Il Fatto Quotidiano”, 6. VIII. 2016.

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Ancor oggi qualche reduce afferma che il latino è utile essendo “formativo”, ossia una “ginnastica mentale”: dunque, non avrebbe una ricchezza intrinseca ma sarebbe uno strumento.  In realtà il latino  forma lo spirito e il carattere, forma l’animo e l’anima. Chi non l’ha studiato, non lo domina e non lo ama è privo del più formidabile strumento d’interpretazione della realtà, quindi ha con la vita un infinitamente più difficile rapporto. Ciò persino io scrivo nei miei libri.

   Uno dei nostri esiliati, che l’università italiana non accolse, è Nicola Gardini. In Inghilterra non considerano chi ti raccomanda e nemmeno se sei stato allievo di una public school ma ciò che sai fare: onde Gardini insegna letteratura italiana e comparata nello Studium Oxoniense. E sebbene l’impegno didattico sia lì alquanto più gravoso che da noi, riesce a esser saggista e scrittore assai prolifico. E’ romanziere, polemista, volgarizzatore giornalistico; quest’anno Garzanti ha pubblicato, da lui dettato, uno dei più bei libri che io abbia in questi ultimi anni letti, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile (pp. 236, euro 17). Vi ho trovato un altro me stesso, e persino tante mie osservazioni: con la differenza che Gardini è un latinista professionista e i suoi argomenti sono intimamente tecnici benché esposti in modo accattivante. Tecnici per la profondità colla quale egli conosce il latino e la sua letteratura: la profondità colla quale egli sa interrogare la pagina, farla cantare, la finezza e l’originalità delle analisi esemplificate nel libro.

   Nei ventidue capitoli Gardini fa una brevissima storia del latino: com’è nato, com’è diventato da lingua d’una comunità di contadini-soldati una letteratura universale; poi tocca con sintesi i suoi più grandi artisti.  Dico artisti giacché tali sono non solo Lucrezio, Catullo, Virgilio e Orazio, Petronio e Apuleio, sì Cesare, Cicerone e Seneca filosofi, Livio, Tacito e gli Evangelisti, Ammiano, Sant’Agostino, Sant’Ambrogio e San Gerolamo. Poi, quelli che lo scrivono e, o, ne hanno nostalgia: Dante, Petrarca, Boccaccio, Bracciolini, Poliziano, Machiavelli,  Sannazaro, Ariosto, Tasso, Shakespeare, Marino, Metastasio, Leopardi,  Manzoni, Flaubert, Nietzsche, Pascoli, d’Annunzio,  Eliot, Benn…. E mi piace che a Petrarca, non titolare di uno specifico capitolo ma presenza costante in ognuno di essi, sia dedicata tanta considerazione: quel che resta di Livio lo dobbiamo a lui, l’Africa è un grandioso poema epico latino tuttora sottovalutato, le Familiares sono uno dei sommi documenti della letteratura di ogni tempo: e il Canzoniere, che s’intitola Rerum vulgarium fragmenta, è un continuo dialogo colla poesia greca rifratta in quella romana e con questa.

   Più di tutti Gardini si occupa di Virgilio: ch’è il culto della mia vita. Qualsiasi cosa sia detta da lui è detta in modo definitivo, dopo lo stesso Dante può eguagliarlo ma non superarlo. Ne mostra la complessità anche nelle in apparenza più semplici Egloghe giovanili; la profondità filosofica; ancor più, quella infinita pietà verso lo stesso universo ch’è il suo ultimo messaggio. Pietas significa rispetto per la volontà degli Dei ma si deve a lui s’è diventata altro, l’idea più alta che l’uomo abbia creata.

   Gardini sceglie esempi di tutti e li traduce egli stesso in un luminoso italiano; la silloge mi ha rivelato molte cose. La citazione che mi pare più sbalorditiva proviene da De vita beata di Seneca: omnis ex infirmitate feritas est, ossia ogni ferocia proviene dalla debolezza: umana ferocia, beninteso. In questo aforisma sconvolgente è compresa tutta la psicologia moderna: mi pare vi sia già Freud.

   Il libro di Gardini non è solo una meravigliosa silloge; è un manifesto, come oggi si direbbe, ideologico. Si compendia in quest’affermazione: la sublime inutilità del latino è oggi una rivolta verso un mondo che vuol ridurre tutto a profitto materiale; e tale sublime inutilità è tutt’uno colla bellezza. “La bellezza è il volto stesso della libertà.”

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