“Il Fatto Quotidiano”, 16. III. 2016.

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 In memoriam Petri Buscaroli

Un verso di Carducci è la sintesi della figura di Piero Buscaroli, scomparso un mese fa tra commemorazioni, salvo quella di Camillo Langone, insufficienti e timorose:

                        Muor Giove, e l’inno del poeta resta.

   Non voglio ricordare le sue battaglie politiche, multiformi e sovente eteroclite. La gran parte sono caduche perché i tempi medesimi costringevano a questo; alcune errate, taluna ridicola. Ma di esse resta la sua passione di Italiano, la sua fede nello spirito della Patria. Noi italiani saremmo i primi del mondo in tutto se non fossimo rosi dall’invidia reciproca e dall’odio verso noi stessi. Egli ne è stato vittima ma non esente.

   La sua prima ferita fu il padre. Corso Buscaroli era un dotatissimo filologo classico il quale nel 1932 pubblicò Il libro di Didone, il più bel commento e insieme il più bel saggio che al Quarto Libro dell’Eneide sia stato dedicato. Ripeto l’opinione di Ettore Paratore. Ma il mitissimo latinista fu anche il federale di Imola sotto la Repubblica Sociale; e nel 1945 ebbe una pesante condanna per crimini mai commessi dalla quale venne scagionato solo dopo la morte. La piaga del figlio, fatta di strazio e umiliazione, non si rimarginò mai. Anche Piero, a modo suo, fu un cultore delle lettere classiche e a Virgilio dedicò meditazioni ispirate a Eliot.

   Buscaroli è uno dei più grandi scrittori degli ultimi decenn^i. Se la nostra lingua non fosse divenuta periferica per la nostra inesistenza politica e statuale, egli verrebbe riconosciuto per tale in ispecie dai tedeschi, ai quali, immeritevoli, ha donato profili di Bach (1985), Mozart (La morte di Mozart, 1996) e Beethoven (2004), ch’essi, immeschiniti nei particolari e incapaci come lui d’una sintesi storica, non sono stati in grado né di produrre né di accogliere. Questa Nazione, la Germania, partorì gen^i che ora sono per lei un imbarazzo e un peso, a meno di falsificarne l’essenza. Buscaroli la restaura in modo inconfutabile e perciò essa lo respinge. L’idea stessa di grandezza oggi è temuta.

   Fu meraviglioso narratore anche di storia dell’arte e d’immagini e paesaggi e viaggi, meraviglioso creatore di collane librarie. Una per tutte: La Torre d’avorio, realizzata negli anni Settanta dall’editore torinese Fògola di tra il boicottaggio e il silenzio di tutta la cosiddetta Cultura: quando pubblicò un testo fondamentale sulla tirannide zarista, le Lettere dalla Russia di Astolphe de Custine, certi intellettuali ebbero timore persino di accusare ricevuta del libro; ora che esso è uscito in altra traduzione per la Adelphi, nella bibliografia manca la menzione della sua edizione, né i recensori (uno per tutti: Paolo Mieli) hanno saputo o voluto o potuto osservarlo.

   La migliore qualità di Buscaroli è un amore per il genio italiano che s’incarna in Lucrezio, Virgilio, Orazio, Giotto, Mantegna, Dante, Raffaello e Michelangelo e Tiziano e Tasso, Leon Battista Alberti e Palladio, rifulge, siccome luce di Roma, nel suo amato Poussin, si attua ancora in Leopardi e Manzoni e Pascoli e d’Annunzio, esplode in musica in Alessandro e Domenico Scarlatti, in Caldara e Leonardo Leo, in Rossini e – ma di qui in poi egli non volle o poté saperlo - , Bellini, Donizetti, Verdi e Marinuzzi. Questo amore colora la sua indagine sui sommi musicisti tedeschi in senso virgiliano e dantesco: Bach, Mozart, Beethoven, in parte Brahms, anime lucreziane, virgiliane, oraziane, giottesche, mantegnesche, dantesche, raffaellesche, michelangiolesche. Dobbiamo a Buscaroli l’aver insegnato questa verità suprema che forse agl’italiani di oggi spiace quanto agli altri europei. Egli sarebbe il più grande scrittore, non uno dei più grandi, degli ultimi decenn^i, se il disprezzo per Verdi gli avesse almeno generato il rispetto per Wagner. Questi due od^i sciocchi e forsennati attengono, come quello da lui portato agli amici, a un carattere che, plasmatosi un indomabile complesso di persecuzione volto a trasferire sulle figure della Storia le proprie angosce, non riuscì a trasformare in magnitudine pure umana la sofferenza. Siccome peccato grave, ne sta ora rendendo conto a chi il genio gli donò.