Il Fatto Quotidiano”, 14. VII. 2016.

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Insieme con Boccaccio, Giambattista Basile, napoletano, è il più grande novellista classico; i più grandi fra i moderni sono Balzac, Flaubert, Maupassant, Cechov, Pitrè, Verga e Pirandello. Il Pentamerone, scritto in una lingua napoletana secentesca alla quale è difficile accostare un’altra quanto a ricchezza e fantasia lessicale e metaforica, ha poi la particolarità d’interpretare l’essenza della favola più di qualsiasi altra raccolta; e non so se Carl Gustav Jung lo conoscesse, ché l’avrebbe eletto a testo fra i suoi principi. Le favole del Basile sono un deposito impareggiabile dell’inconscio collettivo; per dirla classicamente, sono il deposito d’una memoria che si spinge indietro e sempre più indietro, di là dai primordî pre-indouropei, verso una sconfinata preistoria. E vi si raccolgono tradizioni dell’antica India, dell’antico Egitto; le quali rinascono adattate a una vivissima contemporaneità dell’urbe partenopea e del suo contado condite d’una vis comica violenta.

    Vittorio Imbriani e Benedetto Croce hanno rivelato Basile all’epoca contemporanea; dopo di loro il suo più grande cantore è Roberto De Simone. Napoletano, egli è conosciuto per essere un grande compositore e regista; ma la sua opera di mitologo, etnografo e scrittore (gli si deve un libro su Virgilio e la tradizione magica napoletana che non può non essermi carissimo) è non meno chiara. Il suo massimo tributo al novellista ha da pochi giorni compito quarant’anni; il 7 luglio 1976 al Teatro Nuovo di Spoleto, nell’ambito del festival allora retto da Giancarlo Menotti, andò in scena La Gatta Cenerentola, che rappresenta una delle principali rivoluzioni del teatro negli ultimi settant’anni. De Simone ne ha scritto il testo e le musiche,  derivanti da tradizioni popolari e culte, inventato la regia. Le prove durarono cinque mesi; alla “prima” c’ero. Come dieci anni prima, quando De Simone era povero e suonava nelle pizzerie, m’inerpicavo da lui per ricevere lezioni di armonia.

   La favola del Basile viene ricreata e trasformata in un melodramma coll’apporto d’un intero mondo mitico superaddito e scene d’una scurrilità profondissima della quale non tutti seppero cogliere i nessi non solo col Dramma Satiresco e il Fescennino greci e romani, sì anche col Dramma Liturgico medioevale. La “Nuova Compagnia di Canto Popolare” raccolse attori e cantanti di eccelso valore: Peppe Barra e sua madre Concetta, Isa Danieli, Patrizio Trampetti, Giovanni Mauriello, Antonella D’Agostino, Antonella Morea, Franco Iavarone. E i cori delle lavandaie, delle ricamatrici  (queste seconde tutti femmenielli)….

   Il vero volto di Napoli, che non è quello piccolo-borghese della pur bellissima canzone otto-novecentesca né quello di Eduardo De Filippo, venne rivelato d’improvviso dopo che l’avevano fatto Viviani e Totò; e con esso, ripeto, si tornò a ostendere la vera, arcaicissima natura della fiaba. Un anno dopo la Einaudi registrò lo spettacolo; la Matrigna è il bravissimo Rino Marcelli, da poco scomparso, ma il genio di Peppe Barra e della mamma è unico. “In rete” può vedersi un frammento del terzo atto della “prima” di ben tre quarti d’ora: che ci fa comprendere qual peccato sia che non ne esista il film completo.

   Or La Gatta Cenerentola è davvero un bene culturale; e i quarant’anni sarebbero l’occasione per festeggiare l’ ultraottantenne Autore, che non chiamerò uno dei più grandi compositori viventi ma uno dei più grandi uomini di cultura nostri. Mi si dice ch’egli, che ha il mondo a gran dispitto, non gradisce l’anniversario sia ricordato; io credo che lo sforzo congiunto del ministero dei Beni Culturali, del Comune e della Regione Campania debba produrne un nuovo allestimento da registrare quale documento della cultura italiana. De Simone è vivo e regie  fa ancora, Concetta Barra non c’è più ma ci sono Peppe e Isa Danieli. Se lo fanno De Simone dovrà vincere il corruccio.

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