“Il Fatto Quotidiano”, 2. VI. 2016.

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                         Nel parlare più volte e in varie sedi del bicentenario della morte di Giovanni Paisiello, uno dei più grandi compositori italiani, che cade quest’anno, ho dichiarato che il più importante, e anche quasi l’unico, contributo a quest’evento capitale per l’arte italiana è stato l’allestimento che a gennaio il Teatro Massimo Bellini di Catania ha fatto della Fedra, uno dei capolavori tragici del tarentino-napoletano scritto per il San Carlo. Lamentavo il fatto che di questo Maestro si continua a considerare solo l’aspetto, rilevante ma incompleto, di Autore di Opere buffe e di mezzo carattere, tralasciando il compositore strumentale, quello di musica sacra e quello tragico. Il San Carlo, dicevo, allestirà un’altra Opera comica, La grotta di Trofonio, peraltro coproducendola col festival di Martina Franca: e non basta.

    Ma proprio dal San Carlo, che resta il teatro al mondo che io, in quanto napoletano e in quanto storico della musica amo di più, mi viene una smentita che mi fa felice. Giovedì sono stato al Teatro di Corte ove il napoletano Massimo ha allestito la prima ripresa moderna della Zenobia in Palmira, un’Opera seria napoletana del 1790. Si tratta, tanto per cambiare, d’un capolavoro. Paisiello è un genio nel trattare la forma e, pur se qui sia assente il coro, un grande finale (atto I) ove i brani s’inanellano in continuità con altissima invenzione musicale mostra ancora che le grandi forme di Rossini sono sovente anticipate da Giovanni. La qualità delle Arie, poi, è straordinaria: esse si appartengono tutte per intero allo Stile Classico e fanno di continuo pensare a quelle del Lucio Silla, dell’Idomeneo e de La clemenza di Tito di Mozart, oltre che ai capolavori serî e comici di Haydn, al quale non si riconosce ancora la somma altezza pure come operista.

   Una buona esecuzione musicale mi ha dato gioia. Il direttore d’orchestra, Francesco Ommassini, ha talento, e potrà migliorare se correggerà la pessima gestualità. Marina Comparato ha fatto un salvataggio in extremis del quale va ringraziata e lodata. Discreto Leonardo Cortellazzi, bravissimi Sonia Ciani e Blagoj Nacoski, mediocre la protagonista Rosanna Savoia.

   Ma la gioia vera me l’ha data l’allestimento dovuto a Riccardo Canessa, che ha fatto regia, scene (proiettate) e costumi rispettando la scenografia settecentesca con un dialogo fra il Classico, il Neoclassico e il residuo barocco-piranesiano della tecnica settecentesca da mozzare il fiato. Era un allestimento come quelli originarî e a un tempo un dialogo colla storia della scenografia che mostra tutta l’arte e la cultura di questo artista napoletano che non dovrebbe avere un momento libero per com’è bravo e che lavora in meravigliosi teatri di tradizione: di lui ho visto a Fidenza tre anni fa una delle Opere più difficili e meno conosciute di Verdi, quella Jérusalem onde nel 1847 principia il rapporto di Verdi con l’Opéra di Parigi. Ho il piacere, anche, di dire che Riccardo Canessa è un mio amico d’infanzia e fra i migliori raccontatori di barzellette in napoletano che io conosca.

   Il Teatro di Corte napoletano, sito nel palazzo reale opposto alla Cappella Palatina, è uno dei più belli del mondo. Neoclassico, bianco e oro: ma ancor oggi il palcoscenico è incongruamente sormontato dalla croce sabauda. Quest’anno si festeggia il terzo centenario della nascita di Carlo III: non sarebbe il caso di rimetterci lo stemma borbonico, come quello che benedice la sala del San Carlo?

   (Uscendo il colonnato di San Francesco di Paola illuminato – a cura del Comune? -  da un’oscena luminaria arcobaleno che neanche la festa patronale del più sperduto paesino di montagna accetterebbe.)  

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