“Il Fatto Quotidiano”, 5. III. 2016.

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Una cosa bellissima da parte della Scala è stata il concerto in omaggio al più illustre direttore vivente, Georges Pre^tre, sul podio il medesimo omaggiato. Si sarebbe dovuto svolgere per i novant’anni del Maestro, nato nell’agosto del 1924, ma una rottura di femore da lui subita l’aveva procrastinato: secondo il pensiero di molti, in via definitiva. Invece il vecchio Georges s’è ripreso con dispiacere di taluni e con gioia della musica e, seppur sorretto da un bastone, il podio ha calcato dando una lezione meravigliosa di arte direttoriale e di musica. ( La musica ha anche pianto giacché nella stessa serata s’è esibito un pianista, Rudolph Buchbinder, l’esecuzione del Terzo Concerto di Beethoven da parte del quale nei momenti buoni è d’una scolasticità da vecchia zitella, in quelli cattivi disdicevole).

   L’ultima volta che m’incontrai con quest’uomo delizioso fu sempre alla Scala. Dirigeva un concerto con l’Orchestra di Stato di Dresda, una delle migliori del mondo. Andai a salutarlo nell’intervallo e attesi non brevissimamente: è uno dei pochi direttori che, sudando sul podio, si lava e si cambia la camicia del frack tra la prima e la seconda parte. Invece che da una di quelle invadenti agenti o segretarie era accompagnato dal nipote, il figlio della figlia, un bel ragazzo di notevole distinzione. “Nous sommes amis depuis seulement quelques années, n’est-ce-pas?”, mi disse sorridendo e ammiccando al giovane.

   La prima volta che lo vidi dirigere avevo diciott’anni,   il 30 maggio 1969. Francesco Siciliani, allora direttore artistico delle orchestre Rai, aveva organizzato qualcosa per la quale avrebbero dovuto dargli la Legion d’Onore. Nel 1968 cadeva il centenario della morte di Berlioz e la Rai allestì gli opera omnia in esecuzioni dal prestigio ineguagliato. Pr^etre diresse al Foro Italico in forma di concerto Les Troyens con Nicolai Gedda che impersonava Enea, Marylin Horne Cassandra e Shirley Verrett Didone. Il capolavoro è la massima devozione virgiliana della musica, tratto com’è dal Secondo e dal Quarto Libro dell’Eneide e Pr^etre, per raffinatissimo colorista che fosse, ne rispettava l’intimo ethos classico. Lo riascoltai sotto la sua bacchetta alla Scala il 7 maggio 1982 nel bellissimo allestimento di Luca Ronconi: ricordo la data giacché ero apposta tornato a Milano da Dumenza ove mi ero recato a trovare Pippo Patanè il quale nella sua villa aveva allocato la straordinaria biblioteca musicale. Aveva solo cinquant’anni e nessuno avrebbe immaginato glie ne fossero per restare sette.

   Pr^etre lo conobbi di persona nel 1971 a Napoli, quando Siciliani allestì una bellissima esecuzione in forma di concerto del Cavaliere della rosa di Strauss, sempre coll’orchestra romana della Rai e ancora una compagnia di prima sfera. Pr^etre, del quale ancor più bella è l’interpretazione viennese di Capriccio, l’ultimo capolavoro del Maestro monacense, aveva trovato in Siciliani un mentore che lo rivelò a se stesso. Gli fece dirigere Beethoven, Brahms, Bruckner, Wagner, Strauss, Mahler e Verdi, oltre che Berlioz e Ravel. In Francia non lo apprezzavano giusta i suoi meriti e avrebbero voluto tenerlo sempre nella serie B, confinandolo fra Massenet e, quando andava bene, Debussy (assistetti all’Opéra-Comique nel 1998 a quella ch’era annunciata come la recita d’addio del Maestro al teatro, il Pelléas et Mélisande). Quando diventammo amici capii, da quanto mi confidava, che la ferita non s’era chiusa: talora s’erano ribellati a correzioni dettate dal suo orecchio sottilissimo (correggeva l’intonazione col fischio…) e dal suo gusto squisito asserendo che direttori stranieri (o Boulez…..) non trovavano niente da ridire. Ma Pr^etre, di umilissime origini, nasceva quale trombettista e agli stud^i al Conservatorio di Parigi s’era mantenuto suonando nel night-club il pianoforte e cantando le canzoni di Edith Piaf. Una volta da Siciliani in Lungotevere Flaminio si fece notte con questo repertorio e l’ormai illustre direttore che le reinterpretava…..