Il Fatto Quotidiano”, 2. VII. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Da quando leggo “Il Fatto” ho imparato ad apprezzare Daniela Ranieri, una scrittrice che unisce cultura, piglio e grande senso dell’umorismo. Oggi, I luglio, leggo una sua memorabile pagina intitolata Madia, Poletti & C., gli zombie di governo che rischiano l’exit. E’ una serie di ritratti di ministri che, ci si augura, in caso di vittoria del “no” al referendum (io personalmente sono iscritto a un comitato in tal senso), verranno coinvolti nel “Tutti a casa”. Fra costoro è Dario Franceschini. L’epigrafe a lui dedicata è il più breve degli epicedî della pagina: “E’ ministro della Cultura, nonostante abbia scritto alcuni romanzi”.

   Io i romanzi di Franceschini non li ho letti ma dalla sua faccia e dal suo eloquio li immagino. E  di questo individuo, anzi di questa “forma di vita”, vorrei dire quel che so.

   Non posso esprimermi in ordine alla sua gestione dei musei e degli scavi: ma mi basta conoscere gl’interventi di Tomaso Montanari (l’ultimo è apparso su “Micromega” di inizio giugno) nei quali il valorosissimo storico dell’arte lo mette di fronte alle sue responsabilità per aver egli abdicato al suo ruolo e accettato lo svilimento delle Soprintendenze, che non potranno più residualmente difendere l’arte e il territorio, per giudicarlo su questo terreno. Chiamarlo ignavo è poco.

   Vengo alla musica. La musica italiana è un patrimonio inestimabile della nostra cultura, pari per importanza alle arti della figura e alla lingua di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Manzoni,  e a più recenti giorni De Roberto, Verga, Pirandello, Campana, Ungaretti, Elsa Morante, Tomasi di Lampedusa. La musica in quanto tale è elemento principe della cultura. Forse non si deve a Franceschini, ma di certo egli fa parte di coloro che l’hanno abbassata a funzione sotto-ancillare, quella di far parte dello “spettacolo dal vivo”. E’ una vergogna senza precedenti: Monteverdi, Scarlatti, Verdi, non sono Cultura.

   Sempre nella musica, come nella prosa, Franceschini s’è attergato ai suoi predecessori nel porsi bovinamente soggetto a Salvo Nastasi, direttore generale e capo-gabinetto. Costui colle sue pilotate nomine di soprintendenti ha praticamente distrutto il mondo dei teatri d’Opera e delle istituzioni concertistiche italiane. Franceschini ha accettato che decreti di Nastasi revocassero nel nulla decreti suoi (il caso dell’orchestra “Verdi” di Milano ne è un esempio: essa rischia di morire a causa dell’ostilità decretatale da Nastasi): e proprio oggi ha gettato nel panico molti la notizia che il Tar ha annullato, con parole pesantissime, il decreto del I luglio 2014 del direttore generale in materia di assegnazione del cosiddetto “Fus”, ossia il fondo per le sovvenzioni alla musica e alla prosa. Posso garantire che in questi due mondi l’impopolarità di Renzi non potrebb’esser maggiore a causa, per una volta, non sua ma di questi due individui.

   E qui vengo a raccontare un caso personale: che tuttavia, come dicono gl’intellettuali, è “emblematico”. Nel febbraio del 2013 io ero ancora il critico musicale del “Corriere della Sera”: il soprintendente della Scala Stéphane Lissner mi dichiarò “persona non grata” negandomi gli accrediti stampa. A me non poteva fregare di meno; e Ferruccio de Bortoli diede disposizione che il “Corriere” acquistasse il mio biglietto. Tuttavia il ministro dei Beni Culturali, nella qualità di principale sovventore della Scala, avrebbe avuto il dovere d’intervenire giacché costui trattava un’istituzione pubblica come cosa propria e la usava per regolare i conti personali. Quando Franceschini venne nominato io, lette le sue dichiarazioni, gl’inviai una lettera manoscritta. Nessuna risposta. Tramite Antonio Polito ebbi un appuntamento al Collegio Romano. Dalla sua stanza usciva Vittorio Sgarbi che mi disse: “Te l’ho preparato io!”; e del mio caso avevano parlato i giornali di tutto il mondo, persino in Nuova Zelanda, Giappone e Canada. Franceschini finse di cadere dalle nuvole: “Sentirò i miei….” Io gli rappresentai che non desideravo egli intervenisse a far cessare la situazione, ma che aveva il preciso dovere istituzionale di censurare fortemente l’accaduto.  “Sentirò i miei….”

   Nulla fece. Lissner in due conferenze stampa si vantò di avermi “messo fuori” accusandomi pure di antisemitismo. Franceschini tacque. Gli mandai un messaggio telefonico: “Lei è un vile”. Risposta: “Non esageriamo.”

   (Il successore di Lissner, Alexander Pereira, si scusò a nome della Scala e venne a trovarmi a Napoli. Nel mio ultimo libro, Altri canti di Marte, ho raccontato questo episodio di grande civiltà. Una sedicente musicologa, la quale fa in realtà l’ufficio stampa di tre o quattro direttori d’orchestra da me attaccati, scrisse una recensione pilotata del libro accusandomi a tal riguardo di “egolatria”.)

www.paoloisotta.it