“Il Fatto Quotidiano”, 13. V. 2016.

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“Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni.” Il fascismo era caduto da tre anni e questo scriveva Leo Longanesi in In piedi e seduti: e adesso ch’esce una splendida antologia longanesiana scelta da Pietrangelo Buttafuoco (Il mio Leo Longanesi a cura di Pietrangelo Buttafuoco, Longanesi, pp. 251, € 19) mi torna il passo all’immaginativa e mi fa interrogare: non è dunque cambiato nulla, la descrizione non è quella dei giorni che viviamo, forse con   aggravati zelo e unzione?

   Longanesi era un genio con una punta di cialtroneria della quale era consapevole sebbene della cialtroneria fosse il più grande fustigatore per possedere un intuito infallibile nello scovarla e una ineguagliata capacità di punirla. Io l’ho letto passim e disordinatamente nel corso della vita; la contemplazione di quest’antologia, che per la selezione mostra il genio riflesso di Pietrangelo, m’induce a pensare che per quanto il battutista Longanesi sia di suprema qualità alla fine dobbiamo vedere in lui lo storico e il moralista del nostro costume nazionale. Il mio non esser uno specialista del tema mi concede la libertà di affermare, certo dilettantescamente, ch’egli mi pare un discendente di Guicciardini e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Quest’operetta fra le più grandi della nostra filosofia politica e della nostra sociologia la lessi la prima volta quarantacinque anni fa indottovi da Piero Buscaroli, che di Longanesi era stato seguace, collaboratore e in parte erede sia come scrittore che come editore: c’è sempre una ragione nel caso.

   A comprendere il fascismo più dei libri di Renzo De Felice bastano poche pagine di quest’antologia. Benedetto Croce lo riteneva un’invasione aliena; Longanesi lo mostra intimo alla nostra natura nazionale nella sua parte bassa: forse davvero fascisti furono in pochi ma l’attrazione e il consenso nati da viltà e convenienza furono quasi di tutti. Il Mussolini dipinto da Longanesi possiede una sua incompiuta grandezza che diviene poi ridicola e criminale.  Allora rivelatore è questo romagnolo di Bagnacavallo là ove addita la sostanziale complicità del fascismo coll’antifascismo e dell’antifascismo col fascismo: quasi da subito, dunque a prescindere da quella che si sarebbe rivelata nel dopoguerra la miseria dell’antifascismo professionista. La pagina che descrive il terrore onde vien preso Mussolini  al delitto Matteotti e lo speculare terrore onde vengon presi tutti, dai Savoia a liberali agli antifascisti, che Mussolini fosse per poter cadere, è degna di Tacito e delle riflessioni sulla storia e sull’umana natura nella parte sulla peste dei Promessi sposi. E torno alla mia idea fissa: noi italiani siamo abbietti ma anche il primo popolo al mondo.

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