“Il Fatto Quotidiano”, 2. V. 2016.

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Da quando nel marzo del 2005 Riccardo Muti lasciò la carica di direttore musicale della Scala sul podio milanese si sono succeduti, con l’eccezione di Esa Pekka Salonen, solo direttori musicalmente scadenti, a cominciare dai due successori, Daniel Barenboim e l’attuale, Riccardo Chailly. Ben vero, anche durante il regno del maestro molfettese nato a Napoli venivano invitati solo direttori dalla serie B a scendere, quasi che un interprete della grandezza di Muti temesse confronti in casa propria. E dall’epoca del suo abbandono l’orchestra ha fatto una caduta libera in senso artistico, giungendo negli ultimi anni della soprintendenza di Stéphane Lissner (insediato dai berlusconiani e adorato subito dopo dal sindaco Pisapia) a casi che non sapresti se definire grotteschi o vergognosi.

   Muti la Scala aveva dovuto lasciarla perché non lo sopportavano più, e soprattutto non sopportavano più l’invadenza della moglie, la signora Cristina che io, alla stregua del personaggio del Berretto a sonagli di Pirandello (andatevelo a leggere), ho soprannominato La Saracena, con solidale divertimento, all’epoca, del medesimo consorte. Se ne andò coll’amaro in bocca e invece fu la sua fortuna giacché venne nominato poco dopo direttore della ”Chicago Symphony Orchestra”, la prima del mondo, ove ha dato le sue migliori interpretazioni sinfoniche; e per un periodo è stato anche all’Opera di Roma, ove ha dato le migliori interpretazioni operistiche della sua vita. Ma quell’amaro in bocca gli è restato. Quando eravamo amici gli dicevo che sarebbe dovuto tornare alla Scala coll’orchestra di Chicago per lasciare lo stesso amaro nella bocca dei suoi nemici: inspiegabilmente titubava.

   Adesso tutti hanno annunciato come un miracolo che a gennaio prossimo tornerà nella sala del Piermarini per due concerti. Per una vita si attese il ritorno sullo stesso podio di Claudio Abbado: quando ciò avvenne (e parve che la Madonna avesse per la seconda volta partorito) costui diresse un mediocre concerto per il quale aveva sostituito tutte le prime parti dell’orchestra milanese con quelle dell’orchestra di Lucerna. Un atto d’insicurezza artistica ed esteticamente meschinissimo: ma gli orchestrali milanesi, con un comportamento che può definirsi solo servile, non protestarono, salvo pochissimi che si rifiutarono di cedere il posto agli alieni e non suonarono.

   Muti, che per diciott’anni dell’orchestra è stato il dominus, non torna a dirigerla ma si fa ospitare con quella di Chicago. E di nuovo l’orchestra, che gli aveva inviato un’implorante missiva,  nulla  obbietta.  Si configura quella fattispecie che il diritto denomina la par causa turpitudinis, una contesa nella quale attore e convenuto sono parimenti turpi.

   Per Milano sarà una meraviglia ascoltare finalmente un grande direttore. Adesso Muti, che negli anni della Scala ha dovuto conoscere la cupiditas serviendi ostile di quelli che non gli perdonavano di esser migliore di Abbado, sperimenterà la cupiditas serviendi a suo favore.

   Porterà due bellissimi programmi: Ciaikovskij, Mussorgskij, Hindemith, Strauss. Pezzi che dirige da decennî. Da quanti anni non studia una nuova composizione? Fatti suoi: e anche di chi lo ammira. Ma  colui che  nelle interviste ai marchettisti si proclama il Patriota Italiano  in due concerti l’unica cosa che sceglie con un pur labile  riferimento all’Italia è l’Ouverture In the South: Alassio di Edward Elgar. Garibaldi e Mazzini, e anche il musicista di che il Cigno di Molfetta si proclama adoratore, Verdi, lo salutano con amore. Renzi direbbe: “Gli danno un ciaone!”