Il Fatto Quotidiano”, 16. VI. 2016.

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Elio Boncompagni ha compito da qualche settimana ottantatré anni ed è il direttore d’orchestra più vecchio insieme e più giovane che io conosca. Più vecchio per sapienza, esperienza, saggezza: sul podio la saggezza, meno nella vita, essendo egli scervellatamente generoso. Più giovane per energia, freschezza, modernità interpretativa, velocità nel provare andando direttamente al centro della cosa senza nemmeno stancare orchestra e cantanti. Mi diceva una volta: “Quando si dirige l’Opera, è inutile spiegare ai cantanti quel che debbono fare e perché, tanto non capiscono quasi mai. Bisogna ottenere il giusto a loro insaputa.” “Ogni orchestra aveva un tempo una distinta personalità. Adesso vige quasi ovunque il melting pot.

   Boncompagni è fiorentino ma non ama l’atmosfera della sua città e i suoi concittadini. Dopo il diploma in composizione se n’andò a Roma. Primo allievo per la direzione d’orchestra di Franco Ferrara, fu poi assistente di Tullio Serafin: due nomi mitici. Agli inizi degli anni Sessanta era già molto affermato: concerti, recite operistiche, incisioni. E’ stato direttore artistico e stabile a Bruxelles: lì, alla “Monnaie”, nel 1974 diresse per la prima volta nella storia il Don Carlos di Verdi in cinque atti colle parti tagliate alla prima esecuzione del 1865 ma con le modifiche meliorative apportate dall’Autore per vent’anni. Capeggiò anche la prima esecuzione assoluta del Molière imaginaire di Nino Rota e Maurice Bejart. Poi ricoprì le stesse funzioni a Stoccolma e al San Carlo di Napoli. Lo conobbi lì nel 1980 dopo che nella stessa stagione capeggiò i quattro titoli della Tetralogia di Wagner, la Nona Sinfonia di Beethoven e subito dopo l’Operetta Orfeo all’inferno di Offenbach al termine della quale fece colla compagnia la passerella  bandierina alla mano. Poi è stato al Volksoper e all’Opera di Stato di Vienna, a Lucca e Acquisgrana.

   Non aveva, prima di venerdì e domenica, mai diretto la buonissima Orchestra “Verdi” di Milano: alla quale mi auguro il sottosegretario Claudio De Vincenti voglia finalmente garantire la sicurezza come ha promesso al suo direttore Luigi Corbani. La Prima Sinfonia di Beethoven e l’ultima di Schubert (la cosiddetta Grande) sono state una sorpresa prima per l’orchestra che per il pubblico straordinariamente festante. Da quando Muti se ne andò dalla Scala nessuno ha fatto a Milano Beethoven con tanta autorità, conoscenza della tradizione interpretativa, approfondimento, prospettiva formale e quel suono rotondo, “coperto” e intenso tipicamente italiano che pare quasi essersi perduto. Quanto alla Sinfonia di Schubert essa è stata trattata da tutti, anche i più grandi (compresi Böhm, Karajan, Wand e Muti) come una successione rapsodica di pezzi pittoreschi, quasi irrelati fra loro. Dalle mani di Boncompagni il grandioso organismo s’è eretto siccome una vera Sinfonia, dalla costruzione rigorosissima pur se portata a quella parentesi onirica ch’è il tratto del genio la perdita del quale  a trentun anni fu la più grande sventura della musica. Il primo movimento è costruito giusta meditate strutture tematiche dal carattere unitario che mai s’erano svelate come in questa esecuzione. Il secondo non è una marcia funebre mahleriana, ma un’immagine di marcia funebre intuita. Il Finale è un’altra grandiosa struttura di Sonata. Schubert, morto Beethoven,  ambiva finalmente  alla “maniera grande” e fece appena in tempo a fissarne i tratti secondo il suo ductus. L’ultima Sinfonia è stata, a mia conoscenza, eseguita alla “Verdi” per la prima volta integralmente; e starei per dire: per la prima volta affatto.

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