Il Fatto Quotidiano”, 27. VII. 2016.

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Sul “Fatto” di sabato leggo un acutissimo commento di Peter Gomez nel quale si mettono in evidenza talune carenze programmatiche del Movimento Cinque Stelle. Esso mi è particolarmente piaciuto giacché si tratta di una pacata serie di suggerimenti mossi a una forza politica guardata senza preconcetta antipatia allo scopo di consentirle di presentare alle prossime elezioni un programma politico convincente e innovatore. L’articolo contiene tuttavia una grave omissione che probabilmente è solo un lapsus calami. Gomez afferma che il Movimento dovrebbe entro settembre “chiarire in modo organico” il suo programma in ordine a “economia, giustizia, politica estera, fisco, diritti civili, ambiente”. Nell’elenco manca la cultura. E vorrei quasi dire che dovrebb’essere al primo posto, atteso che la memoria storica italiana sulla cultura e sull’arte, se si intende la parola cultura nel retto senso di civiltà, innanzitutto si fonda. Le nazioni e i popoli privi di memoria storica sono destinati all’estinzione.

   L’Italia è l’erede del mondo greco, lo sussume nell’architettura e nella statuaria di Roma e supera lo stesso mondo greco nella poesia di Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio. Sant’Agostino, Sant’Ambrogio e San Tommaso d’Aquino sono i continuatori di Platone e Aristotele. Non di Democrito, Leucippo ed Epicuro, ma il loro cantore Lucrezio è sopravvissuto grazie alle biblioteche dell’ordine benedettino. Dopo l’alto Medio Evo barbarico e bizantino, il romanico e il gotico italiano posseggono una grazia e una calma grandezza ignote a quelli francesi e tedeschi. Da Dante e Petrarca incomincia una teoria poetica senza pari alla quale mi pare possibile contrapporre il solo Shakespeare. La filosofia di Vico illumina l’Europa sì che i medesimi Kant e Hegel non vanno di là dalla sua portata. Nella pittura la nazione italiana, da Giotto in poi, non ha rivali. L’architettura rinascimentale, barocca e neoclassica è stata il modello mondiale. Non voglio dimenticare il Novecento. I promessi sposi sono il più grande romanzo mai scritto.  Pirandello ha fondato il teatro moderno. Poi c’è la musica.

   Il canto liturgico, detto “gregoriano”, rectius “romano”, nato a Roma e a Milano, ha rappresentato l’unificazione musicale europea sin dal sesto secolo dopo Cristo e ha posto le basi della musica moderna. A partire dal Cinquecento l’Italia strappa alle regioni franco-fiamminghe il predominio e lo conserva fino a gran parte del Novecento. Col Settecento il fulcro si sposta verso la Germania ma l’Italia validamente si batte. A Bach si possono contrapporre Alessandro e Domenico Scarlatti, a Händel Antonio Caldara, Antonio Lotti e Leonardo Leo.  Di fronte a Mozart si erge Rossini. Nessuno può esser paragonato a Beethoven ma per un Wagner esiste un Verdi. Nel Novecento di fronte a Richard Strauss, Schönberg, Berg e Webern si accampano Puccini, Alfano, Respighi e Marinuzzi. La tradizione esecutiva italiana, non solo quanto all’Opera italiana ma quanto al Classico-romantico tedesco, è stata la scuola planetaria; e i teatri d’Opera italiani sono stati i primi del mondo.

   La regolamentazione istituzionale non s’avvede di tale primazia. La Cultura non viene chiamata col suo nome e deve rifugiarsi quale ancella in un incondito Ministero detto dei Beni culturali e ambientali, decadutissimo comunque da quando venne istituito da Giovanni Spadolini. Si deve accompagnare al turismo, alle sagre paesane (locupletatissime), e al circo equestre e ai delfinarii, luoghi di sfruttamento e sofferenza dei nostri fratelli animali.  Dovrebbe avere un proprio Ministero nel quale far confluire anche la ricerca scientifica. E la musica non dovrebb’essere avvilita nell’abbietta dizione di “spettacolo dal vivo” considerata con la stessa dignità da attribuirsi (ché non ne hanno abbastanza neanche loro) agli Uffizi e al museo archeologico di Napoli. Ben dice Tomaso Montanari che la politica italiana degli ultimi anni offende l’arte considerandola una sottospecie del turismo.

  Nei confronti del Movimento Cinque Stelle io provo una crescente simpatia; e mi auguro che i suoi esponenti sappiano comprendere che quanto maggiore sarà l’attenzione alla nostra prima ricchezza tanto maggiore sarà il nostro prestigio all’estero - fin qui mancato; e con esso persino un incremento economico. E che, come ho detto, la memoria storica e l’identità nazionale sono fatte di cultura. Se civiltà e cultura sono sinonimi, civiltà ha lo stesso etimo di civis, cittadino: senza cultura non si hanno cittadini ma sudditi.

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