“Il Fatto Quotidiano”, 21. IV. 2016.

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James Levine è uno degli uomini ai quali voglio più bene pur se non abbiamo mai parlato né mai ci siamo scritti. Ma è uno dei più grandi musicisti viventi ed è anche una grande anima. Onde la notizia che si è arreso alla malattia e che depone la carica del Metropolitan di Nuova York, preparandosi anche a rinunciare al podio, indi alla vita, è un lutto per la musica.

Levine ha solo settantadue anni, essendo nato a Cincinnati nel 1943. E’ stato un bambino prodigio quale straordinario pianista.E non solo da solista. Coi calzoni corti girava per le case di tutti i grandi cantanti che si esibivano al Metropolitan per far “ripassare” loro gli spartiti. Li faceva studiare e da loro nel contempo imparava. I suoi debutti avvennero all’inizio degli anni Settanta. Non dimenticherò mai quello italiano a Roma: eseguì da solista il Concerto in Re minore di Bach e poi diresse il Quartetto in Sol minore di Brahms nella mirabolante orchestrazione di Schönberg. Tutta la vita ha suonato musica da camera in trio e quartetto.E di Schönberg è stato negli ultimi decennî il direttore più autorevole, ben superiore ai presunti “specialisti” come il solfeggiatore Boulez. Nel 1987 capeggiò la prima esecuzione al festival di Salisburgo del Moses und Aron: la mafia dei critici musicali lo attaccò (come se costoro avessero potuto analizzare l’esecuzione di un sì complesso capolavoro) perché non faceva parte della Cupola. Grandi dischi delle opere sinfoniche di Arnold e dei Gurrelieder, ben superiori a quelli incisi pure da Seiji Ozawa, si accompagnano poi a memorabili interpretazioni del Wozzeck e della Lulu di Berg, anche filmati, e dei capolavori sinfonici di Webern.

Ma ecco la cosa straordinaria. Uno specialista del sommo Novecento storico capeggia senza alcun complesso d’inferiorità grandi titoli che gl’intellettuali giudicano musica di serie B: l’Andrea Chénier e la Fedora di Giordano, dei quali esistono sue bellissime incisioni. E Puccini. E Verdi. Ha fatto un cattivo Rigoletto perché non ha saputo adottare un’edizione autentica, ma dei meravigliosi Vespri siciliani (che furono la sua rivelazione verdiana più di quarant’anni fa), Aida, Otello, Falstaff. “In rete” si può vedere la sua concertazione del Falstaff a memoria, nella quale spiega ai cantanti i reconditi sensi espressivi: già dalla sedia a rotelle. Ha fatto Bach, Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert, Brahms: sempre con unione di autorità, spontaneità, semplicità.

Negli anni Ottanta Levine ha inciso nel teatro del quale è stato fino a ieri il direttore artistico, con quasi tremila recite all’attivo, memorabili films di Wagner: il Tannhäuser (naturalmente nell’edizione di Parigi, che in Germania fa ancora paura dal 1861), la Tetralogia, I Maestri Cantori, il Parsifal. Non solo si tratta di straordinarie versioni musicali: la sua fedeltà al testo lo ha spinto a rivolgersi a grandi registi e scenografi i quali attuano la didascalia autentica restituendo ai capolavori tutta la potenza. Lo stesso si è visto con I Troiani di Berlioz: questo film resta, come quelli wagneriani, un vero punto di riferimento interpretativo: il confronto con la modestissima edizione che se n’ebbe nel 2013 alla Scala, per la bassa qualità del direttore, della compagnia, dell’allestimento preso del Covent Garden, è schiacciante.

Per un periodo Levine ha dovuto lasciare il podio per il prevalere del morbo di Parkinson che gl’impediva il dominio sul braccio. Ha lottato da eroe: ha diretto da una sedia a rotelle elettronica riducendo il suo bellissimo gesto al minimo ma lasciando sempre chilometri fra sé e quasi tutti gli altri. Non cantiamogli un’ anticipata Requiem: vuol dirigere ancora. Ma è certo che nessuno sarà degno di succedergli, pur se i nomi proposti non fossero quelli davvero poveri che ho visto fare.

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