era stato mitragliato da gappisti di passaggio il 28 aprile 1945;  in casa e a scuola lo chiamavano Benedetto; già quando aveva otto anni, rannicchiato nel lettuccio nella stanza dei genitori, sognava un partigiano biondo, dai capelli lunghi, che lo catturava e lo possedeva. Don Dino, nel prepararlo alla Prima Comunione, lo astraeva dagli educandi e, in angoli della fredda canonica, lo palpava. Divenne chierichetto e, masturbato dal prete, ejaculò per la prima volta: meravigliato di quel crescendo di dolcezza, gli parve che la stanza gli rotasse intorno e d’aver conosciuto la felicità. Da allora più volte al giorno riproduceva questa felicità fantasticando sui compagni di scuola: quelli che giuocavano a pallone, dalle gambe robuste. I suoi, infatti, volevano che fosse tolto dall’agra zolla e studiasse; la sorella maggiore Antonietta si sarebbe fatta suora. In famiglia non c’era lo zio sacerdote e non riuscirono a farlo entrare in Seminario. A costo di sacrificî gli fecero frequentare l’istituto tecnico “Maddalena” di Adria perché divenisse ragioniere: il segretario della scuola si rifiutò d’iscriverlo come Benedetto costringendolo di nuovo al Benito. I primi giorni il padre pretendeva percorresse a piedi i dieci chilometri, marciando cogli zoccoli; fu costretto a pagargli una corriera che passava sulla provinciale alle sei del mattino.

   Durante la ricreazione masturbava i compagni nelle latrine. Del mare aveva paura: lo vide quando la scuola lo mandò alla “colonia marina”; diciottenne  potette incominciare a uscire da solo la sera; si  recava sul prato digradante alle sponde dell’Adige: lì venne posseduto per la prima volta. Era intelligente e studioso; ambiva affermarsi anche per figurare agli occhi dei compagni che gl’irridevano chiamandolo putea e toseta. A vent’anni si diplomò; ma il posto non si trovava: il padre lo faceva lavorare sul campo e la sera lo mandava quale sguattero in una trattoria. Avrebbe voluto leggere romanzi; in casa non c’erano libri e in canonica avevano testi edificanti.  Gli donarono una vita di Maria Goretti che leggeva e rileggeva; poi, coi primi guadagni, comprava fumetti, fotoromanzi e gialli di Maigret; un insegnante conosciuto sul greto, sposato e padre, gli diede una bisunta edizione dei Promessi sposi perché doveva migliorare l’italiano; li trovò difficili. Nell’aprile del 1948 il curato caricò i ragazzi di Pettorazza su di un camion e li condusse a Rovigo: nella cattedrale gremita il Vescovo tenne una lunga predica minacciando l’inferno a chi non avesse votato per la Democrazia Cristiana: i comunisti, atei e senza Dio, avrebbero bruciato i campi; le donne singhiozzavano e rimpiangevano Lui.

   Dopo la vittoria elettorale la parrocchia gli procurò le lenti da miope, fin lì mancategli. Il curato lo raccomandò al segretario di Sua Eccellenza: nel 1960 venne assunto quale usciere alla Banca Cattolica. Irreprensibile, laborioso, tentò il concorso interno: divenne impiegato di concetto; con un altro concorso entrò in ragioneria: e guadagnava cinquantami

a lire al mese. Per la prima volta ebbe una vacanza: nel 1967 partecipò a un pellegrinaggio a Lourdes organizzato dall’Unitalsi; al quale s’era iscritta pure Schiesaro Maddalena, maestra elementare, del suo paese. Si rividero ai raduni parrocchiali del sabato; il curato organizzava anche piccole feste nella quali si declamavano poesie d’argomento devoto e si giuocava a moscacieca: li incoraggiò al matrimonio. Si sposarono nel 1970: in cinque anni giunsero Toni e Gaetana. Benito non vide mai nuda Maddalena; di primo mattino ella sollevava un po’ l’orlo della camicia e lui la possedeva castamente, ambedue in silenzio. La sera egli continuava a scendere al fiume; Maddalena non gli domandava dove andasse e quando fosse per rientrare. La domenica, ben vestiti, andavano alla Messa di mezzogiorno: gli uomini, seduti al caffè, li additavano ammiccando.

     Benedetto principiò a comprare qualche romanzo: leggeva con passione; colla Settimana enigmistica era bravo.

   Un giorno il direttore lo chiamò: da Verona avevano deciso che, in considerazione del rendimento, sarebbe trasferito a Milano. Maddalena ottenne il posto a Cinisello e andarono a vivere lì, oltre il viale Fulvio Testi. La mattina egli prendeva l’autobus fino alla fermata della metropolitana di Sesto Marelli; il convoglio lo portava a Gorla, all’agenzia del Banco Ambrosiano. Nel 1980 passò a viale Regina Giovanna. La domenica pomeriggio andava colla moglie al cinematografo.  I figli crescevano bene e non davano preoccupazioni. La sera, alla Villa Reale, consumava molte Nazionali senza filtro. “Ha da accendere?”, era l’approcciamento. Si faceva chiamare Pasquale. Nei viali strinse amicizia con un insegnante, fanatico di Maria Callas, che gli rivelò l’empireo del loggione della Scala.  Una volta al mese vi s’inerpicava; anche lì si batteva; un parrucchiere, Orlando, ammiratore della Tebaldi, qualche volta la domenica veniva a mangiare a casa essendo entrato nelle grazie di Maddalena.

   Verso le sei del pomeriggio andava in certi cinematografi aperti sin dalle dieci del mattino: il Sempione, il Dal Verme, l’Aphrodite, il Giardini… Lo schermo s’intravvedeva velato dal fumo. Quasi nessuno era seduto: uomini vagavano per la platea, attendevano sulle scale che menavano alle gallerie, o fumavano, le spalle appoggiate alle pareti. Si toccavano e baciavano in piedi o sulle sedie; a volte andavano negli orinatoi per consumare il rapporto completo. Militari in divisa si facevano sbocchinare per tremila lire e ne pretendevano sei per un amplesso più impegnativo. In sala ragazzini meridionali e della Comasina si vendevano; e gli slavi facevano loro temibile concorrenza. Afrore di ascelle. Vecchi prosseneti si trattenevano nell’atrio, talvolta leticando. Un travestito di mezz’età passava l’intera giornata lì lasciando la merenda in custodia alla cassiera impermanentata, colla quale si confidava mentr’ella si limava le unghie; puttane ottantenni dal pesante trucco, sdentate, entravano e uscivano dalla sala.

   Il 14 maggio 1983 alle cinque Pasquale entrò nell’Eros di viale Monza 101. Alle cinque e quaranta si trovava in platea; Marco Furlan e Wolfgang Abel sparsero presso l’uscita sul pavimento la benzina di due bidoni e, stringendo con una mano il tendone, buttarono ciascuno un cerino acceso: bisognava ardere il peccato in spirito di purificazione. Benito morì due giorni dopo al Centro Grandi Ustionati. Maddalena l’aveva atteso un giorno intero; un appuntato di Pubblica Sicurezza bussò alla porta e l’avvertì. Ottenne il trasferimento e cambiò quartiere; si faceva chiamare col cognome di quand’era signorina.

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