“Il Fatto Quotidiano”, 23. II. 2016.

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 I migliori direttori d’orchestra sono oggi gli ultrasettantenni: Herbert Blomstedt, 1927; Bernard Haitink, 1929; Nello Santi, 1931; Elio Boncompagni, 1933; Gabriele Ferro, 1937, Riccardo Muti, 1941. In un bel concerto diretto al napoletano San Carlo da Ralf Weikert, del 1940, ascolto la prima Suite sinfonica del Cavaliere della rosa di Richard Strauss.

   Le due Suites sono intessute dei Valzer di questo capolavoro del teatro musicale, apparentemente comico ma, come i Maestri cantori di Wagner e il Falstaff di Verdi, capace di mettere in luce alla luce del sorriso l’intera vicenda umana. La vicenda del Cavaliere, straordinaria invenzione di Hugo von Hofmannsthal, si svolge nella Vienna di Maria Teresa: ma Strauss è ricorso all’anacronismo (in effetto solo in apparenza tale) di mettere il Valzer in luogo delle danze settecentesche che avrebbero dato un colorito storicamente esatto. Se ne scandalizzò Thomas Mann il quale, grandissimo conoscitore di musica e sulla musica grande scrittore, di Strauss non capì nulla.

   Il Valzer doveva esistere presso le plebi agricole dell’Alto Medio Evo: non erra Carl Orff a inventarne uno modellato sulle danze medioevali nei Carmina Burana, che danno voce alla licenziosità, all’amor cortese, allo spirito burlesco, all’ateismo, del Medio Evo. Ma nel Settecento era penetrato nella musica cosiddetta colta: molti Minuetti delle Sinfonie di Haydn sono Valzer veri e propri. Schubert ne dà già una meravigliosa idealizzazione. La famiglia Strauss, quella dei due Johann, di Joseph e Eduard, crea per i balli viennesi musiche che credono di essere da ballo e che, specie nel secondo Johann, appartengono ai vertici della musica sinfonica. Schumann, Brahms e Ciaikovskij, questi nei suoi Balletti e nella Sesta Sinfonia, gli danno un altissimo tributo. Nel Novecento il Valzer è a un tempo rivissuto quale emblema dell’età dell’oro (Mahler) e rievocato con tinte spettrali: sempre Mahler, Ravel, Berg, Sciostakovic.

   Nel Cavaliere della Rosa, del 1911, Strauss riesce al miracolo di darci la prospettiva della rievocazione – l’età dell’oro – e a inventare Valzer d’una naturalezza ed eleganza tali che potrebbero essere di Johann. Ma nel suo precedente capolavoro di teatro musicale, l’Elettra, del 1909, ecco il Valzer diventare addirittura danza sacra e emblema della morte. A questa Tragedia che spinge il linguaggio musicale, ove si raffiguri una realtà impura e atroce – il mondo di Clitennestra – o riempita d’un dolore immedicabile e impotente – il mondo di Elettra – ai limiti della tonalità, per restaurare una tonalità fin austera ove appare Oreste, aveva approntato il testo Hugo von Hoffmansthal con uno straordinario adattamento delle Coefore di Eschilo e dell’Elettra di Sofocle che ne accentua l’aspetto barbaricamente arcaico. Elettra crede Oreste morto: ucciso il padre Agamennone da Clitennestra reputa che a lei, donna debole ed esecrata, spetti il dovere religioso della vendetta. Sta per dissotterrare l’ascia colla quale era stato assassinato il padre quando Oreste si manifesta; e compie l’atto religioso (come mostreranno Le Eumenidi) della riparazione vendicatrice. A quel punto Elettra si abbandona a una sfrenata danza di gioia: al culmine della quale muore: né potrebbe esser diversamente, portatrice com’è della mera vendetta, non potendo, come Oreste, adempiere il compito per mandato divino.

   Elettra danza un colossale Valzer. La danza a tre piedi la ereditiamo dagli Argivi, oltre che dai nostri progenitori (il tripudium).E il sacrificio religioso – Elettra ne compie uno, il solo che le sia concesso – era danzato. Chi accusa Strauss di volgarità viennese e anacronismo ha mai visto un vaso greco?

   Un’altra postilla. Dopo la danza rituale Elettra piomba a terra morta. Il suo Valzer non è solo tragico, contiene l’esaurimento dell’esperienza di vita dell’eroina e del suo rapporto col padre. Nella Tragedia del suo destino, dopo la vendetta di Oreste, nulla si dice. La sua morte è la premessa della risoluzione di ogni conflitto che nella terza Tragedia avviene in Atene. Hofmannsthal e Strauss narrano dunque, con il Valzer finale dell’Elettra, la fondazione del Diritto.