“Il Fatto Quotidiano”, 24. V. 2016.

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Per i compositori italiani italiani dell’Ottocento la consacrazione definitiva era scrivere una Tragédie Lyrique per l’Opéra di Parigi. In realtà la storia di questo teatro, nell’Ottocento il più ricco d’Europa, è un’ininterrotta occupazione italiana. Il teatro musicale francese venne fondato nel Seicento dal fiorentino Giovanbattista Lulli; e nell’Ottocento Napoleone chiama Paisiello e soprattutto Gaspare Spontini, ambedue napoletani di scuola. La Restaurazione vede giunger Rossini che scrive tre capolavori francesi; Bellini, che a Parigi ma per il Théâtre des Italiens compose I Puritani, morì subito dopo e non fece a tempo a creare per l’Opéra; Mercadante non vi venne invitato e lo avrebbe meritato moltissimo; poi viene il turno di Donizetti e Verdi che del pari vi dominano. La creazione di Verdi non si può comprendere se non si attribuisce il giusto valore ai capolavori francesi: dall’ancor incompresa Jérusalem, del 1847, alle Vêpres siciliennes, del 1855, alla seconda versione del Macbeth, del 1865, al Don Carlos, del 1867; a tacere delle versioni francesi del Trovatore (1857) e dell’Otello (1894).

   Donizetti è un grande Maestro sempre ma il definitivo salto di qualità lo compie nell’ultimo periodo di vita: appunto quando arriva a Parigi. Les Martyrs, del 1840, è uno dei più bei testi del teatro musicale ottocentesco: e non ebbe gran successo perché, tratto l’argomento da  una Tragedia di Corneille di argomento sacro, il borghese e volgare pubblico Luigi Filippo, abituato al piccante e all’esotico, non ne era degno. Per l’Opéra il Bergamasco scrisse poi La Favorite e il Dom Sébastien, rivisto e tradotto in italiano per l’Opera di Vienna, ch’egli considerava la sua “opera maestra”. A Parigi egli amplia le forme, raffina ulteriormente l’orchestrazione, scrive con una declamazione francese scultorea e rifinita e compone anche Balletti (la Tragédie Lyrique li voleva per legge) che, con quelli di Spontini, Rossini e Verdi sono tra i capolavori della musica sinfonica ottocentesca.

   La Favorite è la toccante vicenda d’una donna che per amore accetta una posizione infamante agli occhi della società e poi per amore si sacrifica e muore. Ognun vede come il tema anticipi quello della più popolare Opera di Verdi, la Traviata. Donizetti crea un quadro storico grandioso e a un tempo trova accenti toccantissimi. Eppure questa meraviglia non è rappresentata quanto merita: in fondo a Gaetano è toccata la non invidiabile sorte d’esser scriptor unius libri e la Lucia di Lammermoor, bellissima ma non certo della medesima altezza, è la dominatrice del suo catalogo.

   Per lo più conosciuta in una mutila e traditrice versione italiana, La Favorite torna adesso sul palcoscenico della veneziana Fenice nell’autentica versione francese con i Balletti. Ed è una festa artistica grazie alla presenza sul podio di Donato Renzetti. Egli concerta e dirige con sapienza stilistica, tecnica sopraffina, grande gusto e attitudine pratica: qualità nelle quali egli  ha oggi pochi rivali. I grandi Concertati hanno sotto la sua bacchetta un’ariosità e un passo drammatico straordinarî. Se la protagonista, Veronica Simeoni, non un mezzosoprano ma un sopranino corto, è nella mediocrità, il tenore John Osborn, il baritono Vito Priante e il basso Simon Lim sono valorosissimi e l’orchestra e il coro prestano a buon livello.

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