“Il Fatto Quotidiano”, 4. IV. 2016.

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Quando un capolavoro dell’arte rinasce è la più bella delle feste. Ancor più  se  appartiene al Novecento italiano, il più negletto e meno conosciuto fra i periodi della musica. Ciò è avvenuto coll’inaugurazione della stagione del Teatro Lirico di Cagliari. Il capolavoro è La campana sommersa di Ottorino Respighi (1927) e il merito della rinascita,  la più prestigiosa fra le sporadiche a partire dal 1945 si deve a Donato Renzetti, uno dei migliori direttori d’orchestra viventi, al regista Pier Francesco Maestrini, allo scenografo Juan Guillermo Nova e a chi, nel credere  nella partitura di Respighi, s’è loro affidato  e ha eletto la più che eccellente compagnia di canto.

   Respighi, scomparso a soli cinquantasei anni lasciando  un imponente catalogo, è uno dei più grandi compositori del Novecento: non italiano, mondiale; gli si affiancano il più anziano Franco Alfano e il più giovane Gino Marinuzzi, che in qualità di sommo direttore d’orchestra del secolo fu anche il suo più autorevole e appassionato interprete, a comporre una triade alla quale nella civiltà musicale del Novecento pochissimi possono per altezza essere accostati. La pubblicistica musicale li confonde nel mucchio e mette accanto a loro musicisti pur pregevoli quali Pizzetti, Zandonai, Montemezzi, Wolf Ferrari e chi so io; ciò è frutto  d’ignoranza, giacché di tale statura vi sono solo Alfredo Casella (oserei dire: quasi) e Giovanni Salviucci, allievo di Respighi e Casella, che scomparve a trent’anni nel 1937 lasciando capolavori atti a far comprendere quale ricco tesoro con lui se ne andasse. Ma Respighi è ancor aduggiato dalla fama d’esser un colorista orchestrale. La colpa è innanzitutto degl’interpreti, e in ispecie dei  direttori d’orchestra, i quali continuano stancamente a eseguire i soliti due,  tre, pezzi.

   Respighi è invece un poeta doctus.  Conosce i più profondi processi compositivi: il suo capolavoro sinfonico sono i Metamorphoseon Modi XII, del 1930; e le sue perenni fonti ispiratrici sono l’antichità classica, la bellezza di Roma e il Canto Gregoriano. Infatti dopo La campana verranno La fiamma, sulla Ravenna bizantina, e la Lucrezia, da Livio. Anche nella Campana, un Dramma musicale appartenentesi invece a una sfera di Romanticismo tedesco già divenuto Simbolismo, l’antica modalità del canto liturgico si coniuga a una modernissima armonia parente di quella di Strauss e a un’invenzione timbrica con pochi confronti. E’ straordinaria l’autenticità, unita a una sorta d’inconsapevole sicurezza, nel ripercorrere orme di Schumann e Wagner, colla quale un artista italianissimo ricrea temi di bosco, elfi, fonti,  fondali fluviali, fauni, i quali s’incarnano nella pittura di Böcklin e d’uno dei miei favoriti, Franz von Stuck. Va inoltre  rilevato che uno dei temi della Campana, proveniente dalla poesia di Gerhard Hauptmann onde il testo di Respighi è ricavato, è quello  pagano della Natura la quale redime il Redentore; questo non viene dal finale del Parsifal di Wagner, sì è parente dei Gurre-Lieder di Schönberg, a tale tema appunto dedicati. Ma quest’opera e, prima di lei,  la Sakuntala di Alfano (1920), sono, appunto, quanto di più affine la musica europea al più imponente capolavoro della giovinezza di Schönberg sappia affiancare.  

   L’allestimento della Campana è stato per me la gioiosa occasione di disdirmi. Il mio studio della partitura mi aveva fatto ammirare le sue meraviglie musicali ma mi aveva lasciato dubbî sulla sua efficacia teatrale. La musica va ascoltata nella sua realizzazione in vita di suono:  quando si trova un direttore d’orchestra il quale realizza i prodigi strumentali ma assicura una perfetta e sintetica tenuta drammatica il cammino è quasi compiuto; soccorrono Maestrini e Nova i quali, con  mirifica  ambientazione, per mezzo di proiezioni e alto disegno scenico, ricreano il tono fiabesco nel quale protagonista è la Natura. La campana sommersa è anche un capolavoro drammatico.