“Il Fatto Quotidiano”, 16. II. 2016.

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I miei migliori amici sono fra i pazzi. Un amico del cuore i lettori del “Fatto” lo conoscono perché impreziosisce le nostre pagine: Pietrangelo Buttafuoco. Uno della sua isola, la Sicania, un pazzo sommo e lucidissimo, Pirandello, scrisse un testo immortale, La Patente. L'atto unico del girgentino riguarda la jettatura. Pietrangelo ha una patente, autentica e bollata, di pazzia, unita alla genialità e nel suo caso indisgiungibile.

   Di Nazzareno Carusi, grande pianista, ho sovente scritto. E' un uomo gioviale e distinto ma a conoscerlo bene la pazzia si manifesta. Basti questo: ha composto un pezzo di pianoforte e nastro magnetico, stile super-Avanguardia, dal titolo Pòllini, senza impegno. Una deliziosa presa in giro del pianista Maurizio Pollìni e del suo culto per il falso compositore Luigi Nono. Un brano di costui, dal titolo Sofferte onde serene, per lo stesso organico, ridicolo in proprio e non per intento parodistico, venne tenuto a battesimo dal Pollìni fra le prosternazioni e l'estasi di cretini e servi.

 

   Adesso Carusi ha inventato uno spettacolo in onore di Shakespeare. Quando mi sono recato ad assistervi, domenica a Milano per la “Verdi”, ero perplesso. In genere diffido del melologo, la commistione di recitazione e musica: naturalmente il più bello di tutti, il Lélio ou le retour à la vie di Berlioz, che dovrebbe sempre accompagnare l’esecuzione della Sinfonia fantastica, rappresentandone motivazione insieme e giustificazione estetica, costituisce il più formidabile argomento contrario. Esso contiene anche, col pezzo che lo chiude, la Fantasia sulla Tempesta (1831), il primo degli omaggi di Berlioz al Poeta, protrattisi tutta la vita fino all’ultima Opera, Beatrice et Benedict (1862), tratta da Molto rumore per nulla. Diffido pure dell’idea che la poesia e la musica, eseguite insieme, si arricchiscano a vicenda. Quanto a Shakespeare, gli dobbiamo alcuni, e sono tanti, dei più bei versi alla musica dedicati.

   Carusi tuttavia scrive: “Le lingue sono suoni e le parole, a volte, hanno riverberi che paiono lontani dal significato che loro è proprio. Ma la musica, che dei suoni è arte, ne coglie i nessi a perfezione.”

   Quindi la combinazione di pezzi musicali, a volte contrapposti ma per lo più giustapposti, avviene nel Notturno a Shakespeare giusta una poetica post-romantica che a me pare riconoscersi in Hugo von Hofmannsthal.

   Ora due osservazioni. La prima è che mescolare passi del libro di Buttafuoco Il dolore pazzo dell’amore a passi di Shakespeare è cosa blasfema: come alternare i Beatles a Schubert. Ho però scelto un esempio infido proprio perché alternare i Beatles (meno gli Stones) a Schubert si può. La chimica dell’arte è imponderabile, nemmeno Lavoisier può prevederla. Ecco che la corda pazza di Pietrangelo in qualche misterioso modo s’incastra dentro il Sommo; e una pagina, quella sull’epopea di Giarabub, che nessuno può ascoltare senza commuoversi alle lacrime, attinge un pathos classico. La seconda è che ascoltare attori professionisti recitare versi è una pena. Il primo dovere sarebbe rispettare la metrica; essi non sanno nemmeno che cosa sia. Poi aggiungono un’enfasi ridicola nell’interpretare e sottolineare con i toni, le pause, i gesti (Signore, pietà!) ogni parola. Buttafuoco possiede il senso del ritmo, ha la cultura per discettare di metrica e recita con solenne misura: numero canere, dicono gli Avi.

Nazzareno Carusi, che i passi shakespeariani ha scelto, la stessa misura la infonde in Bach, Schubert, Chopin, Musorgskij, con un ductus ampio e sereno.

   Notturno a Shakespeare incomincia un giro in tutt’Italia: non perdetevelo.