“Il Fatto Quotidiano”, 2. IV. 2016.

Scarica il file in formato PDF

Poco più di un mese fa è scomparso Pascal Bentoiu, nato a Bucarest nel 1927. In Italia non hanno nemmeno pubblicato la notizia perché – nemmeno – sanno chi è. Adesso il più grande compositore vivente resta il moscovita Rodion Shchedrin, nato nel 1932, che con lui divideva l’alloro.

   Allorquando compii gli studî su George Enescu, un gigante della composizione al quale nel Novecento possono esser accostati solo Strauss, Schönberg, Berg, Webern, Szymanowski e gl’italiani Alfano, Respighi e Marinuzzi, sono entrato in rapporto con Bentoiu. Così ho trovato  un suo libro del 1984, I capolavori di George Enescu, tradotto in inglese nel 2010: uno dei più bei testi di musicologia degli ultimi decennî, con analisi musicali ed estetiche compiute con la perizia del compositore e l’amore del devoto. Particolare significativo: Bentoiu non fu un allievo di Enescu ma, come adesso spiego, giunge a penetrare non solo nello stile, nel processo compositivo del Sommo a uno stadio addirittura genetico. Nella Bucarest degli anni Trenta e Quaranta,  un crocevia internazionale di primissimo interesse (Ionesco, Eliade, Vintila Horia, per dire alcuni che vi abitavano; qualche decennio prima vi si era formato un altro sommo, Brancusi), si studiava la composizione ad alto livello; e siccome il comunismo ancora non c’era, Bentoiu  imparò il latino e il greco.

   La vita di Enescu era intensissima: violinista fra i più grandi della storia, direttore d’orchestra, si divideva fra la Romania e Parigi. Portava sempre con sé la carta da musica e scriveva nei ritagli di tempo. Alcune opere restarono incompiute quanto a orchestrazione e particolari di rifinitura: la Quarta e la Quinta Sinfonia, il Poema sinfonico Isis. Bentoiu le ha completate con arte sì alta che l’unico paragone possibile è quello della Turandot di Puccini completata da Franco Alfano. Ma se la mano di Alfano si distingue da quella di Puccini, l’immedesimazione di Bentoiu è miracolosa. Il mio  studio su Enescu ha avuto per esito il mio libro Altri canti di Marte, uscito a novembre scorso.

   Quindi ho cercato di conoscere Pascal in quanto compositore in proprio. Al teatro musicale ha dato fra l’altro un Amleto di potente lirismo del quale il Prologo è un  coro a cappella senza parole che immerge lo spettatore nell’arcano. Conosco un bellissimo Concerto (il n. 2) per pianoforte e orchestra. E conosco le otto Sinfonie, che mi sono accorto esser reperibili pure “in rete”, onde tutti possono ascoltarle. Da un punto di vista stilistico compiono un iter accostabile a quello dei Concerti per orchestra di Goffredo Petrassi, che sono fra i capolavori del Novecento italiano, e dei Concerti di  Shchedrin, pur essi musica di prima sfera.

   A Shchedrin la Sinfonie di Bentoiu si accostano  per un altro motivo, il dar talora esse luogo anche alla ricreazione del jazz e del musical in un contesto sinfonico. Se i precedenti vanno cercati in Ravel e Victor De Sabata, quello più vicino è il Concerto per jazz band e orchestra di Rolf Liebermann (1954). Così la Seconda e la Quarta di Bentoiu. Nella Terza (1976)  il secondo movimento è una lunga, disperata Passacaglia, fra le più belle del Novecento; l’impressionante accumulo sonoro e formale del terzo conduce all’esergo: Vangelo di Matteo: Et tunc parebit signum Filii hominis in coelo.

   La Quinta (1979), in un sol tempo, è un Adagio nel quale il linguaggio musicale vien ripercorso con rapinoso scorcio, dagl’inizi alla polifonia all’armonia alla serialità all’informale e alla dissoluzione stessa. L’Ottava (1987) s’intitola Immagini. La prima è dedicata a Virgilio (Aeneidos, VII: Iamque rubescebat radiis mare et aethere ab alto: l’arrivo dei Troiani alla foce del Tevere): un accordo con tutte le note del “totale” da fermo s’irradia in disegni minutissimi dell’orchestra: il bosco; e gli ottoni cantano una melodia alta e serena che simboleggia il destino imperiale. La seconda a Dante: Lucifero prigioniero dei ghiacci: nuovi clusters si fanno orrore. Vengono Shakespeare, Goethe e il romeno Eminescu. Non c’è Ovidio, il più grande romano alla Dacia legato: ma non occorre per mostrare il legame di un poeta romeno con l’Italia.

www.paoloisotta.it