Il Fatto Quotidiano”, 2. VIII. 2016.

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Su “Sette” Maurizio Serra scrive un bel ritratto della prima moglie di Herbert von Karajan, Anita Gütermann, da poco scomparsa. L’ articolo merita tuttavia alcune precisazioni;  di fronte alle infinite sciocchezze che  in fatto di musica si scrivono  non  intervengo: ma a uno scrittore e storico di grande qualità, ottimo nostro rappresentante diplomatico, desidero esprimere  dissenso su alcuni punti.

   Wilhelm Furtwängler era un musicista e umanista di grandissima statura, culturalmente ben superiore a Karajan ma pessimo compositore e direttore incerto e tecnicamente sprovveduto. Di Karajan fu non meno arrivista. Secondo Serra “disprezzava i nazisti ma aveva scelto di rimanere in patria come guardiano della grande cultura germanica, dissanguata dall’esodo dei musicisti ebrei e democratici.”  Tentò di farlo credere egli medesimo dopo il 1945;  ciò da molti venne preso per buono a seguito delle falsificazioni storiche  della vedova Elisabeth. Non ci fu nazista che non avesse la scorta personale di ebrei protetti e salvati; gli scritti di Furtwängler fino al 1945 provano che l’adesione “patriottica” al nazismo fu profonda. Fino all’ultimo eseguì la Nona Sinfonia di Beethoven il 20 aprile per il compleanno del Führer; le foto lo mostrano che si esibisce nel saluto nazista sul podio del Titania-Palast e mostrano l’intera nomenklatura del regime schierata in sala, con Himmler plaudente mentre il Maestro s’inchina stringendo la mano a Goebbels. E di Karajan era invidioso per la palese superiorità.

   Di certo Karajan fu di lui ancor più nazista. Fu crudele nel ripudiare nel 1955 una moglie che l’adorava e tanto per lui aveva fatto; credo che il primo matrimonio fosse per lui necessario anche allo scopo di celare la sua omosessualità; dopo la guerra si rifugiò a Trieste dal compositore e magnate triestino Raffaello de Banfield, gentiluomo d’infinita bontà e grande cultura, e tutti sapevano – a me egli l’aveva raccontato senza ambagi -  che ne era l’amante. De Banfield sarebbe poi stato anche amante di Dimitri Mitropoulos, direttore di statura almeno pari a Karajan, mentre Herbert lo fu per alcuni anni di un grande cantante italiano. Non condivido tuttavia l’immagine umana che di Karajan dipinge Serra. Verissimo che sia stato anche un fenomeno sociologico e che vivesse in un ciclo di produzione industriale. A me consta fosse uomo gentile e conosco troppi tratti della sua vita che depongono a favore della sua umanità e generosità. Non convengo sul fatto che fosse altrettanto grande nella musica italiana che in quella tedesca. Ha diretto meravigliosamente La traviata e il Requiem di Verdi e la Lucia di Donizetti e la Bohème di Puccini; ma ricordo un pessimo Don Carlo in quattro atti (come non si dovrebbe fare mai più!) tutto tagliato, un Otello nel quale indugia col sottolineare le bellezze armoniche e orchestrali e nuoce al passo drammatico (come Muti ma non come i grandi italiani Marinuzzi, Santini, Serafin, de Fabritiis e Patanè) e un Falstaff nel quale lascia libero Tito Gobbi di fare vergognose gigionerie – il che non avrebbe  mai consentito in Wagner. Inoltre non sottolineerei tanto l’influenza su Karajan di Victor De Sabata, grande compositore ma direttore a corrente alternatissima (“Maestro Toscanini, perché è uscito coll’ombrello visto che c’è il sole?” “Stasera dirige De Sabata!”). Egli capeggiò sì i Filarmonici di Berlino e un Tristano al festival di Bayreuth ch’entusiasmò Hitler; ma Gino Marinuzzi, sommo come direttore e compositore, ebbe su Karajan maggior influenza contribuendo a sottrarre le sue interpretazioni beethoveniane e wagneriane alla rapsodicità e disorganicità caratteristiche della scuola tedesca, Furtwängler compreso.

   Uno dei motivi che inficiano molte esecuzioni di Karajan dell’Opera italiana è l’errata scelta della compagnia di canto, dovuta a volontà di potenza e mania. Verso la fine degli anni Ottanta incise una Turandot della quale la protagonista era una declinante Katia Ricciarelli: che non fa bella figura; scrissi una recensione con espressioni così forti da essere su di lei oltraggiose. Il 29 maggio 1989 morì sul podio del Nationaltheater di Monaco Giuseppe Patanè, per me amico e Maestro di una vita, uno dei più grandi direttori del dopoguerra – e invariabilmente bravo in tutto il repertorio, italiano, tedesco, russo, francese. Tre giorni dopo, uscita la bara dalla cattedrale di Luino, mi rannicchiai contro una colonna piangendo dirottamente. Mi sentii carezzare con infinita delicatezza: era la Ricciarelli. Quale statura umana!

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